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mercoledì 2 settembre 2026

GLI USI DEL POTERE


MESSAGGIO DEL 

SANTO PADRE LEONE XIV

AI PARTECIPANTI
 
ALLA SESSIONE PLENARIA

DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA

 DELLE SCIENZE SOCIALI

_____________________________________

Ho appreso con piacere della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e invio i miei migliori auguri oranti a tutti i partecipanti. Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo dedicato servizio come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio allo stesso modo la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: “The Uses of Power: Legitimacy, Democracy and the Rewriting of the International Order” [Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale]. È un argomento particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per costruire la pace all’interno e fra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale.

La dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1903). Perché la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono altresì informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un tempo in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale.

A tale riguardo, i miei predecessori hanno espresso la necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 58; Pacem in terris, n. 137), improntata al principio di sussidiarietà (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 57). Lo sviluppo di una tale comunità globale di fratellanza richiede «la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (Francesco, Fratelli tutti, n. 154). Di fatto, è «più che mai necessario ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale» (Visita alla sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2025, n. 7).

In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis — la classica definizione agostiniana della pace — dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sulle realtà di questo mondo e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 25, a. 3, ad 3); il potere divino non domina, ma piuttosto guarisce e ristora. È proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità aiuta a plasmare la “città terrena” nell’unità e nella pace, rendendola — seppure in modo imperfetto — un’anticipazione e una prefigurazione della “Città di Dio” (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza (cfr. Discorso ai leader religiosi partecipanti all’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025).

Con questi sentimenti, auspico sinceramente che le vostre riflessioni in questi giorni producano spunti preziosi per chiarire gli usi legittimi del potere, i criteri della democrazia autentica e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In tal modo, il vostro lavoro contribuirà in maniera significativa alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace, una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un’autorità umilmente posta al servizio di ogni essere umano e dell’intera famiglia umana.

Possa lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità e di pace, illuminare le vostre menti e sostenere i vostri sforzi. Invoco volentieri su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio.

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www.vatican.va


 

mercoledì 15 aprile 2026

DEMOCRAZIA E LEGGE MORALE


 Il Papa: la democrazia si basi sulla legge morale o si rischia la tirannia

“La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”. È un passaggio del messaggio del Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali riunita in plenaria

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il potere non come fine in sé ma come un mezzo per raggiungere il bene comune; la temperanza che “funge da barriera contro l’abuso di potere”; l’ordine internazionale che nasce dall’equilibrio di potere e la democrazia che rimane sana se radicata nella legge morale. Sono alcuni degli spunti che Papa Leone offre nel messaggio in inglese inviato ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dal 14 aprile, fino al 16 sul tema: L'uso del potere: legittimità, democrazia e la ridefinizione dell'ordine internazionale.

“Un argomento – scrive il Papa - particolarmente attuale, che concentra la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento fondamentale per costruire la pace all’interno delle nazioni e tra di esse in questo momento di profondo cambiamento globale”.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Saggezza e temperanza contro gli abusi di potere

Leone richiama la dottrina sociale della Chiesa cattolica e sottolinea che “la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di potere economico o tecnologico, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata”. La saggezza persegue infatti il vero bene ed è “inseparabile dalle virtù morali”. “Sappiamo – evidenzia il Pontefice - che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per un sano processo decisionale e per mettere in pratica le decisioni. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’esaltazione smodata di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere”.

La democrazia, argine alla tirannia e al dominio delle élite

Autorità e potere legittimo trovano espressione nella democrazia che riconosce la dignità dell’uomo e lo invita anche a partecipare alla ricerca del bene comune. “La democrazia rimane sana, tuttavia, solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. Priva di questo fondamento, - si legge nel messaggio - rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche”.

 La concentrazione di potere, minaccia democratica

La riflessione del Papa riguarda anche l’ordine internazionale, guidato dagli stessi principi che sorreggono l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni. “Una verità – scrive - che è particolarmente importante ricordare in un momento in cui le rivalità strategiche e le alleanze mutevoli stanno ridefinendo le relazioni globali”. Un ordine internazionale giusto e stabile, secondo il pensiero di Leone, “non può nascere dal semplice equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”.

Una cultura della riconciliazione

Da qui l’appello, in linea con i predecessori, perché si rinnovino le istituzioni ispirandole al principio di sussidiarietà, ripensando anche le modalità della cooperazione internazionale. Soffermandosi poi su una prospettiva di fede, il Papa rammenta che “la potenza divina non domina, ma piuttosto guarisce e ricompone”, perché fa ricorso alla logica della carità “per costruire una cultura della riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza”.

 Vatican News


 

sabato 21 febbraio 2026

SE SEI FIGLIO DI DIO

 


-I^ domenica 

del Tempo 

di Quaresima – 


22 febbraio 2026

 

 VANGELO Mt 4,1-11 :[1] Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. [2] Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. [3] Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». [4] Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». [5] Allora il diavolo lo condusse nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio [6] e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». [6] Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». [7] Di nuovo il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria [9] e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». [10] Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Adorerai il Signore, Dio tuo, a lui solo renderai culto». [11] Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento di Giustina Comunità Kairòs

 Il figlio  amato

Chi è “il Figlio amato nel quale il Padre si compiace”? In che modo lo è Gesù? È significativo che il racconto delle tentazioni segua immediatamente il riconoscimento, avvenuto nel battesimo al Giordano, da parte del Padre. Attraverso la prova si rivela l’identità profonda del Figlio, ma anche il tipo di relazione che intercorre tra lui e il Padre. L’Uomo-Gesù (il Figlio) come si relaziona con Dio (il Padre)? Dio non toglie la tentazione neanche al Figlio. È quasi un percorso obbligato per saggiare l’autenticità della relazione con Dio. Con quale Dio ti stai relazionando, quale immagine ti sei fatto di Lui? Lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto perché il suo essere Figlio venga verificato nella storia umana. Come qualsiasi altro uomo da Adamo in poi anche Gesù viene tentato. La narrazione mette in luce il suo essere uomo come gli altri, digiuna per quaranta giorni, prova la fame, subisce la prova e sperimenta la fragilità umana. La sua filiazione divina non lo esime dalla condizione umana, anzi la attraversa e la assume fino in fondo. È qui che si gioca la qualità del suo essere Figlio di Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano altrettante situazioni di prova vissute da Israele nel lungo cammino attraverso il deserto (la manna Dt 8,3; l’acqua dalla roccia Dt 6,16 e la tentazione di seguire altri dei Dt 6,13). In queste situazioni di crisi, Israele chiamato a vivere nella fedeltà l’alleanza con Dio non ne era stato capace e aveva preferito una falsa ricerca di sicurezza. A differenza di Israele, Gesù nelle risposte che darà al tentatore conferma il suo statuto di Figlio di Dio in un rapporto di assoluta fiducia nella parola del Padre.

Fin dalle prime battute, emerge che esistono due modi di essere figlio di Dio, che si traducono anche in due modi di leggere e interpretare la Parola. Le richieste del “diavolo” propongono un modo di essere figlio che, partendo dal controllo della parola di Dio, vuole arrivare ad avere controllo e potere su tutto, su di sé, sugli altri e soprattutto sull’Altro. Un modo che, piuttosto che sottomettersi, cerca di piegare la volontà di Dio alla propria. È quello che cerca di fare il tentatore usando le citazioni bibliche per giustificare la via al successo facile, al potere e al prestigio spettacolare. È un modo di interpretare che tradisce la parola stessa e si allontana dalla fedeltà a Dio. Diverso è il modo di essere figlio indicato da Gesù. Nella sua scelta di fedeltà al progetto di salvezza del Padre, egli rifiuta risolutamente la via del prestigio facile e del potere. La sua via, che si concluderà a Gerusalemme con la croce, è quella della piena adesione alla parola di Dio nonostante le opposizioni.

 Il suo essere Figlio di Dio non si rivela attraverso il miracolo facile, il successo garantito, ma nelle fedeltà alla condizione umana nonostante le sue contraddizioni e i suoi limiti. Si rivela in particolare nella sua capacità di accogliere tutto come dono del Padre e di sapere a sua volta donare tutto, anche la sua stessa vita, mettendola nelle mani di altri. Due modi di essere figlio in cui si giocano le relazioni fondamentali dell’uomo: con le cose, con le persone, con Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano proprio questi tre ambiti fondamentali della vita di ogni uomo e presentano la possibilità di garantirne la soddisfazione mediante l possesso, le cose con l’avere, le persone con il potere, Dio con il volere, invece che mediante il dono. Ogni peccato in fondo ripete quello di Adamo: impadronirsi del dono staccandolo dalla sua Sorgente.

Le tentazìoni

La prima tentazione prende spunto dalla fame di Gesù e da un bisogno primario dell’uomo. Il pane è un bisogno fondamentale per l’uomo ed è fonte di vita. Come relazionarsi con questa necessità? Il tentatore suggerisce di servirsi dell’essere figlio per soddisfare una propria necessità fondamentale. Nella sua diabolicità vuol far credere all’uomo che l’unica alternativa possibile per rimanere in vita sia piegare Dio alla propria necessità. È la prima perversione del rapporto religioso. Piegare Dio alla propria vita o la propria vita a Dio? È una falsa alternativa che Gesù respinge prontamente. Nel suo ricorso alla scrittura, Gesù rimanda la vita dell’uomo alla sua Sorgente. Il pane senza colui dal quale proviene non basta. Come a un neonato non basta essere nutrito se viene a mancare la relazione fondamentale con l’altro, così ogni uomo anche se ha il pane per sopravvivere non avrà la Vita senza la relazione fondamentale con Dio che è il principio di tutto. Gesù è Figlio perché vive di ogni parola che viene dal Padre, nell’obbedienza alla sua parola e nel compimento della sua volontà. La seconda tentazione è collocata a Gerusalemme. L’appello alla parola di Dio che promette la protezione del giusto che si trova in pericolo nasconde in maniera subdola il sovvertimento del rapporto religioso. la promessa della protezione divina viene strumentalizzata. È in gioco la relazione con Dio e la sua immagine.

 Chi è Dio? Un’entità manipolabile secondo le proprie esigenze, a cui chiedere segni miracolosi solo per metterlo alla prova e utilizzarlo per i propri fini? Nelle intenzioni del tentatore, la relazione fra l’uomo e Dio viene capovolta e Dio è ridotto a una forza manipolabile. Gesù smaschera questa falsa visione di Dio in cui ci si serve di Dio per i propri fini, rifiutando di sfidare e strumentalizzare il rapporto religioso. Non è un caso che la tentazione sulla relazione con Dio si svolga nella città santa. È lì che Gesù, sulla croce, fedele al suo essere Uomo e Dio, si rivelerà come l’autentico Figlio di Dio che rivelerà al mondo il vero volto del Padre. La terza tentazione riguarda l’esercizio del potere e del dominio. Il tentatore offre a Gesù tutti i regni della terra in cambio della sottomissione al suo potere. È un modo distorto di intendere il potere.

Il potere

È un falso potere quello che viene offerto: facendo credere a colui che l’accetta di avere potere in realtà lo rende schiavo. Il vero esercizio del potere lo insegnerà Gesù ai suoi attraverso il servizio verso tutti gli uomini. È la libertà di Colui che, avendo come orizzonte il Padre ed a lui solo rendendo onore, sa che il Regno di Dio è un dono che si riceve gratuitamente e che il vero esercizio del potere è il dono di sé. Alla fine, quando il diavolo si ritira, gli angeli si avvicinarono per servirgli da mangiare. Ciò che non ha voluto chiedere con un miracolo, gli viene offerto in dono, perché Dio ha cura di chi si è affidato alla sua volontà. Gesù ha condiviso in tutto la condizione umana, ha maturato la sua libertà attraverso le scelte della sua vita storica e in modo particolare nella prova suprema, dove esprime al massimo la sua libertà profonda e rivela i tratti autentici della sua figliolanza divina.

KAIROS

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sabato 14 febbraio 2026

PADRI E DESPOTI

 

SI AFFERMANO LEADER ORDALICI

 In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.

-di Massimo Recalcati 

Il nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più profondamente la natura stessa dei legami sociali. 

La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico. 

Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud. 

Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione. 

La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale. 

Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre simbolico. 

Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden o, più recentemente, con i coniugi Obama. 

Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.

La Repubblica

Alzogliocchiversoilcielo

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giovedì 29 gennaio 2026

FIGLI DI MAMMONA

 

Quando

 la ricchezza

 diventa 

tirannia



di Francesco Cicione

In dieci giorni l’1% più ricco brucia il “budget” annuale 

di carbonio e, come mostra Oxfam, 

trasforma ricchezza in potere: 

un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze globali

Dieci giorni.

In dieci giorni – dieci soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.

L'Oxfam, nel suo implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato. Derubato.

È uno specchio al limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in qualcos’altro: artificiale, aumentata.  Dall’altra parte dello specchio, metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.

Diciotto trilioni. La cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo 2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre, naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare migliori.

Ma il rapporto Oxfam va oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza. Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto come misura ultima del valore.

Questo modello potremmo chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.  E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni. I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi dati sintetici.

Non si tratta più di avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo, un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia – purtroppo – la loro essenza.

Eppure – ed è qui che la riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello. Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta. È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere.

Ma che cosa significa, concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo». Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.

Ecco il Modello. Ecco il Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti, abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.

Come si è giunti a questo punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà? La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione, ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla Parola eterna, ma sul consenso mutevole.

Ecco allora la teoria dei «principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile. Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più: addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge. L’immorale diventa morale.

Così, gradualmente, abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi: accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora: competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine – conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che muovono il progresso.

Ed ecco che il Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma: servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale. Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di verità”.

Perché – ed è questo il punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere. Diventa tirannia.  I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa. Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».

Sarebbe giusto domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata. Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la sopravvivenza del più ricco come legge naturale.

L’Uomo che pretende di realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano. Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie. Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio: non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte alla vita. Dall’inganno alla verità.

È questo – e solo questo – il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri. Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E quella Parola – pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare. Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.

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mercoledì 31 dicembre 2025

IL POTERE DELLE PAROLE



-         di MARCO FERRANDO

Avvolti da una spirale di conflittualità che sembra a tratti inarrestabile, nel mondo ma anche intorno a noi, ci ritroviamo sempre più spesso senza parole. Superata la sorpresa, l’indignazione, la preoccupazione, pare che ci resti solo il silenzio. Una tentazione forte, che è anche l’anticamera della resa. Una doppia resa. Perché con il silenzio accettiamo che le cose facciano il loro corso, perché così neghiamo alla parola il potere e la responsabilità di levarsi contro questa stessa spirale. E se non di fermarla, almeno di offrire un’alternativa. Il 2025 si chiude nel solco di come era cominciato. Ma è proprio dentro a questo solco sempre più profondo e più buio che ogni singola scintilla può non solo fare un po’ di luce, ma anche accendere qualcosa, rendersi portatrice di una discontinuità, generare qualcosa di imprevisto. La parola è una delle poche armi che ci restano, soprattutto se si tratta di una parola disarmata e disarmante, espressione nei fatti diventata il controcanto di questo Giubileo della Speranza.

Chiunque dispone della parola, chiunque ne ha la responsabilità, a partire da ciò che dice e da come lo dice. Le cause e gli effetti si moltiplicano poi se dalla dimensione personale si sale fino alla comunicazione, alla comunicazione di massa, all’ecosistema dell’informazione che vi ruota intorno e che vive le stesse fatiche del mondo che dovrebbe raccontare. A quasi un anno di distanza, tornano alla mente le parole di papa Francesco nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il 24 gennaio scorso.

«Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio – metteva in guardia Francesco –. Troppe volte semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive, usa la parola come una lama, si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire».

Parole profetiche, se rivediamo il film di questo drammatico 2025. In cui la comunicazione, e l’informazione, si sono ritrovate al tempo stesso strumento e vittima della polarizzazione che sempre più scandisce il mondo diseguale in cui viviamo. Il crescendo di conflittualità a cui assistiamo ha nell’informazione un potente alleato se ne fornisce i contenuti e si presta nei modi, ma diventa uno dei pochi antidoti nel momento in cui sfugge a questa dinamica. Non è un caso che l’informazione sia finita sempre più spesso nel mirino: lo dimostrano i 67 giornalisti morti (per lo più uccisi) nel corso dell’anno secondo i numeri di Reporters senza Frontiere, lo dimostrano gli interessi (e relativi conflitti) che circondano la proprietà dei media, settore in crisi ma capace di scatenare ancora grandi appetiti, lo dimostrano le conferenze stampa sempre meno frequenti e sempre più scandite da copioni cinematografici. È il fascino, e il potere, della parola. Che può avere esiti deflagranti se chi la pronuncia «ha il fuoco dentro» come Dorothy Day, la giornalista americana evocata da papa Leone XIV a fine novembre, che l’ha eletta a modello della speranza come «prendere posizione», nella sua vita passata a «scrivere e servire», in uno sforzo che la vedeva «unire mente, cuore e mani». Perché dalla parola all’azione il passo è breve, ed è in questa combinazione così umana che si può restare vivi anche in mezzo a tante intelligenze artificiali, è così che si può accendere la speranza mentre tutto parla di guerra, è così che si può dire qualcosa di nuovo mentre tutto sembra già sentito. Ed è così che corriamo il rischio di veder germogliare «all’improvviso» quella «pace selvatica» di cui scriveva il poeta israeliano Yehuda Amichai, citato ancora dal papa nel messaggio Urbi et Orbi.

La parola ha un potere ineffabile e trasformativo. La parola ci fa prossimi di chi ci sta intorno, ci apre, ci pone delle domande, rende utile e imprescindibile interessarci e informarci. E gli algoritmi non potranno averla vinta finché ci saranno di mezzo persone, con i loro valori, i loro gusti, le loro attenzioni. No, il silenzio non può e non deve prevalere.

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sabato 25 gennaio 2025

IN NOME DI DIO ?

 


"Quell'abuso 

del nome di Dio 

che rimanda indietro

 la Storia"

 



-         di Vito Mancuso

 Trump giura sulla Bibbia e sostiene che il divino è con lui. Anche Netanyahu, Putin e gli islamisti dicono lo stesso. Ma comandare con libro sacro e spada, avere la missione di schiacciare gli altri popoli non è genuina religiosità.

Sicuramente Trump è autorizzato dalla Bibbia a credere di avere Dio dalla sua parte. Anche Netanyahu lo è, anche Ben-Gvir, il politico dell’estrema destra israeliana che si è dimesso da ministro della sicurezza nazionale per protestare contro l'esile pace a Gaza perché voleva continuare il massacro. Anche Putin e il patriarca di tutte le Russie Kirill sono convinti di essere dalla parte di Dio e anche loro hanno fondati motivi biblici e teologici per crederlo. Anche Narendra Modi in India si sente protetto e guidato dal suo Pantheon integralmente hindu di Brahman, Shiva e Višnu. E naturalmente quanto a fede non sono secondi a nessuno gli islamisti vari, da Hamas a Hezbollah agli ayatollah iraniani che citano a memoria le sure del Corano per armare i loro uomini e inviarli a uccidere senza pietà …

La mancanza di pietà, della “pietas” virgiliana per riprendere l'antico concetto latino, è una caratteristica distintiva di questi signori della storia, di questi aspiranti o effettivi vincitori, che, per tornare a Trump al suo discorso, vogliono essere i primi, e così suscitare negli altri popoli l'invidia: “Saremo l’invidia di ogni nazione nel mondo”. Vogliono primeggiare, schiacciare, rendere tutti vassalli: “Metterò l’America al primo posto”. Mirano e vogliono ottenere “una nuova entusiasmante èra di successo nazionale”, laddove è chiaro che il successo di alcuni, nella storia, è necessariamente l’insuccesso e la sottomissione di altri. 

La volontà di potenza

Così, da sempre, si formano le dominazioni, da quelle di una tribù su un’altra tribù, ai regni, agli imperi. È qualcosa di molto primitivo, di molto ancestrale, radicato fin nella preistoria di homo sapiens che, ovunque arrivasse, sottometteva altri ominidi e altri animali fino a portarne parecchi all’estinzione. È la più totale e sfacciata volontà di potenza. È la benzina della storia, il carburante dei vincitori. L’uomo bianco ne ha sempre fatto il pieno per infilzare il suo vessillo vittorioso su tutto e su tutti. E la Bibbia, da sempre, è stato un pozzo petrolifero fecondissimo per estrarre questo carburante. Lo continua a essere. Del resto, che dietro Trump vi sia la destra evangelica, tutta Bibbia, petrolio e industrie delle armi, lo sanno tutti. 

Da grande aspirante a rivestire il ruolo messianico di invincibile Unto del Signore, dopo aver ricordato di essere scampato all’attentato che lo ferì all’orecchio, Trump ha continuato: “Sentivo allora, e credo ancora di più adesso, che la mia vita è stata salvata per un motivo”. Quale? Impossibile dubitare quale sarebbe stata la risposta: “Sono stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande”. Il Dio biblico gli ha salvato la vita per affidargli la missione di far trionfare la sua patria. E Dio e patria, è noto, sono la coppia vincente della Bibbia e della sua religione nazionale, concepita e disegnata su misura per il “popolo eletto” che trionfa, guidato dal “Dio degli eserciti, sulle altre popolazioni. 

Gott mit uns

Poco più avanti Trump ha affermato: “Non dimenticheremo il nostro Dio”. No, è chiaro, non lo possono dimenticare, perché il loro Dio è il loro Io, il loro Noi, “Gott mit uns”, “Dio con noi”, come stava scritto sui cinturoni dei soldati del Terzo Reich, e prima ancora su quelli dei monaci teutonici durante il medioevo, e come prima ancora aveva dichiarato il salmo biblico: “Il Signore degli eserciti è con noi” (Salmo 46,8, traduzione della Bibbia ebraica a cura di Rav Dario Disegni). Di per sé non è per nulla sbagliato sentire di avere Dio con sé; anzi, questo sentimento profondo e quieto di confidenza è il senso genuino della vera religiosità, quello che si sperimenta quando un essere umano percepisce di non essere solo, di non essere nelle mani del caso, di non provenire dal nulla per ritornare nel nulla, ma di essere sorretto da una ben più luminosa realtà e di aver parte a una Santa Intelligenza che dal caos informe del buio cosmico sa suscitare la vita, l’intelligenza, l’amore. Ma è fin troppo chiaro che chi vive autenticamente questa esperienza spirituale è ben lungi dal considerare Dio come il proprio Dio personale, o peggio nazionale, come una potenza al proprio fianco per dominare e schiacciare gli altri popoli suscitando in loro l’invidia per il proprio successo. Naturalmente anche di questa genuina religiosità la Bibbia dà ampia testimonianza, come per esempio nel bellissimo salmo 131 che dice: “Il mio cuore non si è insuperbito né i miei occhi guardano in alto con alterigia, né io ho cercato cose più grandi”. Non esattamente il ritratto di Donald Trump. Continua il salmo: “Ho considerato la mia persona e l’ho resa uguale a quella di un bambino”. Qui non si cerca la grandezza, si aspira alla mitezza.

La Bibbia è ambigua, com’è ambigua la vita. Lo afferma essa stessa: “Una volta ha parlato Iddio, due volte ho udito la Sua parola: che la forza appartiene a Dio, e che a te, o Signore mio, appartiene la bontà” (salmo 62,12-13). Ci sono coloro che giurano sulla Bibbia e dicono di credere in Dio perché il loro Dio è la forza. E ci sono coloro che, magari non giurando su nulla come insegnò Gesù nel discorso della montagna (“ma io vi dico: non giurate affatto… sia invece il vostro parlare sì sì, no no”), e magari non professando nessuna fede, coltivano il sommo ideale del bene e della giustizia e quindi sono automaticamente dalla parte del Dio della bontà. 

La strumentalizzazione del cristianesimo

La realtà però è che il cristianesimo è sempre stato molto utile ai governanti, il primo imperatore a capirlo in Occidente è stato Costantino, l'ultimo Donald Trump. Ma può essere altrimenti? O per governare effettivamente questa nave di folli che è la storia dell'umanità occorre esattamente avere in una mano il libro sacro per sedurre la mente e nell'altro la spada per tenere a bada i corpi, come dice il salmo? Ecco le sue terribili parole: “L’esaltazione di Dio esce dalla loro gola e nelle loro mani c’è una spada a due tagli, per far vendetta dei popoli” (Salmo 149,6-7). 

Donald Trump, giurando sulla Bibbia di Lincoln e su quella della sua famiglia, dopo aver partecipato alla messa la mattina presto, con il suo discorso di insediamento non ha fatto che ribadire qual è il suo Dio: il Dio della forza e della potenza che si impone per far vendetta degli altri popoli (compresa la geografia cambiando il nome al Golfo del Messico). Qualcosa, come ho detto, di molto primitivo.

La storia, fa un po’ paura constatarlo, è proprio tornata indietro. 

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venerdì 25 ottobre 2024

IL BUIO CHE GENERA I MOSTRI


 Il nuovo clima culturale 

e l’avanzata delle destre

 in Europa

 

-        


 -di Giuseppe Savagnone*

 È un dato di fatto – che può rallegrare o rattristare, ma sta sotto gli occhi di tutti – il sempre più evidente riemergere, in Europa e in Italia, di umori, idee, atteggiamenti, che, negli anni Venti e Ttrenta del secolo scorso, erano sfociati, in alcuni paesi, nell’affermazione di partiti di estrema destra e nella loro ascesa al potere.

Anche ora questo clima culturale ha delle evidenti ripercussioni a livello politico. L’esempio più inquietante è la travolgente avanzata, in Germania, di Alternative für Deutschland (AfD), una formazione che ormai è il secondo partito nazionale e che non cerca neppure di nascondere i punti di contatto col nazismo, tanto da essere stata perfino esclusa dal gruppo parlamentare europeo più estremista, quello dei Patrioti di Le Pen e Salvini.

Senza che per questo si sia fermata la sua corsa, come dimostra, il fatto che, nelle elezioni regionali dello scorso settembre, per la prima volta AfD abbia avuto la maggioranza in un Land, la Turingia, e si sia affermata come secondo partito in un altro, la Sassonia.

Ma non è l’unico caso. Ormai l’estrema destra è al governo in ben sette paesi dell’UE – oltre all’Italia, i Paesi Bassi, la Svezia, la Finlandia, la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria – , ha un ruolo decisivo in Francia, dove Ressemblement National, pur non essendo al governo, ha vinto le ultime elezioni politiche –  e anche nelle elezioni europee del 6-9 giugno ha confermato i suoi progressi.

Il risultato immediato è uno spostamento a destra dell’asse politico europeo, evidente già nel mutato atteggiamento verso il fenomeno migratorio da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von del Leyen, confermato dall’andamento del Consiglio europeo del 17 ottobre scorso, dove la scelta del governo italiano di istituire degli “hub” in Albania per lo smistamento dei migranti, in vista del loro rimpatrio, ha suscitato ampio consenso.

Anche le forze politiche moderate devono aprire alle istanze nazionaliste e sovraniste della destra più estrema, nel duplice intento di “normalizzarla”, da un lato, e di sottrarle consensi, intercettando gli umori xenofobi di molti elettori.

Come dicevo all’inizio, questi sviluppi politici sono comunque il riflesso di un ritorno al clima culturale che, proprio cento anni fa, si è tradotto nella nascita di regimi totalitari in alcuni paesi europei.

Non è detto, naturalmente, che ciò accada anche oggi. Raramente la storia si ripete. Ma i fatti dicono che anche questa volta il passaggio dal livello della cultura a quello della politica è inevitabile e, anche se con modalità inedite, diverse da quelle del passato, si sta già verificando.

Ipnotizzata dall’aspetto più vistoso, che è quello politico, la grande maggioranza delle persone tende oggi a chiudere gli occhi su quello culturale che invece sta alla radice. Qui vorrei provare a introdurlo – senza alcuna pretesa di esaustività – in riferimento alla realtà italiana.

Il falso problema del ritorno del fascismo

A dire il vero, non si può dire che, nel nostro paese, siano mancate le grida di allarme. Esse, però, si sono concentrate sul pericolo di un possibile ritorno del fascismo. A lungo la battaglia è stata sulle parole.

Si sono esaminati al microscopio i discorsi dei leader della destra al governo, a cominciare da quelle della premier, per vedere se e quante volte veniva usato il termine “fascismo”. Si sono attese al varco le mancate esplicite condanne del famigerato ventennio nelle manifestazioni ufficiali.

Per scoprire, alla fine, che da un fenomeno storicamente situato nel passato si possono abbastanza facilmente prendere le distanze, senza per questo rinunziare all’ottica di fondo che lo ha ispirato, anche se declinandola in modalità diverse.

Perché è chiaro che, se oggi la “filosofia” del fascismo dovesse risorgere dalle ceneri della sua sconfitta storica, non sarebbe certamente nelle forme che essa ha assunto nella prima metà del Novecento.

E se oggi, in Italia, ci sono dei sintomi allarmanti di un deterioramento della vita democratica e della garanzia dei diritti umani, essi non si manifestano nella ripetizione materiale degli slogan e dei comportamenti che hanno caratterizzato il famigerato ventennio, ma in altri fenomeni, a prima vista assai meno allarmanti, ma che sono in realtà le nuove forme che lo stesso grande buio di allora oggi assume, prima di tutto nelle teste e nei cuori.

Se vogliamo evidenziarle e denunciarle, è perciò necessario chiamarle con dei nuovi nomi, invece di continuare a parlare di fascismo e antifascismo. Proviamo a dirne qualcuno.

 I primi due nomi del buio

 Smemoratezza

Il primo nome da dare a questo clima culturale è “smemoratezza” e riguarda la perdita della memoria. Perché una nuova forma di totalitarismo si imponga non sono necessarie forme vistose di violenza, peraltro impensabili nel nostro solido assetto costituzionale. Basta che la gente dimentichi quello che ha avuto sotto gli occhi qualche anno, se non addirittura qualche mese o qualche giorno prima.

Un piccolo esempio. Al processo Open Arms contro Salvini, l’avvocato Giulia Bongiorno (lei stessa senatrice della Lega) ha costruito tutta la sua arringa per dimostrare, come poi ha sintetizzato ai giornalisti a fine udienza, che «questo è un processo politico sotto un preciso punto di vista: poiché più volte è stato offerto a Open Arms la possibilità di una via di fuga, di fare scendere i migranti, e la ONG si è rifiutata; ci siamo chiesti perché e la risposta ci è stata data da Oscar Camps che, in un video, alla fine ha detto che erano felici, ma non per lo sbarco, ma perché era caduto il ministro Salvini. Quindi per loro era una battaglia contro Salvini».

Insomma, la vera posta in gioco non era la salvezza dei migranti ma la caduta del ministro, che alla fine si è verificata.

Gli italiani hanno ascoltato senza battere ciglio questa ricostruzione, ispirata chiaramente a quella logica del “complottismo” che è diventata ormai un leit motiv della destra.

Ma chi ha presente l’effettivo svolgersi dei fatti, dovrebbe ricordare che il ministro Salvini non affatto «caduto» – tanto meno fatto cadere – per la sua linea sui migranti, che anzi è stata alla base del vertiginoso aumento dei suoi consensi, ma si è improvvisamente dimesso, facendo cadere il primo governo Conte, con l’esplicito di sostituirlo con uno nuovo, da lui guidato, per cui già chiedeva agli italiani «pieni poteri».  

Giulia Bongiorno tutto questo, evidentemente, lo sa benissimo, ma contava sulla smemoratezza degli italiani, e ha avuto ragione, perché ben pochi hanno protestato contro questa palese falsificazione di un passato peraltro recentissimo.

 Indifferenza

Un secondo nome che oggi potrebbe definire l’attuale clima attuale è “indifferenza” – fino al disprezzo – nei confronti di chi è diverso. Sempre nel contesto della polemica sui migranti, il vice premier Salvini ha dichiarato: «I confini sono sacri, non si capisce perché, secondo qualche giudice, possono arrivare in Italia cani e porci».

Il pensiero va alle immagini drammatiche di tanti poveracci, uomini, donne, ma spesso anche bambini – distesi sulle nostre spiagge, senza vita, inclusi in questa sprezzante definizione.

Questa volta qualche reazione indignata c’è stata. Ma la maggioranza degli italiani non si è ribellata. Non lo ha fatto neppure quando, commentando l’uccisione di un ragazzo di 26 anni del Mali che aveva aggredito un poliziotto, il leader della Lega ha detto: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà».

Anche stavolta ci sono state voci di protesta. Ma nessuno degli altri membri del governo ha manifestato disagio e dissenso, né da parte della stampa e del corpo elettorale di destra si sono chieste le dimissioni di una persona che, come vice-premier, rappresenta l’Italia. Anzi, si è avuta la sensazione di un tacito consenso. «Salvini ha detto solo ciò che pensano tutti», ha scritto Vittorio Feltri sul «Giornale».

Eppure, nell’art. 2 della nostra, Costituzione – proprio in reazione ai totalitarismi che, negli anni immediatamente precedenti, avevano schiacciato le persone – sta scritto: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Non si parla di “cittadino”, ma di “uomo”, di qualunque paese, di qualunque cultura, in qualunque situazione giuridica sia. Sono uomini e donne anche gli immigrati. E la morte di ognuno di loro, come quella di ogni italiano, ci diminuisce.

Potere

Un terzo nome da dare alla cultura che si sta facendo strada – sia essa o no collegabile al fascismo (ho già osservato che non è questo il problema) – è  “potere”, inteso come pretesa di disporre senza limiti, in nome del popolo, delle sorti della comunità civile. Anche nella nostra Costituzione si parla di “poteri”, ma l’uso stesso del plurale indica che nessuno di essi è assoluto, perché si limitano a vicenda.

Di questo stentano a rendersi conto sia il nostro governo, sia i suoi sostenitori, invocando a ogni pie’ sospinto l’investitura popolare ottenuta nelle ultime elezioni politiche. Polemizzando con la decisione del Tribunale di Roma sul caso Albania, il ministro della Giustizia Nordio ha dichiarato: «Se la magistratura esonda dai suoi poteri, come in questo caso (…) allora deve intervenire la politica perché la politica esprime la volontà popolare. Noi rispondiamo al popolo: se il popolo non è d’accordo con quello che facciamo andiamo a casa».

In una Repubblica parlamentare e fondata sulla divisione dei poteri, le elezioni non servono a designare il potere assoluto di un capo. Chiunque venga scelto per governare, deve farlo secondo certe regole e in certi limiti.

«Noi rispondiamo al popolo» è da sempre lo slogan di tutte le dittature che, pretendendo di incarnare la “volontà generale” di Rousseau, non ammettono questi limiti.

È dai tempi di Berlusconi che domina, in Italia, una diffusa tendenza della politica a considerare ogni intralcio alla propria azione un sabotaggio ai danni dell’Italia. Ma il governo non è l’Italia. Ed è per il bene comune degli italiani che è stata prevista la possibilità di un intervento, da parte degli altri due organi costituzionali, che ne contrasti le decisioni ed eventualmente le blocchi.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai membri dell’attuale governo, ai giornalisti che scrivono sui quotidiani di destra, agli stessi italiani, che ascoltano senza battere ciglio affermazioni come quelle del ministro Nordio.

È questo sonno delle menti e dei cuori, non la mancata condanna esplicita del fascismo, il nostro problema, oggi. Perché da esso, come una volta ha detto Goya, possono nascere (e forse stanno già nascendo) dei mostri, diversi da quelli del passato, ma non meno spaventosi. È questa minaccia è più pericolosa di qualunque repressione esterna, perché è dentro di noi.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

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