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venerdì 15 novembre 2024

IL PARADISO TERRESTRE


 LA NARRAZIONE 

e 

IL SIGNIFICATO



- di Gianfranco Ravasi*

Non sono mai mancati gli esploratori che sono saliti sull’impervia vetta dell’Ararat in Turchia alla ricerca dei resti dell’arca di Noè, così come altri si sono inoltrati nei deserti dello Yemen, della Mesopotamia o dell’Arabia o in qualche area della Turchia alla ricerca del «paradiso terrestre» descritto nel c. 2 della Genesi, forse con la speranza di trovare il seme o le radici dell’«albero della vita» o di quello della «conoscenza del bene e del male».

 Proviamo, allora, anche noi a rispondere criticamente a questa illusione, ribadendo in premessa quanto abbiamo spesso affermato nella nostra rubrica: il testo biblico evoca, sì, eventi storici e dati geografici ma per una finalità ben diversa rispetto a quella di un manuale di storia o di una guida turistica. Per questo, soprattutto nelle prime pagine della Genesi, il racconto ha un valore teologico ed è una rappresentazione dell’umanità – ha-’adam non è un nome proprio, Adamo, ma è con l’articolo (ha-) e significa «l’uomo» – inserita in una cornice spaziale simbolica. È quella che è stata definita come «paradiso terrestre». In realtà, nell’originale ebraico del c. 2 della Genesi si usa il termine generico gan, «giardino», e non pardes, un vocabolo ebraico raro usato solo tre volte altrove e proveniente da una lingua iranica antica, trasformato nel greco parád-eisos, divenuto il nostro «paradiso», presente solo tre volte nel Nuovo Testamento («Oggi sarai con me in paradiso», dice Gesù al malfattore crocifisso con lui).

Ebbene, quel «giardino» dotato di «alberi graditi alla vista e adatti al cibo» (2,5) è assunto come base simbolica per un racconto che si presenta come storico non nel senso fattuale (descrittivo di eventi, di dati e date) bensì in senso esistenziale, cioè rappresentativo dell’esperienza costante dell’umanità. Non per nulla la vegetazione di quel giardino primordiale comprende due alberi che non potranno mai entrare nella tassonomia botanica.

 Infatti, l’«albero della conoscenza del bene e del male» è un chiaro simbolo sapienziale per illustrare la scelta morale libera, così come l’«albero della vita», caro alla mitologia mesopotamica, è un chiaro segno della riflessione sulla morte e sull’oltrevita. Ma la stessa mappa geografica offerta dalla Genesi (si legga 2,10-14) va ben oltre una mera identificazione spaziale puntuale. I quattro fiumi che si dipartono dal giardino “paradisiaco” sono il Tigri e l’Eufrate e due altri fiumi ignoti, il Pishon e il Ghihon, variamente identificati (Indo-Gange e Nilo?), ma essi sono destinati a costruire una mappa idrografica planetaria centrata su una sorta di «ombelico del mondo», il giardino di Eden.

 In sintesi, può darsi che l’autore sacro, descrivendo il cosiddetto «paradiso terrestre», abbia avuto in mente un rimando a un’area mirabile ed “esotica” o a una grandiosa oasi o a un centro antico, ma l’uso che ne fa è squisitamente “sapienziale” e simbolico, destinato a illustrare una situazione esistenziale ideale e una qualità teologica permanente e costitutiva dell’umanità.

 Una piccola nota a margine. Il giardino “paradisiaco” (a chiamarlo così per prima sarà l’antica versione greca della Bibbia detta «dei Settanta») è collocato dalla Genesi in Eden, un vocabolo che di per sé significa «delizia, piacere», così da creare l’idea di un’oasi, un «giardino di delizie», segno della piena armonia dell’umanità col Creatore e col suo progetto storico-cosmico.

Famiglia Cristiana 


*Gianfranco Ravasi  è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo ed ebraista.


 

 

sabato 30 ottobre 2021

SORELLA NOSTRA MORTE CORPORALE


 RIAPPACIFICATI CON LA MORTE


di Carlo Maria Martini
Io, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. 

E invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro colle che è la morte ed entrassimo nell'oscurità che fa sempre un po' paura. Ma qui sta l'essenziale: mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. 

Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero che richiede un affidamento totale: desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani.

“L’anima mia ha sete del Dio vivente:

Quando vedrò il suo volto?”


martedì 8 dicembre 2020

MARIA NELLA POESIA ITALIANA

 “Dalla selva del peccato alla visione di Cristo”. 

Uno studio di padre Giuseppe Oddone, consulente ecclesiastico delle associazioni Aimc e Uciim


È online da alcuni giorni sul sito web dell’Uciim l’ebook intitolato “Dalla selva del peccato alla visione di Cristo. La presenza di Maria nella Divina Commedia”, a cura di padre Giuseppe Oddone, consulente ecclesiastico nazionale dell’Uciim e assistente ecclesiastico dell’Aimc ed esperto di studi danteschi.

“La poesia italiana è profondamente affascinata dalla figura della Vergine Maria – scrive l’autore – Fin dalle origini della nostra letteratura lungo il corso dei secoli tanti poeti hanno levato la loro voce, attratti dalla bellezza umana e spirituale di questa donna, capolavoro di Dio, ed hanno espresso in immagini e ritmi la loro ammirazione, il loro amore, la loro preghiera”. Nessun poeta però – prosegue p. Oddone – “ha sentito il fascino di Maria con tanta forza e convinzione come Dante, nutrito da una profonda devozione quotidiana verso di Lei, ‘il nome del bel fior ch’io sempre invoco  - e mane e sera’ (Paradiso XXIII, 88-89), tanto che la Vergine è diventata un elemento vitale della sua creazione poetica, e noi possiamo leggere tutto il suo capolavoro, la Divina Commedia, come una celebrazione, sotterranea e nascosta nell’Inferno, solare e luminosa nel Purgatorio e nel Paradiso, della Donna del cielo”.

L’ebook si può leggere al seguente indirizzo:

 http://www.uciim.it/EB_Dalla_selva_del_peccato_alla_visione_di_Cristo/