giovedì 17 gennaio 2019

ALTA FORMAZIONE PER DIRIGENTI E DOCENTI

AIMC / UNIVERSITÀ “FEDERICO II” di NAPOLI
Corsi di Alta Formazione -A.A. 2018/2019

Sono pubblicati il bando e gli allegati di ciascuno dei quattro Corsi di Alta Formazione che l’AIMC indice, di concerto con il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nell'ambito dell’Accordo Quadro e dell’Accordo Attuativo del 28 dicembre 2018,
nell’A.A 2018/19 sui temi:

- “Cittadinanza attiva e legalità ”;
- “Educazione alla cultura economica ”;
- “Inclusione scolastica e sociale ”;
- “Leadership per la promozione del successo
formativo ”.

I corsi intendono proporre approfondimenti rispettivamente sui temi:
- società come luogo di attivazione di cittadinanza democratica e di promozione della legalità, nonché formare i cittadini italiani che siano allo stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo, stimolando lo sviluppo nell’uomo-cittadino dell’etica della responsabilità, del senso della legalità e dell’appartenenza a una comunità residente in un determinato territorio;
- principali concetti dell’economia politica così come sono approfonditi nel dibattito fra gli studiosi.
Saranno in particolare esaminati i temi della disoccupazione, dell’inflazione, del debito e deficit pubblico, dello sviluppo economico e della sua sostenibilità sociale, economica e ambientale;
- inclusione sociale con particolare attenzione all’inclusione scolastica e alla sua centralità per la costruzione di città-inclusive. Il percorso formativo sarà concentrato particolarmente sulle cause economiche, sociali e istituzionali dell’esclusione e sull’analisi delle politiche di inclusione con lo studio di buone prassi sia in ambito scolastico che sociale;
- importanza della leadership quale leva strategica dell’organizzazione e del management. Far acquisire o accrescere nei partecipanti gli strumenti di leadership per un’ efficace gestione del contesto lavorativo. Lavorare sulla leadership efficace che è dinamica, innovativa, richiede uno stile che ispiri, motivi, influenzi, sviluppi sia i risultati presenti sia quelli futuri. Aiutare i partecipanti a trovare in se stessi le qualità del leader . Individuare i comportamenti di leadership più efficaci nelle diverse situazioni gestionali (leadership situazionale). 
I corsi seguiranno un percorso altamente professionale, atto a fornire un aggiornamento di elevato profilo. 
Sono previste 60 ore circa, di cui 30 dedicate all'attività formativa in aula, 10 dedicate all'attività formativa e-learning e 20 di laboratori tematici, studi di casi specifici e consegna dell’elaborato finale.
L’attività didattica in aula si svolgerà presumibilmente un giorno ogni due settimane presso i locali del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” mentre l’attività formativa e-learning si svolgerà attraverso la piattaforma http://www.aimc.it/online/
La frequenza è obbligatoria. 
I corsi si concluderanno entro il 10 giugno 2019.
Per il conseguimento dell’attestato finale è necessario aver frequentato completamente l’intero percorso didattico del corso e superato la prova finale.
Il numero minimo per l’attivazione dei corsi è di 25 (venticinque) iscritti.
I bandi di concorso e relative graduatorie sono pubblicati presso il Dipartimento di Scienze Politiche in Via L. Rodinò, 22 e V ia Mezzocannone, 4 - 80138 Napoli nonché attraverso i siti del Dipartimento www .scienzepolitiche.unina.it e dell’ AIMC www .aimc.it.

Ecco i corsi:

CITTADINANZA ATTIVA E LEGALITÀ

EDUCAZIONE ALLA CULTURA ECONOMICA

INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE

LEADERSHIP PER LA PROMOZIONE DEL SUCCESSO FORMATIVO









martedì 15 gennaio 2019

RAPPORTO ISTAT - CRESCE L'ABBANDONO SCOLASTICO



L’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat evidenzia che il trend di abbandono scolastico in Italia è in crescita! Nel 2017, infatti, i giovani di 18-24 anni che non sono inclusi nel sistema di istruzione e formazione e possiedono al più la licenza media sono aumentati, arrivando in un anno all’11,3% contro il 10,6% del 2016 (www.istat.it), sono il 21,2% in Sardegna e il 20,9% in Sicilia; in altre regioni, invece, la percentuale di giovani che abbandona è inferiore al valore medio europeo: in Abruzzo (7,4%), provincia di Trento (7,8%), Umbria (9,3%), Emilia-Romagna (9,9%), Marche (10,1%), Friuli-Venezia Giulia (10,3%) e Veneto (10,5%).



lunedì 14 gennaio 2019

BASSETTI: NON DIVIDERSI SU POVERI E MIGRANTI. L'ITALIA SIA RESPONSABILE

Il Presidente Cei apre il Consiglio permanente: il ruolo del nostro Paese nel Mediterraneo è indicato da «posizione geografica, storia e cultura». 

Posizione geografica, storia e cultura dell’Italia «ci affidano una responsabilità nel Mediterraneo». Su poveri e migranti non ci si può dividere. E neanche «agire per approssimazione». Lo afferma il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, aprendo il Consiglio permanente, che si svolge da oggi a mercoledì 16 gennaio a Roma. Il Porporato coglie l’occasione per ringraziare gli abitanti di Torre di Melissa per la loro solidarietà e accoglienza nei confronti «di quei profughi abbandonati in balìa delle onde».
Nell’introduzione Bassetti mette esordisce ricordando che la Chiesa è chiamata a «interpretare questo tempo, attraversato da venti che disperdono, provocando in molti confusione e smarrimento, ripiegamento e chiusura».
Il Cardinale dice di essere «anziano» e il primo a sentirsi «a volte inadeguato, ma intuisco che in questo contesto dobbiamo – a maggior ragione – impegnarci a lavorare meglio, appassionati e concentrati sull’essenziale».
Se la confusione è «grande, non dobbiamo essere noi ad aumentarla; se ci sentiamo provocati o criticati, dobbiamo cercare di capirne le ragioni; se siamo ignorati, dobbiamo tornare a bussare con rispetto e convinzione; se veniamo tirati per la giacca, dobbiamo riflettere prima di acconsentire e fare».
Le sue paure non sono legate alle difficoltà, bensì allo «scoraggiamento» e alla «sfiducia, che costituiscono il terreno sul quale il male attecchisce e cresce. Temo l’indifferenza con cui il male si impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia. Temo l’astuzia che si serve dell’ignoranza. Temo la vanità che avvelena gli arrivisti. Temo l’orizzonte angusto dei luoghi comuni, delle risposte frettolose, dei richiami gridati».
Il Presidente della Conferenza episcopale italiana evidenzia: «Il male ama l’ordine fine a se stesso, la potenza, la ricchezza; lo Spirito, invece, è fuoco, è libertà vigile, è sorpresa e incontro. Il male invecchia, arrabbiato e stanco; il bene è una giovane primavera».
Poi precisa che «la relazione cristiana non è un galateo o una lezione di buone maniere, bensì una disposizione del cuore e della mente, una scoperta di quanto sia possibile affrontare anche i problemi più impegnativi quando si ha amore».
Così, quando «il popolo è confuso, il modo migliore per rispondere al nostro dovere non è quello di proporre facili rassicurazioni, lasciando capire che poi tutto s’aggiusta o che, comunque, altri sono quelli che devono pensarci. Siamo chiamati, piuttosto, a saperci confrontare con franchezza e ad assumere con determinazione le scelte necessarie, così da essere non solo più efficienti, ma soprattutto più chiari e uniti».
Bassetti esorta: «Le nostre decisioni devono seguire un metodo, supportato da un’idea forte e da continue verifiche, da un luogo di elaborazione culturale che non sia semplicemente una vetrina per proporre se stessi». Serve «metodo anche per utilizzare al meglio le risorse materiali e finanziarie che i cittadini e i fedeli mettono a disposizione della Chiesa; ci serve metodo per interagire con le Istituzioni, in modo distinto e collaborativo; ci serve metodo per guardare avanti con fiducia e impegno».
Non basta rincorrere «l’attualità con comunicati e interviste; non possiamo perdere la capacità di costruire autonomamente la nostra agenda, aperti a ciò che accade – a partire dalle emergenze che bussano ogni giorno alla porta – ma fedeli a un nostro programma pastorale, che è poi il Vangelo».
Alla Chiesa occorre ripartire dallo stile «sinodale», vivendolo «sul campo, tra la gente, per consigliare, sostenere, consolare».
L’obiettivo del Prelato è «arrivare all’Assemblea di maggio con un progetto condiviso, così che si possa dire: la Chiesa italiana non si lamenta, ma si prepara a fare di più e meglio. Vorrei che sapessimo mostrare al Paese che noi cattolici non disertiamo le sfide impegnative di questo nostro tempo, convinti come siamo che possono essere affrontate e superate».
L’introduzione termina con un duplice ringraziamento e un appello.
Il primo «grazie lo rivolgo agli abitanti di Torre di Melissa. Mentre sul migrante e sulla persona fragile stentiamo perfino a confrontarci con serenità, pronti come siamo a scaricare su di loro un malcontento sociale che – come sostiene Papa Francesco – “enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza”, la piccola comunità sulla costa crotonese ha scritto una pagina di segno contrario». La racconta: «A fronte di quella cinquantina di profughi abbandonati in balìa delle onde, sindaco, forze dell’ordine, volontari e semplici cittadini hanno saputo esprimere una solidarietà corale». Ecco che «sui poveri non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione: la stessa posizione geografica del nostro Paese e, ancor più, la nostra storia e la nostra cultura, ci affidano una responsabilità nel Mediterraneo come in Europa».
Il secondo attestato di riconoscenza lo rivolge «a quanti – non da ultimo le testate giornalistiche – si sono adoperati per evitare il raddoppio della tassazione sugli enti che svolgono attività non profit. Come ha sottolineato il Presidente del Consiglio, il mondo del Terzo settore riveste nella società italiana un ruolo determinante». A sua volta, aggiunge che «questa sua centralità vive di valori e progetti, è spazio educativo e formativo all’insegna della gratuità e del servizio; è spazio di impegno civile, teso alla costruzione del bene comune».
E sempre di più c’è necessità «di questa società civile organizzata, c’è bisogno dei corpi intermedi, di quella sussidiarietà che risponde alle povertà e ai bisogni con la forza dell’esperienza e della creatività, della professionalità e delle buone relazioni».
Per Bassetti è «l’orizzonte su cui il 18 gennaio di cent’anni fa don Luigi Sturzo fondava il Partito Popolare Italiano, con l’attenzione a coniugare l’integralità del Cristianesimo con il rispetto della laicità della politica, anche per evitare – come diceva lo stesso Sturzo – che “la religione venga compromessa in agitazioni politiche e in ire di parte”».
E l’appello «va in questa medesima direzione: governare il Paese significa servirlo e curarlo come se lo si dovesse riconsegnare in ogni momento. Ai “liberi e forti” di oggi dico: lavorate insieme per l’unità del Paese, fate rete, condividete esperienza e innovazione».
Assicura infine che «come Chiesa faremo la nostra parte con pazienza e coraggio, senza cercare interessi di bottega».
Nel corso del pomeriggio piena soddisfazione viene espressa dal Presidente Cei per la decisione del Governo di evitare il raddoppio della tassazione sugli enti che svolgono attività non profit. 


sabato 12 gennaio 2019

LA TENEREZZA DEL PADRE DISSOLVE OGNI PAURA

Dal Vangelo secondo Luca     
 Lc 3, 15-16. 21-22

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Commento di don Fabio Rosini
 Il racconto di Luca del Battesimo di Gesù parte da un pensiero del cuore del popolo in attesa: «Forse Giovanni Battista è il Messia?». Uno come il Battista quadra con gli schemi umani: una persona seria, esigente, che sa richiamare le coscienze distratte, uno che sa rimproverare. Ma lui risponde: «Io sono solo acqua, deve arrivare lo Spirito di Dio, il suo fuoco». Un altro paio di maniche. Cosa sarà mai? Sarà un dono più grande delle attese: il cuore degli uomini non arriva a pensare che Dio regali la cosa a cui tiene di più. Come scoprire che qualcuno ci ha donato quello che gli sta a cuore più di qualsiasi cosa. Capiamo chi siamo agli occhi di quella persona, scopriamo di contare tanto per costui – se mai una cosa simile ci è successa.
Dio non sta dicendo o chiedendo qualcosa, ma ha aperto lo scrigno e ha regalato la cosa più bella per Lui, il motivo della sua gioia. «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». E così scopriamo anche che esiste un “compiacimento” di Dio, e questo è uno sguardo oltre il velo dei segreti divini, dritti dritti nella vita intima di Dio: ha un ‹figlio che lo riempie di gioia.
È Padre – cosa tutt’altro che immediata per la mente umana – e soprattutto è tanto felice di esserlo. Si potrebbe dire che questa è la festa della paternità di Dio.
In una intervista recente mi è stato chiesto cosa vorrei che fosse inciso nella scatola nera dell’umanità, se tutti gli altri messaggi andassero persi, in una frase che esprimesse quel che veramente conta; ho risposto: «Dio è nostro Padre». Dubitare della sua paternità è la tragedia dell’umanità, ritrovarlo in Cristo è la nostra via d’uscita dall’autodistruzione e il fondamento dell’amore.
Questa rivelazione, Luca precisa, accade mentre Gesù è in preghiera.
Eravamo partiti dai pensieri del cuore del popolo per poi avere uno squarcio di luce sul cuore di Dio Padre, e arriviamo al cuore della preghiera di Gesù, ascoltando quel che gli è detto in questa preghiera: il Padre parla direttamente a Lui dicendogli che è Figlio amato e fonte di gioia.
Ma lo sente pure il popolo, perché questo è destinato anche a noi, perché lo Spirito Santo che ora aleggia su di Lui, a noi sarà donato dopo la sua risurrezione.
Il nostro stesso Battesimo è illuminato da questa festa ed è il sigillo sacramentale che ci offre un’identità intessuta dei pensieri e dei sentimenti di Cristo.
Sapere di essere figli per il Padre celeste, e percepire la Sua tenerezza è il contenuto esistenziale del Battesimo e il dono della preghiera. Questo è quel che c’è veramente da sapere di noi stessi e del prossimo, e da questo sentimento ogni solitudine può terminare e ogni paura può essere dissolta.
Abbiamo tutti bisogno che il Padre celeste ci invii il suo Spirito, che aleggi anche su di noi come nelle acque della creazione, per farci ricominciare mille volte dal Suo affetto e avere il senso della preziosità della nostra vita, e l’importanza dell’esistenza di chi ci circonda.



LA GRANDE NOTTE DELLA VIOLENZA


QUANDO LA VIOLENZA
 DIVENTA STILE DI VITA 

La violenza è dentro di noi, nel nostro rapporto sbagliato con la realtà. Per vincerla dobbiamo cambiare non solo gli altri, ma anche noi stessi, rimettendo in discussione le categorie entro cui siamo stati educati e dentro cui stanno crescendo i nostri figli.

di Giuseppe Savagnone* 

C’è un nesso profondo, malgrado le apparenze, tra due fatti così diversi come il titolo di un giornale e un fatto di cronaca collegato al mondo dello sport.
Il titolo è quello apparso in questi giorni sul quotidiano «Libero»: «Comandano i terroni», riferito al fatto che il presidente della Repubblica, il presidente della Camera e il presidente del Consiglio sono meridionali.
Il fatto sono i recenti tragici eventi che hanno visto due opposte tifoserie ingaggiare una vera e propria battaglia – purtroppo qualcuno ci ha anche perso la vita – alla fine della partita fra Inter e Napoli. Ciò che li accomuna è l’assurgere della violenza a stile abituale dei rapporti umani.
La violenza, sia chiaro, c’è sempre stata. Non sono le sue perverse manifestazioni a costituire la novità. Ma fino a poco tempo fa essa era percepita e vissuta come una patologia, un’eccezione – anche se purtroppo inesorabilmente ricorrente – alle regole della quotidiana convivenza, e, come tutte le patologie, veniva circoscritta a situazioni di emergenza, di cui il caso più tipico era quello della guerra.
Ormai, invece, in modo sempre più vistoso, essa tende ad inquinare ambiti che tradizionalmente ne erano immuni, trasformandosi, da dramma imprevedibile e relativamente raro, in un fattore di cui ormai bisogna tenere conto nelle più diverse espressioni della vita “normale”.
La violenza nei servizi pubblici: istruzione e sanità
Emblematico il suo irrompere in due settori che finora ne erano stati immuni, quello della scuola e quello degli ospedali. Fino a ieri era impensabile che un genitore, per reagire a un rimprovero fatto al figlio, si recasse in classe per picchiare l’insegnante.
Così come lo era che il medico di una struttura sanitaria venisse aggredito e ferito dai parenti di un malato, inferociti per la morte del congiunto. Ormai ci sono professori e dottori che considerano il loro un lavoro rischioso e prendono in considerazione l’ipotesi di frequentare corsi di autodifesa personale…
Per restare nel mondo della scuola, anche il fenomeno del bullismo c’è sempre stato, ma, secondo l’Istat, esso sta diffondendosi sempre di più, soprattutto tra gli adolescenti, assumendo anche forme nuove e più perverse, come nel caso in cui le sopraffazioni umilianti inflitte alla vittima vengano filmate con gli smartphone dai compagni e immesse nel web.
Quello che dovrebbe essere l’ambiente di una maturazione morale e civile delle nuove generazioni – la scuola –, diventa così, piuttosto, teatro di violenze, ancora più impressionanti per la giovane età di chi le pratica e di chi le subisce.
Perché la violenza sfigura non solo chi ne è oggetto, ma anche chi la pratica.
Gli stadi, l’informazione, i social
Della violenza negli stadi abbiamo già accennato. Anche quella, come il bullismo, c’è sempre stata, ma è in impressionante aumento.
E non si limita agli scontri tra tifosi, ma si manifesta con ululati, cori e striscioni razzisti che perseguitano chi ha un diverso colore della pelle o anche, semplicemente, i giocatori delle squadre del Sud.
Il fenomeno non riguarda solo la serie A, ma arriva a coinvolgere i campionati dilettantistici e giovanili. Ancora una volta i giovani finiscono per essere educati dalla violenza e alla violenza…
E poi – ma forse dovrei dire “prima” – c’è lo stile dei social e di certi giornali, come quello che abbiamo citato all’inizio. Qui la violenza è nel linguaggio, a volte anche nelle immagini, usate come armi. L’insulto alle persone, l’offesa alle istituzioni, vengono confusi con libertà di espressione, un diritto senza corrispondenti doveri.
La degenerazione del conflitto politico
Dulcis in fundo, la politica. A chi ha poca memoria ricordo che dobbiamo soprattutto alla Lega (allora si chiamava Lega Nord) l’imbarbarimento degli stili.
Ricordate quando Bossi dichiarò che del tricolore poteva servirsi solo per pulirsi il sedere? C’erano state, nel nostro Paese, posizioni sovversive di ogni genere, c’era stata la violenza inaudita delle Brigate Rosse, ma erano state unanimemente condannate e considerate incompatibili con la logica del dibattito democratico.
Col linguaggio dei leghisti la violenza vi entrò a pieno titolo. Su questa linea è la liquidazione sprezzante dei meridionali come «terroni» e dei migranti come «una massa di nullafacenti o delinquenti», per citare testualmente discorsi di Salvini.
In realtà i leghisti non sono stati gli unici a operare questo sdoganamento del linguaggio violento. Vi ricordate il V-Day (abbreviazione di Vaffanculo-Day) promosso da Grillo nel 2007?
La Seconda Repubblica ha visto dilagare, da parte di tutti contro tutti, una violenza ideologica direttamente proporzionale all’impoverimento dei contenuti ideali.
In questo modo la battaglia politica si è trasformata in una demonizzazione sistematica degli avversari. “Destra”, “sinistra” non sono esistite più se non nelle accuse reciproche.
Alla fine le reali differenze di idee sono diventate impercettibili – perché non ci sono state più idee –, ed è rimasto solo l’odio.
Eliminare le differenze
Il violento, del resto, non ha bisogno di pensare molto. Sa già che l’altro è un nemico da combattere. Non una persona.
Possono essere i suoi comportamenti a renderlo una minaccia da distruggere. Ma può anche essere il solo fatto che esista in quanto “altro” – come quando si tratta di sostenitori della squadra avversaria, di un ragazzo un po’ goffo, oppure di persone di etnie, culture, regioni diverse.
È questa diversità che già da sola costituisce una provocazione, una sfida. Il violento può accettare solo quelli del suo branco, che sono come lui.
Mi chiedo se questa non sia, in fondo, la logica che sta dietro i processi della nostra società. Se la violenza primordiale non sia – prima di quella degli stadi, o delle scuole, o dei mezzi di comunicazione o della politica – l’omologazione che essa impone con le sue mode, i suoi slogan, i suoi stili di vita, emarginando i “diversi”.
La violenza e la fragilità del sé
Mi chiedo se la violenza da cui tutte le altre scaturiscono non sia il meccanismo della massificazione, per cui alla fine, come dice Martin Heidegger, «ognuno è gli altri e nessuno è se stesso».
E del resto, solo così si può spiegare il crescere esponenziale degli stili violenti non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale.
Questa constatazione – se la si accetta – non sminuisce di un millimetro la responsabilità dei protagonisti delle singole forme di violenza. Essa però può aprire la strada a una diagnosi del fenomeno più profonda e additare una via d’uscita che non consista solo in singole misure – peraltro giuste e urgenti – appropriate ai singoli settori, ma vada al cuore del problema.
«Ritornino i volti!» suonava il titolo di un libro di un noto pensatore italiano, Italo Mancini, pubblicato diversi anni fa, ma più attuale che mai. Ma per ricoprire quello degli altri, è indispensabile riscoprire innanzi tutto il proprio volto. Il violento non riesce relazionarsi con l’altro perché non ha un vero rapporto con se stesso.
Quando gli altri diventano “cose”
Tutto e tutti intorno al violento – tranne il gruppo con cui si identifica – si trasformano in un ostacolo, in una “cosa”, perché egli stesso non ha mai provato a scoprire la propria umanità e cosa voglia dire essere un “io”.
La riduzione dei diversi a categorie univoche – “terroni”, “invasori”, “parassiti” –, la sua incapacità di vedere che ogni persona è unica e irripetibile, nasce dalla sua mancata consapevolezza di essere egli stesso un mistero, irriducibile a qualsiasi categoria.
Da qui la spaventosa semplificazione della realtà – i “nostri”, i “loro” – che gli impedisce di vedere che anche l’altro ha le sue ragioni e che non può essere ridotto a un anonimo bersaglio di gesti o parole che mirano a colpirlo e, se possibile, a distruggerlo.
L’importanza di un rinnovamento culturale
Per superare la logica della violenza sono necessarie sicuramente leggi e svolte politiche adeguate.
Ma se non ci sarà un rinnovamento culturale più profondo, nessuna misura giuridica, nessuna battaglia politica, potrà essere risolutiva.
La violenza è dentro di noi, nel nostro rapporto sbagliato con la realtà, e per vincerla dobbiamo cambiare non solo gli altri, ma anche noi stessi, rimettendo in discussione le categorie entro cui siamo stati educati e dentro cui stanno crescendo i nostri figli.
Senza questa “rivoluzione culturale”, ogni ingenua pretesa di “cambiamento” sarà – come i fatti stanno dimostrando – illusoria, perché non ci farà uscire (anzi ci farà sprofondare sempre di più) nella grande notte della violenza.



PAPA FRANCESCO: I SALESIANI MI HANNO FORMATO AL BELLO E ALLA GIOIA

Nella prefazione al volume dedicato a Evangelii gaudium in chiave salesiana, il Papa ricorda la «misura alta della vita cristiana» che il santo fondatore mise in pratica entrando nella periferia sociale ed esistenziale della Torino dell’800

di PAPA FRANCESCO
Voi salesiani siete fortunati perché il vostro fondatore, Don Bosco, non era un santo dalla faccia da “venerdì santo”, triste, musone... Ma piuttosto da “domenica di Pasqua”. Era sempre gioioso, accogliente, nonostante le mille fatiche e le difficoltà che lo assediavano quotidianamente. Come scrivono nelle Memorie biografiche, «il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli» ( Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco,
volume XII, 41).
Non a caso per lui la santità consisteva nello stare “molto allegri”. Possiamo definirlo quindi un “portatore sano” di quella “gioia del Vangelo” che ha proposto al suo primo grande allievo, San Domenico Savio, e a voi tutti salesiani, come stile autentico e sempre attuale della «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 31). Il suo è stato un messaggio rivoluzionario in un tempo in cui i preti vivevano con distacco la vita del popolo. La «misura alta della vita cristiana» Don Bosco la mette in pratica entrando nella “periferia sociale ed esistenziale” che cresceva nella Torino dell’800, capitale d’Italia e città industriale, che attirava centinaia di ragazzi in cerca di lavoro. Infatti, il “prete dei giovani poveri e abbandonati”, seguendo il consiglio lungimirante del suo maestro san Giuseppe Cafasso, scendeva per le strade, entrava nei cantieri, nelle fabbriche e nelle carceri, e lì trovava ragazzi soli, abbandonati, in balia dei padroni del lavoro, privi di ogni scrupolo. Portava la gioia e la cura del vero educatore a tutti i ragazzi che strappava dalle strade, i quali ritrovavano a Valdocco un’oasi di serenità e il luogo in cui apprendevano ad essere «buoni cristiani e onesti cittadini».
È lo stesso clima di gioia e di famiglia che ho avuto la fortuna di vivere e gustare anche io da ragazzo frequentando la sesta elementare al Colegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles, a Ramos Mejía. I salesiani mi hanno formato alla bellezza, al lavoro e a stare molto allegro e questo è un carisma vostro. Mi hanno aiutato a crescere senza paura, senza ossessioni. Mi hanno aiutato ad andare avanti nella gioia e nella preghiera. Come ebbi occasione di ricordarvi nella visita alla Basilica di Maria Ausiliatrice, il 21 giugno 2015, torno a raccomandarvi i tre amori bianchi di Don Bosco: la Madonna, l’Eucaristia e il Papa. Oggi si parla poco della Madonna con lo stesso amore con cui ne parlava il vostro Santo. Si affidava a Dio pregando la Madonna e quella fiducia in Maria gli dava il coraggio di affrontare sfide e pericoli della vita e della sua missione. L’Eucaristia, come secondo amore di Don Bosco, deve ricordarvi di avviare i ragazzi alla pratica della liturgia, vissuta bene, per aiutarli ad entrare nel mistero eucaristico e non dimenticate anche l’Adorazione. Infine, l’amore al Papa: non è solo amore per la sua persona, ma per Pietro come capo della chiesa e come rappresentante di Cristo e sposo della Chiesa. Dietro quell’amore bianco per il Papa, c’è l’amore per la Chiesa. L’interrogativo che dovete porvi è: «Che salesiano di Don Bosco bisogna essere per i giovani di oggi?». Io direi: un uomo concreto, come il vostro fondatore, che da giovane prete ha preferito alla carriera di precettore nelle famiglie dei nobili il servizio tra i ragazzi poveri e abbandonati. Un salesiano che sa guardarsi attorno, vede le situazioni critiche e i problemi, li affronta, li analizza e prende decisioni coraggiose. È chiamato ad andare incontro a tutte le periferie del mondo e della storia, le periferie del lavoro e della famiglia, della cultura e dell’economia, che hanno bisogno di essere guarite. E se accoglie, con lo spirito del Risorto, le periferie abitate dai ragazzi e dalle loro famiglie, allora il regno di Dio inizia ad essere presente e un’altra storia diventa possibile. Il salesiano è un educatore che abbraccia le fragilità dei ragazzi che vivono nell’emarginazione e senza futuro, si china sulle loro ferite e le cura come un buon samaritano. Il salesiano è anche ottimista per natura, sa guardare i ragazzi con realismo positivo. Come insegna ancora oggi Don Bosco, il salesiano riconosce in ognuno di loro, anche il più ribelle e fuori controllo, «quel punto di accesso al bene» su cui lavorare con pazienza e fiducia. Il salesiano è, infine, portatore della gioia, quella che nasce dalla notizia che Gesù Cristo è risorto ed è inclusiva di ogni condizione umana. Dio infatti non esclude nessuno. Per amarci non ci chiede di essere bravi. E né ci chiede il permesso di amarci. Ci ama e ci perdona. E se ci lasciamo sorprendere con quella semplicità di chi non ha nulla da perdere, sentiremo il nostro cuore inondato di gioia.
Quando queste caratteristiche vengono a mancare, ecco quei musi lunghi, facce tristi. No! Ai ragazzi si deve portare questa notizia bella, una notizia vera contro tutte le notizie che passano ogni giorno sui giornali e la rete. Cristo è veramente risorto, e a dimostrarlo sono stati Don Bosco e Madre Mazzarello, tutti i santi e i beati della Famiglia Salesiana, come anche tutti i membri che ogni giorno trasfigurano la vita di chi li incontra perché si sono lasciati loro per primi raggiungere dalla misericordia di Dio. Il salesiano diventa così testimone del Vangelo, la Buona Notizia che nella sua semplicità deve confrontarsi con la cultura complessa di ogni Paese. Mettere insieme semplicità e complessità, per un figlio di Don Bosco, è una missione quotidiana. L’ampio commento che segue, rilegge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium in chiave salesiana. È affidato a grandi esperti delle diverse discipline che, con fine sensibilità e sotto la lente di Don Bosco, mettono in risalto il pensiero del Papa in collegamento con le diverse situazioni attuali, per educare e orientare al bene dei ragazzi e dei giovani.
Sono convinto che la lettura di queste pagine potrà fare del bene a tutti i figli e alle figlie di Don Bosco sparsi nel mondo, e a quanti condividono il carisma educativo salesiano. Troveranno nelle pagine di questo testo molti spunti di interpretazione della realtà e di rinnovamento della prassi educativa al servizio dei ragazzi e dei giovani del nostro tempo.

Papa Francesco

Prefazione del Santo Padre al volume "Evangelii gaudium con don Bosco", curato da Antonio Carriero