e trasfigura la morte
in risurrezione
Riflessione di don Massimo
Naro sulla liturgia
della Parola
nella V domenica di Quaresima (anno A)
Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Il cammino
quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici
che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte,
quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla
paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che
definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni
che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor,
l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere
alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra
l’odierna pagina giovannea.
La morte di
Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che
pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la
fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo,
semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci
ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è
morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto
emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si
commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana
di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti
psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne
descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò
scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di
Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che
dovrà lui stesso subire di lì a poco.
Tuttavia, Gesù
conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto
che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di
Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale
ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E
di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero
deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come
risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il
più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà
protagonista.
D’altronde, la
morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono
un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un
linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte
umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che
la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui
egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno
drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni
essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il
veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in
Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh,
«Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha
un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare
l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì
la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte
accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è
qui: che è, che era e che viene».
Di conseguenza la
risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di
Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale
in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica,
l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di
salvezza, non è la salvezza.
Nella pagina
evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi
alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno
l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il
Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico
anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che
colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio:
la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua
concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la
decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al
riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi
chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione
profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per
risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte.
Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi
risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione,
come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a
più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e
con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del
suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo
Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha
risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per
mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di
Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito
e rivivrete».
Occorre
disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza
salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di
lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di
vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico,
un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus
plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in
Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina
che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi
riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima
l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di
Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive:
«Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella
traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale.
Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel
primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn,
voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale,
l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui
Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più
bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di
Tiberiade ne è la riprova più eloquente.
La chiave di
lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a
Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore,
vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un
interrogativo rivolto anche a noi.
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