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venerdì 23 ottobre 2026

VIOLENZA GIOVANILE

  
  QUALI 

POSIZIONI 

DI FONDO ?


-di Giuseppe Savagnone

Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.

mercoledì 29 aprile 2026

SENZA LIMITI NE' DIREZIONE

 IL DISAGIO DEI GIOVANI 

COME RIFLESSO 

DI UNA SOCIETÀ

 SENZA LIMITI 

NÉ DIREZIONE


Il malessere delle nuove generazioni,

 la scuola e la crisi del senso condiviso

-di ANGELO PALMIERI*

Ci sono stagioni in cui il disagio giovanile non può più essere letto come la semplice somma di fragilità individuali. Diventa il luogo rivelatore in cui una società mostra le proprie incrinature: la fatica a trasmettere senso, l’incapacità di nominare il limite, la perdita di autorevolezza delle istituzioni chiamate a orientare la crescita. Non basta evocare la sofferenza o denunciare un mondo accelerato e digitale. Occorre riconoscere che siamo dentro una crisi del nomos, cioè di quell’ordine simbolico che rende il mondo leggibile, abitabile e condivisibile.

Quando il nomos si incrina, non viene meno soltanto la norma: si indebolisce la trama di sensi che consente ai soggetti di collocare le proprie esperienze dentro una cornice interpretabile. Il dolore, l’insuccesso, la vergogna e la stanchezza cessano di essere passaggi attraversabili e diventano voragini private. Non si sa più dove portare il proprio dolore, in quale linguaggio tradurlo, a quale comunità consegnarlo. Il disagio contemporaneo nasce così non solo da un eccesso di pressione, ma da una carenza di mediazione simbolica. I giovani vivono immersi in un universo saturo di richieste e di attese performative, ma povero di dispositivi capaci di dare forma all’errore e di contenere l’inciampo senza trasformarlo in condanna identitaria.

La modernità ha promesso emancipazione dai vincoli tradizionali; oggi ne vediamo anche il rovescio. La liberazione da molte appartenenze e autorità non ha prodotto necessariamente soggetti più forti, ma spesso individui più esposti, più soli, obbligati a reggersi da sé. La promessa di autonomia si è trasformata in una silenziosa imposizione all’autocostruzione continua. Si deve riuscire, apparire all’altezza, non deludere. Ma tutto questo accade in una cornice nella quale lo scacco viene poco elaborato socialmente e molto interiorizzato come colpa personale.

Ipersollecitazione

La lezione di Durkheim resta attuale: il gesto più individuale parla sempre del rapporto tra il soggetto e il suo mondo, del grado di integrazione e di regolazione che una società riesce ancora a garantire. Oggi non viviamo in un’epoca senza regole, ma in una stagione in cui le regole sopravvivono come imperativi esterni, mentre si indebolisce la loro capacità di dare direzione. Il risultato è paradossale: giovani ipersollecitati ma disorientati, continuamente esposti alla valutazione e, insieme, privi di ancoraggi simbolici.

In questo quadro la scuola occupa un posto decisivo. Non perché sia la causa unica del malessere giovanile, ma perché resta uno dei principali luoghi in cui una società organizza la trasmissione culturale, l’esperienza dell’autorità, la relazione con il sapere e la costruzione dell’appartenenza. Il problema non è che la scuola chieda disciplina: ogni processo formativo autentico domanda esercizio e confronto con il limite. Il punto è che il sistema educativo italiano continua spesso a chiedere questo investimento attraverso un impianto ancorato a modelli di trent’anni fa, mentre intorno ad esso è mutato quasi tutto.

Sono cambiati i processi cognitivi, i tempi dell’attenzione, il rapporto con l’autorità, la struttura delle famiglie e le modalità di socializzazione. Eppure, la scuola continua spesso a funzionare secondo una logica trasmissiva e valutativa che classifica più di quanto accompagni. Presuppone un allievo novecentesco, mentre ha davanti soggetti ipermoderni, frammentati, accelerati. Da qui nasce una parte rilevante della stanchezza scolastica: non pigrizia, ma il divario tra la forma dell’istituzione e la forma delle soggettività che la abitano. Lo studio rischia così di apparire come una fatica opaca, disancorata da un orizzonte di senso; l’apprendimento si riduce a prestazione, la valutazione a verdetto, l’errore a umiliazione.

Ripensare la scuola

Per questo la scuola non può essere né difesa in modo rituale né demolita in nome dell’innovazione permanente. Va ripensata. Per essere all’altezza del presente, il sistema dell’istruzione dovrebbe restare esigente sul piano culturale ed essere, insieme, capace di rivedere le proprie forme. La vera questione non è semplificarlo fino a svuotarlo, ma renderlo di nuovo leggibile. A rendere più complesso il quadro vi è poi la trasformazione delle famiglie e del mondo adulto. Non di rado i giovani crescono in contesti affettivamente intensi ma normativamente deboli. Vengono protetti sul piano emotivo, ma meno educati al confronto con il limite e con la frustrazione. Il problema, allora, non è solo l’ascolto. Chiama in causa la tenuta autorevole.

Anche il gruppo dei pari, decisivo nella costruzione dell’identità, oggi appare più fragile. La connessione continua non coincide con una maggiore profondità relazionale. Moltiplica i contatti, ma impoverisce i luoghi in cui la fragilità può essere nominata. E quando una società non offre linguaggi condivisi per dire: “non ce la faccio”, il fallimento diventa clandestino.

Ecco perché parlare di disagio giovanile significa parlare di riforma culturale della scuola e, più in generale, di ricostruzione delle mediazioni sociali. Non siamo davanti a giovani semplicemente più fragili di quelli di ieri. Siamo davanti a un ecosistema sociale che ha perso parte della propria capacità di direzione e che lascia troppo spesso i soggetti soli dinanzi alle proprie soglie. La domanda, allora, non è soltanto come aiutarli, ma come ricostruire un ordine simbolico e istituzionale capace di renderli meno soli nel duro apprendistato del diventare sé stessi.

*Sociologo e saggista

www.avvenire.it

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lunedì 17 giugno 2024

GLI IMPOSSIBILI


 Il futuro dei giovani. 

Cosa dice Save the Children





L’impatto della povertà sulle aspirazioni dei giovani è stato il tema dell’evento biennale IMPOSSIBILE 2024, organizzato da Save the Children sulle politiche globali e nazionali in favore delle giovani generazioni.
Ma quali sono le urgenze che sollecitano l’assunzione di nuove politiche pubbliche e di strategie educative attente al bisogno di aprire spazi di partecipazione sociale attiva per le ragazze e i ragazzi, a partire da quelli che vivono in contesti a maggior rischio di marginalità? Su quale processo educativo investire per sostenere la loro fiducia in un futuro diverso?

Lo spazio di confronto aperto da IMPOSSIBILE 2024 ha preso le mosse dai risultati di una ricerca condotta a livello nazionale da Save the Children su un campione rappresentativo di ragazze e ragazze di 15-16 anni.

Attraverso le loro risposte si è delineato un quadro dell’impatto che la condizione di povertà materiale può avere sui percorsi educativi e di vita.

Dall’immagine che emerge scaturiscono riflessioni e interrogativi piuttosto gravi, a livello politico e sociale ma anche per la responsabilità che ciascuno di noi può avere a livello individuale nella partecipazione al bene collettivo. Vediamo qualche dato.

I problemi in numeri

In genere ci si aspetta che i giovani guardino al loro domani in modo positivo e propositivo, animati da fiduciosa curiosità. I dati di Save the Children ci dicono invece che le aspettative per il futuro dei giovani in condizione di povertà sono molto diverse, in senso negativo, da quelle dei loro coetanei più abbienti.

Il 17,9% dei ragazzi tra i 15 e 16 anni in povertà afferma che i genitori hanno difficoltà nel sostenere le spese ordinarie (cibo, vestiti e bollette) e una percentuale di poco inferiore asserisce che non sempre è possibile l’acquisto di un paio di scarpe anche quando necessarie.

Le ragioni economiche sono alla base del problema: quasi uno studente su quattro tra gli intervistati inizia l’anno scolastico senza avere tutti i libri e il materiale necessario; la disponibilità economica ridotta é anche la ragione che impedisce al 24% di loro di partecipare alle gite scolastiche.

Alla consapevolezza che questi ragazzi mostrano circa gli ostacoli che dovranno affrontare nel loro accesso al mondo del lavoro per condizione di disagio economico in cui vivono contribuisce anche vedere i genitori preoccupati per le difficoltà che affrontano.

Spesso per far fronte ai bisogni economici i giovani, di età anche inferiore a 16 anni (18%), svolgono un’attività lavorativa.

È quindi comprensibile come le aspirazioni e le aspettative concrete di avere un lavoro ben retribuito per questi ragazzi sia molto minore rispetto ai coetanei con status socioeconomico migliore.

Se per questi ultimi lo scarto tra aspirazioni e aspettative

è di 17,6 punti percentuali, per i più svantaggiati la forbice raggiunge i 56,4 punti percentuali, a testimoniare quanto la povertà possa generare frustrazione e gravare negativamente sui percorsi di vita.

I dati, benché preoccupanti, sono però la base di partenza per sostenere un impegno congiunto delle diverse parti sociali e politiche per individuare le risorse necessarie a migliorare l’esistente e rendere concreto il motto di Eglantyne Jebb, la fondatrice di Save the Children, per la quale

Non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo. È impossibile solo se ci rifiutiamo di farlo.

La scuola in prima linea

In una prospettiva di cambiamento sociale non è possibile delineare percorsi di reale mutamento senza guardare al capitale che i bambini e i ragazzi costituiscono.

Sono loro infatti il volano per lo sviluppo delle società e la cura con cui sappiamo promuoverli un investimento sociale saggio e imprescindibile.

Il primo ambiente in cui i giovani, a partire dalla prima infanzia, trovano spazi di affermazione e di confronto è la scuola.

È proprio qui che si possono cogliere con particolare evidenza le ripercussioni dello status economico svantaggiato, che fa passare in secondo piano l’istruzione con il conseguente aumento della dispersione scolastica, esplicita per chi finisce con l’abbandonare gli studi e implicita per chi, pur non abbandonando, riesce a fare ben poco rispetto alle proprie possibilità poiché ostacolato da fattori economici e familiari.

Minori di 15-16 anni sprovvisti di spazi o mezzi educativi a casa – Fonte Save the Children

La scuola viene a essere perciò il presidio fondamentale in cui i temi relativi ai giovani assumono visibilità e non possono essere ignorati.

Questo sollecita ogni giorno la scuola stessa ad assumere azioni coerenti con i bisogni – di apprendimento ma anche socio-relazionali – delle ragazze e dei ragazzi attraverso un’opportuna cura della didattica.

Come asserisce il Presidente dell’INVALSI Roberto Ricci, tra le numerose personalità intervenute all’evento, è un impegno che investe tutto il sistema scolastico a partire dalla primissima infanzia.

La cura per l’apprendimento delle competenze di base è il primo strumento efficace per la realizzazione di una vera inclusione, come lo è l’attenzione verso il possesso delle competenze socio-emotive; le une e le altre sono infatti i muri portanti su cui si costruisce ogni altro repertorio di competenze.

La stessa cultura alla partecipazione si costruisce fin da piccoli e questa consapevolezza sollecita tutte le istituzioni a investire su quell’insostituibile capitale umano che sono i bambini e i giovani attraverso un autentico processo educativo e formativo equo, libero di condizionamenti coartanti verso il futuro legati a condizioni di povertà.

Approfondimenti

 

INVALSI – IMPOSSIBILE 2024

sabato 2 settembre 2023

LA DROGA DEI NUOVI ZOMBIE


- di Massimo Recalcati

Alcuni la chiamano droga-zombie. Ne avevo sentito parlare da diverso tempo, ma non avevo mai potuto osservare in presa diretta i suoi effetti. Nel nostro Paese, da quello che mi risulta, non circola ancora. Mi è capitato questa estate in una Seattle dall’aria triste e abbandonata di incontrare le sue vittime in piena downtown. Quello che colpisce è la postura bloccata dei corpi, come colpiti da una paralisi inquietante; corpi sospesi, vivi ma senza vita, marmorizzati, imprigionati in un denso e infernale torpore, immobilizzati, specie di sculture morte, ripiegate su se stesse, accartocciate in posizioni irreali. Come i corpi pietrificati di Pompei in fuga dalla incandescenza della lava: corpi irrigiditi in una sorta di ultimo spasmo di vita, corpi senza scampo, senza più vie di fuga. 

Un micidiale mix

La sostanza è un mix chimico micidiale di due molecole: la xilazina utilizzata per lo più nella medicina veterinaria come prodotto sedativo per animali di grossa mole e il fentanyl, un oppioide sintetico con effetti analgesici. Questi nuovi tossicomani li chiamano zombie. Nei film horror gli zombie appaiono per lo più nella forma dei morti che riprendono imprevedibilmente vita, che ritornano spettralmente dal mondo buio dell’oltretomba alla ricerca di vita umana da sbranare. Nel centro di Seattle, invece, questi giovani zombie apparivano solamente come vite già morte. Non dunque come vite morte che ritornano spettralmente vive, ma come vite vive che appaiono già intaccate dalla morte. Davvero impressionante anche per uno psicoanalista abituato ad avere a che fare anche con le forme più gravi della sofferenza umana. 

Degrado sociale

Lo sfondo il degrado sociale e la povertà, la vita esclusa, schiacciata nell’angolo, lasciata cadere. Quanto è diversa questa droga da quelle che abbiamo già conosciuto? Negli anni Settanta del secolo scorso l’eroina si era configurata come il paradigma trasgressivo dell’intossicazione. L’estasi, il paradiso artificiale, la fuga dalla realtà, ma anche la contestazione nei confronti del sistema, il suo ripudio radicale, la sua condanna senza appello. Distruggersi per non fare parte di un mondo i cui valori erano anarchicamente rifiutati. Quel primo paradigma trasgressivo dell’intossicazione implicava la dissociazione dal conformismo della vita borghese e l’illusione che potesse esistere una vita differente, svincolata dall’ideologia dei consumi e dalla violenza del capitalismo. Abbiamo poi conosciuto un paradigma completamente diverso. È quello iperattivo che trova nella cocaina la sua sostanza ideale. Abbiamo tutti in mente la sulfurea figura di The Wolf of Wall Street di Scorsese, interpretata da uno straordinario Di Caprio. In questo caso la contestazione del sistema ha lasciato il posto alla sua più estrema assimilazione. In primo piano non è più il flash del godimento eroinomane come via di accesso (illusoria) ad un altro mondo, ma l’avidità senza scrupoli e senza tregua di un godimento pienamente omogeno alla pulsione neo-libertina del capitalismo finanziario.

L'illusione

 Il consumo della cocaina non dissocia la vita dal sistema, ma la rende competitiva, rafforza il principio di prestazione, amplifica la volontà di potenza del proprio Io. Mentre l’illusione del paradigma trasgressivo dell’eroina consisteva nel raggiungere una forma di vita alternativa a quella del consumatore borghese, quella sostenuta dalla cocaina si definisce come una sorta di corsa maniacale verso un godimento senza limiti. Mentre l’eroina è una droga dell’inconscio, la cocaina è una droga dell’Io. Questo ultimo paradigma della droga-zombie sembra invece introdurci in un universo differente. La contestazione trasgressiva del sistema (eroina) e la sua assimilazione iperattiva (cocaina) ha lasciato il posto ad un altro paradigma. 

L'intossicazione

Quello che la droga zombie mette in luce è che la finalità ultima della droga è sempre una finalità mortifera. Freud aveva parlato a questo proposito del principio del Nirvana: azzerare le tensioni della vita, estinguere la spinta del desiderio, condurre la vita verso lo zero assoluto. La droga zombie dichiara in modo inequivocabile questa finalità ultima dell’intossicazione. Nessun paradiso artificiale, nessuna trasgressione, nessuna critica al sistema. Ma anche nessun potenziamento narcisistico del proprio Ego, nessuna volontà di potenza, nessun godimento neo-libertino. 

Una vita spenta

Quello che resta è solo la vita che rigetta la vita, la vita già morta, la vita bloccata, immobilizzata, la vita senza alcuna avvenire di vita. Si tratta dell’anima più propria dell’intossicazione, della sua vocazione più profondamente nirvanica. È la faccia in ombra della maniacalità neo-libertina. Mentre questa si consuma nella sua spinta avidamente illimitata di consumo, il drogato-zombie ha gettato la spugna, si è ritirato dalla gara perpetua di tutti contro tutti, punta solo ad annientarsi, a ridursi alla dimensione minerale di una scultura senza anima.

 La Repubblica

giovedì 30 giugno 2022

ANSIE E DEPRESSIONE . EMERGENZA GIOVANI

La principale figura di medicina pubblica ha parlato di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti»

La pandemia ha fatto da detonatore, ma le cause del crescente malessere sono precedenti: pubertà precoce, eccessiva esposizione ai social, solitudine, poco sonno

Secondo l’agenzia federale Usa per la  prevenzione delle malattie, i suicidi di ragazzi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018 Il 40% degli under 24 dice di essere solo “molto spesso”  o “quasi sempre”. Per gli over 74, questa stessa percentuale scende al 27

 

-                   di  ELENA  MOLINARI

Elizabeth Allen rivive spesso quella serata. Era rientrata da una passeggiata e aveva trovato il marito steso sul divano, lo sguardo al soffitto. Aveva pensato a un malore della suocera, ma non aveva sentito alcuna urgenza nel tono con cui le aveva detto: «È successa una cosa terribile». La figlia di una loro carissima amica si era tolta la vita. La 14enne da un anno si era isolata, aveva perso interesse in tutto. La madre era preoccupata, ma la seguiva, le parlava, le stava vicino. Non era bastato. Elizabeth aveva subito visto negli occhi lucidi del marito che al dolore per l’amica – che non aveva che quell’unica bambina – si mescolava un terrore più personale. Anche la loro primogenita da mesi soffriva di depressione, alternata ad attacchi di panico che li avevano fatti accorrere due volte a scuola e una volta al pronto soccorso. La 17enne vedeva regolarmente una psicologa e questa aveva consigliato di parlare al loro medico di medicinali ansiolitici. Sono seguiti tre mesi che Elizabeth ricorda come un tunnel di brutte notizie: «Ho cominciato a fare più attenzione ai giovanissimi attorno a me, o forse il fatto di parlare più apertamente delle nostre difficoltà ha fatto venire a galla le esperienze altrui. E ho scoperto la portata della sofferenza che mi circonda ». In poco tempo la 50enne del Colorado ha contato una dozzina di adolescenti molto vicini alla sua famiglia che erano finiti all’ospedale – per qualche ora o qualche giorno –per crisi d’ansia o depressione, autolesionismo, tentato suicidio, psicosi, anoressia, tic improvvisi e violenti. L e visite al pronto soccorso e i ricoveri non avevano però risolto i problemi. In alcuni casi avevano costretto la famiglia a cercare risorse per affrontare l’emergenza. In altri, quando le risorse a disposizione sembravano esaurite, avevano messo di fronte i genitori a un’amara impotenza: i loro figli non stavano bene e non sapevano che cosa fare per aiutarli. Lo scorso dicembre, il “chirurgo generale” degli Stati Uniti, la principale figura di salute pubblica nel Paese, ha diffuso un rarissimo avviso al pubblico, dichiarando l’esistenza di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti americani». Molti medici se l’aspettavano: la pandemia aveva tolto a milioni di ragazzini, per due anni – un’eternità per un giovanissimo – almeno uno, spesso tutti e tre i pilastri di uno sviluppo sano: esercizio fisico, dialogo quotidiano e in persona con i coetanei, sonno regolare e abbondante, quest’ultimo rimpiazzato da sessioni interminabili davanti agli schermi e dalla persistente, angosciante incertezza. 

Ma le proporzioni dell’emergenza e un’analisi più approfondita dei suoi contorni hanno portato a concludere che i lockdown hanno solo esacerbato una vulnerabilità latente da una decina d’anni. Già nel 2019, infatti, l’American Academy of Pediatrics osservava che «i disturbi della salute mentale hanno superato le condizioni fisiche » come i problemi più comuni che causano «menomazione e limitazione» tra gli adolescenti. 

E secondo l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), i suicidi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018. «Negli ultimi vent’anni, i principali rischi per la salute che gli adolescenti statunitensi affrontano sono cambiati: il consumo di alcol, sigarette e droghe è diminuito mentre l’ansia, la depressione, il suicidio e l’autolesionismo sono aumentati vertiginosamente », spiega Severiano San Juan, pediatra del New Jersey dal 1999. Il medico, insieme ad alcuni colleghi, ha di recente fatto una ricerca nei suoi archivi e calcolato che fino a 15 anni fa al massimo il 2 per cento dei pazienti si rivolgeva a lui per problemi mentali. Ora lo fa la metà. 

Gli adolescenti lo sanno e lo dicono senza timidezza: la nostra generazione non è serena, non è spensierata, siamo più turbati di voi  adulti alla nostra età. Sanno di aver bisogno di aiuto e sanno quanto è difficile trovarne. Non ci sono servizi di salute mentale pubblici negli Stati Uniti. Andare dallo psicologo costa, molto. E anche i genitori abbastanza privilegiati da potersi permettere un ciclo di terapia devono aspettare in media due mesi per trovare un posto libero. Gli altri stringono forte i loro figli e sperano in bene. I centri di ricerca, intanto, si interrogano sulle cause, per poter invertire la spirale del dolore. Parlano della pandemia, naturalmente. E, ovviamente, delle reti sociali, anche se il loro ruolo non è del tutto chiaro. Si sa che espongono cervelli assetati di accettazione sociale a un diluvio senza precedenti di stimoli e di modelli di confronto, spesso privi di contesto e di elementi “reali” che rendano più facile interpretarli, catalogarli, disinnescarli. «Vediamo più cose di quante ne vedevate voi, e più complicate da elaborare, e sempre, senza sosta. Davanti a noi ci sono sempre immagini, parole, idee, giudizi, comportamenti da imitare o da respingere. A volte mi sembra di impazzire», dice Clara, 17 anni, di New York. Il 95% degli adolescenti Usa ha uno smartphone e la metà dice di essere online “costantemente”. 

J ulia Potter, direttore del Centro per la salute degli adolescenti del Boston Medical Center, punta il dito anche verso un’altra possibile causa, citata da molti studi: «La pubertà oggi inizia molto prima, in pochi decenni si è abbassata dai 16 ai 12 anni. La curiosità naturale dello sviluppo apre i ragazzi a una valanga di informazioni quando non hanno ancora la maturità per gestirle, perché la corteccia frontale si sviluppa tardi». Poi c’è il sonno. In generale, gli adolescenti oggi dormono meno. Sempre secondo i Cdc, solo un quarto degli studenti delle superiori dorme otto ore a notte, in calo rispetto al 31,1% del 2007 e al 35% del 1997. E infine la crescente solitudine. Qui è facile trovare il legame con i videogiochi e i social, che prendono il posto della compagnia al parco o della squadra di calcetto. Si parla spesso della solitudine degli anziani, un problema serio e reale. Negli Stati Uniti il 40 per cento degli under 24 dice di essere solo “molto spesso” o “quasi sempre”. Per gli over 74, la percentuale scende al 27. 

La generazione collegata a tutti gli angoli della Terra a tutte le ore del giorno e della notte è la più sola di sempre. Elizabeth non si era accorta che l’ansia di sua figlia faceva parte di un’emergenza nazionale. Scoprirlo prima ha acuito il suo senso di impotenza, quindi ha scatenato l’istinto a fare di tutto per alleggerire un po’ il fardello sulle spallucce dei suoi ragazzi. Ho cercato di riversarmi dentro mia figlia, di essere con lei in ogni istante, di portare il suo peso per lei. Poi ho capito che non posso e, in effetti, non devo. Allora ho fatto un passo indietro e cercato di ascoltare di più». È stata sua figlia a darle, se non una soluzione, una pista da seguire. «Un giorno, vedendomi angosciata, mi ha urlato, arrabbiata, che lei non è la sua ansia. Che soffre, ma che non posso vivere come se la malattia mentale avesse preso il suo posto. È la realtà con cui lei, e molti suoi coetanei, devono vivere, ma non li definisce. È la loro sfida. Ma non sono una generazione perduta».

 www.avvenire.it

 

 

sabato 12 febbraio 2022

MINORENNI SENZA MODELLI

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Non hanno un modello serio, sono circondati da adulti infantili”

I dati sugli adolescenti segnalano un forte aumento di violenza e devianza sociale. 

I giovani, senza modelli adulti, li cercano nei pari

Sono dati allarmanti quelli resi noti dall’Osservatorio nazionale sull’adolescenza. Il 6,5% dei minorenni italiani fa parte di una delle cosiddette baby-gang che tanto si sono tristemente distinte nella cronaca recente per atti di violenza, aggressioni, rapine, risse. Il 16% ha commesso atti vandalici e tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. Un fenomeno sociale prima che criminale, lo definisce il procuratore capo dei minori di Brescia, Giuliana Tondino. Alla base di tutto, più che “deficit cognitivi” come sottolinea il rapporto, c’è “un problema educativo” ci ha detto Mario Pollo, professore di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma: “I ragazzi di oggi in qualche modo sono abbandonati a se stessi.

Coi più per loro il gruppo di pari che le relazioni verticali con genitori e professori”. Se il gruppo dei pari è composto da elementi che fanno esperienze di devianza, ci ha detto ancora Pollo, “ecco che il ragazzo viene influenzato a prendere un percorso analogo”. Tutto questo perché gli adulti, che con il loro esempio dovrebbero aiutare i giovani a vivere quel momento critico che è il passaggio dall’adolescenza all’essere adulti, “sono oggi adulti infantili, incapaci di proporre loro un modello a cui guardare, obbligandoli a cercarlo tra di loro”. In sostanza, “mancano figure di adulti che sanno ascoltare, mostrare il senso del loro stare al mondo”.

Il rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’adolescenza parla di “deficit cognitivi non riconosciuti o riconosciuti tardivamente” per spiegare questo disagio giovanile. Che ne pensa?

Non sono d’accordo, il deficit cognitivo non è causa di violenze o di trasgressioni. Posso avere una bassa capacità di elaborare un pensiero logico, un basso livello culturale, ma questo non comporta necessariamente che io sia un trasgressore o un deviante. Era una vecchia ipotesi della criminologia che collegava il compiere un gesto criminale a una carenza mentale. Studiosi più seri hanno rilevato come per compiere certi gesti occorre, anzi, avere una intelligenza molto sviluppata.

In realtà si parla anche di “deficit educativi”, ragazzi bocciati o che abbandonano presto la scuola senza inserirsi in modo regolare nel mondo del lavoro.

Questo è un evento che può innescare un percorso di devianza. Il fallimento scolastico non deriva quasi mai da un deficit cognitivo, ma da modelli di ragazzi non integrati nell’ambiente scolastico, che non colgono cosa significhi la scuola, che hanno probabilmente una famiglia che non li supporta in questo. Sono però ragazzi molto intelligenti.

Non a caso non si tratta solo di fenomeni relegati a certe zone particolarmente disagiate, ma si verificano anche in città come Milano da parte di giovani appartenenti a famiglie del ceto medio-alto. C’è quindi un problema educativo alla base di tutto?

Il problema vero è il modello educativo, che è in crisi. Questi ragazzi non trovano nel loro percorso, in un momento di passaggio delicato come è quello adolescenziale, chi li sostenga nel progettare la loro vita. Non vengono offerti loro degli esempi, delle esperienze che li aiutino a scoprire il proprio potenziale umano e gli obbiettivi del loro percorso di vita.

A mancare, quindi, è proprio il percorso mentale e psicologico in un momento essenziale nello sviluppo della personalità?

Sono in qualche modo abbandonati a se stessi. Nell’adolescenza oggi conta di più il gruppo di pari che le relazioni verticali con genitori e professori. Se nel gruppo dei pari si verificano episodi di violenza o di uso di droghe, ecco che accadono gli episodi di devianza citati dall’Osservatorio.

È il fenomeno delle cosiddette baby gang. È corretto, secondo lei, affermare che in queste gang gli adolescenti cercano un’appartenenza che non trovano altrove?

Il gruppo, sia quello normale che quello che si rende autore di episodi di devianza, è diventato il luogo principale dell’elaborazione del distacco dalla famiglia, e dalla sua dipendenza, per acquisire l’autonomia adulta. Una volta questo processo avveniva nel rapporto con il mondo adulto, oggi avviene nel mondo dei pari.

Cosa accade in concreto?

Accade che, se un ragazzo capita in un gruppo deviante, le esperienze che il gruppo gli propone diventano i percorsi di iniziazione al distacco dall’origine e l’elaborazione dell’autonomia adulta. È un modo disfunzionale. Quando la questione giovanile era oggetto di maggiore attenzione, in alcune realtà comunali e sociali esistevano centri di aggregazione giovanile dove si incontravano figure educative. Esistevano addirittura i cosiddetti educatori di strada con il compito di agganciare questi gruppi, entrare in relazione e lavorare con loro, al fine di prevenire e di sostenerli nel loro cammino di crescita.

Anche gli oratori avevano questa funzione.

Sì, ma per coloro che non avevano a disposizione gli oratori c’erano iniziative di carattere pubblico, sebbene non diffusissime, con uno spiccato interesse per i giovani e che oggi invece mancano completamente.

Cosa manca invece oggi nella famiglia e nella scuola? Che cosa ha causato la rottura di questo percorso educativo?

Spesso mancano figure adulte che l’adolescente desideri imitare, figure significative che possano avviare un processo di identificazione nel ragazzo. Molti adulti oggi, in famiglia e anche a scuola, sono adulti infantili che non diventano modelli, ragione per cui i ragazzi scelgono qualche altro adolescente per il processo di identificazione. In più, non c’è nella famiglia una capacità di dialogo. In passato più volte mi sono imbattuto in giovani che dicevano che i genitori non li ascoltavano, ma li giudicavano. È la capacità di ascolto, di essere propositivi di un modello che educa. Non si tratta solo di stimolare i figli al successo, ma di aiutarli a diventare se stessi. 

L’adulto che sa ascoltare, che sa mostrare il senso del suo stare al mondo è la figura che manca oggi. Lo ha ricordato anche Papa Francesco parlando al programma televisivo “Che tempo che fa”: adulti che sappiano stare con i figli. Bergoglio ha parlato di società crudele, che con i suoi ritmi di lavoro allontana genitori e figli. Che ne pensa?

È vero. Però vorrei citare l’esempio di mio padre: faceva due lavori, uno di notte e poi di mattina da un’altra parte. Nel pomeriggio doveva dormire, eppure non l’ho mai sentito assente. Non è tanto l’assenza fisica il problema, che certamente ha la sua importanza. Ma questa assenza può essere surrogata da un certo tipo di attenzione, anche quel poco tempo che si passa insieme può diventare un tempo significativo. E poi si può educare anche senza dire una parola: non si educa con le prediche, ma con il proprio modo di essere. Quando dico una cosa, chi mi ascolta sa che è una cosa che io vivo profondamente e a cui resto fedele. Ed è questa la cosa più importante, più della quantità di tempo trascorso insieme.

(Paolo Vites)

Il Sussidiario