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sabato 5 settembre 2026

L'ARCA DI NOE

 


Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?

 

Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini

 

Perché parla del caos del mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina, con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa. Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano delle cose più semplici e più eterne.

Perché Noè salva anche ciò che è impuro?

È una domanda imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche, per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino, cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono improvvisamente come i nostri maestri spirituali.

Dopo il diluvio, Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?

Noè sa che, se è giusto, lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene. È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che abbiamo ricevuto?

Lei scrive: "Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può spiegare questo passaggio?

La prima cosa che Noè fa dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri. L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.

Vatican News