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giovedì 30 aprile 2026

CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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giovedì 3 novembre 2022

DIFFIDENZA: IL VIRUS CHE CORRODE PERSONE E ISTITUZIONI

Diffidenza: il virus che rende tristi e soli

Le metastasi che danneggiano società, associazioni e democrazia

L’80 per cento degli italiani sono convinti che “bisogna stare molto attenti nei confronti degli altri”. 

E la diffidenza continua a crescere in una società insicura e rancorosa. I consigli per scansarla

 

- di ANTONIO GALDO 

Cause della diffidenza verso gli altri

Antonio de Curtis, principe della risata, ne era convinto: “La diffidenza rende tristi “. E certamente Totò non sbagliava su un argomento rispetto al quale poteva presentare il conto e l’esperienza del suo immenso talento di attore comico. La diffidenza, un atteggiamento che mescola timore e mancanza di fiducia, scetticismo e pregiudizi, spegne la luce anche del nostro corpo, e si manifesta, in una forma di somatizzazione, con lo sguardo triste, malinconico, la cicatrice di una sconfitta.

Ognuno di noi ha tanti precedenti nella vita da poter scrivere un diario sui tradimenti, le delusioni, i rimpianti, che portano dritti a trasformare la diffidenza in una compagna di vita. Un’ombra. Ma ognuno di noi, se riavvolge il film con uno sguardo più aperto, ha anche tanti ricordi di persone che hanno dimostrato, magari in modo inaspettato, qualità e sentimenti straordinari. Uomini e donne che guardavamo con molta cautela e ci hanno sorpreso per il loro valore.

CHE COSA È LA DIFFIDENZA?

Ma perché sta aumentando tanto il tasso di diffidenza? Quali tossine e sprechi si porta dietro questo stato d’animo così scuro? E ancora: è possibile ribellarsi alla propria diffidenza, uscire dalla gabbia che ha costruito attorno alla nostra personalità? Un caso tipico che contiene insieme tutte queste domande è la diffusa diffidenza verso i vaccini, in generale, e in particolare contro il vaccino per il Covid-19. Le evidenza scientifiche che ne mettono in luce la necessità non bastano. I risultati, in termini di vite umane salvate, vanno in secondo piano. La realtà viene negata. Tutto sotto lo stimolo della diffidenza, facile da alimentare con infondate suggestioni che toccano le corde delle nostre paure e delle nostra fragilità. Da qui l’ampiezza, anche in Italia, del variegato popolo dei No Vax.

PERCHÉ SI DIVENTA DIFFIDENTI?

Quasi l’80 per cento di noi (il 77 per cento per essere precisi) degli italiani sono convinti che “bisogna stare molto attenti nei confronti degli altri” e solo il 21 per cento pensa che “la gran parte degli altri è degna di fiducia”. Da notare, per completare la statistica, che le donne sono ancora più diffidenti degli uomini.

CAUSE DELLA DIFFIDENZA VERSO GLI ALTRI

Per rispondere alle domande che poniamo a tutta la comunità di Non sprecare, proviamo prima a definire la diffidenza, a renderla attuale nell’era dell’incertezza, del rancore e dell’insicurezza. Si tratta di un sentimento che si può definire attraverso due sguardi, entrambi piuttosto torvi. Da un lato c’è la mancanza di fiducia, il sentirsi poco rassicurato dall’altro, da ciò che fa, dice e pensa; dall’altro versante una somma di timori, sospetti e paure di essere ingannati. Sommate questi due sguardi e avrete una persona buia, che fa fatica a guardarvi dritto negli occhi, ad alto rischio solitudine. Una persona più anziana della sua età, tendenzialmente lamentosa, poco aperta alle relazioni. Ecco quindi che la diffidenza, specie se portata oltre la soglia fisiologica dell’uomo che ha sempre qualche precauzione da mettere giustamente sul tavolo della vita, semina i suoi veleni. L’esistenza si appesantisce, diventiamo stressati, irascibili. Rinunciamo a priori alla possibilità di nuovi rapporti e nuove relazioni, e mettiamo più facilmente in discussione quelle che già abbiamo in qualche modo consolidato. Così la diffidenza ci porta allo spreco di pezzi non proprio marginali di una buona qualità della vita.

MOTIVI SFIDUCIA NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI

Per darvi un’idea più completa di questa deriva, molto poco sostenibile rispetto agli stili di vita che noi auspichiamo, vi racconto “l’effetto panchina”. Ovvero, i risultati di una ricerca, realizzata da Web Opinion Analytics che, nell’esaminare i nostri atteggiamenti in materia di socializzazione, ha compilato una statistica a proposito di uomini e panchine. Che cosa succede quando siamo seduti su una panchina e arriva una persona che prende posto al nostro fianco, oppure siede sulla panchina accanto alla nostra (tutte cose frequenti, per esempio, in un giardino o in un parco pubblico): questo è lo scopo dell’analisi.

PERCHÉ SIAMO DIFFIDENTI VERSO GLI ALTRI?

Bene, diciamo che in questo (non) contatto trionfa la diffidenza. Oltre il 40 per cento delle persone interpellate hanno dichiarato di essere interessate ad avere un contatto, semplicemente con la parola, con la persona seduta accanto, sulla stessa panchina. Ma poi, alla resa dei conti, 8 persone su 10 che si trovano in questa situazione, non fanno altro che ignorare, evitare e allontanare l’altro. Non vederlo. E preferiscono socializzare solo esclusivamente attraverso i social. Tra la possibilità di avere una relazione via chat e quella di fare una conoscenza fisica stando seduti su una panchina e avvinandosi all’altro, scelgono sempre la prima soluzione. Mai la seconda, fatta di contatto fisico e non virtuale.

COME COMPORTARSI CON UNA PERSONA DIFFIDENTE?

Visto che siamo circondati dai diffidenti, cerchiamo di prendere alcune contromisure nei loro confronti, specie se vogliamo salvare la qualità del nostro rapporto umano. Non sfidiamoli, non provochiamoli, non mettiamoli nella condizione di sentirsi in un angolo. E diamogli spazio e fiducia. Questo significa, per esempio, non imbarcarsi in discussioni troppo divisive, che possono facilmente degenerare verso lo scontro, e restare su temi generici, anche a costo di rinunciare a qualche utile approfondimento. Non insistiamo con i nostri argomenti, ma restiamo autentici, leali e trasparenti. Sono sempre le armi migliori per relazionarsi con le persone complesse, e alla lunga premiano. Cerchiamo di essere cortesi, gentili, ma senza esagerare, altrimenti il gioco diventa scoperto e la persona diffidente tenderà a chiudersi a riccio. Così come è meglio evitare troppi complimenti, in forma barocca. Insospettiscono anche le persone ispirate dalla fiducia.

COME SUPERARE LA DIFFIDENZA

Lasciamo al mestiere dello psicologo l’approfondimento di un atteggiamento così chiuso, e prendiamo atto che nell’isolamento, alimentato dalla diffidenza e anche dalla dilagante comunicazione umana via Internet, finiamo per sprecare amori, passioni, interessi. Curiosità. Troppa roba per non reagire, anche perché i più colpiti dalla nostra diffidenza potrebbero essere proprio donne e uomini ai quali, per diversi motivi, siamo più legati. Scriveva lo scrittore e filosofo François de La Rochefoucauld: “E’ più vergognoso diffidare degli amici che essere ingannato da loro”. Diffidare degli amici, quindi, è davvero un modo perfetto per perderli, in una lenta agonia di sospetti e paure.

CONSIGLI PER SUPERARE LA DIFFIDENZA

Per reagire all’urto, talvolta naturale, della diffidenza, si possono provare tante strade, tante piccole soluzioni, anche di banale buonsenso. Ma preziose ed efficaci. Per esempio: sciogliere la parte più velenosa della diffidenza (la somma di timori, sospetti e paure) nel dolce liquido dell’ironia, della leggerezza, della risata contagiosa. Sdrammatizzare questo stato d’animo buio, proprio mentre incalza. In secondo luogo, più riusciamo ad approfondire una relazione, ad avvicinarci all’altro, a capirne spigoli e angoli, meno rischiamo di scivolare nella zona grigia della diffidenza. L’apertura della testa, in questo caso, può diventare parallela all’apertura del cuore. Infine, non dimenticate mai il malessere che arriva dalla diffidenza. È un danno alla salute, oltre che una perdita di sentimenti ed emozioni di segno più. E allora, se ci tenete al vostro benessere, invece che all’ennesima dieta a tavola, pensate a come digerire bene qualche mal di pancia nei confronti dell’altro. Metabolizzate un comportamento che non vi convince, senza dargli eccessiva importanza. Una volta digerito, guardate avanti, con più fiducia, e con più sorrisi. Sarete diventati, in poco tempo, meno diffidenti e più felici.

GLI ANTIDOTI PER VIVERE BENE INSIEME AGLI ALTRI:

E se provassimo a prendere la vita con il soffio della leggerezza? Planiamo sulle cose, dall’alto.

La forza dell’ironia, un bagno di leggerezza in un mondo pesante e di persone pesanti.

Il potere della rinuncia, chi lo esercita può conquistare il segreto della felicità .

 Diffidenza



 

sabato 7 dicembre 2019

ITALIA. UN PAESE IN CRISI. INCERTEZZA, DIFFIDENZA, ANSIA .... .

CENSIS, UN RAPPORTO 
CHE 
DEVE FARCI RIFLETTERE
 E
RIMBOCCARCI LE MANICHE
  

  -   di Giuseppe Savagnone 


Uno specchio dell’ansia
La pubblicazione, in questi giorni, del 53esimo Rapporto annuale del Censis, intitolato «La società italiana al 2019», costituisce per il nostro Paese uno specchio in cui guardarsi. E va detto subito con franchezza che non c’è molto di cui rallegrarci.
A preoccupare soprattutto è il clima di ansia che, secondo il 69% della popolazione, caratterizza il popolo italiano. Sta di fatto che, nel giro di tre anni (2015-2018), il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23% e a farne uso sono ormai 4,4 milioni di italiani (800.000 di più di tre anni fa).
Incertezza e diffidenza
Alla radice c’è il sentimento che, secondo il Censis, è oggi dominante nel nostro Paese, che è l’incertezza. È ormai il terzo anno che lo stato d’animo diffuso viene sintetizzato con un termine a dir poco inquietante.
Nel 2017 la parola chiave della fotografia dell’Italia emergente nel Rapporto era «rancore» e nel 2018 «cattiveria». L’insicurezza si collega a questi atteggiamenti precedenti come loro effetto. Se si è risentiti e arrabbiati, si tende a dubitare di tutto e di tutti.
Non stupisce, allora, che secondo il Censis il 75% delle persone non si fidi degli altri, visti più una minaccia che come una risorsa e una possibilità di relazione umana. E il 49%  degli intervistati riferisce di aver subìto nel corso dell’ultimo anno, in luoghi pubblici, insulti, spintoni e altri atti di prepotenza;  il 44% si sente insicuro quando cammina nelle vie che frequenta abitualmente; il 26% racconta di avere litigato con qualcuno per strada.
Il timore di essere declassati
Ci sono certamente, in questo quadro allarmante, componenti di ordine materiale che giocano pesantemente. La forbice tra ricchi e poveri si allarga ogni giorno e chi stava in mezzo teme di essere risucchiato dalla parte sbagliata. Così, secondo il Rapporto, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme un declassamento. Più in generale, la stagnazione dell’economia viene percepita come un destino pressoché ineluttabile dal 74% degli intervistati. E sono i più ottimisti, perché il 26% prevede una nuova recessione.
L’illusorio aumento dei posti di lavoro
Si potrebbe obiettare che un segno di speranza viene dal fatto che, rispetto al 2007, nel 2018 ci sono stati 321.000 occupati in più: +1,4%, e che anche nei primi sei mesi di quest’anno si registra aumento dello 0,5%. Ma è un motivo di consolazione illusorio, perché questo scarto positivo è, in realtà, il risultato di una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e del concomitante aumento di 1 milione e 200.000 occupati a part time.
E proprio il part time, nel periodo 2007-2018, è aumentato del 38%. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a tempo parziale. E quello involontario, che nel 2007 riguardava il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%, con un  aumento, tra i giovani del 71,6%.
Denatalità ed esodo
Da qui anche la poca voglia o la poca possibilità di fare figli. Dal 2015 i cittadini italiani sono diminuiti di 436.066 unità, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 le nascite sono state 18.404 in meno rispetto al 2017.
Ma sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Per non parlare della Pubblica Amministrazione, che riscuote la fiducia solo del 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) sono peggio di noi solo Grecia e Croazia.
Non possono non tornare alla mente, davanti a questo quadro, le altisonanti promesse dei leader politici che hanno inaugurato la Seconda Repubblica, e ora la Terza, in sprezzante contrapposizione alla Prima….
La sfiducia (motivata, purtroppo) nella democrazia
Ma la nota più allarmante del Rapporto è quella che riguarda gli atteggiamenti di fondo a cui questa situazione di incertezza diffusa dà luogo. E’ significativo che il 76% degli italiani non abbia fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati) e il 48% ritenga che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).
Una sfiducia nella democrazia che trova purtroppo conferma nello squallido scenario di partiti al governo che sembrano misconoscere la più elementare grammatica della gestione della cosa pubblica – ma anche della semplice correttezza istituzionale – e passano il tempo a fare campagna elettorale, litigando tra loro.
Come del resto aveva fatto il più consistente di quelli ora all’opposizione, quando era al potere. È del tutto assente l’idea che la politica ha come obiettivo il perseguimento del bene comune e non una continua spettacolarizzazione finalizzata all’accrescimento dei consensi per la propria fazione.
Diritti senza responsabilità
Se poi dal discorso strettamente politico passiamo a quello dei valori sottostanti, la situazione è ancora più drammatica. La “sinistra”, orfana del marxismo e del suo impegno nel sociale, da tempo si è concentrata sulla difesa indiscriminata dei diritti degli individui, a prescindere dai doveri e dalle responsabilità che questi diritti dovrebbero comportare in una dimensione comunitaria.
Ricordiamo tutti la senatrice del Pd Cirinnà, notissima per aver promosso la legge oggi in vigore sulle unioni civili, che l’8 marzo scorso, per rivendicare i diritti delle donne, in polemica col convegno di Verona sulla famiglia, si è fatta fotografare mentre brandiva un cartello con la scritta: «Dio – patria – famiglia: che vita de merda!».
Una dissacrazione offensiva. E suicida
Il riferimento dissacrante alla religione, peraltro, continua ad essere una nota distintiva della cultura “di sinistra”. Proprio in questi giorni una festa, organizzata, in opposizione a Salvini, da vari collettivi studenteschi dell’Università di Bologna due giorni prima della festività cattolica dell’Immacolata concezione, si intitolava «Immacolata Con(trac)cezione» e veniva propagandata con una locandina blasfema in cui era rappresentata la Madonna contornata, invece che da angeli, da preservativi.
Al pari della Cirinnà, anche questi ingegnosi e lungimiranti oppositori della Lega, assicurano che la loro è stata solo una «provocazione».
Qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare loro che non solo offendere la sensibilità e la coscienza di altre persone è una parodia della libertà, ma anche che non c’è favore più grande per la “destra” che quello di spingere con gesti simili l’elettorato cattolico – o comunque affezionato alla tradizione cattolica – nelle sue braccia.
La strumentalizzazione della fede
A questo elettorato, infatti, Salvini fin dall’inizio ha cercato – con successo – di presentarsi come il rappresentante dei valori cristiani, di fatto ampiamente traditi dalla sua linea politica, ma sbandierati con l’esibizione reiterata di simboli religiosi e con l’appello a tutti i santi del Paradiso.
Alla ricerca dell’anima
Qui quello che sembra venuto meno non è solo la sicurezza psicologica, l’aumento del Pil, il lavoro: è l’anima del nostro Paese, che non deve certo essere necessariamente cattolica – anche se lo è stata per secoli, fino agli anni recenti del secondo dopoguerra – , ma che non può certo venire espressa da questa perversa oscillazione tra due forme opposte di violenza, quali sono quella della dissacrazione e quella della strumentalizzazione.
L’Italia è dunque destinata, nel vuoto di valori autentici, all’alternativa tra l’ascesa al potere di un «uomo forte», l’affermazione della sicurezza senza rispetto delle persone, l’esibizione dell’apparenza della religiosità, e il caos in cui gli individui perseguono senza limiti i loro pretesi “diritti”?
Segni di speranza, malgrado tutto
No. Personalmente non perdo la fiducia che ci siano nel nostro Paese tante risorse culturali, etiche, politiche in grado di uscire dalla terribile strettoia che il Rapporto del Censis e le cronache di ogni giorno sembrerebbero prospettare. Lo stesso Rapporto ne fornisce degli spunti significativi, quando sottolinea che molti italiani suppliscono al quadro deficitario dell’Italia di questi giorni. «Fino ad oggi», vi si dice, «ha vinto il furore di vivere degli italiani che hanno messo in campo stratagemmi individuali per la difesa del futuro», stratagemmi che il Rapporto definisce «muretti a secco», barriere modeste ma solide di contenimento della caduta del Paese.
E del resto, nota il Censis, gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni. Esistono ancora delle riserve di generosità, di fiducia negli altri, di speranza, che devono però riversarsi nella politica invece di restare confinate nel sociale.
Il movimento delle “Sardine” potrebbe forse costituire un segnale in questa direzione. E noi possiamo e dobbiamo fin da ora rimboccarci le maniche perché il prossimo Rapporto del Censis ci offra un’immagine del nostro Paese meno deprimente.




giovedì 17 maggio 2018

L’ALTRO? SIAMO ANCHE NOI

Oltre 5 milioni di nostri connazionali vivono all'estero: 
lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri
Papa Francesco sta svolgendo in questi anni, oltre alla sua funzione specifica di massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, un ruolo di supplenza etica a lui riconosciuto persino dai non credenti: la lettera che i vescovi italiani, nella solennità di Pentecoste, rivolgeranno alle comunità accoglienti, intitolata 'Uscire dalla paura', lo dimostra appieno. Questo testo, a venticinque anni dal documento 'Ero forestiero e mi avete ospitato', riassume la storia più recente del fenomeno migratorio gettando le basi per un rinnovamento antropologico di portata storica.
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo.
Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell’ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all’estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L’altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo.
Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare – può essere il nigeriano che ci chiede l’elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro – e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi.
Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L’istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia?
Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale.
Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con «l’audacia, il realismo, la responsabilità, l’intelligenza, la creatività e la prudenza» che i vescovi auspicano! Fa impressione l’assenza di una visione d’insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all’amministrazione di una grande azienda. In tal senso la «convivialità delle differenze» che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l’unica possibilità che abbiamo per uscire dall’atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l’intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali.
Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell’annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l’appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all’acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte».