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sabato 7 marzo 2026

AMA IL TUO NEMICO

 


"Educare all’odio?"

 



Massimo Recalcati 

 L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. In uno straordinario romanzo come I duellanti di Joseph Conrad si può vedere bene quanto questa passione possa consumare un’intera esistenza. Non a caso Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita. 

Il pregiudizio

Nella dimensione collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la soppressione di tutto ciò che è altro da me. 

 I cattivi maestri

I cattivi maestri di ogni tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi, soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie responsabilità. 

È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. 

Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? 

Le ideologie  e l'educazione

Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio. 

 Non sorprende che sia stata la filosofia dell’odio dell’hitlerismo a rendere possibile l’orrore della Shoa e della Seconda guerra mondiale. La passione dell’odio si nutre infatti della certezza dogmatica di possedere la Verità. Essa esclude per principio il dubbio e la contraddizione perché vive di un ideale integralista e fondamentalista di purezza. È nel nome di questa purezza che Hitler ha legittimato l’odio feroce per gli ebrei, per il bolscevismo e per le democrazie liberali. I misfatti più crudeli ed efferati nella storia sono sempre stati giustificati nel nome della Verità. Ecco perché l’odio è il nutrimento quotidiano di ogni ideologia settaria. Non a caso Freud afferma che l’odio è un’espressione diretta della pulsione di morte, della pulsione che non alimenta la vita ma la sua distruzione. 

 La scuola

In ogni regime totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a questa passione mostruosamente umana?

La Repubblica

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 4 marzo 2025

La FINESTRA DI OVERTON


COME FARTI ACCETTARE CIO' CHE NON VUOI 

La finestra di Overton è un meccanismo psicologico che deriva dalla tendenza della nostra mente ad ancorarsi a un punto di riferimento e utilizzarlo per giudicare i cambiamenti.

 La finestra di Overton altro non è che la “finestra” di possibilità accettabili e considerate normali all’interno dell’insieme di tutte le possibilità.

Quando ci viene proposto qualcosa, la nostra mente considera dove quella proposta si colloca rispetto al nostro punto di riferimento. Se rientra nella finestra di ciò che consideriamo normale, la proposta verrà accettata immediatamente. Se si pone al confine potremmo fare resistenza, ma con le giuste motivazione la accetteremo. Tanto più lontana la proposta si colloca rispetto alla nostra finestra tanto più considereremo l’idea inaccettabile.

Ti sei mai chiesto perché altre persone accettano cose che tu non accetteresti mai? Come possono alcuni cinesi mangiare cani? Perché i matrimoni gay sono normali in certe nazioni e considerate un’aberrazione in altre?

La finestra di Overton determina ciò che è accettabile e la finestra di Overton… si sposta.

La teoria della finestra di Overton

Nel mondo esistono idee, regole e leggi che sono considerate radicali o impensabili, cose che nessuno penserebbe mai di fare, né di proporre, per paura delle conseguenze.

Cosa accadrebbe se un partito politico proponesse che le mogli siano di proprietà dei mariti? Che reazioni ci sarebbero se un’azienda proponesse di vendere carne di cane? Come giudicherebbe la gente un gruppo di persone che pratica il cannibalismo?

Muovendo la finestra di Overton, cioè spingendo piano piano il consenso verso un estremo, è possibile far accettare alle persone ciò che prima avrebbero rifiutato.

Il termine “finestra di Overton” è stato coniato da Joseph P. Overton che affermò che la fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

 La fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

La tecnica della finestra di Overton

La finestra di Overton è semplicemente un modo per identificare quali norme saranno più facilmente accettate dalla popolazione e quindi evitare che delle proposte vengano rigettate, magari con conseguenze negative sulla popolarità di chi le porta avanti.

La finestra di Overton può però cambiare posizione e ciò che era inaccettabile qualche anno prima diventa la preferenza della maggioranza. Ad esempio, nel 2008 lo stato della California votò per rendere illegali i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nel 2015 i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano legali e accettati dalla maggioranza della popolazione.

Un modo per visualizzare la finestra di Overton è questa:

finestra di Overton cos'è

Lo spazio all’interno della curva è la finestra di Overton. Tanto più centrale sarà una proposta, tanto più facilmente verrà accettata. Se la proposta è verso la periferia sarà accettata, ma con qualche resistenza. Le proposte appena al di fuori della finestra sono controverse e non saranno accettate subito, ma potrebbero essere accettate in un secondo momento, allo spostarsi della finestra. Le proposte in posizioni estreme rispetto alla finestra di Overton sono considerate inaccettabili.

Come puoi muovere la finestra di Overton

Il fatto che una proposta sia inaccettabile però non significa che sarà impossibile da realizzare. Significa semplicemente che è necessario prima “spostare” la finestra di Overton fino a che quella proposta non entri all’interno.

È così che proposte politiche che vengono considerate estreme e inaccettabili vengono poi accettate senza troppo riserve qualche anno dopo. La finestra si muove e cambia forma, includendo o escludendo idee nel tempo. Quando la finestra cambia, cambia ciò che è politicamente possibile proporre, ciò che è accettato e ciò che non lo è.

Esistono tre fenomeni che spostano la finestra di Overton.

Le crisi

Accade qualcosa di grande e al di fuori del controllo delle persone, che diventano disposte ad accettare soluzioni che altrimenti avrebbero rigettato.

Un esempio è l’attacco alle torri gemelle a seguito del quale il governo americano cambiò le leggi sulla privacy nel nome della sicurezza nazionale. Il pubblico non avrebbe mai accettato quelle norme in una situazione normale, ma lo fece di fronte alla paura della minaccia terroristica. La finestra di Overton era stata spostata dalla crisi.

 

È difficile all’interno di un’azienda cambiare il modo di fare delle persone. È più facile fare le cose come sono sempre state fatte, ma i cambiamenti diventano più facili da far accettare se l’azienda entra in crisi. Le persone diventano disposte ad agire diversamente per ovviare al pericolo. Il pericolo della crisi è superiore in intensità al pericolo di accettare un’idea nuova.

Ci sono cose che non vorresti mai fare, ma se ti trovassi in una situazione molto difficile, potresti accettare di cambiare le tue abitudini e persino i tuoi valori pur di migliorare la situazione.

Persuasione graduale

Al contrario della crisi, che fa “saltare” la finestra di Overton in un’altra posizione a causa di un singolo evento, la persuasione graduale sposta la finestra poco alla volta cosicché le persone neppure si rendono conto che la loro idea è stata cambiata.

Questo fenomeno si osserva spesso quando un gruppo di persone possiede un’idea che vuole venga accettata dal resto della popolazione e propone l’idea per stadi. Ad esempio, per i primi gruppi per i diritti gay era impensabile proporre l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché prima era necessario far accettare l’idea dell’omosessualità, poi convincere le persone che l’omosessualità non era una minaccia per la società e via dicendo.

 

Da notare come questi fenomeni sono indipendenti dal valore “morale” dell’idea, né è importate che tu personalmente approvi l’idea. Non è un fenomeno né “buono” né “cattivo”, è semplicemente il modo in cui proposte sociali e politiche vengono ad essere accettate o rigettate. Che queste proposte siano “buone” o “cattive” non importa.

Il leader carismatico

In questo caso la finestra di Overton viene spostata in maniera graduale ma attiva da una singola persona, un leader carismatico che porta avanti l’idea. Le persone saranno più disposte ad accettare l’idea perché questa viene “garantita” da una persona di cui si fidano.

Il ragionamento suona così: “non sono sicuro di questa cosa, ma mi fido di te”, oppure “non avevo mai pensato che quest’idea fosse buona, ma adesso che me lo dici tu sto cambiando idea”.

Esempi estremi di questo fenomeno sono i leader dei movimenti per i diritti civili, da Mandela a Martin Luther King, ma anche i leader dittatoriali, come Hitler o Stalin.

Anche in questo caso, la finestra di Overton non si sposta necessariamente perché l’dea proposta è “migliore”, ma perché viene spinta da un leader carismatico che la rende accettabile. È un fenomeno che capita spesso in politica.

La finestra di Overton applicata a te

Una volta che hai capito come questi fenomeni avvengono, li vedrai accadere continuamente nel panorama politico nazionale e mondiale, ma anche in cerchie più ristrette sia professionali che personali.

Le persone spesso applicano la finestra di Overton inconsapevolmente quando cercano di far cambiare idea agli altri. La persuasione graduale è per esempio molto diffusa. Invece di andare subito al traguardo, sapendo che la proposta verrà rigettata, fai una piccola proposta, così innocente che sarebbe irragionevole rifiutarla. La finestra si sposta, anche se solo di poco, e la prossima volta potrai chiedere di più, finché anche la proposta finale suonerà normale e non più così strampalata, e verrà accettata.

 INBREVE

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martedì 20 aprile 2021

POPOLO, SOVRANISMO, TOTALITARISMO, FRATERNITA'


Contro i nuovi totalitarismi ridefinire l’idea di popolo

Sovranisti e populisti si rivolgono non a un soggetto, ma a una massa da manipolare 

La necessità di un «vivere insieme» riconoscendo il valore della fraternità

-          


-         di PIERGIORGIO GRASSI*

 

Ci sono parole, utilizzate nella sfera pubblica, alle quali è stata data una tale varietà di significati da provocare equivoci, fraintendimenti e deformazioni sistematiche. È il caso del termine popolo, ricorrente nel dibattito politico, sia per la capacità evocativa, sia perché può essere impiegato per fini diversi. Un caso esemplare: si appellano al popolo coloro che predicano la chiusura ermetica delle frontiere per impedire che il diverso, più spesso il migrante, possa penetrare entro le mura a inquinare la purezza di una cultura e di una identità, cosicché in nome di questo compito chiedono poteri assoluti, liberi da vincoli di carattere giuridico e morale.

Si preparano in questo modo le condizioni per la conquista e il mantenimento a tempo indeterminato di un potere personale o di gruppo che fa strame della democrazia liberale con la sua divisione e il suo bilanciamento dei poteri, con le sue regole che valgono in primis per coloro che sono stati chiamati a governare, come vuole il moderno costituzionalismo. È di questi giorni l’appello all’Unione Europea dell’intellettuale polacco Adam Michnik, tra gli esponenti di Solidarnosc ai tempi gloriosi della lotta per la liberazione dal regime comunista, che chiede di intervenire perché non vengano tacitate le testate giornalistiche e i media che si oppongono al governo del primo ministro Mateusz Morawiecki, con metodi che sembrano assunti dal manuale del presidente ungherese Orban. I media del servizio pubblico vengono trasformati in organi di propaganda per il partito di governo e i media indipendenti vengono soffocati.

Populisti e sovranisti trattano il popolo non come soggetto, ma come massa manipolabile in vari modi, in contrasto con l’idea di popolo che faticosamente e attraverso conflitti di ogni genere si è affermata in Occidente e che si trova ora ad affrontare nuove sfide. I cambiamenti indotti da una globalizzazione mal governata, hanno infatti accentuato le differenze interne alle diverse società. Lo spostamento di milioni di persone da altri continenti, ha comportato elementi di novità di cui non si è colta immediatamente la rilevanza: la coesistenza precaria tra culture e religioni un tempo lontane e separate dal momento che fedeli islamici e aderenti alle religioni orientali sono divenute presenze permanenti in Europa e non solo. Assistiamo perciò ad un evidente paradosso: da una parte le difficoltà quotidiane delle convivenza e, dal-l’altra, la crescente consapevolezza del fatto che l’umanità è una, che al di là delle nazioni, delle differenti religioni e culture l’u- manità in quanto tale merita di essere messa in primo piano perché si è tutti sulla stessa barca e ci si salva solo cooperando insieme, come ci stanno insegnando la pandemia di Covid-19, i cambiamenti climatici in corso, l’inquinamento ambientale e il consumo dissennato delle risorse non rinnovabili del pianeta.

Perché ci sia un popolo ci vuole una storia condivisa, trasmessa in molti modi, e ci vuole la volontà di vivere insieme. Non è un dato di natura che si impone in maniera evidente: richiede l’assenso dei suoi membri, esige un’adesione attiva che si alimenta costantemente della sua storia e si rigenera riattivando i valori comuni. Le cose però si complicano quando al suo interno appaiono nuclei consistenti di altri popoli, con altra storia, segnata talvolta da antichi contrasti e conflitti con il paese in cui si sono stabilmente insediati, differenziandosi su temi cruciali: il concetto di laicità, il valore delle libertà private e pubbliche, dell’eguaglianza e così via. La volontà di coesistere si indebolisce se la storia divide e se valori comuni sono oggetto di contestazione. Sorgono allora conflitti o, talvolta, la deliberata volontà di ignorarsi reciprocamente, dando vigore a pregiudizi e a discriminazioni. Insomma, fratture profonde attraversano i popoli dell’Occidente e ne mettono in discussione gli assetti. I tentativi di dare risposte adeguate, da quella comunitaria che intende salvaguardare la particolarità a quella giacobina che estenua o nega le differenze, manifestano la irrisolta questione del come garantire insieme unità e diversità.

Osservava il filosofo Paul Valadier, in un denso saggio apparso qualche anno fa su “Études” – con esplicito riferimento ad Hannah Arendt, forse la più acuta studiosa dei totalitarismi moderni, la quale ha insistito sul carattere necessario e fecondo della pluralità umana come antidoto a ricadute così disastrose – che «una tale pluralità... dev’essere organizzata, strutturata ». In caso contrario, «lasciata a se stessa, si distrugge in rivalità di ogni sorta». Di qui una domanda e un suggerimento. La domanda: se l’Europa così antica (e i popoli che la abitano) sia in grado di individuare e perseguire questo obiettivo. In caso di risposta positiva, il suggerimento è il riprendere in considerazione con urgenza il fatto che essa è sorta dal convergere e dal fondersi, in una sintesi origina- le, di tradizioni apparentemente antagoniste, quelle che fanno riferimento a tre città simbolo: Gerusalemme, Atene e Roma, «mostrando così la sua vitalità nel confronto autentico, seppure polemico, di apporti diversi... che di per sé non orientavano necessariamente verso una facile convergenza e unità». È la chiamata a un lavoro di reciproco riconoscimento. Riconoscimento «che impegna tutte le parti in gioco, poiché spetta a ciascuno di operare un lavoro su se stesso per aprirsi al riconoscimento del-l’altro, cosa che trasforma per forza colui che si impegna in questo lavoro, ma che implica pure che l’altro non se ne stia fermo in un’identità ombrosa, che egli prenda parte al gioco della relazione, contro i comunitarismi chiusi in se stessi e troppo agitati per rischiare l’avventura del riconoscimento ». I luoghi dove tutto ciò può avvenire sono tanti: «dalla scuola all’educazione, dal lavoro dell’opinione pubblica informata e atta a discutere sulle proprie divergenze, dalla responsabilità politica, la quale non dovrà sollevare i gruppi gli uni contro gli altri in un clima di diffidenza, ma operare in vista della vita comune (ciò che si può chiamare il bene comune)». L’alternativa è una patologia sociale che si manifesta nella diffusione della cultura del disprezzo e dello scarto. Ma si può ritenere sufficiente tutto ciò per vincere inerzie e resistenze, per avviare a soluzione complicate questioni di carattere giuridico e po-litico, di costume, di diritti e così via; questioni che inevitabilmente si pongono, una volta assunta con decisione questa prospettiva? Oppure si esige un surplus che nella recente enciclica di Papa Francesco porta il nome di fraternità? È questa la proposta forte di una Chiesa che si definisce, e intende agire, come popolo di Dio, come soggetto collettivo che opera nella storia dei popoli della Terra mantenendo vivo il suo mistero, che promuove dialoghi sociali per camminare insieme, che sollecita la pratica di una buona politica capace di costruire ovunque popoli fondati su relazioni fraterne.

 *Già ordinario di Filosofia della religione e direttore dell’Istituto superiore di Scienze religiose “Italo Mancini” nell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.

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