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sabato 21 marzo 2026

LA POESIA, UN VALORE DA COLTIVARE

 


Poesia: 
un toccasana 
per mente
 e cuore


La Giornata Mondiale della Poesia si celebra il 21 marzo di ogni anno, istituita dall'UNESCO nel 1999 per promuovere la diversità linguistica, il dialogo interculturale e la diffusione della poesia. La data coincide con l'inizio della primavera, simboleggiando la rinascita della creatività e del pensiero. 

Ecco i punti chiave della ricorrenza:

  • Obiettivi: Sostenere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia, valorizzandola come forma d'arte essenziale.
  • Significato: Riconosce alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo, della comprensione reciproca e della pace.
  • Eventi:

 In tutta Italia, il 21 marzo, si svolgono incontri, reading, contest e iniziative nelle biblioteche, scuole e spazi culturali.

  • Tema 2026: Le celebrazioni spesso si collegano al tema dell'immaginazione e alla forza espressiva della parola, come nel caso degli eventi previsti a Venezia e in altre città italiane. 

La Giornata Mondiale della Poesia è un invito a celebrare i poeti e a riscoprire la poesia come strumento di espressione potente e universale. 

 

La poesia, in alcuni casi considerata la Cenerentola della letteratura e in altri un’arte elitaria e lontana dalla vita quotidiana, nasconde un potere straordinario e può rivelarsi un toccasana per la salute mentale e fisica di chi la scrive e di chi la legge.


di Cristina Moretti

La poesia è un veicolo incantevole che può trasportare l’anima attraverso emozioni, riflessioni e immagini. Non è solo una forma d’arte, ma anche un mezzo di espressione personale e di connessione umana. Tuttavia, oltre al suo fascino estetico, la poesia ha dimostrato di avere profondi effetti benefici sia per coloro che la scrivono che per coloro che la leggono. Esploriamo insieme questo straordinario potere trasformativo.

Per chi le scrive o vuole provarci

Scrivere poesie è un atto di intima riflessione e creatività. Qui, nella quiete delle parole e delle metafore, gli autori trovano uno spazio sicuro per esplorare i recessi della propria anima. Tra i benefici che gli scrittori possono trarre dalla poesia c’è sicuramente la possibilità di trovare un canale attraverso cui esprimere la propria emotività. La poesia, infatti, offre uno sfogo emotivo senza restrizioni. Gli scrittori possono riversare le proprie emozioni sulla pagina, liberandosi del peso che potrebbero portare dentro di sé.

Può stimolare la creatività: la ricerca di parole, immagini e metafore per esprimere le proprie emozioni e idee richiede un esercizio creativo che può portare a nuove intuizioni e soluzioni in altri ambiti della vita. La poesia sfida i confini della grammatica e della struttura. Gli scrittori sono liberi di giocare con le parole, creare nuove forme e sperimentare con linguaggio e ritmo.

Favorisce, inoltre, l’introspezione e riflessione: immergersi nei propri pensieri e sentimenti attraverso la scrittura aiuta a conoscersi meglio e a dare un senso alle proprie esperienze. Scrivere poesie richiede un’attenta riflessione. Gli autori si immergono in questioni esistenziali, esplorando la bellezza e il dolore della vita, portando alla luce nuove prospettive e significati. Attraverso la scrittura poetica, gli autori possono scoprire nuovi aspetti di sé stessi. Esplorando le proprie esperienze, speranze e paure, possono acquisire una maggiore comprensione del proprio essere interiore.

Tra i vantaggi del cimentarsi nella scrittura ci sono anche la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima: scrivere poesie può essere un modo per sfogare le emozioni negative e trovare sollievo dalle preoccupazioni quotidiane. Dare forma alle proprie idee e vederle tradotte in versi può aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Per chi le legge

La poesia non è solo per coloro che la scrivono; è anche per coloro che la leggono. Attraverso le sue sfumature linguistiche e le sue immagini evocative, la poesia offre una gamma di benefici a cui spesso non si pensa.

La poesia risveglia l’immaginazione e arricchisce il vocabolario: le immagini evocative e il linguaggio poetico trasportano il lettore in mondi nuovi e stimolano la fantasia. Essa espone a un linguaggio più ricercato e complesso, che può ampliare il bagaglio linguistico del lettore. Ne deriva un’importante stimolazione mentale: l’arte della poesia richiede una partecipazione attiva da parte del lettore. Interpretare le metafore, analizzare le strutture e immergersi nel linguaggio poetico stimola la mente e incoraggia la creatività.

La poesia è un vero e proprio esercizio per il cervello; attiva aree diverse del cervello rispetto alla prosa. Stimola il lato destro, coinvolto nella memoria autobiografica, mescolando esperienza sensoriale ed emotiva.

La poesia sa toccare le corde più profonde dell’animo umano, provocando commozione, gioia, riflessione. Immergendosi nelle parole del poeta, il lettore impara a calarsi nei panni degli altri e a comprendere le loro emozioni. Leggere poesie può aiutare i lettori a sviluppare una maggiore empatia e comprensione per gli altri. Attraverso le esperienze condivise nelle poesie, si crea una connessione emotiva che supera le differenze individuali.

Ispirazione idee per la propria crescita personale possono arrivare dalla lettura. Le poesie possono ispirare nuove idee, rivelare nuove prospettive e offrire conforto o speranza nei momenti bui. A volte fungono da specchio per l’anima. Leggendo le esperienze e le riflessioni degli altri, i lettori possono imparare più su se stessi e sulle proprie reazioni al mondo. Con le giuste parole e immagini, una poesia può trasformare la nostra visione del mondo. La sua capacità di trasmettere immagini e sentimenti supera altre forme letterarie.

Da non sottovalutare la sua capacità di creare comunità: leggere testi poetici ad alta voce dei testi poetici, spesso in occasione di slam, unisce competizione e arte. I concorsi di letture poetiche in diverse città coinvolgono molte persone, sia come lettori che semplici ascoltatori.

Per i più piccoli

Leggere poesie con i bambini e leggerle loro fin dalla più tenera età fornisce maggiori stimoli per le loro capacità di linguaggio. Giocando con le parole, i bambini migliorano le connessioni cerebrali e arricchiscono il proprio vocabolario.

La poesia è un’arte dalle mille sfaccettature che può donare benessere a chi la pratica. Che si scriva o si legga, la poesia può arricchire la nostra vita in modi inaspettati, come questi bellissimi versi di Alda Merini, una delle mie poetesse preferite.

Desiderio d’amore

Lei desiderava un sorriso 
una musica muta
una riva di mare
per bagnarsi
il suo amore impossibile.
I suoi piedi nudi e piagati,
i suoi meschini capelli.
Lei ignorava che il ricordo
è un ferro piantato alla porta,
non sapeva nulla
della perfezione del passato,
del massacro delle notti solitarie
non sapeva che il più grande
desiderio
è un niente
che s’inventa stranissime cose,
e vola come un’idea
verso l’enciclopedia
del Paradiso.
Sogna
su un altare di piombo
e frusta strampalati pupazzi
che non portano mai allegria.

(da “Io dormo sola”, Acquaviva, 2005)

ROCCA

martedì 25 marzo 2025

SAPERSI STUPIRE

 

DALL'HOMO ERECTUS ALL'HOMO CURVATUS



Alessandro D’Avenia

 

Salgo sulla metropolitana e mi impongo un esercizio di stupore, li faccio quando mi sento triste. Infilo il cellulare nella tasca interna del cappotto perché non sia raggiungibile dalla mano che, per una briciola di dopamina, lo cercherà senza il mio consenso. Mi impongo di fissare ogni cosa. Così torno alla mia altezza, perché i nostri occhi, a differenza di quelli dei quadrupedi indirizzati al suolo o poco più su, consentono di arrivare al cielo. Dopo millenni di evoluzione però il nostro sguardo è tornato giù, al telefono, tanto che da anni esiste una nuova patologia: la cervicale da smartphone.

 Dall'homo erectus (in piedi) a quello curvatus. Ne scorgo tanti esemplari in metropolitana. Un ragazzino di 12-13 anni seduto ride mandando messaggi con le mani appoggiate su una nota edizione di spartiti per pianoforte. Intravedo la prima lettera del compositore: C... Chopin? Scorgo la seconda: z... Chi sarà? Entrano due ragazze che saranno poco più grandi di lui. Parlano e ridono guardando il cellulare di una delle due, l'altra tira fuori una spazzola per lisciarsi i capelli, e poi la passa all'amica che fa altrettanto. Accanto a me una ragazza legge un testo sullo schermo, niente la distrae, chissà che cosa dicono quelle righe. In ognuno è in corso un desiderio, una ricerca di bellezza... Continuo il mio esercizio che sta già facendo effetto. Quale?

 Mi soffermo su chi non ha il cellulare in mano. Una coppia di anziani: parlano tra loro e quando tacciono, tacciono e basta, senza schermi. Un'altra signora ha la mano impegnata ad accarezzare la testa del suo bambino che, accoccolato sul petto, ha gli occhi spalancati su di lei. Poi c'è un uomo che guarda in basso, con i vestiti impolverati da un cantiere. Piegato dalla fatica del giorno di lavoro ogni tanto dice una parola ad alta voce: a chi? Una ragazza proprio di fronte a lui non ha invece smesso di scorrere immagini sullo schermo. Dei turisti ridono tra loro, liberi dalle incombenze del quotidiano hanno tempo solo per le cose belle di questa città. Una donna, l'unica in tutto il vagone, legge un libro. 

 Quando riemergo sulla strada una luce nuova brilla su alberi che scopro essere di ciliegio giapponese grazie alle prime fioriture: allora è vero, è primavera! La stagione, da cui cominciava l'anno dei Romani e di molte culture mediterranee, non s'arrende neanche in questa città, dove il tempo della natura, quello ciclico, è marginale, con la conseguenza che ci sentiamo solo lineari, fatti per la morte e non per la (ri-)nascita. Ma il tempo ciclico è solo nascosto dalle tonnellate di cemento e asfalto che coprono una terra sui cui maturerebbe ancora il grano. Anche qui le persone che camminano guardano quasi tutte uno schermo, i loro occhi ignorano la stagione così “già vista” che non stupisce più. Per stupirci abbiamo bisogno di stupefacenti: effetti speciali o dipendenze. Eppure, gli alberi, rinsecchiti sino a poco fa, ce lo ricordano che la bellezza è frutto di un lungo lavoro silenzioso di spoliazione, ma noi vogliamo tutto e subito: abbiamo fretta e la natura è lenta.

  Non è vero che non ci sono più le mezze stagioni, siamo noi a non esserci più, perché le sfumature e le gradazioni sono solo per chi guarda bene. Infatti “a ben vedere” su questa strada tutto è pieno di cose che, come i ciliegi, ci ricordano di tornare in vita: due ragazzi che bevono una birra sui primi tavolini all'aperto, la custodia di uno strumento sulle spalle di una ragazza, il mendicante seduto per terra con una scatola di tonno in attesa di uno sguardo e una moneta, un bambino che con il suo monopattino avanza nel qui e ora senza difese. Aveva ragione mia nipote quando alla proposta di vedere il cugino in videochiamata si ribellava: “Ma io lo voglio vivo!”. 

 Il neuroscienziato Stefano Mancuso mi ha spiegato che si può misurare lo stress di una persona dalla resistenza della pelle: più è rigida più si è in stato di allerta. Infatti, a chi entra in un bosco la pelle si ammorbidisce solo dopo cinque secondi. Io mi devo far bastare qualche albero incastrato in un'aiuola... Tornato a casa cerco: “Cz compositore”. Carl Czerny è un musicista viennese del primo '800 noto per la sua memoria prodigiosa che gli consentiva di eseguire tutte le sonate di Beethoven, di cui fu allievo. La sua vocazione alla didattica lo portò a comporre centinaia di esercizi tutt'ora indispensabili per educare le dita di generazioni di pianisti, come quelle del ragazzino della metropolitana. 

 Mentre scrivo ascolto un suo Notturno: un tipo di composizione che dimostra che basta una notte ben guardata per fare un capolavoro. Perché noi che puntiamo su Marte abbiamo perso così tanta Terra? Aspettiamo i like più delle magnolie in fiore, suoniamo i clacson più del piano, tocchiamo lo schermo più di un volto, distinguiamo le emoticon ma non un platano da una betulla. Se l'homo curvatus ha meno occhi non è colpa di un telefono, ma di un cuore che quel telefono ha trovato vuoto. Ma la vita non demorde e ci chiama dal e al suo quotidiano miracolo: uno spartito, un bambino, una spazzola, un libro, un silenzio, una risata, una città, una fioritura, un monopattino, un tavolino... e chissà quanti altri stupori per rimetterci “in piedi” quando siamo prostrati, perché solo chi è toccato dalla vita poi la ama e la cura. Infatti, Leopardi diciottenne, negli stessi anni in cui Czerny componeva per il piano, scriveva a Pietro Giordani di voler fare il poeta perché aveva “visto” una primavera: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, lasciar passare questo ardore di gioventù e aspettare per darmi alla poesia” (30 aprile 1817). 

 Solo la vita fa tornare in vita, e lui lo cantò così: “Primavera dintorno/ brilla nell’aria, e per li campi esulta, / Sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Senza “mirare” perdiamo la tenerezza (di pelle e di cuore): niente più ci tocca, ci fa abbassare le difese e sentire amati, ma per un cuore e una pelle induriti vivere diventa solo una “dura” lotta. La morte è forse la fine della vita, ma di sicuro il suo fine è la gioia. Per questo un giorno ci alzammo in piedi. Per questo ogni giorno ci alziamo in piedi: per essere all'altezza (se all'altezza non rinunciamo per un telefono) della gioia che ci (a)spetta.

 Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

 

 

 

 

 

giovedì 29 aprile 2021

CONTEMPLAZIONE

       


  di Rosanna Virgili


«Veder fiorire la terra, rompersi il legno dei rami con la delicatezza dei petali, scoprire gli spruzzi vivaci di allegria dei cespugli, sentire l’orchestra di ogni specie di uccelli, è esperienza di un tempo che ha vertici da salvare.

Contemplare è nutrirsi e serbare nel cuore; i fiori dei peschi e dei ciliegi, le primule, le viole, le rose, li scriviamo nel cuore nei loro vertici di bellezza, così come facciamo con i volti, i gesti e le parole delle persone che amiamo».

I versi di Paola Casi sono pura, freschissima contemplazione. Un modo di guardare il mondo che ci rigenera. Letteralmente estasiati, ci tuffiamo nei torrenti dei canti della bella stagione al punto che ci par di sentire che tutte le creature e-stasino in noi, facendosi piccole come semi, cuccioli, neonati, per affiorare nella nostra anima. E allora tutto di noi diventa terra e culla di nuova vita con loro, di mai vista bellezza.

Per un’altra primavera sarà ancora “l’allegria di germogli” e i suoni delle “parole delle persone amate” ci attireranno verso ignoti spazi d’immensità. Si romperà il legno già secco e noi saremo linfa di petali.


www.avvenire.it




lunedì 23 marzo 2020

LA PESTE, IL MOZZO E IL CAPITANO

"Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?"
"Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?"
"Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari".
"E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?"

"Non me lo perdonerei mai, anche se per me l'hanno inventata questa peste!"
"Può darsi, ma se così non fosse?"
"Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa".
"E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo".
"Mi prendete in giro?"
"Affatto... Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso".
"Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?"
"Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa".
"E di cosa vi privaste?"
"Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po' di primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un'abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l'uomo in salute.

Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all'alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l'ora delle preghiere, l'ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l'indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l'abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.

Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l'attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L' attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell'equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando".
"Come andò a finire, Capitano?"
"Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto".
"Vi privarono anche della primavera, or dunque?"

"Sì, quell'anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più".


Dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung


lunedì 6 marzo 2017

VIGILIA DI PRIMAVERA





"Contemplo un di quei fiori,
 e nel mirarlo tremo: 
Tu solo, o Padre, 
puoi così fissarmi 
da un prodigio di petali. 
Nel volto di un fior di campo, 
che in un suo cerchio breve 
racchiude l'armonia dell'universo, 
  ti riconosco".   

(Ada Negri)