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venerdì 11 aprile 2025

SOCIAL e POPULISMO


 È la faccia oscura della democratizzazione introdotta dalla rete. L’autorizzazione data a tutti di parlare di tutto non solo produce effetti di pericolosa mistificazione ma attiva dinamiche aggressivo-invidiose.

 


-         di Massimo Recalcati 

 Secondo Pasolini l’ingresso della televisione nelle case degli italiani era stato una delle cause non secondarie della grande mutazione antropologica che aveva trasformato il popolo da un insieme politico di cittadini a un insieme commerciale di consumatori. Non solo la società dei consumi trovava nella televisione il suo strumento elettivo di promozione, ma lo spettatore era costretto ad assumere nei suoi confronti una posizione necessariamente passiva. Il messaggio era a senso unico e non dava luogo a nessuna possibilità di interazione. 

Spettatore-consumatore

Di qui l’accusa pasoliniana relativa all’esistenza di un nuovo fascismo che imponeva i suoi comandi senza bisogno di usufruire di un potere autoritario e repressivo, ma per la via edonistica di una seduzione permissivista. Lo spettatore rappresentava la forma più pura del consumatore costretto a ingoiare passivamente valanghe di messaggi e di offerte che avevano come denominatore comune lo spegnimento della sua capacità di iniziativa critica. 

La televisione diveniva così lo strumento di propaganda di un neo-totalitarismo che aveva trasferito il potere dal sovrano agli oggetti di consumo. 

Un potere che plasmava corpi e cervelli dei suoi fruitori uniformandoli conformisticamente ai modelli valoriali imposti dal nuovo regime. 

Gli psicoanalisti hanno visto nell’età dove la televisione imperava nelle nostre case una sorta di conferma della tesi relativa al declino dell’autorità paterna e allo smarrimento più generale del discorso educativo. La televisione aveva preso il posto di genitori sempre più distratti o assenti, incapaci di svolgere il proprio ruolo. 

Spettatori passivi

L’affermazione progressiva della rete e dei social sta profondamente ridimensionando questo quadro. E non solo perché i giovani oggi non guardano più la tv. Quello che i social hanno modificato è innanzitutto il carattere necessariamente passivo dello spettatore. Il nuovo schermo social è infatti strutturalmente movimentato. Tutto si consuma in maniera accelerata. Non c’è tanto l’ipnosi televisiva — che richiede tempo — ma lo sprofondamento in una realtà parallela. Non a caso l’uso dello smartphone e delle sue potenzialità social non è più, come accadeva per la tv, circoscritto in un luogo, ma appare come una sorta di protesi del corpo del soggetto. Mentre infatti la televisione condannata da Pasolini fabbricava i corpi e i cervelli offrendo loro i modelli di identificazione imposti dalla società dei consumi, lo smartphone appare piuttosto come una parte post-umana del corpo. 

Anche la partecipazione alla vita dei social riflette questa compenetrazione. Non si tratta di guardare un programma imposto da un palinsesto, ma di formare il proprio palinsesto personale non solo nella scelta di ciò che voglio vedere, ma nella possibilità inedita di proporsi come assoluti protagonisti sulla scena. La distinzione rigida imposta dalla tv tra il messaggio offerto dallo schermo e il suo fruitore viene così sovvertita. Lo schermo non è più un confine rigido che separa, ma è stato radicalmente traumatizzato: gli attori e i protagonisti della scena sono divenuti milioni. 

Lo schermo ha perso la sua centralità verticale per disseminarsi orizzontalmente. 

E lo stesso accade per la scrittura. Era ciò che sollevava la rassegnazione malinconica di Umberto Eco quando constatava con amarezza la quantità di imbecilli che la rete avrebbe autorizzato a scrivere. Anche in questo caso il confine tra il lettore e lo scrittore è stato frantumato: sui social chiunque può scrivere di qualunque cosa. In questo senso, diversamente da ciò che accadeva con lo spettatore ipnotizzato dalla tv, i social si fondano sulla valorizzazione estrema dell’interazione.

Esibirsi per celebrarsi

Essa non assume solo la forma della manifestazione del like o dell’avversione, ma soprattutto quella dell’esibizione del proprio corpo e del proprio pensiero senza censure. Ma la psicoanalisi avverte che quando i confini simbolici vengono meno c’è sempre il rischio della caduta catastrofica nell’indifferenziazione. 

È la faccia oscura della democratizzazione introdotta dai social. È questo il cuore di ogni populismo, compreso quello mediatico. L’autorizzazione data a tutti di parlare di tutto — l’uno uguale a uno — non solo produce effetti di pericolosa mistificazione — pensiamo ai danni di coloro che sui social si esprimono senza titoli su malattie o su cure mediche — ma attiva potentemente dinamiche aggressivo-invidiose. Mentre la televisione spegneva il senso critico esercitando una funzione di controllo biopolitico, l’uso collettivo dei social sembra esasperarlo abnormemente a tal punto da legittimare il suo palese e sconcertante sconfinamento nell’odio invidioso quando non addirittura nell’incitazione aperta alla violenza. 

Surriscaldamento pulsionale

È il surriscaldamento pulsionale che lo schermo dei social genera in continuazione e di cui sono eloquenti manifestazioni la contraffazione sistematica della verità, la brutalità degli insulti, le campagne individuali o collettive di diffamazione che possono portare i soggetti più giovani o fragili anche a comportamenti autolesivi gravi. Non a caso per la psicoanalisi il luogo per eccellenza dell’indifferenziazione è quello dell’incesto dove il confine simbolico della differenza generazionale scompare e dove, soprattutto, la passione smarrisce il suo limite divenendo non più passione per la vita ma passione per la morte. Non a caso figli e genitori tendono a comportarsi allo stesso modo nell’uso violento dei social. Adulti che si comportano stupidamente come adolescenti e adolescenti che manifestano la stessa stupida violenza che anima il mondo degli adulti. 

 La Repubblica


 

 

mercoledì 30 agosto 2023

SCHADENFREUDE

 
Le persone stanno diventando 

sempre meno empatiche?

Schadenfreude è quando ci si compiace delle disgrazie altrui. Gli esperti spiegano quali sono i fattori che potrebbero portare a un deficit di empatia che interessa ampie porzioni della popolazione.

 

-         di DARYL AUSTIN

La Schadenfreude, ovvero il compiacersi per le disgrazie altrui, è un sentimento comune di questi tempi. Gli esperti indicano i tre fattori che oggi più frequentemente possono alimentare questa emozione in ampi gruppi di persone.

Quando una commerciante d’arte di Manhattan mostrò interesse per la sua arte, Paul Weiner pensò che la sua carriera fosse finalmente a un punto di svolta. Quando l’influente gallerista lo scoprì su Instagram, l’artista attraversava un periodo di difficoltà, e faticava a sopravvivere a Brooklyn. “All’inizio pensavo che fosse interessata al mio lavoro”, racconta Weiner, “ma non c’è voluto molto perché le sue intenzioni diventassero evidenti”. Poco dopo che avevano iniziato a parlare, l’attenzione della gallerista si è spostata dall’arte di Weiner al fatto che non poteva permettersi di comprare i colori o di pagare un necessario intervento del dentista. “Si compiaceva della mia miseria”, afferma Weiner, “voleva sentire sempre più aneddoti sulle mie difficoltà”.

Anche se all’epoca non sapeva come chiamarlo, Weiner era vittima della cosiddetta Schadenfreude, un termine che in tedesco descrive il sentimento per cui si prova piacere per le disgrazie altrui.

Non è un sentimento nuovo. Un vecchio detto giapponese, ad esempio, recita: “La sfortuna degli altri ha il sapore del miele”, e il filosofo del XIX secolo Friedrich Nietzsche affermò: “Vedere gli altri soffrire fa bene”. Secondo i ricercatori delle università Johns Hopkins, Columbia, Berkeley Haas e Harvard, al giorno d’oggi sono tre i fattori che scatenano questa emozione con maggiore frequenza in ampie fasce della popolazione. Tra questi, il surplus di lavoratori d’élite (un tema trattato da The Atlantic il mese scorso), le reazioni personali alla pandemia e l’uso sfrenato dei social media.

“La Schadenfreude esiste da sempre, ma aumenta o diminuisce a seconda della prevalenza delle emozioni che la innescano nelle persone”, afferma Silvia Montiglio, docente alla Johns Hopkins University e studiosa di Schadenfreude.

Tali emozioni sono spesso radicate in un senso di ingiustizia, superiorità morale, invidia o nel concetto per cui qualcuno “si merita” ciò che gli capita, spiega Montiglio. E così succede che sorridiamo quando il collega che ci sta antipatico viene rimproverato dal capo o quando vediamo che l’auto sportiva che ci ha appena superato di gran carriera viene fermata dalla polizia. La Schadenfreude è anche il motivo per cui gran parte del mondo ha sogghignato e condiviso meme quando il sommergibile Titan è scomparso il mese scorso, prima di scoprire che i suoi quattro ricchi passeggeri erano morti. “Le gerarchie sociali da tempo creano un terreno fertile per la Schadenfreude”, afferma Montiglio.

Poche posizioni adeguate per lavoratori qualificati

Una ricerca pubblicata di recente mostra che il “confronto con chi sta meglio”, spesso tra poveri e ricchi, comunemente contribuisce a generare il sentimento di Schadenfreude. Ma accade anche che a provare questa emozione siano più frequentemente le persone della stessa condizione sociale. In un articolo pubblicato sul The Atlantic, Peter Turchin, ricercatore dell’Università di Oxford, ha recentemente definito la “sovrapproduzione di lavoratori d’élite” come un fenomeno che si verifica “quando una società produce troppe persone super-ricche e molto istruite e non abbastanza posizioni adeguate per soddisfare le loro ambizioni”. Il ricercatore sostiene che questo sia uno dei due fattori che hanno portato più di una società al collasso nel corso della storia, e afferma che questa dinamica si sta ripresentando nel nostro tempo.

Montiglio concorda sul fatto che la Schadenfreude sia più diffusa oggi, e descrive l’attuale mercato del lavoro avanzato come più competitivo di qualsiasi altro abbia mai sperimentato prima. La docente afferma che questo fa sì che chi ne fa parte intimamente si rallegri quando un collega viene scartato per una posizione o una promozione perché ciò significa che aumentano le proprie probabilità di avanzamento.

Diverse reazioni alla pandemia globale

Oltre all’elevata domanda per un numero limitato di posizioni lavorative, un’altra ragione per cui la Schadenfreude viene percepita più di frequente ha a che fare con la pandemia. “La pandemia ha creato una tempesta perfetta di superiorità morale, atteggiamenti di vanto e una malattia che causa danni e disgrazie gravi”, afferma Montiglio. In effetti, è probabile che la Schadenfreude sia alla base di gran parte dei casi di derisione e stigmatizzazione a cui tutto il mondo ha assistito quando le persone che non si sono vaccinate hanno contratto il COVID o quando coloro che si sono attenuti alle raccomandazioni si sono ammalati comunque.Julia Garcia, madre di due figli di San Jose, in California, ha vissuto in prima persona questi sentimenti, quando suo cugino si è ammalato di coronavirus. “Era stato così presuntuoso nelle sue affermazioni su Facebook, dicendo che non aveva bisogno del vaccino”, racconta. Aveva preso in giro i membri della nostra famiglia che avevano fatto il vaccino, e sosteneva che tutta la questione del virus era stata ingigantita dai media. “Quando alla fine si è ammalato, la cosa mi ha fatto in un certo senso piacere”, spiega Garcia. “Solo quando si è ammalato gravemente ed è finito in ospedale, mi sono sentita pentita di quella reazione”.

 Oltre alla pandemia, Garcia fa una riflessione su quello che probabilmente è l’ambito in cui maggiormente viene alimentata la Schadenfreude: i social media.

Social media e Schadenfreude

Colin Leach, psicologo della Columbia University e autore di ricerche sulla Schadenfreude, sostiene che il piacere della Schadenfreude si intensifica quando il sentimento è provato nei confronti di qualcuno che non ci piace e aggiunge che i social media spesso favoriscono l’esternazione di queste emozioni.

I social media sono anche il contesto in cui spesso si fanno paragoni e proliferano le invidie. “L’invidia alimenta la Schadenfreude più di qualsiasi altra emozione”, afferma Montiglio. Inoltre, molte persone leggono le notizie e si informano sui social media, ed è lì che, come mostrano le ricerche, in molti vengono a sapere di disgrazie altrui, che si tratti del mancato successo di una celebrità o del divorzio dei vicini.

A volte, nei social media la Schadenfreude viene usata per manipolare l’ideologia degli utenti, spesso in ambito politico. “Provocare i liberali” è uno slogan (usato da alcuni conservatori negli Stati Uniti) concepito per coltivare la Schadenfreude”, afferma Susanna Siegel, docente di filosofia all’Università di Harvard.

I tentativi politici di strumentalizzare la Schadenfreude e di sfruttare le ideologie in questo modo sono spesso efficaci perché la Schadenfreude può rendere emotivamente più gratificante vedere qualcuno dell’altro schieramento fallire, che la propria squadra avere successo. “Ritengo che si siano verificati fenomeni di questo tipo durante le elezioni del 2020”, afferma Sa-kiera Hudson, docente assistente presso l’Università della California a Berkeley Haas, che ha pubblicato una ricerca a supporto di questa teoria. “Le persone possono sentirsi più motivate dalla possibilità di danneggiare i propri avversari che da quella di aiutare i propri alleati”, spiega.

Non lasciare che la Schadenfreude prenda il sopravvento

Ma la Schadenfreude non solo ha un effetto negativo sulle divisioni crescenti all’interno della società, il più delle volte danneggia a livello individuale chi prova questo sentimento. Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer una volta ha definito la Schadenfreude “un segno distintivo di un cuore completamente cattivo”; e anche se questa associazione è forse un po’ eccessiva, considerando che tutti proviamo questo sentimento in una certa misura di tanto in tanto, la Schadenfreude non è certo una virtù.

“Essenzialmente, la Schadenfreude è una malevola noncuranza per l’umanità altrui”, afferma Leach. Un antidoto per curarla è mettersi nei panni degli altri. “La reazione più benevola alle disgrazie altrui è la simpatia, che può derivare dall’empatia”, spiega Leach. Hudson concorda, e consiglia di evitare qualsiasi persona o luogo che strumentalizzi le emozioni, spinga a fare paragoni sociali o proponga una visione basata sul contrasto e la contrapposizione. “Coltivate un’atmosfera in cui tutti abbiano dei benefici e la Schadenfreude avrà meno modo di attecchire”, afferma.

Per le persone che si accorgono di provare Schadenfreude e vogliono liberarsene, Leach suggerisce di riconoscere che questa emozione è spesso alimentata dal proprio senso di inadeguatezza, “quindi può essere utile disgiungere i sentimenti che proviamo per noi stessi da quelli che proviamo per la fortuna di altri”, spiega, consigliando inoltre di mettere in discussione qualsiasi convinzione personale sul fatto che una persona colpita dalla sfortuna “se la sia cercata” o se la sia meritata. “Prima di affermare che una disgrazia è giusta, dobbiamo essere sicuri che lo sia davvero, e non solo in base a una nostra soddisfazione cinica per la sventura altrui”, afferma Leach.

E se questi passi sono troppo difficili, Siegel consiglia almeno di tenere per sé la propria felicità per le disgrazie degli altri. “Se vi sentite in conflitto con la vostra Schadenfreude, è un buon segno”, dice. “È la celebrazione smisurata del dolore altrui che si colloca a livello della crudeltà”.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in lingua inglese su nationalgeographic.com.

venerdì 1 aprile 2022

L'IDENTITA' DELL'INVIDIA


CAPIRE L'INVIDIA

 

-         di MAURIZIO SCHOEPFLIN

 Per comprendere l’intento che ha spinto Gualtiero Lorini a scrivere il non facile volumetto Elogio dell’invidia (Carocci, pagine 104, euro 12) può essere opportuno partire dalla seguente domanda: perché consideriamo positivamente l’atteggiamento dell’allievo che ammira il maestro e cerca di emularlo, mentre, al contrario, lo consideriamo negativamente se ne 'invidia' la bravura? Che cosa distingue in maniera così netta i due stati d’animo, tanto da richiedere di essere giudicati in maniera così radicalmente diversa? Il lavoro di Lorini, che si muove tra metafisica, fenomenologia e antropologia, si presenta proprio con lo scopo di indagare a fondo l’identità dell’invidia, in modo da non confonderla con altre inclinazioni quali la gelosia, la disapprovazione o la malevolenza.

La prima fondamentale acquisizione che l’autore raggiunge consiste nella certezza che l’invidia «si sottrae a una definizione univoca in virtù della sua natura dinamica», che «deriva dalla frizione tra l’autorappresentazione che ciascuno inevitabilmente opera nel momento in cui è cosciente di sé e la realtà esterna con la quale non sempre tale autorappresentazione si trova in perfetta armonia. Da questo disaccordo scaturiscono quelle manifestazioni, rivolte solitamente alle persone più vicine, che vengono rubricate come 'invidia' e che in realtà sono solo reazioni allo scontro fra la rappresentazione del proprio mondo e l’esperienza di quello reale».

A Lorini, ricercatore in Filosofia teoretica presso la Cattolica di Milano, preme collocarsi nella posizione dell’indagatore che non è interessato a emettere giudizi morali, ma a comprendere le strutture esistenziali che precedono le azioni e i comportamenti. Dopo che, però, sant’Agostino ha definito l’invidia «il peccato diabolico per eccellenza» e san Gregorio Magno ha affermato che «dall’invidia nascono l’odio, la maldicenza, la calunnia, la gioia causata dalla sventura del prossimo e il dispiacere causato dalla sua fortuna», è ancora possibile tessere un elogio di questo sentimento?

A questo proposito, in un’intervista rilasciata al sito Letture.org, Lorini afferma che il titolo del suo saggio deve essere inteso in senso provocatorio, in quanto ciò che egli prende in esame non è il vizio «condannato unanimemente sul piano etico», bensì «quella disposizione eticamente neutra, ma antropologicamente strutturante, che ci porta a diventare noi stessi in virtù di un ineludibile confronto con l’altro». Convinto che sia necessario risemantizzare il termine invidia, l’autore sostiene: «Io cerco di sottrarlo all’ambito etico che valuta intenzioni e azioni, e lo colloco in una dimensione esistenziale, preriflessiva, matrice di condotte che vanno ben al di là di quelle che l’etica condanna come viziose».

 www.avvenire.it

 

sabato 29 giugno 2019

PIETRO E PAOLO: UNA DIVERSITA' CHE SI FA DONO E RICCHEZZA PER CIASCUNO E PER LA COMUNITA'

Papa Francesco: " ...... La mia Chiesa. Non lo diciamo con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo. Non per differenziarci dagli altri, ma per imparare la bellezza di stare con gli altri, perché Gesù ci vuole uniti e aperti. La Chiesa, infatti, non è “mia” perché risponde al mio io, alle mie voglie, ma perché io vi riversi il mio affetto. 
È mia perché me ne prenda cura, perché, come gli Apostoli nell’icona, anch’io la sorregga. Come? Con l’amore fraterno. Col nostro amore fraterno possiamo dire: la mia Chiesa.

In un’icona i Santi Pietro e Paolo sono ritratti mentre si stringono a vicenda in un abbraccio. Fra loro erano molto diversi: un pescatore e un fariseo con esperienze di vita, caratteri, modi di fare e sensibilità alquanto differenti. Non mancarono tra loro opinioni contrastanti e dibattiti franchi (cfr Gal 2,11 ss.). 
Ma quello che li univa era infinitamente più grande: Gesù era il Signore di entrambi, insieme dicevano “mio Signore” a Colui che dice “mia Chiesa”. Fratelli nella fede, ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa. In questa festa, che unisce due Apostoli tanto diversi, sarebbe bello che anche ognuno di noi dica: “Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono per la mia Chiesa”. 
Siamo diversi ma questo ci arricchisce, è la fratellanza. Fa bene apprezzare le qualità altrui, riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie. 
L’invidia! L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto sul cuore. Gli invidiosi hanno uno sguardo amaro. Tante volte, quando uno trova un invidioso, viene voglia di domandare: ma con che ha fatto colazione oggi, col caffelatte o con l’aceto? Perché l’invidia è amara. Rende amara la vita. 
Quant’è bello invece sapere che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore. 
Ci apparteniamo gli uni gli altri e questo è splendido, dire: la nostra Chiesa! Fratellanza..... "



venerdì 23 gennaio 2015

INVIDIA . il peggiore tabù!

INVIDIA
Il peggiore dei tabù

Intervista
Parla lo psichiatra Capodieci: «È la più inconfessabile delle emozioni. In un certo senso siamo tutti invidiosi, fa parte della nostra struttura mentale»
Lo studioso ha pubblicato un curioso saggio su re Salomone «Alla base c’è un’insufficiente capacità di discernimento L’umiltà, insegnano le Scritture, è un valido antidoto»

Nessuno tocchi Caino. Perché se fu il primo a esserne accecato, è anche vero che il tarlo dell’invidia, per quanto sia dura ammetterlo, è più vicino di quanto pensiamo. «In un certo senso siamo tutti invidiosi. Fa parte della struttura mentale dell’uomo», spiega Salvatore Capodieci, psichiatra e psicoterapeuta, autore di un curioso saggio su Re Salomone e il fenomeno dell’invidia (Lup, pagine 162, euro 16). Un vademecum per vederci chiaro, visto che l’invidia tende a deformare la realtà offuscandola (dal latino invidere, guardare di traverso, in senso negativo). Difatti avendo usato male i loro occhi in vita Dante per contrappasso ritrae crudamente gli invidiosi con le palpebre cucite da un filo di ferro. E il graffiante G.K.Chesterton ammoniva: «L’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione».

Professore è davvero così difficile non essere invidiosi?
«L’invidia rappresenta un fenomeno diffuso che può riguardare chiunque si trovi in una situazione di confronto con altri. La sua complessità è correlata al fatto che le stesse persone invidiose non sempre ne sono consapevoli e, talvolta, sono le ultime a rendersi conto che il loro atteggiamento può essere attribuito a motivazione legate all’invidia».

Ma da che cosa si riconosce l’invidioso? ......

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