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venerdì 10 febbraio 2023

FOIBE. NON DIMENTICARE

Giorno del Ricordo, il “valore della verità” sull’eccidio delle foibe e l'esodo

Si è celebrata oggi la giornata, istituita in Italia nel 2004, per fare memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, causato dalle persecuzioni del regime comunista jugoslavo.

Ballarin (Federesuli): Abbiamo pagato con i nostri beni il debito di guerra dell’Italia fascista

 - di Luca Collodi e Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

 Quasi 300 mila profughi giuliani, dalmati e fiumani costretti a lasciare le loro case dopo il 1945, tra i 5 e 12 mila morti, gettati vivi nelle foibe, le cavità del terreno sul Carso, o fucilati. Sono i terribili numeri dell’eccidio compiuto dai miliziani del regime jugoslavo sulla popolazione italiana della Venezia Giulia, Istria, Quarnaro e Dalmazia, costretta in grande maggioranza all’esodo, che vengono riportati alla memoria ogni 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Questa mattina al Quirinale, la celebrazione con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha sottolineato “il valore della verità, che rende liberi”.

Per molte vittime l’unica colpa “era di essere italiani”

Mattarella ha criticato chi, facendo leva sulla complessità delle vicende storiche di quegli anni, le utilizza “per sminuire, negare o addirittura giustificare i crimini” subiti dalla popolazione italiana. “Per molte vittime - ha ricordato - giustiziate, infoibate o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti, l’unica colpa fu semplicemente quella di essere italiani”. Il capo dello Stato ha ribadito così la condanna dei tentativi di negazionismo e di giustificazionismo che ancora oggi si manifestano.

Il ricordo del vescovo di Fiume Santin, uomo di pace

Il presidente ha ricordato che la furia dei partigiani titini “si accanì, in modo indiscriminato ma programmato, su tutti: su rappresentanti delle istituzioni, su militari, su civili inermi, su sacerdoti, su intellettuali, su donne, su partigiani ed esponenti antifascisti, che non assecondavano le mire espansionistiche di Tito o non si sottomettevano al regime comunista”. E ha riportato alla memoria anche la figura del vescovo di Fiume e poi di Trieste-Capodistria, Antonio Santin, nato a Rovigno, in Istria, nel dicembre 1895 e morto a Trieste il 17 marzo 1981, che non esitò, dopo aver difeso la popolazione slava dall’oppressione nazifascista, a denunciare le violenze e le brutalità contro gli italiani.

Ballarin: la più grande tragedia italiana dall’Unità

Di questo Giorno del Ricordo 2023 e delle tragedie di quegli anni di dopoguerra, che proseguirono fino al 1955, Luca Collodi ha parlato su Radio Vaticana Italia con Antonio Ballarin, la cui famiglia era di Lussingrande, sull’isola di Lussino, nel Quarnero, già presidente, tra il 2014 e il 2020, della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati (FederEsuli).

La legge che istituisce in Italia la Giornata del Ricordo è del marzo 2004. Bastò questo perché la tragedia degli eccidi nelle foibe e dell’esodo degli italiani di Istria, Quarnaro e Dalmazia uscisse finalmente dal silenzio?

L'introduzione della legge ha fatto in maniera tale che se ne parlasse di più, in particolare da parte delle istituzioni. Ma io mi ricordo bene quale é stato il punto di svolta. Era il 10 febbraio del 2013, un Giorno del Ricordo, io tornavo da una celebrazione alla Spezia, mi misi in treno a guardare tutti i giornali e mi ricordo che si parlava di questa cosa in una foto notizia sul Corriere della Sera, in una pagina interna, cioè, quindi praticamente non c'era assolutamente visibilità. E allora ci mettemmo con molta umiltà a scrivere ai giornali, alle televisioni, alla Rai ecc... chiedendo di darci spazio. E piano piano questa cosa è passata, anche come memoria condivisa all'interno del nostro Paese.

Cosa rispondere a chi chiede per quale motivo si dovrebbero ricordare queste vicende?

Vanno ricordate per lo meno per due buoni motivi. Il primo: dall'Unità d'Italia ad oggi non c'è mai stata una tragedia simile per la popolazione italiana. E il secondo motivo è che gli esuli giuliano-dalmati hanno pagato con i loro beni il debito di guerra di tutta l'Italia nei confronti di una nazione aggredita dall'Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, la Jugoslavia. Quindi lo Stato italiano doveva pagare un debito di guerra e ha usato i beni degli esuli giuliano-dalmati; quindi, mi sembra giusto che venga ricordato.

Le foibe e l'esodo: vogliamo ricordare di cosa stiamo parlando?

Dal 1943 in poi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, quelle terre restano non difese: lo Stato italiano è in rotta. E fin dall’inizio succede che molte persone di lingua italiana, che erano popolazioni autoctone residenti, vengono perseguitate. Uomini, donne e bambini vengono scaraventati in questi buchi che si chiamano foibe ma non solo. Vengono fucilati, annegati, deportati. E’ un massacro, una tragedia che coinvolge una popolazione di circa 12 mila persone. All'inizio del ‘43 sono per lo più vendette personali, ma dal ‘45 in poi diventa azione quasi sistematica. Dobbiamo ricordare che la maggioranza di questi eccidi avvengono in tempo di pace, cioè dopo il ‘45 e vanno avanti fino alla prima metà degli anni ’50, via via scemando nel tempo. E’ una persecuzione che ha due origini: una è il nazionalismo slavo e l'altra è il comunismo di Tito. Entrambi vedono nella popolazione italiana una presenza che deve essere cancellata, soprattutto il nuovo regime jugoslavo di Tito. E lo dice bene in un'intervista negli anni ‘90 Milovan Gilas, che era ai vertici del Partito comunista jugoslavo dell'epoca, ad un giornale italiano, che non è mai stata smentita. Diceva che “dovevamo eliminare l'elemento italiano che era maggioritario nei luoghi lungo la costa, in Istria, Dalmazia per far vedere alle commissioni alleate che non vi erano italiani presenti in quelle zone”. Quindi la vicenda che è molto complessa, ovviamente, vede lo spopolamento del 90% della popolazione, non solo italiana, ma del 90% della popolazione nelle province di Pola, Fiume e Zara e in parte quella di Trieste che viene annessa al territorio libero e in parte di Gorizia che perde un pezzo del suo territorio.

Così come per la Shoah, anche per le foibe, c’è qualcuno che cerca di negare questa realtà?

 Io intanto non metterei mai insieme le due cose, perché sono storie molto diverse. Per la questione delle foibe, più che altro noi subiamo un attacco giustificazionista, di chi dice, più o meno, che gli italiani sono stati cattivi e che il fascismo è stato una tragedia per tutti ed ha operato un processo di nazionalizzazione di alcuni territori dei Balcani. In realtà la cosa è un pò più complessa, ma sostengono che a causa di questo processo di italianizzazione, insomma, i residenti italiani “se la sono cercata”. Come se si potesse giustificare l’uccisione di familiari per le colpe dei loro parenti. Questa è negazione della realtà e anche di una diversità storica.

 Vatican news

 

mercoledì 10 febbraio 2021

FOIBE. GIORNATA DEL RICORDO - Messaggio del Presidente della Repubblica


ESULI

 A bordo della nave, staccati da Pola

pensavano con ansia alle città
che li aspettavano.
Strappati alla loro terra
che sfilava con le coste bellissime
verso un domani ignoto.
E a Venezia una turba li accoglie
con grida ostili e rifiuta loro il cibo;
causa la folla nemica.
I bambini guardano intorno smarriti.
I genitori non hanno più niente da dare a loro.
II domani è un incubo.
Non li sentono fratelli gli Italiani,
una gente da rigettare, esuli.
Essi guardano tutto in silenzio
con gli occhi dilatati
dove le lagrime stanno ferme.
Il dolore di avere tutto perduto
si accresce di questo nuovo dolore.

Lina Galli




sabato 7 dicembre 2019

ITALIA. UN PAESE IN CRISI. INCERTEZZA, DIFFIDENZA, ANSIA .... .

CENSIS, UN RAPPORTO 
CHE 
DEVE FARCI RIFLETTERE
 E
RIMBOCCARCI LE MANICHE
  

  -   di Giuseppe Savagnone 


Uno specchio dell’ansia
La pubblicazione, in questi giorni, del 53esimo Rapporto annuale del Censis, intitolato «La società italiana al 2019», costituisce per il nostro Paese uno specchio in cui guardarsi. E va detto subito con franchezza che non c’è molto di cui rallegrarci.
A preoccupare soprattutto è il clima di ansia che, secondo il 69% della popolazione, caratterizza il popolo italiano. Sta di fatto che, nel giro di tre anni (2015-2018), il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23% e a farne uso sono ormai 4,4 milioni di italiani (800.000 di più di tre anni fa).
Incertezza e diffidenza
Alla radice c’è il sentimento che, secondo il Censis, è oggi dominante nel nostro Paese, che è l’incertezza. È ormai il terzo anno che lo stato d’animo diffuso viene sintetizzato con un termine a dir poco inquietante.
Nel 2017 la parola chiave della fotografia dell’Italia emergente nel Rapporto era «rancore» e nel 2018 «cattiveria». L’insicurezza si collega a questi atteggiamenti precedenti come loro effetto. Se si è risentiti e arrabbiati, si tende a dubitare di tutto e di tutti.
Non stupisce, allora, che secondo il Censis il 75% delle persone non si fidi degli altri, visti più una minaccia che come una risorsa e una possibilità di relazione umana. E il 49%  degli intervistati riferisce di aver subìto nel corso dell’ultimo anno, in luoghi pubblici, insulti, spintoni e altri atti di prepotenza;  il 44% si sente insicuro quando cammina nelle vie che frequenta abitualmente; il 26% racconta di avere litigato con qualcuno per strada.
Il timore di essere declassati
Ci sono certamente, in questo quadro allarmante, componenti di ordine materiale che giocano pesantemente. La forbice tra ricchi e poveri si allarga ogni giorno e chi stava in mezzo teme di essere risucchiato dalla parte sbagliata. Così, secondo il Rapporto, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme un declassamento. Più in generale, la stagnazione dell’economia viene percepita come un destino pressoché ineluttabile dal 74% degli intervistati. E sono i più ottimisti, perché il 26% prevede una nuova recessione.
L’illusorio aumento dei posti di lavoro
Si potrebbe obiettare che un segno di speranza viene dal fatto che, rispetto al 2007, nel 2018 ci sono stati 321.000 occupati in più: +1,4%, e che anche nei primi sei mesi di quest’anno si registra aumento dello 0,5%. Ma è un motivo di consolazione illusorio, perché questo scarto positivo è, in realtà, il risultato di una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e del concomitante aumento di 1 milione e 200.000 occupati a part time.
E proprio il part time, nel periodo 2007-2018, è aumentato del 38%. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a tempo parziale. E quello involontario, che nel 2007 riguardava il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%, con un  aumento, tra i giovani del 71,6%.
Denatalità ed esodo
Da qui anche la poca voglia o la poca possibilità di fare figli. Dal 2015 i cittadini italiani sono diminuiti di 436.066 unità, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 le nascite sono state 18.404 in meno rispetto al 2017.
Ma sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Per non parlare della Pubblica Amministrazione, che riscuote la fiducia solo del 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) sono peggio di noi solo Grecia e Croazia.
Non possono non tornare alla mente, davanti a questo quadro, le altisonanti promesse dei leader politici che hanno inaugurato la Seconda Repubblica, e ora la Terza, in sprezzante contrapposizione alla Prima….
La sfiducia (motivata, purtroppo) nella democrazia
Ma la nota più allarmante del Rapporto è quella che riguarda gli atteggiamenti di fondo a cui questa situazione di incertezza diffusa dà luogo. E’ significativo che il 76% degli italiani non abbia fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati) e il 48% ritenga che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).
Una sfiducia nella democrazia che trova purtroppo conferma nello squallido scenario di partiti al governo che sembrano misconoscere la più elementare grammatica della gestione della cosa pubblica – ma anche della semplice correttezza istituzionale – e passano il tempo a fare campagna elettorale, litigando tra loro.
Come del resto aveva fatto il più consistente di quelli ora all’opposizione, quando era al potere. È del tutto assente l’idea che la politica ha come obiettivo il perseguimento del bene comune e non una continua spettacolarizzazione finalizzata all’accrescimento dei consensi per la propria fazione.
Diritti senza responsabilità
Se poi dal discorso strettamente politico passiamo a quello dei valori sottostanti, la situazione è ancora più drammatica. La “sinistra”, orfana del marxismo e del suo impegno nel sociale, da tempo si è concentrata sulla difesa indiscriminata dei diritti degli individui, a prescindere dai doveri e dalle responsabilità che questi diritti dovrebbero comportare in una dimensione comunitaria.
Ricordiamo tutti la senatrice del Pd Cirinnà, notissima per aver promosso la legge oggi in vigore sulle unioni civili, che l’8 marzo scorso, per rivendicare i diritti delle donne, in polemica col convegno di Verona sulla famiglia, si è fatta fotografare mentre brandiva un cartello con la scritta: «Dio – patria – famiglia: che vita de merda!».
Una dissacrazione offensiva. E suicida
Il riferimento dissacrante alla religione, peraltro, continua ad essere una nota distintiva della cultura “di sinistra”. Proprio in questi giorni una festa, organizzata, in opposizione a Salvini, da vari collettivi studenteschi dell’Università di Bologna due giorni prima della festività cattolica dell’Immacolata concezione, si intitolava «Immacolata Con(trac)cezione» e veniva propagandata con una locandina blasfema in cui era rappresentata la Madonna contornata, invece che da angeli, da preservativi.
Al pari della Cirinnà, anche questi ingegnosi e lungimiranti oppositori della Lega, assicurano che la loro è stata solo una «provocazione».
Qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare loro che non solo offendere la sensibilità e la coscienza di altre persone è una parodia della libertà, ma anche che non c’è favore più grande per la “destra” che quello di spingere con gesti simili l’elettorato cattolico – o comunque affezionato alla tradizione cattolica – nelle sue braccia.
La strumentalizzazione della fede
A questo elettorato, infatti, Salvini fin dall’inizio ha cercato – con successo – di presentarsi come il rappresentante dei valori cristiani, di fatto ampiamente traditi dalla sua linea politica, ma sbandierati con l’esibizione reiterata di simboli religiosi e con l’appello a tutti i santi del Paradiso.
Alla ricerca dell’anima
Qui quello che sembra venuto meno non è solo la sicurezza psicologica, l’aumento del Pil, il lavoro: è l’anima del nostro Paese, che non deve certo essere necessariamente cattolica – anche se lo è stata per secoli, fino agli anni recenti del secondo dopoguerra – , ma che non può certo venire espressa da questa perversa oscillazione tra due forme opposte di violenza, quali sono quella della dissacrazione e quella della strumentalizzazione.
L’Italia è dunque destinata, nel vuoto di valori autentici, all’alternativa tra l’ascesa al potere di un «uomo forte», l’affermazione della sicurezza senza rispetto delle persone, l’esibizione dell’apparenza della religiosità, e il caos in cui gli individui perseguono senza limiti i loro pretesi “diritti”?
Segni di speranza, malgrado tutto
No. Personalmente non perdo la fiducia che ci siano nel nostro Paese tante risorse culturali, etiche, politiche in grado di uscire dalla terribile strettoia che il Rapporto del Censis e le cronache di ogni giorno sembrerebbero prospettare. Lo stesso Rapporto ne fornisce degli spunti significativi, quando sottolinea che molti italiani suppliscono al quadro deficitario dell’Italia di questi giorni. «Fino ad oggi», vi si dice, «ha vinto il furore di vivere degli italiani che hanno messo in campo stratagemmi individuali per la difesa del futuro», stratagemmi che il Rapporto definisce «muretti a secco», barriere modeste ma solide di contenimento della caduta del Paese.
E del resto, nota il Censis, gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni. Esistono ancora delle riserve di generosità, di fiducia negli altri, di speranza, che devono però riversarsi nella politica invece di restare confinate nel sociale.
Il movimento delle “Sardine” potrebbe forse costituire un segnale in questa direzione. E noi possiamo e dobbiamo fin da ora rimboccarci le maniche perché il prossimo Rapporto del Censis ci offra un’immagine del nostro Paese meno deprimente.