Visualizzazione post con etichetta Divina Commedia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Divina Commedia. Mostra tutti i post

lunedì 23 giugno 2025

DANTE, PELLEGRINO DI SPERANZA

 


La speranza cristiana 
nella 

Divina Commedia


- di P. Giuseppe Oddone


 La nascita della Divina Commedia è collegata al primo giubileo della storia della Chiesa indetto nell’anno 1300. L’opera è scritta animata dal desiderio e dalla speranza di indicare alla Chiesa e alla società cristiana di quel tempo e di ogni tempo il cammino del rinnovamento personale e comunitario. Occorre anzitutto precisare che il termine speranza ha per Dante un doppio significato. Può essere semplicemente una passione umana che cerca di ottenere un bene terreno, un bene possibile, anche se difficile da raggiungere; esso mette in atto il dinamismo della volontà per ottenerlo: può essere la salute, o il denaro, o la conquista affettiva di una persona, o il potere e anche in un senso più ampio il benessere della società, della propria nazione, il raggiungimento della pace. Ma solitamente la speranza di Dante è la speranza tipicamente cristiana, la virtù infusa da Dio con il battesimo nella nostra volontà, indissolubilmente legata con la fede e l’ardore di carità, è la certezza che sorretti dall’onnipotenza misericordiosa di Dio possiamo raggiungere la salvezza eterna e migliorare la nostra vita personale e sociale. Anche i beni terreni infatti possono essere oggetto secondario della speranza, se favoriscono ed orientano verso il fine ultimo della creatura umana, che è Dio e la vita eterna con lui. 

 La speranza cristiana impegna nella vita presente, lega il tempo che viviamo all’eterno e lo proietta nella definitiva comunione con Dio. Dante smarrito nella selva oscura Dante inizia la Divina Commedia affermando che è entrato, praticamente senza rendersene conto, nella selva oscura del peccato, in una situazione di lontananza da Dio, in una forma di accecamento spirituale “ché la diritta via era smarrita” (Inferno, I, 1-9). Finalmente prende coscienza della sua situazione, spera di uscirne da solo, ma comprende ben presto che non può raggiungere la salvezza con le sue sole forze. Mentre ostacolato da tre fiere rovina nuovamente verso il fondo della selva del peccato, gli appare Virgilio (Inferno, 61-136). Egli spiega a Dante che una catena di mani soccorritrici giunge a lui dal mistero inaccessibile di Dio. E’ la Vergine Maria che prova dolore per la sua situazione e spezza il duro giudizio di condanna divina; Maria chiama Lucia, la martire siracusana che Dante ha in grande venerazione, Lucia convoca Beatrice, creatura celeste e insieme umana, perché donna calda di affetto per il suo amico smarrito; essa a sua volta va dal poeta più amato da Dante, Virgilio, nel primo cerchio dell’Inferno, perché a sua volta lo faccia uscire dalla selva oscura. Le tre donne benedette sono simbolo della grazia preveniente, della grazia illuminante, della grazia attuale e Virgilio dell’impegno umano nel cammino verso la piena libertà dagli aspetti negativi delle passioni terrene. Virgilio dichiara che Dante per volontà divina è destinato a compiere un altro viaggio, ha cioè una missione da compiere: indicare all’umanità peccatrice “che mal vive” un cammino di conversione e di redenzione, farsi pellegrino per prendere coscienza di tutta la realtà nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso, capire la libertà dell’uomo e come egli con le sue scelte possa fissarsi nel male e perdersi, oppure costruire nella vita terrena la sua felicità sia nella propria storia personale, che in quella sociale ed ecclesiale. I due poeti condividono questa certezza: il viaggio nell’ aldilà è voluto da Dio per indicare all’umanità corrotta e traviata la via della conversione e della salvezza terrena ed eterna (Inferno, II, 1-142). 

 Il cammino di Dante nell’Inferno sorretto dalla speranza

Non è un viaggio facile quello dell’Inferno, che insacca tutto il male del mondo, giudicato definitivamente da Dio, un mondo senza la virtù della speranza: “lasciate ogni speranza voi ch’entrate!” (Inferno III,9). Scendendo di girone in girone i due poeti si vedono spesso sbarrata la strada dai vari custodi infernali. E’ difficile per l’intelligenza dell’uomo capire la realtà negativa del male: essa tende a nascondersi per non farsi scoprire, per non essere illuminata. Dante comunque discende in questo mondo senza speranza con la speranza cristiana e con la protezione di Maria. Deve indagare le conseguenze del rifiuto di Dio perché questa è la volontà divina, che vince tutte resistenze: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” (Inferno III,95,96; V, 23-24) e la stessa Vergine è invocata nel Paradiso come “Regina, che puoi ciò che tu vuoli” (Paradiso XXXIII, 34-35) Vi sono tuttavia dei valori umani che rimangono anche nell’Inferno pur non avendo trovato la loro piena realizzazione. Quello che scoperto in Dio sta davanti a Dante dice praticamente: “Io sono te. Considera il rischio che corri se rifiuti la prospettiva della speranza cristiana e la grazia divina!”. Dante ammira la squisita gentilezza e la femminilità di Francesca, ma non può condividere la teoria dell’amore cortese libero da ogni vincolo morale (Inferno V, 73-142), ammira l’amore per Firenze in Farinata degli Uberti, ma comprende che non si può impostare la vita solo sulla passione politica (Inferno X, 22-93) esalta la fedeltà di Pier delle Vigne al suo signore “ che fu d’onor sì degno”, l’imperatore Federico II, ma non giustifica l’orgoglio che ha portato il suo ministro, ingiustamente accusato, al suicidio (Inferno XIII, 22-78) ricorda la capacità educativa e la cara immagine paterna di Brunetto Latini, ma non condivide la sua cultura esclusivamente laica (Inferno XV,22-96), apprezza la sete di conoscenza e di ricerca di Ulisse, ma comprende che senza la grazia divina questi valori sono insufficienti per la propria salvezza (Inferno XXVI 85-142), riflette e tace davanti al dolore disperato del conte Ugolino che narra come ha visto morire di fame i suoi figli innocenti nell’indifferenza del cielo e della terra: ” Ahi, dura terra perché non t’apristi!” (Inferno XXXIII, 66); al poeta non resta che esplodere in una terribile invettiva contro gli autori pisani di tale misfatto (Inferno XXXIII, 1-90). Nell’Inferno Dante è veramente il poeta del mondo terreno, con sua miseria e la sua grandezza, giudicato definitivamente da Dio. 

Dante pellegrino e poeta di speranza nel Purgatorio 

 Il Purgatorio è il regno della penitenza e della speranza: le anime devono espiare i loro peccati e risalire la montagna del Purgatorio; la loro è una pena temporale, nello stesso tempo una reale, mistica e gioiosa sofferenza, perché allietata dalla certezza dell’incontro definitivo con Dio. Anche per percorrere la salita del secondo regno, sempre guidato da Virgilio, che lo incoraggia ricordandogli la meta dell’incontro con Beatrice, Dante ha bisogno di un lasciapassare davanti a Catone, custode del Purgatorio: è la dichiarazione che Maria ha voluto per lui questo viaggio (Purgatorio I, 91-93). E così Dante riprende il suo cammino verso la piena libertà: riscopre la bellezza degli spazi aperti e del paesaggio marino, incontra numerosi personaggi che suscitano in lui uno stimolo di elevazione morale. L’amico Casella lo fa riflettere sulla musica, che deve avere una finalità non solo estetica ma anche morale (Purgatorio II, 76-133), Manfredi (Purgatorio III, 103-145) e Bonconte (Purgatorio V, 85-129) lo illuminano sulla misericordia infinita di Dio, Oderisi da Gubbio sulla vanità della gloria terrena (Purgatorio XI,73-117), Forese Donati sulla purificazione dell’amicizia (Purgatorio, XXIII, 37 -133), Bonagiunta da Lucca sulla poesia dello stilnovo (Purgatorio XXIV, 34-63), Guido Guinizzelli sulla letteratura del suo periodo (Purgatorio, XXVI, 91-132). In sintesi Dante recupera e purifica tante esperienze, non sempre del tutto positive, del suo passato di uomo e di poeta. Dopo aver superato faticosamente l’antipurgatorio che ospita coloro che si sono convertiti al termine della loro vita, il pellegrino Dante affronta la salita delle sette cornici ove sono espiati i sette vizi capitali: i sette P (peccati) gli sono incisi dall’angelo sulla fronte (Purgatorio, IX, 112 114) e si libera progressivamente, cornice dopo cornice, da ognuno di loro. Ma lo stimolo penitenziale comincia sempre per le anime e per Dante meditando un esempio di virtù vissuto dalla Vergine Maria e narrato nei Vangeli e si conclude con il canto o la proclamazione di una beatitudine, per significare che non si può raggiungere Dio se non si è imitata Maria ed assimilato lo spirito delle Beatitudini evangeliche. Dopo aver guidato il suo discepolo dalla schiavitù della selva oscura alla libertà, al pieno dominio di sé, Virgilio, fattagli superare l’ultima cornice dei lussuriosi, dichiara di aver terminato la sua missione (Purgatorio XXVII, 124-142). Per Dante subentra l’incontro dapprima con Matelda nella “selva spessa e viva” del Paradiso terrestre (Purgatorio XXVIII) e poi in una mistica processione l’incontro con Beatrice. Davanti alla donna amata il poeta in lacrime riconosce ancora i suoi errori (Purgatorio, XXX), poi immerso nelle acque purificatrici dei fiumi del Paradiso terrestre può finalmente contemplare gli occhi rilucenti di Beatrice e il suo sorriso (Purgatorio XXXI, 133-145), ormai “puro e disposto a salire le stelle” (Purgatorio XXXIII,145) Sono verità di fede, ben conosciute da Dante, la purificazione ultraterrena e l’utilità dei suffragi per i defunti. Ma le modalità di questa purificazione non le conosciamo. Pertanto tutta la rappresentazione della salita della montagna del Purgatorio e della sua struttura, il pellegrinaggio fino alla vetta del Purgatorio per raggiungere il Paradiso è creazione del genio poetico e cristiano di Dante. 

 Dante pellegrino e poeta della speranza nel Paradiso

 La virtù teologale della speranza, che ha informato e plasmato tutta la sua opera, è testimoniata indirettamente nel Paradiso, perché i beati hanno raggiunto il loro obiettivo: la salvezza e la comunione con Dio. Tuttavia Dante viene esaminato nel Paradiso sulle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. San Pietro lo incorona dapprima poeta della fede (Paradiso XXIV, 34-154), poi San Giacomo dichiara che Dio per grazia gli ha concesso prima della morte di compiere il viaggio nel Paradiso per rafforzare in lui e negli altri la speranza, che sulla terra “bene innamora”, che riempie di amore per il bene e gli chiede di precisarne tre aspetti: che cosa essa è, come infiora la sua mente, ossia come fa fiorire la sua vita in una perenne primavera, e da quali fonti gli deriva (Paradiso XXV, 1-47). Beatrice lo previene e risponde alla seconda domanda con una dichiarazione sbalorditiva: la Chiesa militante (in pratica la Chiesa di tutti i tempi) non ha alcun figliolo con più speranza, come è scritto in Dio, sole che illumina tutti i beati del Paradiso: per questo a Dante è concesso di venire dalla terra alla Gerusalemme del cielo prima che sia conclusa la sua vita attiva in questo mondo. Dante viene praticamente dichiarato da Beatrice come il cristiano che supera nella virtù teologica della speranza tutti gli altri credenti, perché vuole orientare con la sua opera tutta la Chiesa, i cristiani e la società di ogni tempo verso un rinnovamento profondo, verso la prospettiva della comunione con Dio prima nell’impegno terreno e poi nella vita eterna (Paradiso XXV, 49-57). Il poeta risponde invece alle altre due domande e dà la definizione della speranza: essa è l’attesa certa della gloria del Paradiso, che è prodotta dalla grazia divina e dai meriti accumulati in vita: in pratica la virtù della speranza proietta e collega ogni giorno della vita terrena, tutto l’impegno della vita quotidiana animato dalla grazia nella gloria della vita futura, nella felicità eterna in Dio (Paradiso XXV, 64-69). Dante dichiara poi che la speranza viene a lui da molte stelle, ossia da molte fonti della Sacra Scrittura: è scesa nel suo cuore stilla dopo stilla, goccia dopo goccia, ed ora egli ne è talmente pieno che la riversa come una pioggia sugli altri. San Giacomo conferma questa affermazione, perché anche se racchiuso nella luce intensa di un fuoco ardente fa tremolare dentro di sé un raggio improvviso ed intenso come un fulmine. Infine il poeta, che si diletta e prova gioia nella speranza, dichiara qual è il suo oggetto specifico: la vita eterna, risorti con il nostro corpo, nella dolce vita della città del Paradiso (Paradiso XXV, 70-99). Esaminato poi sulla carità da San Giovanni dichiara ancora che la speranza, “quel che spera ogni fedel com’io” è uno degli stimoli, dei “morsi” con cui l’amore di Dio lo tiene vincolato a sé. (Paradiso XXVI, 55-66) Ecco dove porta la speranza: all’unione definitiva con Dio. II Paradiso di Dante è perciò traboccante di luce, di amore, di letizia che trascende ogni gioia terrena, cresce in ogni incontro ed esplode nel canto, nella danza, nel sorriso: gli eletti sono felici di donare tutto il loro essere alla volontà di Dio: “In la sua voluntade è nostra pace. Ell’è quel mar al qual tutto si move” (Paradiso III, 85-86) Il Paradiso è per Dante l’eterno sorriso di Dio: l’unico Dio sorride nella Trinità delle divine persone, in tre relazioni diverse con l’unica natura divina, è la Luce eterna che sola sussiste in se stessa (Unità di Dio), sola si comprende (Il Padre), ed è compresa e comprendendosi (il Verbo) si ama e si sorride (lo Spirito) (Paradiso XXXIII, 124-126); la Vergine Maria, che concederà a Dante di contemplare Dio, è la bellezza che ride nel cuore della candida rosa attorniata dagli angeli e dai santi (Paradiso XXXI,133-135), le anime sorridono ed ardono d’amore (Paradiso III, 67-69), nel sorriso e negli occhi di Beatrice c’è tutto il Paradiso (Paradiso XVIII, 19-21), anche tutto l’universo sorride perché trasformato in un mondo di pace, di amore, di ineffabile allegrezza (Paradiso XXVII, 4-9). L’ultimo canto del Paradiso precisa ulteriormente l’obiettivo della speranza: Dio, pur avendo un unico aspetto, “un semplice sembiante”, è contemplato dagli occhi del sommo poeta gradatamente dapprima nel mistero della sua unità, ove tutte le vicende della nostra vita terrena sono riunite con amore e trovano il loro senso definitivo, poi nella realtà della Trinità divina, infine nella visione della nostra natura umana assunta dal Verbo, ossia da Cristo, Verbo fatto uomo. Il mistero dell’incarnazione dice a Dante e a tutti noi che Dio e l’uomo sono indissolubilmente legati. E’ per il mistero dell’incarnazione, iniziato nel ventre di Maria che è fiorita la rosa del Paradiso (Paradiso XXXIII, 7-9); per questo stesso mistero Dante ha potuto compiere il suo viaggio e farsi pellegrino di speranza. Solo guardando a Cristo nella fede che potenzia la nostra intelligenza e folgorati dalla grazia, “l’Amor che muove il cielo e l’altre stelle” riempie di armonia il nostro desiderio di conoscenza e la nostra volontà nella speranza certa del definitivo incontro con Lui (Paradiso XXXIII, 85-145). 

 P. Giuseppe Oddone - Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM

Immagine



venerdì 7 marzo 2025

TRA L'INFERNO E IL PARADISO


 Tra l’inferno e il paradiso 

di una scuola di periferia

 

di Ilaria Dioguardi  

   

In un istituto scolastico della periferia della Capitale arriva la lettura della "Divina Commedia", con cui «proviamo a uscire dall’Inferno, per inseguire il Paradiso». È la sinossi del libro "Leggere Dante a Tor Bella Monaca", che è stato proposto da Marco Cassini per il Premio Strega. Lo scrittore ed insegnante: «Il nostro compito, il nostro dovere di dipendenti pubblici, è quello di trasformare la diversità in ricchezza, in valore aggiunto, in una reciproca opportunità»

Leggere Dante a Tor Bella Monaca di Emiliano Sbaraglia (Edizioni e/o) è «la storia di un professore di una di quelle scuole definite “difficili” di una periferia “difficile”», scrive Marco Cassini, che l’ha proposto per il Premio Strega 2025. «Con questo libro volevo raccontare anche un’altra Tor Bella Monaca», dice lui.

Sbaraglia, come nasce l’idea di questo libro?

Durante il periodo del Covid. Poi ho iniziato a prendere degli appunti nella scuola secondaria di primo grado nella quale insegnavo. Quando sono andato via da quell’istituto, ho deciso che era arrivato il momento. È stata una lunga riflessione e scrittura, durata cinque anni. Dopo questa gestazione, per concluderlo, mi sono dovuto allontanare. Non che sia andato via dalla scuola per questo motivo, i motivi sono altri, come anche nel libro si racconta.

Sì, nel libro lo racconta: «Ormai da un po’ continua a ronzare nella testa la percezione che sia arrivato il momento di lasciare il proprio posto a qualcun altro, qualcuno che dentro la sua, di testa, non abbia niente di tutto questo e porti energie fresche». Lei insegna sempre?

Sì, in una scuola di Frascati.

Leggere Dante a Tor Bella Monaca è stato proposto al Premio Strega da Marco Cassini. Come ha preso questa notizia?

È per me una grande soddisfazione, non lo nascondo. Lo sento come un riconoscimento. Cassini mi ha detto di aver apprezzato non solo il contenuto, ma anche il modo in cui è stato scritto. Però non mi faccio illusioni: per me va già bene così.

«Lontano dalla retorica sul senso di “missione” o “vocazione”, il docente-protagonista si definisce semplicemente un “dipendente pubblico”, che con pazienza e inventiva riesce pian piano a conquistarsi la fiducia di una classe che altrimenti sarebbe molto probabilmente destinata all’abbandono scolastico», scrive Cassini nella motivazione.

Ho cercato, nel libro, di approfondire un paio di temi che mi stavano particolarmente al cuore nel momento in cui ho deciso di scriverlo. Io ho insegnato 11 anni in quella scuola, dove ogni tanto torno: non ho perso i contatti, soprattutto con il territorio. Il primo, se dovevo scrivere di Tor Bella Monaca, anche se il mio racconto è in una scuola, volevo cercare di uscire un po’ dalla retorica della cronaca nera. Con questo libro volevo raccontare anche un’altra Tor Bella Monaca, che esiste, fatta di famiglie che vengono a chiedere un sostegno rispetto al modo in cui i ragazzi possono stare in classe, fatta di gente che lavora e che vorrebbe lavorare in una maniera migliore. Poi ho cercato di sottolineare anche un fatto al quale tengo molto: la storia dell’insegnante “missionario” deve finire.

Ci spieghi meglio.

Siamo degli insegnanti, io dico nel libro dei “dipendenti pubblici”, io mi sento questo, soprattutto in questi ultimi anni, dopo aver maturato un po’ di esperienza: finora ho fatto 24 anni di insegnamento, 12 da supplente e 12 da insegnante di ruolo. Non è questione di fare i “missionari”, di andare a fare una missione, di sacrificare il proprio ruolo di insegnante in determinate scuole. Si tratta di andare in contesti territoriali un po’ più complicati, di cercare di comprendere che cosa serve, come bisogna lavorare. E lavorarci. La logica della missione non fa bene a nessuno, non fa bene al mondo degli insegnanti per come vengono visti e non fa bene a quelle scuole dove vai a lavorare. Deve essere una scuola come tutte le altre, poi non lo è, però bisogna lavorare con questa prospettiva.

La logica della missione non fa bene a nessuno, né agli insegnanti né alle scuole. Non siamo missionari, siamo dipendenti pubblici

Quanto è complicato essere, come dice nel suo libro, dei “PPP”, dei professori professionisti passionali?

È complicato, ci devi mettere tanto nell’arco della tua giornata, perché poi quando esci da lì non se ne vanno i pensieri, restano se sei passionale. Io un po’ mi stavo giocando anche la salute, è stato il medico che, ad un certo punto, mi ha chiesto se non era il caso di trovare un’altra scuola. Ma se senti che stai cercando di fare qualcosa di utile, è anche uno stimolo per continuare a farlo tutti i giorni. Lì la sensazione di essere utile a qualcuno c’è, per me c’è in tutte le scuole e c’è sempre stata. Però in scuole come quelle, c’è di più.

Quanto è difficile cercare di scardinare la disillusione dei ragazzi di cui parla? Penso, ad esempio, a Fabiano, di cui scrive che «è quasi annoiato, lontano, disilluso. Una disillusione rinforzata dalla convinzione che niente cambierà nella strada dove vive, lasciando il sapore inconfondibile di una sconfitta annunciata, collettiva, confezionata e servita dal circolo degli adulti del ancora non fa parte, ma di cui è costretto a pagare gli errori».

Scardinare la disillusione di questi ragazzi è quasi impossibile, anche se loro spesso non dicono che stai riuscendo a far coltivare loro un dubbio rispetto a questo… Ma se si studia in un determinato modo, se si cambia un po’ la propria quotidianità, qualcosa può cambiare. È certo che loro guardano la statistica: vedono che non cambia quasi mai niente per nessuno, di chi è nato in quei luoghi lì, e quindi dicono: «Come mai dovrebbe cambiare proprio per me?» Ma starci tutti i giorni e far vedere che tu ci credi, è importante per loro, lo posso testimoniare.

Non mi sono voluto arrendere alla logica della “vigilanza”, al fatto che in certe scuole l’aspettativa è solo arrivare alle 14 con meno danni possibile

Perché la scelta di Dante, con cui «proviamo a uscire dall’Inferno, per inseguire il Paradiso»?

Dante è stato un po’ un caso. In determinati contesti scolastici, secondo il mio punto di vista, per l’esperienza che ho maturato, bisogna procedere per tentativi. Non è che Dante, nei dieci anni che sono stato lì, abbia sempre funzionato. Il libro è anche una raccolta di un’esperienza vissuta nell’arco di un decennio. Però non mi sono voluto neanche arrendere alla “logica della vigilanza”, chiamiamola così.

A cosa si riferisce?

Al fatto che in determinati luoghi, in determinate scuole, si entra alle otto cercando di arrivare alle ore 14 con meno danni possibili. Però rinunciare a priori a un certo tipo di didattica è una cosa alla quale io, dopo qualche anno, non mi sono voluto arrendere. Mi sono detto: «Ma perché non provare a fare qualcosa di più rispetto a leggere, scrivere e far di conto, che lì serve come il pane? Proviamo a ragionare su delle cose». Poi c’è a chi piace di più, a chi piace di meno. Ci sono stati degli anni in cui le cose sono andate nel verso giusto: volevo raccontare il padre della lingua italiana che i ragazzi lì, secondo me, era giusto che avessero il diritto di conoscere.

«Dante ci salverà? La scrittura ci salverà? E la letteratura, la poesia? Chi può dirlo. Quello che purtroppo è quasi certo è che non potranno salvare Marvin». Da insegnante quanto è difficile da accettare il fatto che i vari Marvin che incontra non potranno essere salvati?

Molto, perché io posso fare ben poco. È giusto che provi a fare tutto quello che è possibile e che sento che si può fare, nelle mie forze e nella mia mente. Però non è che si possa fare molto, se non c’è un lavoro più ampio di carattere anche istituzionale. Io dico soprattutto per quanto riguarda la possibilità di avere un certo tipo di strutture, di attenzione, cosa che quella scuola negli ultimi anni è riuscita ad avere. Infatti, è molto migliorata, anche da quando c’è stata una fondazione che ha voluto investire. Si deve lavorare soprattutto sulla manutenzione delle scuole. Questo già aiuta, anche il luogo in cui questi ragazzi e queste ragazze stanno è importante. Un conto è stare in un’aula fatiscente, un conto è stare in un luogo dove sei ben accolto, quando entri. È molto diverso.

Scardinare la disillusione di questi ragazzi è quasi impossibile. Ma se si studia in un determinato modo, se si cambia un po’ la propria quotidianità, qualcosa può cambiare

Lei scrive: «Il nostro compito, il nostro dovere di dipendenti pubblici, è quello di trasformare la diversità in ricchezza, in valore aggiunto, in una reciproca opportunità». A lei cosa hanno dato tutti questi anni di insegnamento?

A me hanno dato tantissimo, ma lo dico senza retorica. Io negli 11 anni che sono stato in questa scuola ho sicuramente più ricevuto che dato. Al netto di tutto quello che ho fatto, di quello che ho provato a fare, delle arrabbiature, dei ricoveri in ospedale per stato di ipertensione, dello stare lì molte più ore di quelle da contratto, di fare attività pomeridiane. Ho cercato di fare il mio lavoro: non ho fatto niente di speciale.

Però ho ricevuto tanto, dagli studenti e dalle loro famiglie, perché sentono empaticamente che tu stai cercando di fare qualcosa per loro. È solo quello: neanche lo razionalizzano, lo sentono. Nel momento in cui lo sentono è come se entrassi nella loro comunità. Mi ha insegnato tanto perché questi sono ragazzi costretti dalla vita ad essere molto svegli, si impara molto da loro. E io, dopo aver capito dov’ero, mi sono messo anche in questa posizione: non ero il professore che, da dietro la cattedra, voleva spiegare loro come funziona la vita. Al contrario, erano loro che mi spiegavano un po’ come funziona la vita.

Lei è rimasto in contatto con qualcuno di questi ragazzi?

Sì, sono rimasto in contatto con qualcuno di loro. Per esempio, ho molto piacere che una ragazza, Giovanna, adesso sta terminando il liceo. C’era una sua predisposizione però non era scontato. Un triennio insieme di italiano, storia e geografia penso che abbia fatto la sua parte. Ogni tanto alcuni ragazzi mi chiamano per un calciotto se manca uno e, quando posso, vado. Ma loro diventano sempre più grossi e io sempre più vecchio…

 

VITA

 

sabato 25 maggio 2024

CENSURARE DANTE

 No, non si fa integrazione 

censurando la Divina Commedia

 Un lettore musulmano potrebbe sentirsene offeso o turbato? È proprio la scuola a dovere evitarlo, spiegando, contestualizzando, approfondendo, certamente non cancellando.

 

-          di Roberto Carnero

   

Sono convinto che l’iniziativa dell’insegnante della scuola media di Treviso di chiedere ai genitori di due alunni musulmani una sorta di “parere preventivo” per un percorso didattico sulla Divina Commedia sia stata mossa da una buona intenzione: quella dell’inclusione, dell’attenzione alle diverse sensibilità presenti nella classe. Detto questo, però, va affermato con altrettanta chiarezza che è stata un’idea sbagliata.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato un’ispezione. Benissimo: è nelle sue prerogative. Ma, per favore, non crocifiggiamo ancora una volta l’insegnante, il preside, la scuola di turno, soprattutto quando operano in contesti complessi e difficili. Se la buona volontà ha indotto a compiere un passo falso, raddrizziamo il passo, ma sosteniamo la buona volontà, facendo in modo che l’inclusione si persegua in modi fondati, sensati, efficaci, e non – come in questo caso – magari persino controproducenti.

Perché è sbagliata l’idea di prevedere la possibilità di esonerare gli studenti di fede islamica dallo studio di Dante? La questione va affrontata su due piani: religioso e culturale. Sul piano religioso, certamente la Commedia dantesca è un’opera cristianamente ispirata, come lo sono gran parte dei capolavori della letteratura italiana e occidentale in genere (compresa l’altra grande opera la cui lettura è prevista in tutte le scuole, I promessi sposi), ma per leggerla, comprenderla e apprezzarla non è richiesto un atto di fede. Allo stesso modo in cui posso leggere l’Iliade o l’Eneide senza dover necessariamente credere in Giove e in Giunone. Le opere citate sono pietre miliari della letteratura universale.

Il problema è forse più legato all’aspetto culturale. Vale a dire ad alcune situazioni ed episodi presenti nel poema di Dante, che non sono verità di fede ma elementi contingenti connessi alla mentalità medievale e alla cultura personale dell’autore. Come è noto, Dante pone Maometto all’Inferno tra i seminatori di discordia (XXVIII canto della prima cantica). Un lettore musulmano potrebbe sentirsene offeso o turbato? È proprio la scuola a dovere evitarlo, spiegando, contestualizzando, approfondendo, certamente non censurando. Dante mette all’Inferno anche i non credenti («eretici ed epicurei») e gli omosessuali («sodomiti»), ma per apprezzare la sua poesia non dobbiamo sposare in tutto e per tutto il suo punto di vista.

 Sottrarre la lettura della Divina Commedia ai ragazzi provenienti da famiglie musulmane è un’occasione persa in termini di integrazione. Se questo è l'obiettivo della scuola, la cultura italiana, di cui Dante è uno dei padri nobili, va presentata e valorizzata nella sua interezza. Magari cogliendo l’opportunità per illustrare i rapporti tra l’opera dantesca e la cultura araba. Sappiamo ormai da più di un secolo che con molta probabilità Dante trasse ispirazione anche dal Libro della Scala di Maometto, il racconto di un viaggio nell’aldilà. D’altra parte, Dante mostra in più occasioni di conoscere e rispettare la cultura islamica (per esempio i filosofi arabi Avicenna e Averroè). Nel Medioevo gli scambi tra questi due mondi erano fitti e continui. Sarebbe assurdo impedirli oggi.

 

www.avvenire.it

 Immagine Immagine

martedì 8 dicembre 2020

MARIA NELLA POESIA ITALIANA

 “Dalla selva del peccato alla visione di Cristo”. 

Uno studio di padre Giuseppe Oddone, consulente ecclesiastico delle associazioni Aimc e Uciim


È online da alcuni giorni sul sito web dell’Uciim l’ebook intitolato “Dalla selva del peccato alla visione di Cristo. La presenza di Maria nella Divina Commedia”, a cura di padre Giuseppe Oddone, consulente ecclesiastico nazionale dell’Uciim e assistente ecclesiastico dell’Aimc ed esperto di studi danteschi.

“La poesia italiana è profondamente affascinata dalla figura della Vergine Maria – scrive l’autore – Fin dalle origini della nostra letteratura lungo il corso dei secoli tanti poeti hanno levato la loro voce, attratti dalla bellezza umana e spirituale di questa donna, capolavoro di Dio, ed hanno espresso in immagini e ritmi la loro ammirazione, il loro amore, la loro preghiera”. Nessun poeta però – prosegue p. Oddone – “ha sentito il fascino di Maria con tanta forza e convinzione come Dante, nutrito da una profonda devozione quotidiana verso di Lei, ‘il nome del bel fior ch’io sempre invoco  - e mane e sera’ (Paradiso XXIII, 88-89), tanto che la Vergine è diventata un elemento vitale della sua creazione poetica, e noi possiamo leggere tutto il suo capolavoro, la Divina Commedia, come una celebrazione, sotterranea e nascosta nell’Inferno, solare e luminosa nel Purgatorio e nel Paradiso, della Donna del cielo”.

L’ebook si può leggere al seguente indirizzo:

 http://www.uciim.it/EB_Dalla_selva_del_peccato_alla_visione_di_Cristo/