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sabato 13 dicembre 2025

HAMAS E ISRAELE

 


I crimini 

contro l’umanità 

di Hamas,

 e quelli di Israele

 

Amnesty International documenta il genocidio e l'apartheid commessi da Israele e i crimini di guerra di Hamas e altri gruppi armati palestinesi, in particolare l'attacco del 7 ottobre 2023. «I responsabili di crimini di diritto internazionale devono rispondere alla giustizia. Tutte le parti devono riconoscere le proprie responsabilità», dice Agnès Callamard, segretaria generale dell'organizzazione.

 

di Redazione

 Al termine dell’Assemblea degli stati parte della Corte penale internazionale, svoltasi all’Aja, Amnesty International ha chiesto agli stati di dimostrare il loro impegno per la giustizia internazionale assicurando che le vittime dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e del genocidio nel Territorio palestinese occupato e in Israele vedano i responsabili chiamati a risponderne.

«Il sistema di giustizia Internazionale è sotto attacco ed è di fronte a minacce alla sua esistenza. Non c’è maggiore banco di prova della situazione in Israele e nel Territorio palestinese occupato. Gli stati devono dimostrare il loro impegno per la giustizia internazionale sostenendo organismi come la Corte penale internazionale e proteggendo la possibilità che essa giudichi i responsabili di crimini internazionali», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Amnesty International ha ampiamente documentato come Israele abbia commesso e stia continuando a commettere il crimine di genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, persino dopo il cessate il fuoco, e come il suo sistema di apartheid costituisca un crimine contro l’umanità. L’organizzazione per i diritti umani ha pubblicato anche un’approfondita ricerca sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi durante e dopo gli attacchi lanciati il 7 ottobre 2023.

«I leader mondiali hanno accolto con favore la risoluzione adottata il mese scorso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul piano per una pace sostenibile nella Striscia di Gaza. Ma decenni di crimini internazionali non possono essere nascosti sotto il tappeto proprio mentre gli accordi in essere ignorano la ricerca delle responsabilità e rafforzano l’ingiustizia. Verità, giustizia e riparazioni sono le fondamenta di una pace duratura», ha aggiunto Callamard. «Chiediamo a tutte le parti coinvolte in Israele e nel Territorio palestinese occupato, così come alla comunità internazionale che nutre preoccupazione per le evidenti mancanze insite nella risoluzione del Consiglio di sicurezza, di sviluppare e impegnarsi a realizzare una roadmap verso la giustizia e le riparazioni, i cui obiettivi siano da un lato la fine del genocidio israeliano, del sistema di apartheid e dell’occupazione illegale del territorio palestinese e dall’altro la persecuzione dei crimini internazionali commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi».

Per garantire una giustizia genuina, efficace e significativa e la non ripetizione dei crimini internazionali, Amnesty International ha raccomandato che questa roadmap si fondi sulla complementarità di più istituzioni e meccanismi giudiziari.

Le indagini della Corte penale internazionale sui crimini commessi dal lato israeliano e da quello palestinese devono andare avanti senza essere ostacolate e prendere in considerazione tanto il genocidio e il crimine contro l’umanità di apartheid da parte israeliana quanto i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi prima, durante e dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 in modo da assicurare che tutte le singole persone – per lo meno, quelle ancora in vita tra le principali responsabili – siano portate di fronte alla giustizia.

La roadmap dovrebbe impegnare gli stati a sostenere e a collaborare pienamente con organismi quali la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la stessa Corte penale internazionale. Gli stati dovrebbero eseguire i mandati d’arresto della Corte e fare tutti i passi necessari per assicurare l’annullamento delle sanzioni e delle restrizioni imposte alle organizzazioni palestinesi per i diritti umani, che da decenni documentano le violazioni del diritto internazionale e ne rappresentano tutte le vittime.

Parallelamente ai meccanismi internazionali, gli stati possono tratteggiare un nuovo corso per la pace basato sulla giustizia attraverso gli organi giudiziari nazionali, la giurisdizione universale o ulteriori forme di giurisdizione penale extraterritoriale per i crimini commessi nel Territorio palestinese occupato e in Israele.

«Le vittime delle atrocità in Israele e nel Territorio palestinese occupato meritano una giustizia autentica. Questo significa non solo vedere i responsabili processati e condannati ma anche assicurare rimedi effettivi e sviluppare garanzie di non ripetizione. Non c’è alcun dubbio che questi siano passi cruciali verso una pace e una sicurezza che durino nel tempo», ha commentato Callamard.

Il genocidio, l’apartheid e l’occupazione illegale

Trascorsi due mesi dall’annuncio del cessate il fuoco e rientrati in Israele tutti gli ostaggi ancora in vita, le autorità israeliane stanno ancora commettendo nella totale impunità il crimine di genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata, continuando a sottoporla deliberatamente a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, senza alcun segnale di un cambiamento nelle loro intenzioni. Amnesty International ha recentemente pubblicato un’analisi giuridica della situazione in atto che dimostra come il genocidio stia continuando, unita a testimonianze di abitanti della Striscia di Gaza e di personale medico e umanitario che hanno evidenziato le drammatiche condizioni in cui versa la popolazione palestinese. Nonostante una riduzione dell’intensità degli attacchi e alcuni limitati miglioramenti, non c’è un significativo cambiamento delle condizioni cui Israele sta sottoponendo la popolazione della Striscia di Gaza e non vi è alcuna prova che le intenzioni israeliane stiano mutando.

Almeno 327 persone, tra le quali 136 minorenni, sono state uccise dagli attacchi israeliani a partire dal 9 ottobre 2025, giorno in cui è stato annunciato il cessate il fuoco. Nel contesto del genocidio ancora in corso da oltre due anni, Israele ha intenzionalmente ridotto alla fame i civili palestinesi e limitato – nonostante alcuni modesti miglioramenti – l’accesso ad aiuti fondamentali e a forniture di soccorso, quali quelle mediche e le attrezzature necessarie per riparare infrastrutture indispensabili per la vita umana. Ha sottoposto la popolazione civile palestinese a successive ondate di trasferimenti forzati in condizioni inumane che hanno acuito la sua catastrofica sofferenza. Complessivamente almeno 70mila persone palestinesi sono state uccise e 200mila sono rimaste ferite, molte delle quali in un modo grave e che ha cambiato la loro vita.

La probabilità oggettiva che le attuali condizioni possano causare la distruzione della popolazione palestinese della Striscia di Gaza persiste tuttora. Ciò nonostante, le autorità israeliane non hanno mostrato un cambiamento nelle loro intenzioni: hanno ignorato tre serie di decisioni vincolanti della Corte internazionale di giustizia e non hanno indagato né sottoposto a procedimenti giudiziari le persone sospettate di atti di genocidio o chiamato a rispondere le autorità e i funzionari che hanno fatto dichiarazioni genocidarie. Le autorità responsabili della direzione e della commissione del genocidio restano al potere, con la garanzia di poter continuare a commettere atrocità. Il genocidio israeliano contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza va collocato nel contesto di una pervasiva impunità per il crimine contro l’umanità di apartheid tuttora in corso e di decenni di occupazione illegale del territorio palestinese.«È in questo scenario di apartheid e occupazione illegale che Israele ha intenzionalmente causato una carestia di massa, un bagno di sangue senza precedenti, livelli apocalittici di distruzione e massicci sfollamenti forzati e ha intenzionalmente bloccato l’aiuto umanitario: tutti esempi del crimine in corso di genocidio», ha commentato Callamard.

 In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, il crudele sistema di apartheid israeliano e l’occupazione illegale costano assai caro alla popolazione palestinese. Le operazioni militari israeliane, compresi gli attacchi aerei, hanno causato l’uccisione di almeno 995 persone palestinesi tra le quali almeno 219 minorenni, lo sfollamento di decine di migliaia di esse ed estesi danni a infrastrutture civili essenziali, ad abitazioni e a terreni agricoli. Negli ultimi due anni c’è stato un aumento degli attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano, che hanno causato morti, feriti e sfollamenti tra la popolazione palestinese. L’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari delle Nazioni Unite ha documentato, dal gennaio 2025, oltre 1.600 attacchi dei coloni che hanno causato danni alle persone o a proprietà. Le comunità di pastori dell’area C sono quelle più colpite da questa ondata di incessante violenza sostenuta dallo stato israeliano. Nonostante le condanne internazionali e alcuni provvedimenti restrittivi adottati da stati terzi contro singoli coloni e loro organizzazioni, la violenza continua a crescere a causa del sostegno del governo israeliano e della pressoché totale impunità di cui beneficiano i coloni. Il piano di pace Trump è l’ultima di una serie di iniziative fatalmente manchevoli, che cercano di proporre “soluzioni” che ignorano il diritto internazionale premiando così implicitamente Israele per la sua occupazione illegale, i suoi insediamenti illegali e il suo sistema di apartheid che sono le cause di fondo delle continue atrocità inflitte alla popolazione palestinese.

Le condizioni stabilite durante l’attuale cessate il fuoco rafforzano ulteriormente il sistema israeliano di apartheid e l’occupazione illegale così come l’ingiustizia. L’imposizione, da parte israeliana, di un “perimetro di sicurezza” (una zona cuscinetto) nella Striscia di Gaza rischia di rendere permanente l’illegale occupazione israeliana e priva la popolazione palestinese delle sue terre più fertili, così come di perpetuare la frammentazione territoriale che puntella il sistema israeliano di apartheid impedendo la libertà di movimento delle persone palestinesi verso l’altra parte del territorio occupato. Analogamente, beneficiano dell’impunità le forze israeliane responsabili delle detenzioni arbitrarie, delle sparizioni e della sistematica tortura delle persone prigioniere palestinesi. Di recente il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha descritto una “politica statale de facto di maltrattamenti e torture organizzati e diffusi, gravemente intensificatasi dal 7 ottobre 2023” e ha espresso forte preoccupazione per le “ampie denunce di violenza sessuale nei confronti di prigioniere e prigionieri palestinesi, che costituiscono maltrattamenti e torture”. «L’ostinata mancanza di azione da parte della comunità internazionale per chiamare Israele a rispondere dei suoi crimini internazionali e premere affinché aderisca alle raccomandazioni dai meccanismi delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani ha rafforzato l’occupazione illegale e l’apartheid e ha direttamente permesso a Israele di compiere il crimine di genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza», ha ribadito Callamard.

I crimini contro l’umanità commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi

È a sua volta fondamentale assicurare giustizia per i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi. A oltre due anni distanza, continuano a emergere resoconti delle atrocità da loro commessi durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud d’Israele e il successivo trasferimento di ostaggi nella Striscia di Gaza. Le persone sopravvissute agli attacchi, gli ex ostaggi e le loro famiglie continuano a tenere accesi i riflettori sull’esperienza passata e a chiedere giustizia e riparazioni. Il rapporto pubblicato da Amnesty International dà conto dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi dall’ala militare di Hamas, le Brigate al-Qassam, e da altri gruppi armati palestinesi durante il loro assalto nel sud d’Israele e contro gli ostaggi successivamente portati nella Striscia di Gaza.

Nelle prime ore del 7 ottobre 2023, le forze di Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno lanciato un attacco coordinato, principalmente contro luoghi civili. Sono state uccise circa 1.200 persone, oltre 800 delle quali civili, compresi 36 minorenni: prevalentemente ebrei israeliani ma anche beduini con cittadinanza israeliana e decine di lavoratori, studenti e richiedenti asilo di nazionalità straniera. Sono state ferite oltre 4mila persone e centinaia di case e di strutture civili sono state distrutte o rese inabitabili. Attraverso l’analisi dello schema seguito negli attacchi, prove e contenuti delle comunicazioni tra le persone che vi stavano prendendo parte, Amnesty International ha concluso che questi crimini sono stati condotti nell’ambito di un attacco massiccio e sistematico contro una popolazione civile. Gli uomini armati hanno ricevuto istruzioni di prendere di mira persone civili.

«Le nostre ricerche hanno confermato che i crimini commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi nei loro attacchi del 7 ottobre 2023 e contro le persone prese in ostaggio hanno fatto parte di un massiccio e sistematico assalto contro la popolazione civile e costituiscono pertanto crimini contro l’umanità», ha dichiarato Callamard. «Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno mostrato un abominevole disprezzo per la vita umana: hanno intenzionalmente e sistematicamente colpito civili nelle loro abitazioni e durante un festival musicale con l’obiettivo di prendere ostaggi, ciò che costituisce un crimine di guerra; hanno deliberatamente ucciso centinaia di civili, usando armi da fuoco e granate per portare fuori dalle loro stanze di sicurezza, o da altri luoghi in cui si nascondevano, persone terrorizzate, comprese famiglie con bambini piccoli o le hanno attaccate mentre erano in fuga. Amnesty International ha trovato prove che alcuni palestinesi si sono resi responsabili di pestaggi e aggressioni sessuali e hanno maltrattato i corpi di coloro che avevano ucciso», ha aggiunto Callamard.

Hamas ha sostenuto che le sue forze non sono state coinvolte negli omicidi mirati, nei rapimenti e nei maltrattamenti dei civili durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 e che molti civili sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Ma, sulla base di ampie prove, video inclusi, e testimonianze, Amnesty International è giunta alla conclusione che, seppure alcuni civili siano stati uccisi dalle forze israeliane nel tentativo di respingere gli attacchi, la vasta maggioranza delle persone morte è stata intenzionalmente uccisa da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi, che hanno preso di mira luoghi civili lontani da qualsiasi obiettivo militare. Uomini armati palestinesi, comprese le forze di Hamas, sono stati allo stesso modo responsabili del rapimento di civili da più località e di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le persone rapite.

Sono state 251 le persone, per lo più civili compresi anziani e bambini, prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza. Nella maggioranza dei casi, sono state rapite vive ma si ritiene che 36 di esse fossero già morte. Queste persone sono state trattenute per settimane, mesi e in alcuni casi due anni. Alcuni degli ostaggi tornati vivi hanno riferito ad Amnesty International o in occasione di incontri pubblici di essere stati tenuti in catene in tunnel sottoterra per parte o per tutto il tempo e di aver subito intense violenze, privazioni e tormenti psicologici come la minaccia di esecuzione. Alcuni di loro hanno subito aggressioni e violenze sessuali e minacce di matrimonio forzato e sono stati costretti a stare nudi. Almeno sei ostaggi sono stati uccisi dai loro rapitori.

Amnesty International ha intervistato 70 persone: 17 sopravvissute agli attacchi del 7 ottobre 2023, familiari di vittime, medici legali, professionisti sanitari, avvocati, giornalisti e autori di indagini. I suoi ricercatori hanno visitato alcuni dei luoghi attaccati e hanno esaminato oltre 350 fotografie e video di tali luoghi e delle persone tenute in ostaggio nella Striscia di Gaza. Sulla base delle proprie indagini Amnesty International ha concluso che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini contro l’umanità di “uccisione”, “sterminio”, “imprigionamento o altra grave forma di privazione della libertà fisica in violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale”, “sparizione”, “tortura”, “stupro (…) o ogni altra forma di violenza sessuale di gravità comparabile” e “altri atti inumani”.

«Decenni di spaventose violazioni ai danni delle persone palestinesi e di occupazione illegale e di apartheid nonché il genocidio tuttora in corso nella Striscia di Gaza non possono giustificare in alcun modo questi crimini né esonerare i gruppi armati palestinesi dai loro obblighi di diritto internazionale. Le violazioni dei diritti umani da parte dei gruppi armati palestinesi nel contesto degli attacchi del 7 ottobre 2023 devono essere riconosciute e condannate per ciò che sono: crimini di atrocità. Hamas, inoltre, deve restituire senza alcuna condizione il corpo di una persona uccisa il 7 ottobre 2023 e presa in ostaggio non appena lo avrà localizzato», ha sottolineato Callamard.

Nelle ultime settimane il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costituzione di un comitato che esaminerà il processo decisionale del governo in occasione degli attacchi del 7 ottobre 2023. Questo annuncio è stato assai criticato, anche dalle persone sopravvissute agli attacchi e dalle famiglie di quelle uccise, in quanto privo di indipendenza e disallineato rispetto ai precedenti di commissioni d’inchiesta dirette da un giudice. Amnesty International chiede alle autorità dello Stato di Palestina di riconoscere e denunciare le gravi violazioni del diritto internazionale commesse dai gruppi armati palestinesi e di condurre indagini indipendenti e imparziali per identificare persone sospettate di aver commesso crimini di diritto internazionale nonché di cooperare totalmente coi meccanismi internazionali d’indagine, anche condividendo prove in loro possesso.

Una giustizia internazionale necessaria per tutte le vittime

Le indagini in corso della Corte penale internazionale sulla “situazione in Palestina” e i mandati d’arresto emessi dalla stessa Corte nei confronti del primo ministro Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità restano elementi fondamentali di un genuino accertamento delle responsabilità. Assumere iniziative per chiamare alti funzionari israeliani a rispondere di crimini di diritto internazionale è un passo essenziale per far terminare il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, per ripristinare la fiducia nel diritto internazionale e per assicurare a tutte le vittime dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità giustizia, verità e riparazioni.

Ad avviso di Amnesty International, la Corte penale internazionale dovrebbe proseguire a indagare sui crimini commessi dai gruppi armati palestinesi prima, durante e dopo gli attacchi del 7 ottobre, per assicurare che le persone sospettate di essere responsabili di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità siano portate di fronte alla giustizia. «Si tratta di questioni non negoziabili. I responsabili di crimini di diritto internazionale devono rispondere alla giustizia e le istituzioni che essi rappresentano, devono avviarsi lungo un percorso nuovo, basato sui diritti umani e sul diritto internazionale, anche adottando leggi che impediscano la futura ripetizione di tali violazioni. Tutte le parti devono riconoscere le proprie responsabilità e fornire piena collaborazione agli organismi investigativi e ai meccanismi della giustizia internazionale, come la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la Corte penale internazionale, dando seguito alle loro raccomandazioni e permettendo loro di raccogliere, conservare e analizzare prove al fine di accertare le responsabilità. Le vittime devono essere ascoltate, devono essere riconosciute per ciò che hanno subito e devono ricevere rimedi efficaci, comprese le riparazioni. Senza queste misure concrete per assicurare verità e giustizia non potrà esserci alcuna pace duratura», ha concluso Callamard.

VITA

 


mercoledì 16 luglio 2025

SIONISMO e NAZISMO ?

 


Un articolo di Vito Mancuso su "La Stampa" ha aperto il dibattito. L'ebraismo è una tradizione vivente e non può essere ridotto a citazioni di singoli versetti. 

Aberrante la categoria

 di nazi-sionismo


 


Domenica scorsa, sulla Stampa, Vito Mancuso ha scritto un lungo articolo che, prendendo a pretesto il dramma di Gaza e l’angosciante guerra tra Israele e Hamas, sembra voler impartire una lezione teologica sull’essenza dell’ebraismo e sul sionismo. Quest’ultimo è fenomeno storico complesso, ad un tempo culturale e sociale oltre che religioso e politico, e non può essere liquidato con l’aberrante categoria di “nazi-sionismo”, sdoganata anche in alcune manifestazioni pro-Pal senza reticenze o il benché minimo senso critico. Ma non varrebbe la pena indignarsi per giudizi personali, seppur usati con estrema irresponsabilità pubblica, se l’articolo non argomentasse che le radici del «nazi-sionismo con la kippà» si trovano in testi sacri come il Deuteronomio (quinto libro del Pentateuco, che fa parte della Bibbia cristiana, oltre che della Torà) e nella stessa religione ebraica.

Associare o equiparare il sionismo al nazismo è una perversione storica, dettata da puro accanimento ideologico. Si possono legittimamente criticare le politiche militari e le strategie belliche dell’attuale governo israeliano, e persino stigmatizzare parole e azioni di alcuni suoi ministri, ma non si può ascrivere alla “religione ebraica” la logica di quelle politiche. Tanto meno l’attualità del conflitto mediorientale giustifica una rappresentazione dell’ebraismo piegata, oltre l’oggettività storica e senza riguardi per la sua enorme multiformità, all’ossessione di trovare nei testi sacri ebraici il male che si intende stigmatizzare o il bene che si presume di difendere. È contrario a ogni approccio critico scindere l’ebraismo in due essenze, una spirituale (supposta buona e accettabile) e una politica (ovviamente cattiva, demoniaca sin dall’origine). Chi si muova in questo schema rischia di accusare proprio la Bibbia, o almeno alcune sue pagine, di fomentare odio e razzismo.

Ma qui si accusa la Bibbia, anzi la Torà, al fine di accusare chi l’ha ricevuta, elaborata, tramandata e interpretata per secoli, e una siffatta impresa può essere compiuta solo ricadendo nelle fragili contrapposizioni e nelle sterili precomprensioni religiose di un passato che la cristianità si è da tempo lasciata alle spalle. E come nell’ebraismo non esiste un’essenza malvagia, non esiste neppure un’essenza opposta, angelicata e sigillata in una purezza tanto spirituale quanto autistica. Lascia senza parole, poi, che si voglia rintracciare quest’essenza buona in un coccio archeologico di tremila anni fa, di cui riferisce Amos Oz in un suo libro e nel quale si perora la causa di orfani e vedove (perorazione che, Torà a parte, è già nelle leggi del codice di Hammurabi del XVIII secolo a.C.).

L’ebraismo in carne e ossa, non quello di un reperto antico che è pari a un fossile, si trova in una continuità vivente di Bibbia e Mishnà, di Talmud e midrashim e codici halakhici, illuminata dall’ininterrotta catena dei maestri di Israele. Additare l’autentica fede ebraica nel coccio di cui parla Oz (non il mago, ma lo scrittore), è assai simile a trovare il vero cristianesimo in un frammento catacombale, ignorando i Vangeli e l’unità ermeneutica tra Tanakh e Nuovo Testamento, censurando i padri e i dottori della Chiesa, i concili, i papi e i vescovi, e il codice di diritto canonico. Un progetto di ristrutturazione dell’esegesi e dell’ermeneutica della Bibbia, tesa a rimuovere versetti e capitoli oggi ostici alla nostra comprensione, significa ripetere l’errore di Marcione diciotto secoli dopo. Quella continuità porta i nomi, in ebraico, di masorà e di qabbalà ossia di “tradizione”, la quale rende inseparabili scrittura e oralità, fedeltà e innovazione, autorità del Testo e autorevolezza dei maestri che lo devono continuamente reinterpretare. Chi ostracizza i testi o ne propone radicali censure è spesso ignaro dei profondi percorsi di studio e di analisi che li hanno resi “sacri” nel corso dei secoli, senza con ciò divinizzarli.

Il giudaismo non è mai stato una religione nel senso moderno-illuministico del termine, e a ben vedere definirlo “religione” è assai improprio. Si tratta di religione per analogia, non per sua natura. Israele è da sempre anzitutto un ‘am e una kehillà, un popolo-nazione-comunità, tale in forza della sua lingua, di cultura e folklore, di una patria storica e anche, perché no?, di una rigorosa prassi religiosa. Le molte lingue usate dagli ebrei e la loro diaspora non hanno rimosso, semmai rafforzato la coscienza di essere nazione, ben prima che in Europa questo concetto venisse stuprato dai nazionalismi esasperati tra Otto e Novecento. Inoltre, il rapporto del mondo ebraico con i propri testi sacri non è di tipo fanatico o idolatrico, perché essi non sono presi alla lettera.

Nessuna halakhà o normativa ebraica è mera applicazione della Torà scritta. È invece tipico di una mentalità fondamentalista pensare che le scelte politiche dell’attuale governo israeliano derivino da qualche versetto del Deuteronomio (estrapolato dal contesto e dai commenti rabbinici che lo spiegano). Usare le Scritture ebraiche (Torà e Talmud in particolare) per delegittimare la fedeltà degli ebrei alla loro identità, per disprezzarne la fede e convincerli che il vero ebraismo è altra cosa da quel che praticano e credono, ecco il tratto peculiare della lunga storia dell’antigiudaismo a matrice religiosa, per il quale gli unici ebrei buoni erano quelli che smettevano di essere tali e si convertivano alla fede cristiana.

Infine, lo schema di un Israele spirituale versus un Israele politico (non si diceva “carnale”?) non evoca tanto una dialettica paolina, assai meno antiebraica di quel che comunemente si pensi, quanto tradisce un dualismo di tipo gnostico, a cui in vero ripugnano le idee stesse di rivelazione, di presa in carica del governo del mondo, di terra promessa e persino, se mi si permette, di “resurrezione della carne”.

La gnosi di certi teologi è agli antipodi sia della tradizione ebraica sia della fede cristiana e ha presupposti manichei che la rendono del tutto incapace di comprendere non solo l’ebraismo ma anche l’agone della storia e le odierne sofferenze dei popoli in conflitto.

 www.avvenire.it

 

 

sabato 3 agosto 2024

GUERRA o TERRORISMO ?

Tre livelli di lettura 

delle ultime vicende

 della guerra di Gaza

-di Giuseppe Savagnone 


L’uccisione a Teheran del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, può essere letta a diversi livelli. Ce n’è uno militare, dove essa costituisce un clamoroso successo di Israele, dopo la frustrazione della mancata vittoria nella campagna di Gaza.

 Uno dei due capi supremi di Hamas, responsabili dell’eccidio del 7 ottobre 2023, che Netanyahu aveva giurato di eliminare, è stato raggiunto dalla vendetta dello Stato ebraico, che in questo modo ha restituito credibilità all’efficienza delle sue forze armate e dato alimento alla speranza di quella “vittoria totale” che il premier israeliano ha fin dall’inizio indicato come la sola conclusione possibile di questa guerra.

 C’è poi il piano politico. Anche qui siamo davanti a un successo indiscutibile dello Stato ebraico, che non solo ha decapitato Hamas, ma ha soprattutto umiliato e screditato il proprio grande nemico, l’Iran, agli occhi della comunità internazionale e dei suoi stessi sudditi, dimostrando di poter colpire chi vuole nel cuore stesso di Teheran.

 A questo livello, però, la valutazione si fa più complessa. Perché, con questo omicidio mirato, Israele ha colpito proprio il leader più disponibile al negoziato per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi e con cui effettivamente in Qatar aveva in corso un dialogo.

 Così facendo, potrebbe aver fatto un favore a Yahya Siwar, il capo di Hamas nella Striscia, il più intransigente e sanguinario – è soprannominato «il macellaio di Gaza» – sostenitore, al contrario di Haniyeh, della linea dura.

 Soprattutto, il governo israeliano con questo atto ha evidenziato di non avere alcun interesse ai negoziati di pace in corso. «Come può avere successo la mediazione quando una parte assassina il negoziatore dell’altra parte? La pace ha bisogno di partner seri», ha scritto su X lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Than, che, col sostegno degli Stati Uniti, ha guidato in questi mesi gli sforzi di mediazione del Qatar.

 L’uccisione di Haniyeh è un’evidente dimostrazione che per Netanyahu l’unica pace possibile è quella che potrà seguire la distruzione dei suoi nemici. Come del resto ha spesso detto pubblicamente, mettendo in difficoltà il suo grande alleato, il presidente americano Biden, che invece continua a far finta di non aver sentito e  a chiedere al premier israeliano un accordo immediato sul cessate il fuoco.

 Lo ha fatto anche nel recente incontro a Washington, ricevendo in cambio vaghe assicurazioni, che però gli ultimi eventi hanno clamorosamente smentito. Questo attacco è stato un evidente schiaffo alla diplomazia americana. Si capisce la freddezza del commento da parte del segretario di Stato Antony Blinken, da mesi impegnato a mantenere aperto il dialogo: «Si tratta di qualcosa di cui non eravamo a conoscenza e in cui non eravamo coinvolti».

 C’è però un risvolto amaro anche per Israele: far fallire i negoziati – o, come minimo, rimandarli a tempo indeterminato – significa rinunziare al ritorno a casa degli ostaggi e dover affrontare l’ira dei loro parenti, che da mesi incalzano Netanyahu perché faccia di più in questo senso.

 Certo, se alla fine Hamas sarà davvero distrutta, non ci saranno più i loro carcerieri a trattenerli. Ma quanti saranno ancora vivi e in grado di  gioire di questa liberazione?

C’è infine un livello di lettura dell’evento di Teheran su cui in questi giorni nessuno sembra interessato a soffermarsi, e che forse merita una riflessione, che riguarda la trasformazione radicale di ciò che intendiamo per “guerra”.

 Una trasformazione che non è cominciata con l’uccisione del capo politico di Hamas, ma che trova in essa, come del resto in tutta la “guerra di Gaza”, la sua perfetta esemplificazione.

 Guerra e terrorismo

Le guerre sono sempre state espressione di violenza e di sopraffazione reciproca. Un tempo, però erano anche legate a una costellazione di valori oggi spesso dimenticati, o perfino contestati, ma che erano importanti per gli uomini di altre epoche precedenti la nostra: coraggio, onore, lealtà, fedeltà.

 Non è un caso che nel Medioevo la figura del combattente sia stata identificata con quella del cavaliere e sia stata tanto nobilitata da rendere possibile il sorgere, addirittura, di ordini monastici cavallereschi.

 Si collega a questo il fatto che la violenza della guerra fosse regolamentata da una serie di norme etiche e religiose, che la sottraevano all’arbitrio e alla gratuita crudeltà, per inserirla in un vero e proprio rituale che prevedeva  la “cortesia” perfino verso il nemico e comunque sempre la protezione, o almeno il rispetto, nei confronti del debole. Tutto questo non escludeva, evidentemente, gli abusi. Ma erano considerati e condannati da tutti come tali.

 A partire dall’età moderna, poi, i conflitti bellici hanno avuto come soggetti gli Stati, che li hanno gestiti attraverso eserciti composti da combattenti specializzati o comunque nettamente identificati e ben distinti dalla popolazione civile.

 Da qui la regola fondamentale del diritto internazionale, secondo cui quest’ultima non doveva essere mai coinvolta. Anche qui, ai princìpi non corrispondeva sempre la pratica. Ma essi erano avvertiti come vincolanti e la loro violazione non annullava, anzi evidenziava l’importanza della stessa regola.

 Molto diverso dalla guerra è il terrorismo. Per sua natura, esso è sottratto ad ogni legge morale giuridica Il terrorista può compiere qualunque eccesso per raggiungere il suo scopo. I valori tradizionali a cui la guerra deve fare riferimento  e che sono legati al rispetto del nemico per lui non sono vincolanti. L’importante è il successo dell’azione.

 E la prima regola che il terrorismo non riconosce è la distinzione tra militari e civili.  Esso colpisce indifferentemente gli uni e gli altri, anzi, più spesso i secondi, che sono maggiormente vulnerabili.

 Il motivo è che, mentre la guerra mira a sconfiggere l’avversario sul piano propriamente militare, distruggendo il suo apparato bellico, il terrorismo non punta su questo bensì a terrorizzare il nemico. 

 Anche il modo di operare è molto diverso da quello della guerra, almeno nella sua forma più antica, in cui gli avversari si affrontavano guardandosi in faccia in faccia. E anche nei suoi sviluppi successivi, il nemico era comunque un essere umano in carne ed ossa, la cui uccisione veniva percepita in tutta la sua violenza.

 Il terrorista, invece, colpisce solitamente senza avere presente il volto della sua vittima. Non distingue uomini, donne e bambini. La bomba – il mezzo classico dell’attentato terroristico – viene piazzata in un luogo affollato, e il terrorista si allontana evitando di chiedersi che cosa ne sarà delle persone innocenti che ha appena intravisto e che fra poco moriranno.

 Dalla guerra al terrorismo di Stato

Il punto è che, a partire dal secolo scorso, è diventato sempre più arduo distinguere nettamente guerra e terrorismo. Già le due grandi guerre mondiali, soprattutto la seconda, hanno reso difficile parlare di uno scontro fra eserciti che risparmia la popolazione civile. Dopo è diventato impossibile.

 Durante la prima i militari furono ancora il 90% dei morti; nella seconda il 50%. Nella guerra del Vietnam solo il 10% (il 90% dei morti furono civili). Ma già nel corso della seconda guerra mondiale la fine del conflitto fu raggiunta con il massacro di 140.000 persone inermi – uomini, donne e bambini – nelle città di Hiroshima e di altre 74.000 in quella di Nagasaki.

 La motivazione ufficiale portata dal governo degli Stati Uniti è stata la necessità di spingere il Giappone alla resa, evitando altre vittime nella guerra. Ma l’intento di terrorizzare il nemico colpendo indiscriminatamente i civili è tipico del terrorismo…

 Anche la logica del confronto diretto tra esseri umani, costretti a percepire la gravità del loro atto distruttivo dagli effetti che esso provoca sotto i loro occhi, è venuta meno nelle guerre odierne.

 Il progredire della tecnologia, che ha permesso di colpire a distanze sempre maggiori i propri bersagli, risparmia a chi uccide la vista dei corpi straziati delle vittime. I piloti che hanno sganciato le due bombe atomiche sul Giappone, i  militari russi che lanciano i loro micidiali missili sulle case degli innocenti abitanti delle città ucraine, possono tornare a casa e pranzare tranquillamente con le loro famiglie

 Questa deriva della guerra verso il terrorismo ha purtroppo oggi una conferma evidente nella guerra di Gaza. Hamas, il 7 ottobre, ha compiuto un massacro spaventoso di persone innocenti. E i razzi lanciati dagli Hezbollah sui kibbutz israeliani non hanno avuto come destinatari dei soldati nemici, ma povera gente  di cui chi azionava questi ordigni non sapeva neppure chi fosse. Questa non è guerra.

 Ma anche la risposta dello Stato ebraico ha avuto la connotazione del terrorismo, più che quella della guerra. L’embargo sui rifornimenti alimentari,  i bombardamenti a tappeto di ospedali, moschee, scuole, abitazioni, hanno avuto lo scopo di sconfiggere Hamas, ma nella consapevolezza che a essere colpita innanzi tutto  era la popolazione civile.

 E lo stesso principio a cui si è ispirato Israele uccidendo il capo  politico (non militare, anzi impegnato nei colloqui di pace) del gruppo terroristico –  colpire il nemico anche non combattente,  ovunque si trovi, ottenendo il massimo effetto psicologico – ricorda più un terrorismo di Stato che non un’azione di guerra. E su questa logica si baserà anche la probabile risposta iraniana.

 Nasce allora spontanea la domanda se sia veramente fondata la frequente contrapposizione tra le azioni belliche dei nostri Stati – a cominciare da Israele – e quelle di gruppi come Hamas, in base al fatto che questi sono terroristi.

 E se la pretesa che quella  dei primi possa essere una “guerra giusta”- come proprio nel caso di Israele spesso viene ripetuto – non nasconda la triste verità che la guerra giusta non è più possibile perché la guerra ormai somiglia troppo al terrorismo.

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale Cultura Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


venerdì 3 novembre 2023

ANTISEMITISMO, DIALOGO E PACE

Non lasciamoci abbagliare dall’albero che brucia, 

c’è anche un’amicizia che cresce

Le immagini drammatiche della folla che nella capitale del Daghestan prende d’assalto un aereo proveniente da Israele. 

La nota della presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche in Italia che parla anche nel nostro Paese di “un clima crescente di intolleranza”.

-         di Brunetto Salvarani

-          

Il conflitto scoppiato in Medio Oriente il 7 ottobre sta avendo un impatto potente anche in Europa, rimescolando i termini del dialogo, generando un diffuso clima di odio e violenza e portando anche qui le lancette del tempo all’11 settembre 2001. “L’antisemitismo purtroppo – commenta Brunetto Salvarani – è il pregiudizio più antico della storia dell’umanità ed è un pregiudizio che non si spegne mai. Viene da lontano e trova il suo culmine durante la Shoah. Risorge soprattutto in momenti di crisi”. Salvarani è teologo, esperto di dialogo e pluralismo religioso, presidente dell’Associazione Italiana Amici di Nevè Shalom Wahaat as Salam, un villaggio situato in Israele dove ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana, vivono insieme in equità e giustizia.

Anche in Italia, si sta registrando un clima di odio.

Sul piano italiano, non dobbiamo mai dimenticare che gli ebrei dal punto di vista numerico sono una minoranza molto esigua, nel senso che gli iscritti alle comunità ebraiche sono circa 30.000. Stiamo parlando paradossalmente di una situazione che coinvolgerebbe in teoria pochi italiani. E invece la questione ebraica, se vogliamo chiamarla così, è sempre forte. Fa i conti oggi con l’irrompere della situazione in Israele e in Palestina. L’antisemitismo si avvale sempre di una situazione costantemente irrisolta e – non dimentichiamolo – fa breccia su un terreno di ignoranza complessiva per cui l’italiano medio fa fatica a conoscere le dinamiche storiche che hanno generato una situazione che non nasce dall’oggi al domani, tanto più in quella terra dove c’è una memoria così così forte del passato e di riflesso anche da noi.

Come si caratterizzano le comunità ebraiche in Italia?

L’ebraismo italiano storicamente è stato un ebraismo integrato nella storia della nostra Nazione. È stato un ebraismo anche molto liberale.

Penso a figure illuminate come il Rav. Elio Toaff, storico rabbino capo della Comunità ebraica di Roma e come Amos Luzzatto che è stato a lungo Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia.

Figure ben inserite nella vita e nella società italiane e consapevoli del ruolo importante che questa, seppur esigua minoranza, svolgeva nella dinamica di un Paese che tra l’altro stava diventando sempre più multireligioso e multiculturale.

In un clima come quello di oggi, quali sono gli errori che le comunità religiose del nostro Paese devono assolutamente evitare?

Il primo errore è quello di chiudere con questa esperienza di dialogo che si è radicata anche nel nostro Paese in questi anni. Il dialogo interreligioso è necessario. Anzi, è ancor più necessario oggi.

L’altro errore è quello di non cedere alle sirene dei fondamentalismi e schierarsi tra le opposte tifoserie.

 Mi sembra che lo schieramento alla fine non produca quello di cui c’è bisogno. E quello di cui oggi c’è bisogno è di offrire spazi di riflessione critica della realtà, in chiave però di educazione alla pace e al dialogo. C’è bisogno soprattutto di qualcuno che sappia indicare cosa succede quando si intraprendono le strade dell’odio e della violenza.

Il conflitto scoppiato il 7 ottobre sembra aver segnato purtroppo un punto di non ritorno. Quale impatto sta avendo anche sul dialogo tra le comunità religiose?

 È vero, in questo momento, tra gli effetti collaterali di quello che è successo il 7 ottobre, sembra che stia riprendendo la logica dello scontro di civiltà. Lo si avverte sia nei mass media sia nell’immaginario collettivo.

 Uno schema che pensavamo di aver messo da parte, grazie anche al costante rifiuto di esso da parte di Papa Francesco e invece sono bastati pochi giorni, e siamo ripiombati in un clima di guerra anche di religione. Dopo l’11 settembre e l’irruzione dell’Isis, si sono avviati faticosi processi di dialogo interreligioso. Di integrazione virtuosa anche nel nostro paese.

 Questi processi avviati riusciranno a tenere anche in queste situazioni di conflitto o subiranno una brusca frenata?

La domanda è, saremo ancora una volta vittime di un accecamento che impedisce il discernimento? Da parte di chi lavora nel dialogo, in queste settimane la prospettiva che ci anima è quella di ricordare il percorso che è stato fatto fino ad ora e che non va buttato via ma anzi va valorizzato. Il rischio è lasciarci abbagliare dall’albero che brucia e non vedere la foresta che cresce. C’è un’amicizia. In questi anni abbiamo costruito tra membri di comunità religiose diverse un rapporto di una stima reciproca che comunque va avanti.

Vorrei rivolgermi soprattutto ai ragazzi, ai giovani cresciuti purtroppo in questa bolla mediatica che li porta a far credere che tutto sia negativo. Non cediamo a questa logica che vuole far vedere le religioni solo come detentori di fondamentalismo e chiusura.

E non dimentichiamo che, come dicevo, le religioni sono state, soprattutto nei momenti più difficili della storia recente, e possono, anzi devono, diventare oggi spazio di riflessione critica e di ascolto.

 Agensir

giovedì 2 novembre 2023

ISRAELE ED OCCIDENTE

TRE EQUIVOCI


 

-         di Giuseppe Savagnone*

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Una rottura tra governi occidentali e opinione pubblica?

Le grandi manifestazioni che il 28 ottobre hanno visto scendere in piazza centinaia di migliaia di persone, per chiedere la fine dei bombardamenti su Gaza, costituiscono un segnale da prendere sul serio e su cui occorre riflettere.

 Le cronache dicono che imponenti cortei si sono formati a Londra (solo là, si parla di 300.000 partecipanti!) e a New York, ma anche a Los Angeles, a Berlino, a Stoccolma, a Copenaghen a Roma, a Marsiglia e perfino in Australia, a Sidney. Per citare solo quelle svoltesi nell’ambito del mondo occidentale (in quello islamico sono state ancora più numerose e violente).

  alcuni casi – come in Francia e in Germania – i dimostranti hanno sfidato un esplicito divieto delle autorità. E a New York almeno 200 persone sono state arrestate nel corso del gigantesco sit-in organizzato al Grand Central Terminal da un’associazione ebraica pacifista.

 Stranamente, in Italia, solo pochi giornali hanno dato notizia in prima pagina di questa protesta a livello internazionale e, se mai, si sono concentrati su quella svoltasi a Roma (anch’essa, peraltro, più consistente del previsto per la partecipazione inattesa di 20.000 manifestanti).

 A questa sì, alcuni quotidiani hanno dedicato il titolo di prima pagina, come quello di «Libero»: «Gli inutili idioti di Hamas», e quello de «Il Tempo»: «A Roma sfila l’odio». Commenti evidentemente poco favorevoli e che, sia pure in forma estrema, sono significativi dell’atteggiamento assunto su questa guerra dalla grande maggioranza dei giornali italiani, sostanzialmente in linea con quella del nostro esecutivo.

 In ogni caso, il fenomeno è degno di attenzione. Era forse dai tempi della guerra del Vietnam che non si registrava una così forte tensione fra le posizioni dei governi e quella di una parte consistente dell’opinione pubblica, di cui questa massiccia mobilitazione è come “la punta dell’iceberg”.

 Ma quali sono le ragioni che hanno spinto la maggior parte dei paesi occidentali – primi fra tutti gli Stati Uniti – a respingere o comunque a non votare  la risoluzione presentata all’Assemblea generale dell’ONU, e poi approvata col voto favorevole di 120 Stati, in cui si condannavano tutti gli atti di violenza contro i civili sia israeliani che palestinesi e si chiedeva una «immediata tregua umanitaria», con la fine dei bombardamenti e l’accesso nella Striscia di Gaza degli aiuti per la popolazione?

 Primo equivoco logico

Per quanto riguarda l’astensione dell’Italia, la Meloni l’ha giustificata osservando che in quella mozione non si menzionava la responsabilità di Hamas nell’attacco del 7 ottobre, di cui la reazione di Israele è stata la conseguenza. Insomma, il comportamento di Israele non si può valutare senza tenere conto dell’aggressione che ha subìto.

 Una spiegazione che ricalca quella data alcuni giorni prima dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, a proposito dell’asimmetria tra la valutazione della Commissione sui metodi di guerra di Putin e quelli di Israele.

 Rispondendo a chi gli chiedeva se valesse anche nei confronti di ciò che sta accadendo in Palestina il commento che la presidente Ursula von der Leyen fece nell’ottobre 2022 – quando definì crimini di guerra e atti di terrore gli attacchi russi a infrastrutture civili ucraine e il taglio di acqua, elettricità e riscaldamento ai civili – , Mamer ha ricordato che quel commento «è stato fatto in un contesto molto specifico, dove c’è stato un attacco non provocato da parte di un Paese, per di più membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, contro un vicino pacifico».

 Su questa linea anche la grande stampa che, in Italia (esemplari gli editoriali di Paolo Mieli sul «Corriere della sera» del 24 ottobre e di Ezio Mauro su «Repubblica» del 30 ottobre), accusa i simpatizzanti dei palestinesi e in particolare i manifestanti del 28 ottobre di dimenticare l’atroce massacro di cui Hamas si è reso responsabile nei confronti degli innocenti civili israeliani e che ha determinato l’inizio della guerra.

 E tuttavia, alla base di questa motivazione c’è un evidente errore logico. Si sovrappongono e si confondono due questioni che sono ben distinte: una è quella della causa del conflitto, l’altra è quella del modo di condurlo. Il diritto internazionale si occupa della prima quando condanna l’aggressore – che in questo caso è sicuramente Hamas –  , e della seconda quando dichiara in ogni caso inaccettabili le violenze nei confronti dei civili.

 Anche su questo punto il partito armato islamico è chiaramente responsabile per le 1.400 persone innocenti massacrate il 7 ottobre; ma, sotto questo secondo profilo, lo è anche lo Stato ebraico per l’inaudito trattamento inflitto alla popolazione palestinese, privando due milioni e mezzo di persone di acqua, di elettricità , di medicinali, e sottoponendoli a un incessante bombardamento che, oltre a distruggere il 30% delle abitazioni civili, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha già provocato, fino ad ora 7.000 morti, di cui il 40% bambini.

 Se la mozione dell’ONU fosse stata sulle responsabilità della guerra, la mancata menzione dell’aggressione di Hamas sarebbe stata un buon motivo per non votarla. Ma essa chiedeva solo la cessazione di questa violenza sistematica sulla popolazione. Non prendere posizione su questo ha voluto dire – e non solo da parte dell’Italia – una sostanziale accettazione di quanto sta succedendo.

 Una responsabilità non solo giuridica, ma anche etica, che – anche al di là della votazione all’ONU – i governi occidentali si stanno assumendo con il loro silenzio. Né possono valere a colmarlo  le  loro generiche raccomandazioni ad Israele di “non esagerare” e di operare sempre nel rispetto delle regole internazionali di guerra e dei diritti umani.

 Come mai non le hanno rivolte a Putin, che invece è stato (giustamente) bollato per le violenze che – anche a prescindere dal suo ruolo di aggressore – aveva già compiuto e continuava imperterrito a compiere contro i civili?

 Così, ora, queste timide esortazioni non possono non suonare come una tragica ironia, quando la sistematica violazione di quelle regole e di quei diritti è sotto gli occhi di tutti, senza che mai l’Occidente ne abbia preso atto per opporsi fermamente ad esse. E che ad aggredire sia stato Hamas non è certo una giustificazione di questa tacita complicità con un comportamento disumano, com’è quello di Israele a Gaza.

 Secondo equivoco logico

Questo silenzio viene soprattutto da Stati che lo giustificano spiegando che Israele è una democrazia e dev’essere sostenuta contro il fanatismo e il fondamentalismo. Ma anche confondere la legittimità del regime giuridico-politico di uno Stato con una automatica giustificazione delle sue azioni militari costituisce un grave salto logico. 

 È senz’altro vero, infatti, che Israele è una democrazia, e lo dimostra la fortissima opposizione interna che da mesi stava cercando di impedire al premier Netaniahu di cambiare la Costituzione per rafforzare il suo potere e sottrarsi all’accusa di corruzione che grava sul suo capo.

 La sciagurata iniziativa di Hamas, da questo punto di vista, gli ha fato un favore, facendo passare in secondo piano il dibattito democratico e unendo il paese nella lotta contro il nemico esterno.

 Ma, da parte dell’Occidente, assumere lo Stato ebraico come l’emblema della democrazia avrebbe dovuto comportare l’impegno di obbligarlo a comportarsi come tale anche verso l’esterno, in conformità con i valori che sono alla base della democrazia.

 Altrimenti – ed è quello che sta avvenendo – il solo risultato è di screditare la stessa democrazia, mettendo sotto gli occhi di tutti che, in nome di essa (come continua a ripetere e a fare Netaniahu), è lecito uccidere e schiacciare degli innocenti.

 È una buona immagine da proporre ad un mondo islamico – e in generale, ai paesi del Sud del pianeta – nel loro faticoso cammino verso forme istituzionali e politiche più evolute? Quali vantaggi porterà alla loro crescita in questa direzione la campagna di spietata oppressione che il “democratico” Stato ebraico, col più o meno esplicito consenso delle democrazie occidentali, sta conducendo verso i palestinesi?

 Terzo equivoco logico

Da parte dei sostenitori della politica di Israele si insiste continuamente sulla tesi che alla base delle contestazioni nei confronti di essa ci sia un mai del tutto superato sentimento antisemita. La sua esistenza, purtroppo, è innegabile. L’avanzata, in questi ultimi anni, dei partiti della destra europea, alcuni dei quali si richiamano più o meno esplicitamente all’eredità del nazismo, non è, da questo punto di vista rassicurante. 

 Ma che nelle manifestazioni a favore della Palestina la vera posta in gioco non sia l’antisemitismo lo dimostra il fatto che i partecipanti avevano le più diverse provenienze culturali e politiche. Tanto che quella di New York, come segnalavamo prima, era organizzata e animata da un’associazione ebraica! E basta averle seguite per rendersi conto che il bersaglio di gran lunga prevalente dei manifestanti non sono stati gli ebrei, ma la politica di Israele. 

E non si possono né si devono confondere le due cose. Proprio la stima per il grande popolo ebraico e la condanna, senza “se” e senna “ma”, delle persecuzioni a cui è stato sottoposto nella storia, fino alla Shoah,  ci impediscono di identificarlo con uno Stato che non  teme di uccidere  o affamare i bambini per perseguire  i suoi obiettivi strategici di “difesa”.

 Anche questo è un equivoco che si cerca di avallare da parte di molti commentatori, bollando come “antisemita” ogni critico di Israele. Su questa linea, Salvini ha addirittura definito “razzista” Amnesty International!  Un equivoco, purtroppo, che avrà, come gli altri due analizzati prima, un effetto devastante. A forza di identificare gli ebrei con la politica di Netaniahu, si rischia di far ricadere sui primi l’ostilità che merita la seconda e di alimentare così un sordo antisemitismo.

 Forse è troppo pretendere dalla politica che segua la logica. Ma anche per la politica è pericoloso abbandonare il terreno della razionalità. E quelle che abbiamo segnalato sono offese alla ragione, coperte dagli slogan e dalle fake news, che anche “l’uomo della strada”, se appena si mette a riflettere, può smascherare. E a noi non resta se non sperare – per la salvezza di tanti sventurati palestinesi allo stremo delle forze – che prima o poi anche i nostri governanti se ne rendano conto.

 *Scrittore ed editorialista.  Pastorale della Cultura, Diocesi di Palermo

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