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domenica 1 settembre 2024

INSIEME, PER VINCERE LA PAURA

 


NON RASSEGNIAMOCI ALLA 

PAURA


 Il presidente della Cei parla di «collaborazione globale» per i migranti, di «patto sociale» sull’autonomia, di ius scholae come «strumento di inclusione». E dei «buoni» rapporti col governo.

di Marco Ferrando e Matteo Liut

Il mondo mette paura, ma «non ci possiamo rassegnare».

Con il coraggio del futuro, con la forza della speranza, con tutti quegli sforzi di «mediazione al rialzo» che questo momento storico esige, e a cui la Chiesa è pronta a contribuire «non contrapponendosi ai processi culturali ma cogliendo la domanda umana e spirituale» che portano con sé. In un’intervista in uscita domani su Avvenire, il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana affronta tutti i grandi temi, dalle guerre ai migranti, fino all’agenda d’autunno che attende l’Italia: la tenuta sociale del Paese, le riforme, lo stato di salute e il contributo che può dare la Chiesa. Ecco in anticipazione alcuni estratti.

«Siamo dentro la pandemia della guerra, che proietta ombre pericolose su tutti.

Qualche volta mi sembra che stia vincendo la paura della vita, tanto che cerchiamo prima tutte le risposte e sicurezze per scegliere e pensiamo di avere sempre tempo», dice Zuppi.

«Non ci possiamo rassegnare.  È proprio vero, ma lo crediamo poco: nessuno si salva da solo.

Coltivo il sogno ingenuo che anche in Italia sia possibile mettere da parte le ideologie - ma non gli ideali, la conoscenza, la passione – per evitare una politica ridotta a rissa e polarizzazione.

Coltivo il sogno che sia ancora possibile su temi fondamentali per la nostra convivenza ricercare un consenso ampio, il più ampio possibile».

Il Papa ha rilanciato mercoledì il suo grido di dolore e speranza per i migranti: questione di regole e di atteggiamento con cui si guarda loro.

Da dove partire?

Salvare chi è in pericolo è un dovere gravissimo, primario.

Il Papa invita sempre a un approccio integrale del fenomeno dell’immigrazione (i famosi quattro verbi: proteggere, accogliere, integrale e promuovere) e a una collaborazione globale (delle istituzioni e dei governi, come delle comunità e delle famiglie.

È un approccio, ripeto, di grande realismo sul quale speriamo l’Europa si decida a un approccio comune e a non lasciare solo il nostro Paese.

Che cosa pensa del nuovo dibattito sullo ius scholae?

Quando un problema umanitario e per certi versi tecnico diventa un problema di scontro politico non si capisce più chi ha ragione e chi no.

Aprendo una sessione del Consiglio Permanente della Cei già nel luglio del 2022 osservavo che concedere la cittadinanza italiana ai bambini che seguono il corso di studi con i nostri ragazzi, il cosiddetto Ius Scholae, costituisce uno strumento importante di inclusione delle persone ed è un “tema di cultura”.  E si trattava di una istanza da tempo ribadita dalla Cei.

Dibattito aperto e acceso anche sull’Autonomia differenziata, un processo che affonda in realtà le sue radici nella riforma del titolo V della Costituzione.

Ne siamo ben coscienti.

Per questo, la Nota approvata dal Consiglio Episcopale Permanente nel mese di maggio richiamava i principi di solidarietà e sussidiarietà a livello nazionale.

Preoccupati che possa venir meno il vincolo di solidarietà tra le diverse Regioni, abbiamo auspicato un «patto sociale e culturale» (Evangelii gaudium, 239) perché si incrementino meccanismi di sviluppo, controllo e giustizia sociale per tutti e per ciascuno.

Come sono i rapporti con il governo Meloni?

Con questo Governo, così come avvenuto con quelli passati, c’è una buona interlocuzione e su certi temi una ottima collaborazione.

Se la Chiesa esprime un’opinione non è per entrare nel dibattito politico, o per dare indicazioni socio-politiche specifiche, che competono alle forze politiche e sociali, ma solo per promuovere la persona e senza interessi di parte.

E questa è proprio la libertà della Chiesa.

Cosa è lecito aspettarsi dall’Europa, spesso così afona?...

Speriamo che la prossima Commissione scelga di difendere le radici più profonde e vere dell’Europa che significano anche il ripudio della guerra e la scelta di trovare vie di soluzione alternative ai conflitti.

Continuo a pensare che è necessaria una “Camaldoli per l’Europa”.

Che ruolo punta ad avere la Chiesa nella società italiana, al centro di un processo di secolarizzazione che sta accelerando?

Il ruolo della Chiesa non è tanto quello di contrapporsi ai processi culturali, ma di sapere cogliere in questi la domanda umana e spirituale.

La secolarizzazione spegne il desiderio, la sete, la nostalgia?

Non è una domanda di maggiore prossimità?

La Settimana sociale di Trieste ha mostrato incoraggianti segnali di vivacità e passione civile: come li legge?

La Settimana Sociale è stata un dono di grazia.

Mi hanno colpito tanti credenti, anche giovani, che nel nostro Paese non si rassegnano alla crisi della democrazia.

Mai come in questo momento avvertiamo il terreno fertile per superare steccati e per offrire atteggiamenti costruttivi.

 www.avvenire.it

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mercoledì 10 agosto 2022

OGNI BAMBINO E' UN CITTADINO

Ius scholae, 

la nuova sfida

 

- di BRUNO FORTE*

 A pochi anni di distanza dalla Convenzione internazionale dell’Onu sui diritti dell’infanzia (1989), Alfredo Carlo Moro, insigne giurista minorile, ha dato alle stampe il volume 'Il bambino è un cittadino' (1991) che per la Federazione delle scuole dell’infanzia (Fism), costituisce un riferimento di particolare significato. In realtà sviluppa e articola il motto 'Prima i bambini' che sintetizza il programma della Federazione. Questo 'primato' considera il bambino portatore di una dignità innata riferita a tutti i bambini membri della famiglia umana, che, tra i diritti umani fondamentali configura il diritto all’educazione, ossia all’accompagnamento, alla cura e alla promozione della crescita nel cammino di maturazione dell’identità.

Lo ius scholae si iscrive all’interno del processo di cittadinanza che, purtroppo ha segnato una distanza tra mondi vitali della società civile e volontà e capacità di sintesi da parte della classe politica. I primi numerosi, espressione del volontariato, dell’associazionismo e del Terzo Settore, hanno sostenuto la proposta interpretata come un salto qualitativo nella coscienza sociale e civile del Paese; il mondo politico ha tergiversato dimostrando il prevalere della tentazione della paura nei confronti delle diversità non omologabili.

Con la crisi di governo e la fine anticipata della legislatura, il tema è tornato ai nastri di partenza. Ci auguriamo che riemerga nei programmi elettorali, liberati dai mantra delle formule e delle candidature, per vederlo posizionato nella interpretazione di una volontà nel segno di una visione che è già una realtà nelle scuole e nei contesti delle comunità.

In tal modo si verrebbe a colmare la distanza tra Popolo e Palazzo, tra società civile e volontà di sintesi politica.

Ci stiamo progressivamente liberando da un linguaggio, spia del pensiero, segnato dall’esclusione: li chiamavamo bambini 'extra-comunitari', sapendo riconoscerli come 'fuori' dalla comunità europea, oppure, e non era certo espressione migliore, li etichettavamo come 'stranieri', forse dimenticando il rimando all’estraneità, altra declinazione dello 'stare fuori'.

Oggi questi bambini condividono sin dall’esperienza del nido e della scuola dell’infanzia, all’interno del sistema 0/6, la vita con i loro compagni, riconoscendosi nella fratellanza e nella comune umanità, di fatto partecipi della medesima cittadinanza. La scuola ha saputo, sin dai primi anni, esprimere una sapienza pedagogica essendo costruttrice attiva di quel 'rinascimento umano e umanizzante' del Paese, promuovendo contesti nei quali i bambini condividessero i processi dell’imparare facendo, dello sperimentare, della relazione e dello scambio prosociale, del 'divertimento educativo' (edutainment, neologismo coniato negli anni ’90 da Bob Heyman documentarista del National Geographic per indicare la possibilità

 di insegnare e di imparare divertendosi). L’espressione risulta dall’unione delle parole education-educazione ed entertainment-intrattenimento), di interazione con sfondi culturali e antropologici, di condivisione per immersione di un plurilinguismo partecipe, 'in azione' e di 'meticciamento' delle diversità. L’Italia ha bisogno dei bambini immigrati, figli di due culture che sono nati in molti casi da matrimoni misti, ne ha bisogno la demografia italiana di un Paese che invecchia con uno dei tassi più bassi di natalità. La paura di intaccare la retorica dell’italianità coltivata per ragioni storiche nel Risorgimento e per quelle di potere nella dittatura fascista viene ben delineata nell’alternatività da Mario Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio, nel volume 'Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura' (2022). Lo ius scholae ben esprime i significati plurimi di una scuola palestra di cittadinanza sin dalle prime età. La scuola è elemento della civiltà organizzata e per mezzo di essa nasci e diventi progressivamente cittadino, mediante un’immersione in un contesto vitale. La scuola apre a una dimensione universalistica (Pinocchio cercava i valori di vita e avventura, tranne che a scuola) e appartiene alla categoria della generatività: entri in una famiglia culturale e sei 'tirato su', 'portato avanti' da chi è venuto prima di te. La scuola è un luogo tecnico nel quale impari tante cose per metterle in circolo dialogico tra i diversi vissuti. Non può essere sostituita nell’accompagnamento, nel trovare adulti a disposizione con i quali puoi parlare perché si mettono in ascolto. Attraverso l’esperienza di scolaro e di allievo, diventerai cittadino anzitutto nei confronti di te stesso, dei tuoi sentimenti e dei tuoi progetti: parteciperai al sogno dell’educazione come funzione della vita e della narrazione delle conquiste, delle fatiche della avventura delle culture e il costo dell’essere cittadino recuperando le dimensioni della tua identità plurale.

 

*Responsabile Area pedagogica FISM

 

www.avvenire.it