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domenica 18 maggio 2025

IMPARARE AD AMARSI

 

Galimberti: bisogna imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all'altezza

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La Redazione

 Accettarsi per quello che siamo, con le nostre imperfezioni: come abbracciare la propria autenticità può liberarci dalla ricerca della perfezione e condurci alla vera felicità...

Il senso di disagio e di malessere sembra ormai dilagare tra i giovani: quest’ultimi, infatti, percepiscono sempre più un profondo senso di inadeguatezza, un po’ come se non fossero mai all’altezza della situazione e non ci fosse un posto per loro in questo mondo.

A tal fine una giovane ventiduenne, rivolgendosi al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, ha così espresso il suo pensiero:

“Mi trovo a scriverle senza sapere bene da dove cominciare. Ho dentro di me così tanti dubbi e conflitti, aggrovigliati e connessi tra di loro, da non essere in grado di individuarne un inizio né tantomeno una conclusione. Forse le sto scrivendo semplicemente per provare a dipanare questa massa. Quello che posso provare a raccontare è il forte senso di angoscia che frequentemente mi coglie, e che percepisco fisicamente, nel petto, a volte come un peso, altre volte come vuoto. Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi spensierata e in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Sono in bilico, ma non cado. Anzi, rimango immobile. Avverto allora un profondo disagio, la mancanza di un posto per me in questo grande mondo”, in tal modo la giovane ragazza si rivolge al filosofo in cerca di conforto, rassicurazione, e soprattutto di comprensione ed ascolto.

Allora ci si chiede cosa fare per superare questo disagio, per opporsi, così da ritornare a vivere serenamente, riassaporando la propria libertà senza vincoli o limiti di alcun genere.

“La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi.

Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come ‘loro’”, continua in tal senso la ventiduenne.

 Omologati e manipolati

Ecco allora che i giovanissimi si ritrovano ad essere omologati e manipolati, incapaci di mettersi in gioco, sempre in disparte, senza mai far sentire la loro voce, avendo paura di sbagliare, convinti di non poter mai essere felici, di non poter mai cambiare la situazione, vivendo la solitudine di chi chiede troppo a se stesso. Le nuove generazioni, idealizzando troppo se stesse, rischiano di vivere un’eterna insoddisfazione, un po’ come se non fossero mai abbastanza, ricercando una perfezione che non esiste, disconoscendo se stesse e trascurando la loro vera identità.

“Da questa guerra tutta interna a noi stessi che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti della nostra esistenza si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta e accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire ‘punti nel vivo’ quando qualcuno ce la svela”, queste le parole pregne di significato di Umberto Galimberti.

Per essere felici …

Per essere felici, dunque, occorre imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all’altezza e che determina spesso un profondo senso di vuoto e di tristezza.

“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”, in tal modo termina la sua disamina il filosofo. E allora, che risposta possiamo dare a quella giovane ventiduenne che scrive con il cuore colmo di domande, paure e silenzi?

 L’essere e il dover essere

La risposta a quella giovane ventiduenne, e a tutti i giovani che si sentono "fuori posto", tra l’essere e il dover essere, è che la felicità non risiede nella perfezione ma nell'accettazione di sé, anche nelle proprie fragilità. Galimberti ci invita a rinunciare all'ideale irraggiungibile e ad abbracciare ciò che siamo, con tutte le nostre imperfezioni.

Quella "massa aggrovigliata" di dubbi non è qualcosa da risolvere, ma da comprendere. La spensieratezza che cerca non è l’assenza di peso, ma la leggerezza di chi smette di giudicarsi, di chi smette di inseguire modelli imposti e comincia, pian pian, a costruire un proprio modo di stare al mondo. Forse la vera forza non sta nel silenzio, ma nella voce che, anche tremante, osa dire: “questa sono io, e vado bene così”.

E così la risposta non è un manuale da seguire ma un percorso da intraprendere: fatto di errori, di relazioni vere, di cadute e risalite. 

Pertanto solo accettando di essere imperfetti possiamo finalmente sentirci liberi di esistere, di essere davvero felici.

 ascuolaoggi

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martedì 8 aprile 2025

LUCE VERDE


 UNA 

FELICITA'

 IMPOSSIBILE ?





Alessandro D’Avenia

 Il 10 aprile di 100 anni fa usciva uno dei romanzi più belli del XX secolo, per come è scritto e per ciò che vi è scritto (che poi è lo stesso): Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Narra di un uomo di primo '900 che incarna il sogno americano e che per noi ha ormai il volto sorridente di DiCaprio con una coppa di champagne in mano nell'adattamento di Baz Luhrmann. Il protagonista, James Gatz, figlio di contadini del Nord Dakota, per un colpo del destino, a 17 anni riesce a dare una svolta alla sua vita, e si ribattezza Jay Gatsby: è stato notato che il nome storpia «joy» (gioia) e il cognome suona «Gatz da essere» (to be), chi lui vuole diventare. E così si arricchisce a dismisura con attività più o meno legali e va a vivere in una magnifica villa newyorchese, tutto allo scopo di (ri-)conquistare in questa nuova veste scintillante ciò che manca al suo sogno: l'amore di gioventù, Daisy Fay (il cognome significa fata), splendida ereditiera da cui si era dovuto allontanare per la guerra. In sua assenza Daisy aveva però sposato un uomo della sua cerchia elitaria. La storia mostra, struggente come un tramonto di fine estate, che il desiderio di felicità è desiderio di un amore infinito. 

Questo fa di noi un paradosso: siamo esseri finiti che vogliono l'infinito. Ma la felicità è allora solo un'illusione? L'infinito ce lo siamo inventati perché abbiamo paura di morire? 

Il desiderio di felicità

Certo è che il desiderio di felicità definisce l’esistenza umana: dire «io» è dire che cosa desidero, da cosa sono mosso. Per conoscere qualcuno, chiedo: ma tu che cosa desideri veramente? Jay Gatsby costruisce il suo «pursuit of happiness» (ricerca della felicità nel DNA del suo Paese sin dal primo articolo della Dichiarazione di Indipendenza) attorno a Daisy, oggetto supremo e idealizzato del desiderio. La felicità però non è mai un oggetto, perché è ricerca di infinito, ma il materializzarla in cose e persone dà a noi umani il sentimento di esistere: sentire di aver presa o addirittura controllo sulla vita allenta l'ansia dell'ignoto, tempera la paura della morte. Però, alla prova dei fatti, questa felicità risolta per lo più nella nota triade Possesso, Potere, Piacere non basta mai: le cose (o le persone trasformate in cose) da cui crediamo di ricevere controllo sulla vita si rivelano insufficienti e insoddisfacenti, ci danno ben-essere ma non l'infinito, l'esser-bene. 

Se bevo la sete si estingue, il desiderio di felicità invece non passa mai: sopravvive a ogni traguardo, anzi aumenta. 

Un indefinito

Lo sa bene Gatsby che di notte torna a fissare in lontananza dalla sua immensa villa una luce verde, tanto presente quanto irraggiungibile, un «indefinito» che, come aveva intuito Leopardi e forse capita ancora anche a noi con l'orizzonte e le stelle, è solo un promemoria fisico dell'infinito che cerchiamo: «Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgasmico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…». 

Quella di Gatsby è una fede, crede nella luce verde che segnala l'intraducibile «orgastic future», la felicità assoluta, uno stato di unione totale, vita che non muore più, il paradiso (orgasmo inesauribile) in terra: i doppi punti di sospensione del testo ci fanno «sentire» la tensione delle braccia e la speranza di quella mattina definitiva. Da qui viene la fretta, esito dell'inquietudine, che ci fa accelerare sempre di più verso quel futuro. Infatti a queste parole che descrivono magistralmente il desiderio umano di felicità, il narratore aggiunge la tragica ultima riga del libro: «Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato». 

Il nostro sforzo per perseguire la felicità totale e senza cadute è vano, perché un essere finito non può procurarsi l'infinito: la corrente del tempo vince ogni sforzo e, trasformando ogni «sarà» e ogni «è» in un «è stato», ci relega nel passato. Per questo molte filosofie puntano all'estinzione del desiderio come via per la felicità: ci procuriamo da noi stessi il dolore della mancanza bramando ciò che tanto non ci soddisferà. Ma allora il desiderio è solo un senso di vuoto creato dalla coscienza per gestire più o meno maldestramente la paura della morte? 

Mario Luzi risponde così in una poesia del 1999: «Di che è mancanza questa mancanza,/ cuore,/ che a un tratto ne sei pieno?/ Di che? Rotta la diga/ t’inonda e ti sommerge/ la piena della tua indigenza.../ Viene,/ forse viene,/ da oltre te/ un richiamo/ che ora perché agonizzi non ascolti» (da Sotto specie umana). 

L’inquietudine

Un richiamo che, troppo impegnati a non morire invece che a vivere, non sentiamo. Agostino d'Ippona, alla fine del IV sec. d.C., aveva già affrontato di petto (la sua inquietudine) la questione, ponendola all'inizio della sua autobiografia spirituale, le Confessioni: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in Te». Per lui è proprio l'inquietudine a portare alla felicità, perché l'insoddisfazione mai placata dalle cose del mondo, non è un'infinita assenza ma un'infinita mancanza. Per lui il sentimento di mancanza è la traccia della presenza di un amore che mi vuole esistente così come sono. E perché allora mi sembra assente? Quel tu c'è o no? Ho trovato la risposta nella parabola dei talenti (Mt 25,12-30): l'uomo che li affida ai servi «parte per un viaggio» e «torna dopo molto tempo» (il tempo della vita). È proprio la sua «temporanea assenza» (mancanza) a trasformarli da servi a protagonisti della storia: il dono della libertà. 

La presenza del donatore è proprio dove non ce l'aspettiamo, nella sua «partenza», che spinge ciascuno a scoprire i doni che ha e perché li ha: vita unica e irripetibile. Che ne fai? La mancanza non è un vuoto, ma un invito a crescere. Quando sento l'assenza di Dio penso: è partito e tornerà, ma ora è presente in me con i suoi doni, tocca a me. 

Lo aveva capito bene Etty Hillesum in tempi oscuri come l'Olocausto durante il quale morì: «Una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio» (Diario). Quel tu fa come il genitore che ama il figlio, non si sostituisce ma non è assente, come quando abbiamo imparato a camminare. Il nostro inesauribile desiderio di felicità è quindi uno spazio (la fatica della libertà, della conoscenza di sé e dell'azione) per crescere e per creare. 

Saper  accettare

La felicità comincia dall'accettare e abitare la mancanza ma, se per paura la riempio di cose, non scoprirò ciò che già contiene: la mia unicità. Gatsby cerca di conquistare Daisy, proiettando su di lei l'amore infinito che brama, ma l'infinito non è mai in una cosa o in una persona, questi sono segnali: se scambiamo il segnale per la meta saremo delusi e, follia, ce la prenderemo con il segnale, rinfacciandogli di non essere la meta! La grandezza umana è una «grandezza mancante» (inquieta e libera), una chiamata all'amore infinito e non a quattro cose che tanto non entreranno nella tomba. Una luce verde ce lo ricorderà sempre.

 Alzogliocchiversoilcielo

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giovedì 9 marzo 2023

IL PENSIERO INCOMPLETO


NOTE PER 

UN PENSIERO

 “INCOMPLETO”

 

AL DI LA'

 DELL'ARROGANZA


- di Diego Fares

 La forma più alta di pensiero è quella del pensiero che cresce nell’apertura e, in questo senso, è «incompleto». Lo disse papa Francesco nella sua intervista a La Civiltà Cattolica: «Lo stile della Compagnia non è quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo. L’aura mistica non definisce mai i suoi confini, non completa il pensiero. Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto» [1].

 Che cos’è il pensiero incompleto? Come lo si può descrivere? Afferma papa Francesco, parlando del discernimento imparato leggendo Il Signore di Romano Guardini: «Ho imparato questo modo di pensare da Romano Guardini. Il suo stile mi ha affascinato, anzitutto nel suo libro Il Signore. Guardini mi ha mostrato l’importanza del pensiero incompleto, quello che ti porta fino a un certo punto, ma poi ti invita a contemplare in prima persona. Crea uno spazio per farti incontrare la verità. Un pensiero fecondo dovrebbe essere sempre incompleto per dare spazio a sviluppi successivi. Da Guardini ho imparato a non pretendere certezze assolute su tutto, sintomo di uno spirito ansioso. La sua saggezza mi ha permesso di affrontare problemi complessi che non si potevano risolvere semplicemente sulla base di norme, bensì con un tipo di pensiero che permetteva di attraversare i conflitti senza restarne intrappolato» [2].

 E nella Costituzione apostolica Veritatis gaudium Francesco afferma che oggi si fa sempre più evidente che «c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelligenza e illuminano la volontà… ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lérins descrive così: “annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate” (Commonitorium primum, 23: PL 50,668)» [3].

 Noi metteremo in risalto alcuni aspetti del pensiero incompleto, che è il contrario del pensiero trionfalistico: la mentalità dialogica, l’inclusività, l’apertura attenta e responsabile all’altro, l’apertura alle sfide.

 Mentalità dialogica

 Il pensiero che definiamo «incompleto» è eminentemente dialogico, vale a dire non autoreferenziale, non monologante, non astratto. Incontrando la classe dirigente del Brasile, il 27 luglio 2013, il Papa aveva detto: «Quando i leader dei diversi settori mi chiedono un consiglio, la mia risposta è sempre la stessa: dialogo, dialogo, dialogo. L’unico modo di crescere per una persona, una famiglia, una società, l’unico modo per far progredire la vita dei popoli è la cultura dell’incontro, una cultura in cui tutti hanno qualcosa di buono da dare e tutti possono ricevere qualcosa di buono in cambio. L’altro ha sempre qualcosa da darci, se sappiamo avvicinarci a lui con atteggiamento aperto e disponibile, senza pregiudizi. Questo atteggiamento aperto, disponibile e senza pregiudizi, lo definirei come “umiltà sociale”, che è ciò che favorisce il dialogo. […] Oggi, o si scommette sul dialogo, o si scommette sulla cultura dell’incontro, o tutti perdiamo, tutti perdiamo. Per di qui va il cammino fecondo» [4].

 Nel dialogo, ciò che conta è che a decidere sui temi siano i soggetti, proprio i soggetti coinvolti in tali decisioni. Il soggetto è più importante del contenuto del dialogo. Francesco ci mostra due tipi di soggetti che non dialogano, perché sono chiusi in se stessi: i primi riducono il proprio essere al loro sapere o sentire (il Papa lo chiama «gnosticismo»); i secondi lo riducono invece alle loro forze (il Papa lo chiama «neopelagianesimo»).

 Il dialogo implica la convinzione del nostro essere sociale, della nostra incompletezza individuale, che è essenzialmente positiva, perché ci impedisce di essere soggetti chiusi.

L’idea su cui Francesco insiste è che «i soggetti siamo tutti noi». Oggi, infatti, non si nega l’importanza dei diversi saperi e del lavoro di gruppo, tuttavia la tendenza prevalente è quella individualistica, con settarismi elitari. Per la cultura del dialogo è essenziale, invece, l’inclusione di tutti, anche dei meno intelligenti e dei più deboli.

 «È tempo di sapere come progettare, in una cultura che privilegi il dialogo come forma d’incontro, la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni. L’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale» (EG 239).

 Affermare che i soggetti siamo tutti noi non significa considerare una mera somma di tutti gli individui: significa piuttosto considerare la totalità, intesa come popolo. Il Papa ci invita esplicitamente a riflettere sulla Chiesa come popolo fedele di Dio.

 Qual è la mentalità che dobbiamo cambiare? Dopo averci detto che essere discepoli di Cristo comporta una disposizione continua a portare agli altri l’amore del Signore in qualsiasi luogo e attraverso un dialogo personale (cfr EG 127-128), il Papa ci fa notare che «se il Vangelo si è incarnato in una cultura, non si comunica più solamente attraverso l’annuncio da persona a persona» (EG 129).

 Il nostro annuncio del Vangelo deve coinvolgere l’aspetto culturale. Per esempio, nella famiglia, occorre cercare il modo di far diventare la fede «tradizione familiare», così come in famiglia si vivono i momenti belli, le feste, le gite, la conversazione quotidiana. Nel lavoro, ciascuno deve preoccuparsi di mettere i valori del Vangelo a confronto con quelli che vivono i propri colleghi. Ciò consentirà alla predicazione di non essere «scollegata», o qualcosa di «meramente spirituale», bensì un Vangelo incarnato, che raccoglie le sfide del mondo e risponde alle sue preoccupazioni con proposte efficaci.

 Dire «assistiti» non è lo stesso che dire «ospiti e commensali». Questi ultimi termini hanno un significato evangelico, e il considerare una persona come «ospite» fa sì che cambi il nostro atteggiamento verso di essa: ci inserisce in un dinamismo di accoglienza, ci fa sentire come è bello fare onore a un ospite…

 D’altra parte, ci sono parole che vengono dal mondo sociale e sono preferibili ad altre. «Utente» appare più impersonale di «beneficiario»; tuttavia appare preferibile considerare che l’altro sia un utente a pieno titolo dei nostri servizi – così come noi siamo utenti dell’acqua corrente, della luce e del gas –, e non un beneficiario, quasi fossero servizi che gli vengono offerti per carità. Non ci si sente «beneficiari» dei servizi essenziali, e si ha tutto il diritto di indignarsi quando viene staccata la corrente elettrica.

 L’inculturazione del Vangelo ci porta a riflettere su chi sia colui che evangelizza – è tutto il popolo di Dio che annuncia il Vangelo – e a contrapporre una nuova mentalità alla nostra mentalità individualista.

 Mentalità che si focalizza sull’inclusione

 La nuova mentalità che il Papa ci invita ad acquisire ha un carattere eminentemente sociale. L’analisi della vita politica ed economica attuale mostra che, nonostante le sue importanti conquiste, essa genera «una diffusa esclusione» e iniquità. E ciò produce violenza, con conseguenze tragiche per ogni tipo di persona. Perciò il rimedio sta dalla parte dell’inclusione. La nuova mentalità richiede, in primo luogo, «un approccio inclusivo».

L’inclusione non è un fatto ovvio. Nella riflessione filosofica attuale c’è chi afferma come necessaria «la rinuncia a cogliere, con il pensiero, la totalità del reale» (Theodor Adorno). Se ciò avviene a livello filosofico, non c’è da meravigliarsi se l’economia pensi a un Paese di venti milioni di persone – anziché i cinquanta che siamo –, o se il 46% del denaro sia nelle mani dell’1% delle persone. Esiste una mentalità «riduttiva», che è dannosa, perché falsa.

 Come motivo di riflessione, poniamo allora due questioni. Una teorica: il nostro pensiero non può «cogliere» la totalità del reale, ma può «aprirsi» – e di fatto esiste questa apertura – ad essa. Un’altra questione è pratica: non è possibile «escludere» nessuno. Gli esclusi «si includono» con le buone maniere  o, prima o poi, essi «ci escludono» con le cattive maniere. Questo è un altro modo per dire che «l’esclusione produce violenza».

 Gli esclusi «si includono». Innanzitutto, dobbiamo credere nella possibilità di cogliere questo aspetto. Dobbiamo supporre che, se certe scienze non posseggono la lente adatta per cogliere qualcosa di così complesso, questo non vuol dire che non possano trovarla o che non si possano tentare altri sguardi.

 Nel primo giorno di un campeggio parrocchiale, i giovani erano affascinati dal paesaggio e fotografavano di tutto con i cellulari. La sera, quando spuntarono le stelle, come accade soltanto in montagna dove non c’è smog, una delle ragazze, intenta a fotografare il cielo, a un certo punto esclamò: «Questo non entra in un cellulare!», e si mise a contemplarlo soltanto con i suoi occhi. Questa osservazione è significativa, e la possiamo trasferire dal cielo stellato all’umanità delle moltitudini: occorre guardarla con i nostri stessi occhi, allargati da quelli di Gesù, il Buon Pastore, il quale «guarda le persone con compassione». Soltanto questo sguardo può consentire «un approccio inclusivo».

 Stiamo parlando di «guardare umanamente», non attraverso la mediazione scientifica o tecnica, che «influenza e modifica» la realtà nell’osservarla con i propri strumenti. Romano Guardini ci dice che l’occhio umano non è come una macchina fotografica. «L’occhio umano “si sbaglia e si corregge”, si orienta, sceglie e scarta; la macchina fotografica no. Ci sono cose che non vediamo o che falsiamo per l’intensità del nostro desiderio o della nostra avversione. Questo non lo può fare la macchina, che fotografa con oggettività quello che ha davanti a sé. Le fotografie non si sbagliano, perché congelano la realtà in un istante (e, se si tratta di un film, in vari quadri al secondo). Ma l’occhio umano capta infinitamente di più, perché si modifica nel momento stesso in cui si modifica l’essere che gli è davanti e che si esprime. Per questo ci emoziona di più vedere qualcuno dal vivo piuttosto che vederlo in televisione; sebbene non ce ne rendiamo conto, la quantità di informazione – soggettiva e oggettiva – che scambiamo in un incontro reale è infinitamente maggiore rispetto a quella che riusciamo a cogliere attraverso la tv» [5].

 Mentalità che si lascia interpellare

 Il pensiero incompleto viene autenticato dal suo lasciarsi interpellare drammaticamente dall’altro. Questa visione trascendente è così importante che il Papa, prima ancora di definirla, la pone come una sfida drammatica a cui lui stesso si espone: «Sono consapevole che queste parole sono forti, persino drammatiche». Nell’Evangelii gaudium dice: «Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. La mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra» (EG 208).

 Il carattere drammatico di questa sfida sta nell’essenza della «nuova mentalità». Ci sono «approcci» che noi facciamo soltanto quando qualcuno «ci chiede aiuto», quando sentiamo il grido dell’altro: ciò fa sì che volgiamo lo sguardo e scopriamo quello che era nascosto, quello che non si vedeva. Questo sguardo si oppone alla globalizzazione dell’indifferenza. Questo sguardo richiede attenzione e indica responsabilità. Un’attenzione che deve tradursi in decisioni politiche ed economiche piuttosto che fermarsi alla semplice retorica. E in una precisa responsabilità, perché è proprio del bene il concretizzarsi.

 Occorre fare attenzione al grido dei poveri, ascoltarne bene i richiami; saperli leggere «fuori dall’ideologia» è parte della fisionomia di questa nuova mentalità: «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati a essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e a soccorrerlo. […] Rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto» (EG 187).

 L’esigenza di ascoltare questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi.

 Una mentalità che ci sfida

 Il pensiero incompleto si elabora uscendo nelle periferie, toccando i confini, collocandosi al limite del proprio sapere e potere. La trascendenza di cui parla papa Francesco non è soltanto quella verso Dio, come siamo abituati a pensare, e nemmeno quella verso i valori etici: comprende entrambe le realtà, ma la sua sfida è quella di uscire verso le periferie esistenziali, là dove non si può tollerare che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo, che spesso vengono semplicemente sprecate.

 Chi esce dal proprio ambiente e dal proprio io, cambia mentalità. La realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. Afferma ancora Francesco: «Io sono convinto di una cosa: i grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia. È una questione ermeneutica: si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia, e non se il nostro sguardo è posto in un centro equidistante da tutto. Per capire davvero la realtà, dobbiamo spostarci dalla posizione centrale di calma e tranquillità e dirigerci verso la zona periferica. […] Per capire, ci dobbiamo “scollocare”, vedere la realtà da più punti di vista differenti» [6].

 Affermare sempre il limite del nostro pensiero, paradossalmente lo sblocca e lo rende più acuto e creativo. «Entrare in discernimento significa resistere alla tentazione di trovare un falso sollievo in una decisione immediata e, invece, essere disposti a presentare con umiltà diverse opzioni al Signore, aspettando quel traboccamento». Questo «falso sollievo» che si trova in una decisione immediata è proprio del pensiero trionfalistico. Quando apre la strada all’amore – che è sempre amore per l’altro e uscita da sé –, il pensiero diventa capace di superare le insidie ideologiche nelle quali si vede costantemente intrappolato. Le nuove formule con cui Francesco ci sorprende ogni giorno nascono dal suo amore per Dio e per il prossimo. I semplici di cuore lo capiscono benissimo.

 Civiltà Cattolica


giovedì 17 maggio 2018

L’ALTRO? SIAMO ANCHE NOI

Oltre 5 milioni di nostri connazionali vivono all'estero: 
lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri
Papa Francesco sta svolgendo in questi anni, oltre alla sua funzione specifica di massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, un ruolo di supplenza etica a lui riconosciuto persino dai non credenti: la lettera che i vescovi italiani, nella solennità di Pentecoste, rivolgeranno alle comunità accoglienti, intitolata 'Uscire dalla paura', lo dimostra appieno. Questo testo, a venticinque anni dal documento 'Ero forestiero e mi avete ospitato', riassume la storia più recente del fenomeno migratorio gettando le basi per un rinnovamento antropologico di portata storica.
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo.
Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell’ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all’estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L’altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo.
Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare – può essere il nigeriano che ci chiede l’elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro – e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi.
Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L’istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia?
Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale.
Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con «l’audacia, il realismo, la responsabilità, l’intelligenza, la creatività e la prudenza» che i vescovi auspicano! Fa impressione l’assenza di una visione d’insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all’amministrazione di una grande azienda. In tal senso la «convivialità delle differenze» che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l’unica possibilità che abbiamo per uscire dall’atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l’intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali.
Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell’annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l’appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all’acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte».