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mercoledì 1 aprile 2026

COLTELLO IN MANO


 UN  TREDICENNE ACCOLTELLA L'INSEGNANTE



«Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età nemmeno mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso.

 Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

 


Alessandro D’Avenia

 «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».  

 Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.  

 Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.  

 Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.  

 Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? 

 Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. 

 Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.  

 Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.  

 Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).  

 Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. 

 La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.  

 Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?  Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. 

 Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.  

 Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.  In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.  Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». 

 Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».  

 Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.  

 Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. 

 Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. 

 Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. 

 La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».  

 La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza."

 

Alzogliocchiversoilcielo

sabato 27 febbraio 2021

ATTENTI AL "CIUKINISMO" !


 Fa discutere il fenomeno del cosiddetto “ciukinismo”, emerso la scorsa estate.

Lo psicoterapeuta Lavenia: «In Rete esplodono rabbia e violenza, genitori ed educatori intervengano con responsabilità e vigilanza»

 

-         di DANILO POGGIO

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Il nome richiama gli asinelli nei giochi innocenti dei bambini, ma il cosiddetto 'ciukinismo' (o 'chukinismo') è, in realtà, uno dei fenomeni più crudeli del web degli ultimi anni. Ha avuto origine in Italia ed è emerso pubblicamente durante la scorsa estate, quando un tal Ciukino, su Telegram, incitava alla più feroce spietatezza e alla violenza sessuale nei confronti delle donne. La procura dei minori di Lecce aveva aperto un’inchiesta e le indagini, delegate al compartimento della polizia postale, hanno portato all’identificazione, pochi giorni fa, di un minorenne residente nel Salento. La pagina è stata oscurata ma si teme che il fenomeno possa, in un modo o nel-l’altro, continuare. 'Discrimina, minaccia, massacra, accoltella, spara. Zero pietà' oppure 'Le donne servono solo al piacere e a niente altro' erano gli audio messaggi che questo personaggio condivideva con tutti i suoi interlocutori all’interno di una chat. Le frasi erano pronunciate da una misteriosa voce metallica perché Ciukino (probabilmente un minorenne) si nascondeva dietro un bot, una sorta di robot programmato da qualcuno per interagire nelle chat. Il metodo era sempre più o meno lo stesso. Raccoglieva sugli altri social network foto di ragazzine minorenni o appena maggiorenni e le condivideva nei gruppi tematici che aveva creato, frequentati anche da giovani e giovanissimi. Spesso proponeva anche dei 'sondaggi' per decidere, in base ai 'voti' dei membri del gruppo, quale fosse la ragazzina da prendere di mira. Oppure c’era un vero e proprio scambio di fotografie, accompagnate da commenti aggressivi a dir poco disumani. «Tutto questo – spiega lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell’associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche) – è semplicemente un’altra faccia, ancora più violenta, dell’ormai noto cyberbullismo. Da molto tempo su Telegram esistono delle chat in cui si prendono di mira e si insultano ragazzine e ragazzini. Persino la didattica a distanza ha alimentato, involontariamente, il fenomeno. Durante le lezioni si scattano degli screenshot quando un compagno assume un’espressione buffa e poi si crea un gruppo per prenderlo in giro in modo spietato a sua insaputa». Il ciukinismo è emerso la scorsa estate in tutta la sua crudeltà soltanto in seguito alle segnalazioni delle stesse ragazzine, che hanno visto le proprie fotografie dove mai le avevano postate, ritrovandosi improvvisamente coinvolte in un vortice di insulti e minacce. Quando una di loro si è rivoltamente direttamente al profilo di Ciukino, la risposta ricevuta è stata eloquente: «Io picchio le donne e butto l’acido in faccia, le donne sono peggio degli oggetti, non hanno valore. Se una donna è pari ad un uomo, può essere picchiata».

«Il rischio è che queste immagini diventino virali – avverte Lavenia – perché vengono create delle vere catene che promettono addirittura ricariche del telefono in cambio della condivisione delle fotografie. Nell’ultimo periodo l’esplosione dell’utilizzo della tecnologia e l’iperconnessione alla rete hanno alimentato questo trend, portando i ragazzi a riversare tutta la propria rabbia e la propria frustrazione sul web. Il cyberbullismo è triplicato in un anno e l’autolesionismo online è raddoppiato, spesso legandosi a challenge (sfide, ndr) pericolose, come hanno dimostrato molti fatti di cronaca». E le vittime sono sempre più giovani. Secondo ricerche dell’associazione DiTe, il 27% dei minori tra gli 11 e i 13 anni ha inviato proprie foto o video intimi su chat e sui social, il 43% ne ha ricevuti e il 30% ha registrato vocali intimi o personali per condividerli in qualche chat. «È necessario lavorare sull’educazione al digitale dei ragazzi – conclude Lavenia – ma anche sulla formazione dei genitori e degli educatori. La legge vieta l’uso dei social ai minori di 13 anni e ciascun genitore è comunque responsabile della condotta del figlio minorenne, online e offline. Non esistono questioni legate alla privacy, non usiamola come scusa per deresponsabilizzarci come adulti».

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 22 gennaio 2021

GIOVANI, AUTOLESIONISMO E SUICIDI IN TEMPO DI PANDEMIA


-         di Giuseppe Savagnone*

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Ai primi di dicembre l’allarme sugli effetti della pandemia a livello psicologico veniva dai medici dell’Azienda Sanitaria di Trento, che denunciavano un numero di suicidi, tra i giovani, «neanche lontanamente paragonabile a quelli degli anni scorsi».  In questo inizio d’anno, è il professor Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico «Bambino Gesù» di Roma, a segnalare il crescente disagio di ragazzi e bambini: «Io non ho mai avuto tanti accessi al pronto soccorso di tentativi di suicidio e di autolesionismo (…). Ho avuto ragazzini di 12 anni che si sono buttati dalla finestra (…). Mi arrivano ragazzini in ambulanza da tutto il Centro Sud e ora anche dal Nord».

Oltre il negazionismo

I “negazionisti” continuano a ripetere che stiamo enfatizzando, attribuendoli al Covid, fenomeni patologici che si verificavano già negli anni passati, e che nulla è cambiato nella realtà. Ed è vero che il suicidio, in Italia, è la seconda causa di morte dei giovani dai 10 ai 25 anni, dopo gli incidenti stradali. Ma, a dimostrare il reale aggravarsi del fenomeno ai nostri giorni basta il confronto fatto dal neuropsichiatra del «Bambino Gesù»: «Nel 2011 abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno».

La minaccia non è solo per la salute fisica e per l’economia

In questi mesi si è molto parlato della minaccia che il Covid rappresenta per la nostra salute fisica. Oppure della crisi economica, determinata sia dai pericoli oggettivi di contagio, sia dalle misure imposte dal governo per contenerlo. Molto meno spazio è stato dedicato alle conseguenze che la pandemia sta avendo, a livello conscio o inconscio, nella psiche delle persone, soprattutto di quelle meno capaci, per la loro giovane età, di metabolizzare i limiti e le incognite presenti nel nuovo contesto.

È mancata la scuola

Lo stesso dibattito sulla riapertura o meno delle scuole ha avuto come sfondo due temi, entrambi importanti, ma nessuno dei quali riguardava il problema della salute psicologica dei ragazzi. Nel caso della scuola primaria e secondaria di primo grado, l’urgenza è stata di consentire ai genitori di continuare la loro attività lavorativa; per quella secondaria superiore, si sono – peraltro giustamente – sottolineate le difficoltà della didattica a distanza nel garantire un efficace svolgimento delle lezioni. Forse non si è tenuto abbastanza conto del fatto che la scuola non è solo il luogo della trasmissione della cultura, ma anche quello delle relazioni umane indispensabili al consolidamento e alla crescita della personalità e che proprio a questo livello la Dad costituisce una pesante deprivazione per i più giovani.

Non basta il virtuale per dare colore alla vita

Perché il rapporto umano, per essere tale, non può rimanere solo virtuale. Pur nella piena consapevolezza dei grandi contributi che la tecnica può offrire alla scuola, come ad ogni altro tipo di esperienza comunicativa – e quindi ben lungi dal cadere in quell’atteggiamento puramente negativo che impedisce di vedere e di valorizzare l’apporto dei nuovi mezzi per arricchire sia la didattica che molte altre attività culturali –, non si può tuttavia rinunciare al primato di quel tipo di relazione in cui le persone sono coinvolte nella loro interezza psico-fisica. E non è stata solo la comunità scolastica a venir meno. La palestra, i momenti di svago vissuti con i coetanei al pub o in pizzeria, la stessa deprecata movida, costituivano momenti importanti di sfogo per tanti giovani (e non solo per loro). Le serie televisive seguite da casa non sono sufficienti a compensarli. La vita si è impoverita, ha perso molti dei colori che la rendevano affascinante o almeno piacevole.

Il pericolo della dipendenza dallo schermo

Peraltro, la cosa più terribile non è che i ragazzi soffrano di questa condizione irreale, ma quando non ne soffrono più. Quando si abituano a relazionarsi alle altre persone e alla realtà attraverso lo schermo del computer, del tablet o dello smartphone al punto da perdere perfino la nostalgia degli spazi esterni, delle strette di mano, degli abbracci, delle chiacchierate in gruppo. Perché lo schermo non è solo un valido strumento di comunicazione, è anche un filtro, una difesa – da qui il verbo “schermirsi” e l’espressione “farsi schermo con la mano” – che attenua l’impatto con la realtà e con le altre persone. Può diventare difficile, a chi si assuefà a questa “anestesia”, affrontare i volti, i gesti, le parole di interlocutori in carne ed ossa. È forse a questo che pensa il professor Vicari quando osserva che «sarà impegnativo convincere i ragazzi a uscire di nuovo di casa».

Un divenire senza senso

Ma forse sulla depressione dei giovani – l’iceberg di cui gli atti di autolesionismo sono solo la punta emergente – influisce anche un altro fattore, oltre a quello del rarefarsi della sfera relazionale, ed è la perdita del senso del futuro. È una malattia che affligge la nostra cultura già da molto prima della pandemia. Alla origini della post-modernità sta la tesi di Nietzsche che il progresso è un’illusione e che la storia, con le sue passioni, le sue apparenti rivoluzioni, le sue vicende liete o drammatiche, è un eterno ritorno di ciò che è già stato. Un divenire, insomma, magari affannoso, ma che non porta da nessuna parte.

Da qui un clima culturale che ha privilegiato l’“attimo fuggente”, il “carpe diem”, e ha fatto apparire superflue le domande sul “senso” – nella duplice accezione di “direzione” e di “significato”–, di tutta la nostra frenetica corsa quotidiana. Da qui, anche, lo scarso interesse della maggior parte dei giovani per la politica, che dovrebbe essere basata sulla progettazione del futuro. Anche se, in questo clima, essa si è sempre più ripiegata su logiche difensive, puntando sulla paura e sul mantenimento dell’esistente.

L’effetto della pandemia

Da questo punto di vista, la pandemia ha solo portato all’estremo una malattia dell’anima che già ci corrodeva e che spiega l’indebolimento delle passioni, già segnalato da molti ben prima del suo esplodere. È del 2010 la diagnosi spietata del 44° Rapporto Censis sul nostro Paese: «Sembra avvenire ogni giorno di più che il desiderio diventi esangue, senza forza, indebolito da una realtà socioeconomica che da un lato ha appagato la maggior parte delle psicologie individuali attraverso una lunga cavalcata di soddisfazione dei desideri (…) e che dall’altro è basata sul primato dell’offerta che garantisce il godimento di oggetti e di relazioni mai desiderati, o almeno non abbastanza desiderati».   Il Covid ha però capovolto il movente di questa mancata proiezione dei giovani verso il futuro: non un eccesso consumistico che toglie il gusto di desiderare , appagando sul nascere tute le pulsioni, ma il venir meno di tutte le prospettive su cui normalmente si poteva puntare, sul piano economico, lavorativo, esistenziale. In questa versione, la perdita del futuro si manifesta più chiaramente nel suo profondo significato di “disperazione”. Il vuoto che prima i nostri giovani vivevano in modo indolore, ora si manifesta più crudamente come motivo di depressione.

La mancanza di progettualità degli adulti

È appena il caso di dire che la responsabilità di questo clima non è solo della pandemia, ma del modo in cui noi adulti continuiamo ad affrontarla. Era così anche prima. Non c’è stato bisogno del Covid per lavorare alacremente, a livello mondiale, alla desertificazione del nostro pianeta e, a livello nazionale, al crescente accumularsi di un debito pubblico che schiaccerà chi verrà dopo di noi. E da tempo, anche nelle famiglie, non eravamo più in grado di offrire altri obiettivi che quelli relativi alla “sistemazione” personale e alla difesa del nostro attuale tenore di vita. Basta guardare allo scenario politico per rendersi conto che questa incapacità di dare un “senso”, una direzione, alla vita individuale e collettiva, si sta perpetuando nel tempo della pandemia. Al di là dei fattori contingenti, gli osservatori più acuti sono d’accordo sul fatto che, in questo momento, il vero limite, sia del governo, sia dell’opposizione, è di non avere un vero progetto che dia significato alle loro proposte settoriali.

Mettere mano a una cultura che apra speranza

Certo, i nostri giovani non si suicidano (come qualche adulto è tentato di fare) alla vista dei disastrosi scenari della politica. Forse, se si chiedesse loro perché stanno così male, non lo saprebbero neppure dire. Ma noi, gli artefici di questa società, i seminatori, consapevoli o inconsapevoli, di questa cultura senza futuro (è da noi che i nostri figli l’hanno recepita), non abbiamo il diritto di stupirci del loro profondo disagio.

Ma, se vogliamo riparare, non basterà creare le condizioni della riapertura in sicurezza delle scuole o altre singole misure. Qui è necessario mettere mano a una nuova cultura, pensarla, diffonderla. Per ritrovare noi stessi qualcosa che valga la pena di costruire nel lungo termine e offrirlo ai nostri figli, perché abbiano di nuovo la possibilità di sperare.

 *Pastorale Cultura – Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

 

giovedì 21 gennaio 2021

GIOVANI. IN AUMENTO I TENTATIVI DI SUICIDIO

Stefano Vicari, Ospedale Bambin Gesù, Roma:

 "Posti letto occupati al 100% da tentativi di suicidio, non mi era mai successo. 

Al pronto soccorso un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’"

di Ilaria Betti

 

Via l’immagine dei fannulloni sdraiati sul divano con il cellulare. I giovani, che da quasi un anno vivono la pandemia, stanno soffrendo. E anche molto. A dimostrarlo è un dato condiviso da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30%. “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita - ci spiega -. Se nel 2019 gli accessi al pronto soccorso erano stati 274, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Al pronto soccorso si registra un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’”.

Tutta colpa della pandemia?

“Stiamo assistendo a due fenomeni: da una parte, abbiamo gli adolescenti che per autoaffermarsi diventano aggressivi, fanno male agli altri, fanno male ai genitori, si tagliano, diventano intrattabili. Dall’altra, abbiamo i giovani che si chiudono a riccio, si rifugiano nel loro mondo e nella loro stanza e non sappiamo se avranno voglia di uscire fuori da questo guscio, una volta passata la tempesta. Il fatto è che la pandemia sta facendo aumentare lo stress e lo stress facilita la comparsa di una serie di disturbi, principalmente disturbi d’ansia, disturbi del sonno e depressione. Aumentano per una serie di fattori: prima di tutto, c’è la paura di ammalarsi che i bambini e i ragazzi ‘respirano’ dentro casa. Poi c’è l’assenza del gruppo dei coetanei che fa da ammortizzatore. Un adolescente - lo siamo stati tutti e lo sappiamo benissimo - parla poco con mamma e papà. Se deve raccontare un problema preferisce confrontarsi con un amico, con il compagno di banco. Questa interazione in presenza non c’è più e a distanza non è la stessa cosa”.

Perché si reagisce con l’autolesionismo?

“L’autolesionismo esiste da sempre: il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si fa del male, si taglia, si infligge un danno fisico intenzionalmente. Tra le attività di autolesionismo c’è anche il tentativo di suicidio che è la seconda causa di morte per i giovani tra i 10 e i 25 anni dopo gli incidenti stradali. Questo fenomeno è sempre esistito, ma da ottobre si è acutizzato. Si tratta principalmente di tagli negli avambracci, nelle braccia, nelle gambe. Molti ragazzini ci dicono che lo fanno perché si sentono attanagliati da un malessere psicologico ed è come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore”.

Quanti sono i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia?

“Da questo punto di vista c’è un problema troppo spesso sommerso: sebbene il 20% degli adolescenti soffra di un disturbo mentale, i posti letto complessivi in Italia sono soltanto 92. Qui al Bambin Gesù ce ne sono otto, ma ci sono regioni che non ne hanno neanche uno. Si tratta di una vera e propria emergenza, calcolando che il numero di tentati suicidi e autolesionismo si sta alzando. Dove non ci sono posti, i giovani vengono ricoverati in pediatria - accanto magari al bimbo con la bronchite - o in strutture dedicate agli adulti, dove la permanenza non è di certo facile. I disturbi psichiatrici e la loro cura passano ancora in secondo piano. Basti pensare che, sebbene i disturbi psichiatrici siano più frequenti in età evolutiva, i pediatri non studiano psichiatria nel loro percorso di formazione”.

La mancanza della scuola in presenza ha un ruolo nell’aumento degli episodi di autolesionismo e tentati suicidi?

“Sono convinto che sia proprio l’assenza della scuola ad aver ‘pesato’ così tanto sugli adolescenti. Continuiamo a pensare che la scuola sia solo didattica: questo è un errore gravissimo. La scuola non può essere vista come luogo di preparazione al mondo del lavoro ma come luogo di formazione del carattere e della conoscenza. All’interno della scuola si cresce culturalmente, ma non solo. Ci si riscatta, ci si afferma. Anche chi appartiene a contesti umili, tramite la scuola può studiare e riscattarsi. Se la scuola non c’è, l’affermazione di sé passa attraverso valori negativi: le risse per strada, l’autolesionismo, i litigi violenti, con compagni e genitori. I giovani hanno necessità di ribellarsi, ma più riduciamo gli spazi di possibile ‘deragliamento’, gli spazi in cui possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto - come appunto, le scuole - più queste ribellioni diventano violente”.

Cosa ne pensa di chi dice che i giovani non stiano soffrendo in questa pandemia perché “non stanno mica combattendo la guerra”?

“Penso che si sbagli di grosso. Ai ragazzi è stato chiesto di fare uno sforzo enorme in questi mesi: allontanarsi dai propri compagni, dalla propria routine, da tutto quello che prima costituiva il loro mondo. Chi ha gli strumenti giusti, ovvero risorse economiche, famiglie solide alle spalle, può cavarsela. Ma chi vive in periferia, in contesti poveri con genitori con rapporti conflittuali: ecco, per questi giovani la permanenza in casa non è così facile. Sono costretti a cercare altre valvole di sfogo”.

Cosa si può fare per invertire la rotta?

“In questa emergenza i giovani sono stati dimenticati: devono invece essere rimessi al centro dell’attenzione del mondo, politico e non, per il semplice fatto che saranno loro gli adulti di domani. Dobbiamo supportarli e dotare di strumenti per affrontare questo momento storico anche quei ragazzi che risorse non ne hanno. Dovremmo poi lavorare su ciò che rinforza la salute mentale, cioè famiglia e scuola, e potenziare le strutture psichiatriche sul territorio, dato che le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile. La buona notizia è che dalle malattie mentali si guarisce. Il genitore di un figlio con malattia mentale fa fatica ad accettarla perché in qualche modo se ne dà la colpa. Un papà con la figlia anoressica non va dallo psichiatra perché crede di essere stato un cattivo padre. La malattia mentale fa paura, ma solo affrontandola senza pregiudizi si può sconfiggere”.

 

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  Fonte