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martedì 13 gennaio 2026

FIGLI CHE MUOIONO


* LA STRAGE

 DI CAPODANNO 

CI

 INTERROGA*




Alessandro D’Avenia


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall'età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l'istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c'è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell'incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c'è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c'è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita. 

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell'amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all'umile amore? Decidi sempre per l'umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L'umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c'è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l'intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell'essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l'amore e non attraverso la potenza. 

Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). 

La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell'esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l'età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore». Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell'amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l'amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

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martedì 30 dicembre 2025

SOGNO DI CAPODANNO


 CAPODANNO 

SU 

MARTE




Alessandro D’Avenia

Qui su Marte il Capodanno è “la Festa” perché l'anno è oltremodo lungo e cade in inverni con temperature attorno ai 120°C sotto zero che ci costringono a invertire sonno e veglia: 16-20 ore il primo, 4-8 la seconda. Nessuno esce di casa se non chi è stato poco previdente con le scorte e deve raggiungere il Meta-Market attraverso i tunnel stagni a marciapiedi magnetici mobili.

 La lunghezza dell'anno e il rigore invernale rendono l'attesa del nuovo giro attorno al Sole ancora più spasmodica, perché la vita qui è ripetitiva come il paesaggio ed estrema come le stagioni, e allora speriamo che accada qualcosa di nuovo, di inatteso: la scoperta di un pianeta abitabile o anche solo di una fonte d'acqua. Per questo i nostri miti narrano del pianeta coperto d'acqua, stranamente chiamato Terra dagli uomini che vi abitavano e migrarono qui, abbandonandolo proprio il giorno di Capodanno: non bastava più solo un anno nuovo, ci voleva un mondo nuovo. 

 E così intrapresero quello che i poemi chiamano il Viaggio, lasciando quel luogo. “C'era una volta un pianeta in cui le terre galleggiavano sull'acqua...”, comincia così la favola più nota e amata dai nostri bambini, a cui non sveliamo che si tratta solo di una storia fino a che riusciamo. E così proprio a Capodanno ci abbandoniamo anche noi, tornando bambini, a questi racconti di fantasia, durante il cosiddetto Rito della Festa... 

 Così chiamiamo il racconto che si svolge nell'ultimo giorno dell'anno. Durante il sonno indotto che quel giorno abbiamo deciso duri 24 ore e che per questo è il giorno più bello dell'anno: al nostro cervello viene narrato il Sogno. Non è un racconto orale perché comunichiamo solo per via neurale non potendo sprecare ossigeno per altro scopo oltre la respirazione. 

 Durante il sonno di quel giorno la Voce, l'intelligenza artificiale innestata alla nascita nel nostro cervello per segnalare anomalie, regolare il riposo e garantire l'equilibrio psichico, “racconta” le storie mitiche ambientate sulla Terra, prima del Viaggio. Tutto quello che vediamo nel Sogno sembra raggiungere la pelle, che qui dobbiamo sempre proteggere dalle radiazioni con la membrana sintetica, che regola la temperatura ottimale ma impedisce di toccare direttamente i corpi. Così al Risveglio, il primo giorno del Nuovo Anno, nei nostri circuiti sinaptici scorre di nuovo Speranza, la droga che non siamo ancora riusciti a sintetizzare artificialmente, perché la parte più arcaica e debole del nostro cervello la produce solo in presenza della bellezza che provoca la meraviglia che innesca l'energia necessaria all'azione e al lavoro: senza Speranza le persone si fermano. 

 E così la Voce mostra il Sogno: la Terra fantastica dove abitavano gli antenati che compirono il Viaggio. Spiagge incontaminate su isole disperse in distese d'acqua immense e protette da barriere di corallo; foreste di piante verdi alte decine di metri con radici che sprofondano nel suolo e comunicano tra loro; montagne di una pietra che cambia colore in base alla luce del Sole e che un tempo erano i fondali dei mari che coprivano il pianeta... 

 Il Sogno è poi popolato di animali fantastici dai nomi bizzarri: le tigri, eleganti quadrupedi dal manto dorato striato di nero e denti affilati come lame; le giraffe dal collo lungo più di un metro tanto da svenire quando si sollevano troppo rapidamente; i volatili detti farfalle per le ali sottilissime e colorate, che nascerebbero da pelosi vermi striscianti e vivono solo una settimana; gli insetti detti lucciole per le code luminose che si accendono su distese di fili verdi durante la notte; e poi esseri capaci di vivere nelle acque e muoversi grazie ad ali subacquee... 

 La Voce mostra colori possibili solo nel Sogno perché privi di correlativi fisici su Marte, dove non sono in uso le parole per indicare distese d'acqua o di cielo cangianti in base all'ora del giorno: blu, verde, azzurro, turchese, indaco, ciano, cobalto, zaffiro... per noi sono solo suoni. Abbiamo bisogno di queste storie, anche se sappiamo essere solo Sogni. 

 Niente di questo è mai esistito, ma i Sogni, stimolando i recettori della Speranza proteggono la psiche dalla monotonia, dalla paura, dalla fatica della vita di qui, senza mari blu, alberi verdi e nuvole bianche. Il nostro cervello, in attesa di una mutazione genetica, non può fare a meno della Speranza del Capodanno. 

 Per questo abbiamo il Rito che quel giorno ci permette di sognare una vita in cui l'aria è respirabile, ci si può parlare e toccare liberamente, l'acqua non è misurata, la città non è dentro la cupola di acciaio e le abitazioni sono tutte diverse, e soprattutto non ci sono sabbia e polvere in ogni angolo... 

 A Capodanno finalmente vediamo la Terra del Sogno, anche se sappiamo essere solo un'illusione per resistere. Ai nostri bambini facciamo credere che un pianeta simile esiste davvero nel nostro Sistema, ma è irraggiungibile, troppo lontano. Mio figlio l'altro giorno mi ha detto che da grande inventerà un modo per fare il Ritorno. 

 “Dove?”. “Sulla Terra di acque, papà”. Era così contento che quasi gli ho creduto anche io, il Presidente di questo pianeta, l'uomo che sa meglio di chiunque altro che la Terra del Sogno è frutto della Speranza a cui affidiamo, ogni Capodanno, tutto quello che non avremo mai: mari, tigri, foglie, baci, fiumi, conchiglie, farfalle, aria, colori e carezze.

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sabato 31 dicembre 2022

IL SIGNORE TI BENEDICA

  Benedite, 

non maledite

I cristiani hanno sempre legato la tradizionale festa di capodanno a qualche motivo della loro fede. Prima del Concilio si celebrava la circoncisione di Gesù, avvenuta, secondo quanto ci riferisce Luca, otto giorni dopo la nascita (Lc 2,21). Poi questo giorno è stato dedicato a Maria madre di Dio e, a partire dal 1968, il primo gennaio è divenuto, per volontà di papa Paolo VI, la “giornata mondiale della pace”. Le letture riflettono questa varietà di temi: la benedizione per iniziare bene il nuovo anno (prima lettura); Maria, modello di ogni madre e di ogni discepolo (vangelo); la pace (prima lettura e vangelo); la figliolanza divina (seconda lettura); lo stupore di fronte all’amore di Dio (vangelo), il nome con cui Dio vuole essere identificato e invocato (prima lettura e vangelo).

Benedire e benedizione sono termini che ricorrono frequentemente nella Bibbia, si ritrovano quasi ad ogni pagina (552 volte nell’AT, 65 nel NT). Fin dall’inizio Dio benedice le sue creature: gli esseri viventi perché siano fecondi e si moltiplichino (Gen 1,22), l’uomo e la donna perché dominino su tutto il creato (Gen 1,28) e il sabato, segno del riposo e della gioia senza fine (Gen 2,3).

 Abbiamo bisogno di sentirci benedetti da Dio e dai fratelli. La maledizione allontana, separa, indica il rifiuto, la benedizione invece avvicina, rafforza la solidarietà, infonde fiducia e speranza.

 “Il Signore ti benedica e ti protegga”: sono le prime parole che la liturgia ci fa udire in questo giorno perché ci rimangano impresse nel cuore e le ripetiamo ad amici e nemici lungo tutto l’anno. 

 Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Insegnaci, Signore, a benedire chi ci insulta, a sopportare chi ci perseguita, a confortare chi ci calunnia”.

Prima Lettura (Nm 6, 22-27)

22 Il Signore aggiunse a Mosé: 23 “Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli israeliti; direte loro: 24 Ti benedica il Signore e ti protegga. 25 Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. 26 Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. 27 Così porranno il mio nome sugli israeliti e io li benedirò”.

 È molto fiorente anche oggi il mercato delle benedizioni e delle maledizioni, delle magie e dei sortilegi, delle fatture e del malocchio. Lo era molto di più nei tempi antichi quando si pensava che la parola – soprattutto se accompagnata da gesti e pronunciata da chi era dotato di poteri sovrumani e misteriosi – realizzasse quello che esprimeva.

 Sempre efficace era ritenuta, naturalmente, la parola di Dio che, “con la sua parola ha creato i cieli… parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,6.9). Si temevano le sue maledizioni e si invocavano le sue benedizioni. Egli benediceva il suo popolo quando lo colmava di beni, quando elargiva prosperità e salute, successi e vittorie, piogge e fecondità ai campi e agli animali (Dt 28,1-8). Sventure, malattie, carestie, sconfitte erano i segni della sua maledizione (Dt 28,15-19).

 C’erano anche dei mediatori delle benedizioni divine: il padre di famiglia (“La benedizione del padre consolida le case dei figli” – Sir 3,9), il re (Gn 14,18ss.) e i sacerdoti.

 La nostra lettura riporta il testo della più famosa delle benedizioni, quella insegnata dal Signore stesso a Mosè. Doveva essere usata dai “figli di Aronne” per “porre il nome del Signore sugli israeliti” (vv.  23.27). Era impiegata al termine della liturgia quotidiana nel tempio. Il sacerdote usciva sulla porta del santuario e, stendendo le mani sulla folla che lo attendeva, proferiva questa formula sacra.

 In essa, per tre volte, viene invocato il nome del Signore – YHWH – nome ineffabile che solo ai sacerdoti era permesso pronunciare e solo per benedire, mai per maledire.

 A ognuna delle tre invocazioni del nome santo sono aggiunte due richieste:  

– il Signore ti benedica e ti protegga;

 – il Signore faccia splendere il suo volto su di te e ti sia propizio;

 – il Signore diriga il suo sguardo verso di te e ti conceda la pace.

 Sono sei immagini che esprimono la richiesta di grazie e favori.

 Il volto raggiante è segno di amicizia e di benevolenza, ispira fiducia, apre il cuore a lieta speranza. Con linguaggio molto umano, il pio israelita chiede spesso al Signore di “rasserenare il suo volto”, di “non nascondergli il suo volto” (Sal 27,9), di non mostrarsi adirato. “Fa risplendere il tuo volto – supplica il salmista – e saremo salvi” (Sal 80,4); “risplenda su di noi la luce del tuo volto, Signore” (Sal 4,7).

 Non soltanto Dio benedice l’uomo, ma anche l’uomo è chiamato a benedire Dio. Nei Salmi torna insistente l’invito: “Benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore. Alzate le mani verso il santuario e benedite il Signore” (Sal 134,1-2); “Benedite il suo nome, raccontate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi” (Sal 96,2-3). Il pio israelita comincia tutte le sue preghiere con la formula: “Benedetto sei tu Signore…”.

 La benedizione che l’uomo rivolge al Signore è la risposta ai benefici ricevuti. È il segno che ha preso coscienza che tutto il bene viene da lui, che è dono suo.

 La Bibbia parla continuamente di benedizioni di Dio e anche – molto raramente – delle sue maledizioni. Si tratta di un linguaggio umano per descrivere le conseguenze disastrose provocate non da Dio, ma dal peccato. Chi si allontana dal cammino della vita attira su di sé le peggiori sventure. Lo aveva già compreso il saggio Ben Sira: “Il male si riversa su chi lo fa” (Sir 27,27). Da Dio viene solo la benedizione.

 Quale risposta ha dato il Signore alle suppliche del suo popolo?

 Israele si attendeva dal Signore una benedizione, una pace, uno shalom molto “materiale”. Nella pienezza dei tempi Dio ha inviato la sua pace, suo Figlio, “egli è la nostra pace” (Ef 2,14). La sorpresa è stata così grande che ha fatto esclamare a Paolo: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” (Ef 1,3) e a Zaccaria: “Benedetto il Signore Dio d’Israele che ha visitato e redento il suo popolo” (Lc 1,68).

 “Dio l’ha mandato per portare la benedizione” (At 3,25-26). In lui tutte le maledizioni si sono trasformate in benedizione (Gal 3,8-14). Se in Cristo Dio ha rivelato il suo volto sempre benedicente, all’uomo non rimane che benedire sempre, anche i nemici: “Benedite e non maledite” (Rm 12,14) , “non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione” (1 Pt 3,9).

 Seconda Lettura (Gal 4, 4-7)

4 Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, 5 per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. 6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! 7 Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.  In questo brano della Lettera ai galati Paolo ricorda la verità centrale del vangelo: dopo che Dio ha inviato il suo figlio, “nato da donna”, cioè, in tutto simile a noi, eccetto che nel peccato, noi possiamo chiamare Dio: “Abbà, padre!” (v.  6). Questa è la bella notizia!

 Anche i pagani chiamavano Dio “padre di tutti gli uomini”. Cos’hanno di specifico i cristiani? Perché Paolo afferma commosso che ora il cristiano non è più schiavo, ma figlio e che può gridare: “Abbà”? Il Padre nostro è una preghiera che tutti gli uomini possono recitare?  A quest’ultima domanda tutti probabilmente risponderemmo “sì” e c’è un testo evangelico che giustifica questa risposta: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,44-45). La benevolenza di Dio non fa alcuna distinzione fra gli uomini, tutti sono suoi figli.

   È vero: Dio è padre di tutti gli uomini.

 Ma quando un pagano e un cristiano invocano Dio padre non intendono la stessa cosa. Il pagano lo chiama padre perché è cosciente di aver ricevuto da lui il dono dell’esistenza. Il cristiano si sente figlio di Dio ad un altro livello: sa che oltre all’esistenza ha ricevuto da lui lo Spirito, la sua stessa vita divina. Per questo nei primi secoli la preghiera del Padre nostro era consegnata solo qualche giorno prima del battesimo, cioè, solo quando i catecumeni erano in grado di comprenderne pienamente il significato.

 Anche questa lettura è legata al tema della festa della pace. Chi ha ricevuto lo Spirito e chiama Dio “Abbà” non può che sentirsi fratello di tutti gli uomini e divenire costruttore di pace.

 Vangelo (Lc 2,16-21)

16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 

20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

21 Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

  Il vangelo di oggi è la continuazione del brano letto nella notte di Natale. Accanto alla culla di Gesù compaiono nuovamente i pastori (vv. 16-17).  

Seguendo l’annuncio ricevuto dal cielo, essi vanno a Betlemme e trovano Giuseppe, Maria e il bambino che giace nella mangiatoia.

Si noti: non trovano nulla di straordinario. Vedono solo un bambino con suo padre e sua madre. Eppure, in quell’essere debole, bisognoso di aiuto e di protezione, essi riconoscono il Salvatore. Non hanno bisogno di segni straordinari, non verificano miracoli e prodigi. I pastori rappresentano tutti i poveri, gli esclusi che, quasi per istinto, riconoscono nel bambino di Betlemme il Messia del Cielo.

 Nelle raffigurazioni i pastori compaiono in genere in ginocchio davanti a Gesù. Ma il vangelo non dice che essi si sono prostrati in adorazione, come hanno fatto i magi (Mt 2,11). Sono rimasti semplicemente ad osservare – stupiti, estasiati – l’opera meravigliosa che Dio aveva operato in loro favore, poi hanno annunciato ad altri la loro gioia e quanti li ascoltavano rimanevano essi pure meravigliati (v. 18).

 Nei primi capitoli del suo vangelo, Luca rileva spesso lo stupore e la gioia incontenibile delle persone che si sentono coinvolte nel progetto di Dio. Elisabetta, scoprendo di essere incinta, ripete a tutti: “Ecco cos’ha fatto per me il Signore!” (Lc 1,25); Simeone e la profetessa Anna benedicono Dio che ha concesso loro di vedere la salvezza preparata per tutte le genti (Lc 2,30.38); anche Maria e Giuseppe rimangono meravigliati, stupefatti (Lc 2,33.48).

 Tutti costoro hanno gli occhi e il cuore del bambino che accompagna con lo sguardo ogni gesto del padre, rimane rapito di fronte ad ogni suo gesto e sorride, sorride perché in tutto ciò che il padre fa coglie un segno del suo amore. “Il regno di Dio appartiene a chi è come loro – dirà un giorno Gesù – e chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non entrerà in esso” (Mc 10,14-15).

 La prima preoccupazione dei pastori non è di tipo etico: non si chiedono che cosa dovranno fare, quali correzioni dovranno apportare alla loro vita morale non sempre esemplare, quali peccati dovranno impegnarsi ad evitare… Si fermano a gioire per ciò che Dio ha fatto. Dopo, solo dopo essersi sentiti amati sono in grado di ascoltare i consigli, le proposte di vita nuova rivolti loro dal Padre. Solo così si verranno a trovare nella condizione giusta per accordargli fiducia.

 Nella seconda parte del vangelo (v. 19) viene sottolineata la reazione di Maria al racconto dei pastori: “Conservava tutte queste cose nel suo cuore e le meditava” (letteralmente: le metteva insieme).

 Luca non intende dire che Maria “teneva a mente” tutto ciò che accadeva, senza dimenticare alcun particolare. E nemmeno vuole – come qualcuno ha sostenuto – indicare in Maria la sua fonte di informazioni sull’infanzia di Gesù. La portata teologica della sua affermazione è ben maggiore. Egli dice che Maria metteva insieme i fatti, li collegava tra loro e ne sapeva cogliere il senso, ne scopriva il filo conduttore, contemplava il realizzarsi del progetto di Dio. Maria (ragazzina di dodici-tredici anni) non era superficiale, non si esaltava quando le cose andavano bene e non si abbatteva di fronte alle difficoltà. Meditava, osservava con occhio attento ogni avvenimento, per non lasciarsi condizionare dalle idee, dalle convinzioni, dalle tradizioni del suo popolo, per essere recettiva e preparata alle sorprese di Dio.

 Una certa devozione mariana l’ha allontanata dal nostro mondo e dalla nostra condizione umana, dalle nostre angosce, dai nostri dubbi e incertezze, dalle nostre difficoltà a credere. L’ha avvolta in un nimbo di privilegi che – secondo i casi – l’hanno fatta ammirare o invidiare, ma non amare.

 Luca la presenta nell’ottica giusta, come la sorella che ha compiuto un cammino di fede non diverso dal nostro.

 Maria non capisce tutto fin dall’inizio: si stupisce di ciò che Simeone dice del bambino, è quasi colta di sorpresa (Lc 2,33). Si stupisce come rimarranno stupiti gli apostoli e tutto il popolo di fronte alle opere di Dio (Lc 9,43-45). Non comprende le parole di suo figlio che ha scelto di occuparsi delle cose del Padre suo (Lc 2,50), come i Dodici avranno difficoltà a capire le parole del Maestro: “Non compresero nulla di tutto questo, quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto” (Lc 18,34).

 Maria non capisce, ma osserva, ascolta, medita, riflette e, dopo la Pasqua (non prima!) capirà tutto, vedrà chiaramente il senso di ciò che è accaduto.

 Luca la ripresenterà, per l’ultima volta, all’inizio del libro degli Atti degli apostoli. La collocherà al suo posto, nella comunità dei credenti: “Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At 1,14). Lei, la beata perché ha creduto (Lc 1,45).

 Il vangelo di oggi si conclude con il ricordo della circoncisione. Con questo rito Gesù entra ufficialmente a far parte del popolo d’Israele. Ma non è questa la ragione principale per cui Luca ricorda il fatto. È un altro il particolare che gli interessa, è il nome che viene dato al bambino, nome che non era stato scelto dai genitori, ma che era stato indicato direttamente dal Cielo.

 Per i popoli dell’antico Oriente il nome non era solo un mezzo per indicare le persone, per distinguere gli animali, per identificare gli oggetti. Era molto di più, esprimeva la natura stessa delle cose, formava un tutt’uno con chi lo portava. Abigail dice di suo marito: “Egli è esattamente ciò che indica il suo nome. Si chiama Nabal (lett.: “folle”) ed in lui non c’è che follia” (1Sam 25,25). Essere chiamati con il nome di un altro voleva dire impersonarlo, renderlo presente, avere la sua stessa autorità, richiamarne la protezione (Dt 28,10).

 Tenendo presente questo contesto culturale, siamo in grado di capire l’importanza che Luca attribuisce al nome dato al bambino. Si chiama Gesù che significa: Il Signore salva. Matteo spiega: fu chiamato così perché salverà il suo popolo dai suoi peccati (Mt 1,21).

 Nel commento alla prima lettura dicevamo che il nome di Dio – YHWH – non poteva essere pronunciato. Ma senza nome si rimane nell’anonimato. Chi non conosce il nostro nome non può che instaurare un rapporto superficiale con noi.

 Se Dio avesse voluto entrare in dialogo con l’uomo avrebbe dovuto dirgli come voleva essere chiamato, doveva indicare il suo nome, rivelare la sua identità.

 Lo ha fatto. Scegliendo il nome di suo Figlio, Dio ha detto chi egli è.

 Ecco la sua identità: colui che salva, colui che non fa altro che salvare. Nei vangeli questo nome è ripetuto per ben 566 volte, quasi a ricordarci che le immagini di Dio incompatibili con questo nome devono essere cancellate.

 Ora comprendiamo la ragione per cui nell’AT Dio non permetteva che fosse pronunciato il suo nome: perché solo in Gesù ci avrebbe detto chi era.

 È interessante notare chi sono, nel vangelo di Luca, coloro che chiamano Gesù per nome. Non sono i santi, i giusti, i perfetti, ma solo gli emarginati, coloro che sono in balia delle forze del male. Sono gli indemoniati (Lc 4,34); i lebbrosi: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” (Lc 17,13); il cieco: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc 18,38) e il criminale che muore in croce accanto a lui: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42).

 Lo ricorderà Pietro ai capi religiosi del suo popolo: “Nessun altro nome infatti sotto il cielo è stato concesso agli uomini, per il quale possano essere salvati”.

 AUTORE: p. Fernando Armellini

Cerco il tuo volto

venerdì 30 dicembre 2022

BILANCIO DI FINE ANNO


 “Ringraziare Dio a fine anno

 e non sprecare più gli auguri”


L’importanza di bilanci veritieri

 e di saper riconoscere il bene.

 

- di Marco Pappalardo

 

Nella tradizione cattolica la sera del 31 dicembre viene cantato il “Te Deum laudamus” (Dio ti lodiamo), l’inno di ringraziamento per eccellenza dell’anno appena trascorso.

Non sono ormai tanti purtroppo i cattolici che celebrano questo momento, forse neanche molto invitati o spinti a viverlo nelle comunità, una buona parte distratti dall’organizzazione del cenone o a prepararsi per parteciparvi.

Per loro – soprattutto per i praticanti - è quasi un paradosso non ringraziare Dio alla fine dell’anno, considerato che il termine stesso “eucaristia” significa “rendimento di grazie”, ma è più facile inginocchiarsi davanti al “santo Capodanno” e ai suoi riti!

E chi non crede, non pratica una religione, si professa ateo o agnostico non dovrebbe porsi il problema del ringraziamento? Tutto è sempre dovuto, normale che ci venga dato, un diritto acquisito sia che venga dal divino, dalla natura, da altri uomini o donne?

Se, giunti alla fine di un anno, ci voltiamo indietro e, pensando a ciò che abbiamo vissuto, siamo pronti solo a lamentarci, davvero non ne vale la pena; eppure, se siamo nelle condizioni di farlo, dunque vivi e vegeti, forse anche un piccolo grazie verso il cielo, la terra, una persona potremmo persino esprimerlo.

Del resto, chi ha mai vissuto un anno senza problemi, dolori, lutti, sbagli, cadute?

E chi mai senza una gioia, una bella realizzazione, un sospiro di sollievo, una mano tesa d’aiuto, un segno di vita?

Certo, posto tutto sui piatti di una bilancia, spesso c’è uno sbilanciamento verso le difficoltà; tuttavia, capita anche di non essere abituati o capaci di trovare il bene nella nostra esistenza e in quella di chi ci sta vicino.

Iniziamo un anno pieno di propositi più o meno buoni dimenticandoci di fare un bilancio di com’è andata veramente nei 365 giorni precedenti, facendo cioè un preventivo privo del consuntivo, cosa che sbilancia l’economia della vita.

Sugli auguri invece siamo parecchio preparati, almeno per convenzione ne regaliamo e riceviamo a fiumi, non soffermandoci probabilmente sul fatto che ogni augurio è un bell’impegno visto che è un desiderio che qualcosa (di norma bella e positiva) accada per sé e per gli altri.

Ora, possibile che alla fine dell’anno nessuno si chieda che fine abbiano fatto tutti questi desideri e auguri?

Ha senso un tale “spreco” di parole per poi non ringraziare almeno per uno?

Allora, per riflettere un attimo tra auguri e grazie, sulla nostra piccolezza e sulla grandezza che ci abbraccia, ci lasciamo ispirare da una poesia di Erri De Luca dal titolo “Prontuario per il brindisi di capodanno”:

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale, cucina, albergo, radio, fonderia, in mare, su un aereo, in autostrada, a chi scavalca questa notte senza un saluto, bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta, a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta, a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando, a chi non è invitato in nessun posto, allo straniero che impara l’italiano.

Bevo a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango, a chi si è alzato per cedere il posto, a chi non si può alzare, a chi arrossisce, a chi legge Dickens, a chi piange al cinema, a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio, a chi ha perduto tutto e ricomincia, all’astemio che fa uno sforzo di condivisione, a chi è nessuno per la persona amata, a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe.

Bevo a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia, a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo, a chi restituisce da quello che ha avuto, a chi non capisce le barzellette, all’ultimo insulto che sia l’ultimo, ai pareggi, alle ics della schedina, a chi fa un passo avanti e così disfa la riga, a chi vuol farlo e poi non ce la fa.

Bevo, infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera/ e tra questi non ha trovato il suo.

 


venerdì 31 dicembre 2021

GLI AUGURI DI DIO

Come Maria, in quest’anno, siamo chiamati a meditare la nostra storia, scovare la presenza di Dio negli eventi che segneranno (nella gioia o nella fatica) il tempo che ci sarà donato. E’ la quotidianità, il luogo in cui possiamo fare esperienza di Dio.

-         di Paolo Di Martino

-          Oggi la chiesa celebra Maria Madre di Dio. Perché proprio questa festa all’inizio dell’anno? Perché dare alla luce un figlio è qualcosa di nuovo, una novità che travolge la vita, che ti fa rinascere.

Tutto nel vangelo è novità. Il nuovo ci spaventa ma solo perché ancora non lo conosciamo.
Il nuovo è così: ci costringe a rimetterci in gioco e la cosa non ci piace tanto!
Il nuovo ci costringe a ridefinire gli equilibri preesistenti e a trovarne degli altri.
Sono questi i sentimenti che ci avvolgono all’inizio di un nuovo anno.
Il primo giorno dell’anno si apre con una grande novità, con una buona notizia.
Quelli che la religione considera i più lontani da Dio, per il vangelo, sono i più vicini a Dio!
Questa è la buona notizia che Luca ci riporta nel brano della visita dei pastori.

Perché i protagonisti di oggi sono i pastori. Solo così si riescono a comprendere le parole che Maria dirà.
Scrive Luca che “andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I Pastori fanno qualcosa che noi forse abbiamo abbandonato da tempo. Si mettono a cercare Gesù! E Lo trovano alla fine di questa ricerca.

Il cristianesimo è una continua ricerca, anzi impone la ricerca come mezzo per “trovare”. Ma trovare cosa? Un Senso alla vita, perché in fondo questo è Gesù, il Senso che stiamo cercando.
Che cosa era stato detto loro? Cos’era questa grande novità? L’angelo gli aveva annunziato una grande gioia: per loro era nato il Messia, per loro.

I pastori, lo sappiamo, non erano i personaggi romantici che oggi riempiono i nostri presepi ma erano considerati disgraziati, lontani da Dio perché vivevano in uno stato continuo di impurità, di furti. Erano selvatici come le bestie che accudivano. Il Messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto eliminare innanzitutto i pastori in quanto peccatori.

Ebbene i pastori vengono avvolti dalla luce del Signore. Loro annunciano questo: per essi è nato un salvatore, colui che li viene a salvare.

C’è qualcosa di nuovo, qualcosa di inaudito in quello che viene detto.

E’ lo scandalo della misericordia che sarà il filo conduttore di tutto il vangelo di Luca.

L’amore, amici, è un regalo dato a tutti non un premio per i buoni.

Nessuno è escluso dall’amore di Dio! Nessuno!

“Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche Maria è stupita. E’ sconcertata di fronte a questa novità, ma lei non la rifiuta. Cerca di capire il vero senso: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, letteralmente “esaminando, interpretando, cercando il vero senso”.

Maria intuisce che dietro quell’annuncio dei pastori c’è tutta la novità di quel figlio che ha tra le braccia. Non ha tutto chiaro, ma attende, fa in modo che questa novità si sedimenti nel cuore.
Maria, nel primo giorno dell’anno, ci ricorda che Dio non è “immediato”. Dio è “mediato”. Dio ha bisogno che noi guardiamo dentro le cose per trovarlo, non in superficie.

In questo nuovo anno, amici, recuperiamo una dimensione spirituale che non significa mandare a memoria altre preghiere ma imparare a guardare dentro le cose, attraverso la vita spirituale, il silenzio, l’ascolto, la profondità.

Il Signore non ci vuole bigotti ma capaci di trovarlo dentro ciò che viviamo e come ogni attività che si rispetti, anche la vita spirituale ha bisogno di esercizio e di allenamento.

Oggi è giorno di auguri, ma gli auguri più belli per questo nuovo anno, ovviamente, ce li fa Dio!
“Il Signore parlò a Mosè, ad Aronne, ai suoi figli e disse: Voi benedirete i vostri fratelli”.
All’inizio di quest’anno, per prima cosa dice Dio, beneditevi a vicenda, benedite tutti, che lo meritino o no perché io vi benedico tutti che ve lo meritiate oppure no.

Dio ci raggiunge non proclamando dogmi o impartendo divieti, ma benedicendo e chiede anche a noi di benedire uomini e storie.

L’augurio e il nostro compito per il 2022? Benedire chi ci sta accanto! Nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri amici, le persone che ci sono affidate.

Se non impariamo a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice.

E come si fa a benedire? “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Che bello! Ci sono forse auguri migliori? Che nel nostro volto risplenda il volto sorridente di Dio! Ecco cosa ci auguriamo e cosa dobbiamo augurare a tutti!

Cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo so, ma di una cosa sono certo: Il Signore ci farà grazia, si rivolgerà verso di noi, si chinerà su di noi.

Qualunque cosa accadrà quest’anno, Dio sarà chino su di noi e ci farà grazia.

È un invito a noi, che siamo sempre di corsa, a dedicare del tempo alla nostra interiorità, a fermarci ogni tanto nel nuovo anno per scrutare i passi di Dio.

Forse ci accorgeremo che Dio sorride con noi, piange con noi, fa festa con noi, soffre con noi. Perché Dio non è un qualcosa di aggiunto, è dentro la storia: dentro la tua gioia, dentro la tua stanchezza, dentro la tua repulsione o dentro la tua simpatia, dentro la tua convivenza o dentro la tua connivenza.

Non aspettiamoci che Dio ci risolva i problemi perché la vita e la natura segue una sua logica ma se, lo vorremo, li affronteremo con Lui. Quando non si è soli tutto è possibile. Questo è il vero miracolo, la vera onnipotenza che Dio ci mette a disposizione.

Cari amici, è appena terminato un anno difficile, per tutti segnato dalla sofferenza, dalla solitudine per molti anche dalla morte.

Incontri, scelte, avvenimenti, hanno segnato l’anno che si è appena concluso.
La Parola ci ha accompagnato, guidato, ma forse solo scalfito.

Lo Spirito di Dio ha lavorato in incognito nella nostra vita, donandoci ciò di cui, magari a nostra insaputa, avevamo bisogno.

Come Maria, in quest’anno, siamo chiamati a meditare la nostra storia, scovare la presenza di Dio negli eventi che segneranno (nella gioia o nella fatica) il tempo che ci sarà donato.

E’ la quotidianità, il luogo in cui possiamo fare esperienza di Dio.

La bella notizia di questo capodanno? Possiamo raccogliere tutti i desideri e le paure che ci riempiono il cuore e lasciarli nelle Sue mani. Non c’è posto più sicuro. Garantito.

 Cerco il tuo volto