Visualizzazione post con etichetta confine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta confine. Mostra tutti i post

sabato 11 dicembre 2021

EDUCAZIONE CIVICA: SERVE L'INFINITO


 Educazione civica, senza Leopardi non avremo mai cittadini responsabili

Vincenzo Rizzo

 

L’educazione civica non può essere un patchwork delle varie materie, ma nemmeno essere circoscritta dal perimetro del “cittadino responsabile”. Serve un infinito.

Lo scorso anno, in maniera imprevista e in piena pandemia, il ministero dell’Istruzione ha istituito una nuova disciplina: educazione civica. Ha carattere trasversale e ruota attorno a tre assi: lo studio della Costituzione, lo sviluppo sostenibile, la cittadinanza digitale.

Studentesse e studenti devono approfondire lo studio della nostra Costituzione e delle principali leggi nazionali e internazionali, formandosi su questioni di valore etico-sociale, per maturare una cittadinanza responsabile. Qual è, però, la ratio della nuova disciplina, calata dal deus ex machina senza una discussione articolata con le componenti della scuola?

Di fronte alla temperie nichilista che sembra ormai la cifra di una società confusa e intimorita dal Covid, incapace di offrire luoghi di crescita e maturazione, alcune menti illuminate hanno ritenuto di porre argine alla deriva incombente attraverso una nuova figura: il cittadino responsabile. Si tratta, certamente, di un tentativo nobile e attento che prospetta una novità. Lo studente non è più pensato, come nel passato, simile a un mero ente cognitivo da seguire con strumenti docimologici adeguati e da aiutare nelle sue parti varie ma staccate tra loro (sfera emotiva, sessuale, eccetera) con corsi di educazione sanitaria, sessuale, alimentare, alla legalità, all’immagine, digitale, e altre. Diventa, finalmente, un ente unitario: cittadino responsabile. Certamente, si tratta di un passo avanti, anche se la formulazione di patchwork, mosaici poco bizantini e collages, per adempiere alla legge, nei consigli di classe è curiosa. “Quante ore fai tu? E tu, che cosa? Preferisco fare le mie ore nel secondo quadrimestre” eccetera.

E tuttavia il problema non è solo questo: arrivare al monte ore previsto con pezzi di educazione civica, provenienti dallo sforzo di tutte le materie del consiglio di classe. Infatti, in gioco e sotto discussione è la nozione stessa di cittadino responsabile. L’idea di cittadinanza, infatti, restringe il campo della vita del soggetto a una misura e a un metro che non bastano rispetto a ciò che accade.

Ciò che viviamo, infatti, ha bisogno di uomini e donne in carne e ossa, di persone, di un supplemento d’anima. Ma osare dire questo implica la necessità di un allargamento della ragione alla complessità della vita.  È un uomo vero, infatti, che diventa anche cittadino responsabile. Chi sente la questione del bene e del male dentro e fuori di sé, chi ha provato l’amarezza della sconfitta, chi ha sentito la vulnerabilità della sua vita, chi, misteriosamente, dà di più senza misurare: questo conta e apre la scena della responsabilità. Molti uomini che hanno rischiato o donato la vita non erano affatto cittadini esemplari. Nelson Mandela, Martin Luther King, Vaclav Havel, Liu Xiao Bo, Etty Hillesum, Edith Stein si sono opposti all’ingiustizia perché erano uomini e donne veri/e e non cittadini responsabili. Hanno sperimentato la solitudine, hanno vissuto l’accerchiamento dei conformisti, hanno subìto la tristezza dell’incomprensione e non hanno certo avuto l’ancoraggio sicuro a una legge.

E se il problema è quello del rispetto dell’ambiente, state certi che non sarà lo studio attento delle leggi e dei reati connessi a far migliorare tutto. Basta invece che uno studente abbia sentito una volta, una volta sola, la vibrazione nuova e intensa presente nel verso “che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?” e state sicuri che non getterà cartacce a terra, perché memore di uno stupore ineffabile. E ancora: chi si è commosso per il di più presente in Enea che porta il padre Anchise sulle spalle o ha visto il di più in chi ha dato la vita per difenderci dalla mafia, o ha sentito il pulsare della ricerca di Cantor sui numeri transfiniti, non ha bisogno di aggiunte o giustapposizioni posticce. Lo studente, infatti, attende solo qualcuno che gli faccia vedere il bello che c’è: depositato nella storia e presente nella vita, già ora.

C’è bisogno, insomma, prima che di cittadini responsabili di uomini come tutti, ma non rassegnati a stare nel proprio, custoditi dalla norma o pronti a essere ricalibrati da una nuova materia che non considera il fondo della questione. Uomini che suscitino la domanda sul senso della vita e della morte, della direzione dell’esistenza, del significato del bene e del male, inquietando l’insediamento nell’ambito di un sapere giuridico. Uomini che escano fuori dal limes della città, sfondando il confine.

Il Sussidiario

 

venerdì 15 marzo 2019

IL CONFINE, UN'IDENTITÀ' CHE ESCLUDE

Nasce come idea inclusiva e finisce come idea esclusiva. Dove il confine è frontiera, la frontiera è esclusione, e l’esclusione è di fatto annichilimento dell’alterità dell’altro
Una riflessione del filosofo Givone sulle rimonte attuali dei concetti di sovranismo e nazionalismo e sul rischio che possano trasformarsi in nuove forme totalitarie Ma davvero oggi l’unica scelta è fra globalizzazione commerciale e l’insorgere di barriere invalicabili che separano popoli e Stati?
Si dice “confine” e non semplicemente “fine” (nel senso di finis, terminus, limite invalicabile) evidentemente per qualche buona ragione: una delle quali, non la sola, è che si tratta di una linea divisoria in comune con altri o comunque condivisa. Non dunque un elemento di separazione, al di là del quale il mondo, abitato o meno che sia, cessa di essere mondo, e si fa luogo inospitale e ostile, o addirittura nonluogo, ma un principio di riconoscimento reciproco, sia pur minimo, quale ad esempio è espresso dalla formula: «Io sono chi tu non sei, tu sei chi io non sono». Tuttavia l’idea di confine reca con sé una contraddizione. A stabilire il confine, ad assicurarlo può essere soltanto una istituzione sopra le parti in grado di impedire a qualsiasi forza aggressiva di invadere territori altrui. Questa istituzione è stata storicamente l’“impero”. Ed è proprio la vocazione imperialistica di questa istituzione sopra le parti a snaturare l’idea di confine da essa presupposta fino a contraddirla.
Infatti c’è confine e confine. C’è il confine che separa ma prima ancora unisce i popoli che formano l’impero: li conferma nella loro separatezza, rispettandone consuetudini tradizioni credenze eccetera, ma li include in un più ampio orizzonte e quindi li unifica. E c’è il confine che separa per escludere e anzi per negare qualsiasi diritto, compreso il diritto alla vita, a chiunque si ponga al di fuori di esso. Nel momento in cui l’impero si costituisce come nazione delle nazioni, e dunque non già come potere sovranazionale, ma come potere ipernazionale, il confine è uno solo: fra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, fra i titolari dei diritti e fra coloro che non lo sono, fra i popoli dell’impero e i barbari.
Inevitabilmente il concetto di confine si fa evanescente, contraddittorio, nato com’è in nome della pace e funzionale com’è diventato unicamente alla guerra contro quello che appare un irriducibile nemico. Così è stato nel caso dell’impero romano. Con l’affermarsi del potere imperiale di Roma e con la progressiva estensione della cittadinanza romana a tutti i popoli dell’impero, il concetto di confine viene meno e svapora. In quanto confine fra popoli dell’impero cessa di essere un limite e una barriera (limes) per configurarsi come una porta aperta piuttosto che chiusa, insomma, come una soglia (limen). E in quanto confine ultimo, confine delimitante l’impero, torna a essere stazione terminale, punto conclusivo oltre il quale non c’è praticamente nulla (finis).
Se all’interno dell’impero il confine dice l’omogeneità e la compattezza dei popoli che lo compongono, ma soprattutto dice la loro piena appartenenza al mondo civile (quanto meno l’appartenenza che è propria del civis romanus), all’esterno dell’impero il confine indica quel nulla incolto e disumano che è il deserto. Perfino etimologicamente ( finis da figere, conficcare nel terreno), il confine evoca il gesto imperiale, imperialistico e soprattutto imperioso del centurione che, giunto al limite del mondo civile, decreta: hic sunt leones. E qui vale la pena di ricordare che il trattamento riservato ai leoni (nel deserto) era più o meno lo stesso riservato a coloro che (dentro i confini dell’impero) non si lasciavano assimilare ma erano peggio che barbari perché erano estranei, “stranieri”.
L’ombra lunga, lunghissima di Roma si estende in modo quanto mai inquietante e pauroso sul nostro tempo, caratterizzato com’è da forme di imperialismo non sempre evidenti né dichiarate, ma inconfutabili, che derivano da una doppia dissoluzione: la dissoluzione dell’impero romano, prima, e la dissoluzione del sacro romano impero, poi. Ma qui più che di dissoluzione si dovrebbe parlare di trasformazione: da impero a impero, l’uno non meno dell’altro a vocazione imperialistica, come dimostra il fatto che l’idea di confine è sempre quella. Nasce come idea inclusiva e finisce come idea esclusiva. Dove il confine è frontiera, la frontiera è esclusione, l’esclusione è di fatto annichilimento dell’alterità dell’altro. Consideriamo gli Stati Uniti d’America – sempre che sia lecito applicare una categoria come quella di imperialismo a una democrazia per molti versi esemplare – senza chiudere gli occhi di fronte agli aspetti oscuri e sconcertanti che hanno inquinato la storia di quel grande Paese e che si ripresentano sempre di nuovo in modo inquietante. Dà da pensare il fatto che il Paese massimamente inclusivo, il popolo fatto di popoli provenienti da Europa, Asia, Africa e America Latina, stia erigendo sul suo confine meridionale una frontiera invalicabile e percepisca come un’invasione potenzialmente distruttiva una pacifica processione di disperati che in realtà altro non sono che potenziale forza-lavoro (quella forza-lavoro già reclutata in tempi non lontani con i mezzi più brutali).
Si era materializzata una prima volta in America l’idea che il confine fosse una frontiera, una nuova frontiera, da raggiungere con qualsiasi mezzo per fissare là dove tramonta il sole (far west) il limite oltre il quale il mondo non è più mondo, ma deserto, oppure oceano. Il mondo è di chi se ne impossessa, lo fa suo, lo coltiva, scacciandone ed estirpandone chi lo abita neanche fosse gramigna. Fanno da corollario a questa condotta le pratiche omicide che mettono capo al linciaggio, da una parte, e all’eugenetica, dall’altra, l’una e l’altra legate da un filo rosso, ed è la soppressione della vita che si presume indegna o estranea alla comunità. È doloroso ammetterlo, ma sarebbe falso negarlo: il leerer Raum in cui avrebbero dovuto lanciarsi i carri armati tedeschi verso il confine orientale riproponeva a suo modo lo “spazio vuoto” dove si erano lanciati i carri dei coloni, così come le deportazioni altro non erano che forme di linciaggio e cioè di assassinio cui la popolazione assisteva e assentiva silenziosamente.
È dunque inevitabile che il confine sia destinato a cessare di essere confine per ridiventare ostacolo, muro, carcere (come sembra suggerire la parola confino)? Non resta cioè che denunciare la propria impotenza di fronte alla deriva non solo imperialistica ma totalitaria del potere, per cui non c’è differenza che non finisca con l’essere sacrificata sull’altare di una identità tanto idolatrica quanto ideologica? Davvero il diritto, il diritto delle genti, non esiste se non in forza di un imperium che tende a perpetuarsi e a confermare se stesso?
L’impero – ogni impero, sia quello che si chiama così sia quello che si nasconde nella tendenza all’imperialismo che è propria delle nazioni – è basato su una cessione di sovranità. Diventando a sua volta sovrano grazie a questa operazione, l’impero si fa nazione: più esattamente, nazione delle nazioni. E facendosi tale sfuma i confini al suo interno fino a farli sparire e ribadisce i confini con l’esterno fino a trasformarli in frontiere. Così i popoli diventano nazioni e le nazioni si sciolgono nell’impero.
Per i popoli non c’è più posto, proprio nel posto che li doveva accogliere tutti: non c’è più posto per i popoli nomadi, per i popoli sradicati, per i senza terra o la cui terra sia stata violata. A questo punto la domanda è: è possibile invertire questa tendenza apparentemente irreversibile verso un mondo sempre più globalizzato e prigioniero di un unico stile di vita, mondo senza popoli, mondo di consumatori? Oggi c’è chi pensa di reagire appellandosi alla sovranità perduta, contrapponendo all’imperialismo il populismo, ripristinando i confini. Senza rendersi conto che significa evocare quella logica sovranista, nazionalista e identitaria che, sviluppata, porta al totalitarismo.
Ma forse c’è un’altra strada. Espressa in forma di domanda, è la seguente: e se la cessione di sovranità avvenisse non tanto a favore di una nazione delle nazioni, con i suoi confini e tutto il resto, ma di una non-nazione, una terra di nessuno perché di tutti, una terra di libero scambio, dove i popoli potessero abitare appunto liberamente, facendo della libertà il principio regolatore e legittimante?





lunedì 9 aprile 2018

CONFINE O INTERAZIONE?

L'ACCOGLIENZA: ANTIDOTO AGLI STECCATI 
Barriere, frontiere, muri... La modernità genera un bisogno di nuove fortificazioni, con conseguenze tutte da valutare. 
Dibattito fra i filosofi Forti e Ronchi


      Il concetto di confine. Un tema che oggi, più che mai, è attuale e fa da cerniera tra vita individuale e collettiva, tra soggetto, mente e città. Un tema che coinvolge non solo la politica, ma anche la società tutta, con la sua ricaduta nella contemporaneità, su temi quali l’accoglienza e le migrazioni, in un’epoca in cui spesso la paura attraversa le nostre strade, provocando un brontolio che proviene sì dal basso, ma che ha origini forse più antiche, che si ripercuotono dalla storia dell’umanità, fino ai giorni nostri. 
     Il concetto di confine, paradossalmente, ha una doppia valenza: può significare vicinanza, adiacenza, contiguità tra ciò che è limitrofo, ma al tempo stesso può estremizzare, creare una barriera, una frontiera, un muro. E nonostante il nostro sia un mondo che ha fatto della globalizzazione il suo simbolo, invece di aspirare a una dimensione universalistica, sempre più spesso si alzano muri, segnando a tutti gli effetti un confine, anche fisico, con l’esterno, il diverso, lo straniero. Ed è proprio in questo solco che si inserisce la riflessione di Simona Forti, docente della New School for Social Research di New York: «Questo è davvero uno dei paradossi della nostra epoca. 
       Alla fine del ’900, la caduta del muro di Berlino non ha soltanto solleticato l’illusione di una 'fine della storia', ma anche il sogno di uno spazio liscio, senza confini e barriere. A uno sguardo anche superficiale appare chiaro che al processo di globalizzazione corrisponde una sorta di ri-feudalizzazione: la costruzione di nuove fortezze, di nuovi muri, di feudi protetti e isolati. In poche parole, è come se al declino degli Stati sovrani - quella che viene definita la fine del modello Westfalia - si rispondesse con l’erigere 'stati murati', come dice Wendy Brown.
          Se si pensa alla proliferazione non di frontiere, ma di muri veri e propri, di controlli sfinenti, ovunque nel mondo, non si può che rimanere stupefatti. Più cresce il numero di agenzie internazionali, più veloce diventa la circolazione di flussi informatici e finanziari globali, più si hanno risposte difensive e reattive. Più si indebolisce la sovranità territoriale, più le differenze locali cercano di murare se stesse. Piccoli o grandi che siano, i privilegiati, nati e cresciuti in un luogo al momento 'fortunato', allontanano da sé, senza pietà, lo spettacolo di un’umanità dolente, non tanto perché portatrice di una diversità inconciliabile, quanto piuttosto perché spettro di ciò contro cui il temporaneo privilegio non appare più come garanzia. È ovvio che l’accoglienza dell’immigrazione va gestita, non improvvisata e soprattutto non sfruttata. Ma chiunque legga i numeri, le statistiche, non può davvero pensare che in essa stia 'il problema'. 
        Al concetto di confine, poi, si può legare quello di territorialità, introducendo un ulteriore elemento nella riflessione: la nozione di identità, indagata insieme a Rocco Ronchi, fondatore e docente della Scuola di Filosofia Praxis: «La nozione di identità è spesso utilizzata come arma nel dibattito politico e culturale contemporaneo, ma in realtà è una nozione complessa, in parte legata a una dimensione profondamente immaginaria. L’identità diventa un problema nella misura in cui è compromessa, nel momento in cui se ne avverte la perdita. 
        Senza sradicamento non c’è un’interrogazione sul tema di identità, soprattutto per chi lo rivendica come valore forte e come principio politico. Lo sradicato ha bisogno di un confine che gli assicuri una realtà immaginaria, ma anche quello di confine è un concetto ambiguo. Se non è stato trasgredito, non si disegna, e risponde inoltre a un bisogno di sicurezza che è espressione stessa dell’identità minacciata. Il punto è che dove c’è sradicato, c’è bisogno di dualismo. Di un nemico e un amico, concetti su cui si basano i pensieri identitari, perché senza nemico non c’è identità».
         Il tema di 'immaginario', a partire proprio dal senso contemporaneo di sradicamento, è una sensazione, però, che trascende in una dimensione geografica, quindi anche culturale; in questo senso, allora, si può davvero parlare di confini 'fisici', quindi geografici, e confini 'immaginari', oppure stiamo parlando dello stesso grande contenitore su cui costruiamo la nostra identità? «Credo sarebbe un enorme risultato educare, per così dire, alla disidentificazione – spiega ancora Forti – a percepire il paradosso di un doppio movimento, per il quale le nostre identità sono l’esito di un impulso necessario, ma al contempo sono risultati contingenti e transitori. So di essere provocatoria, e in minoranza, ma sono convinta che se invece di insistere sul multiculturalismo, quale visione che cerca di far coabitare le differenze etniche e culturali, puntassimo sulla consapevolezza di un io e di un noi già internamente segnati dalla differenza con se stessi, il cambiamento di atteggiamento non sarebbe solo locale e temporaneo, ma profondo, oserei dire rivoluzionario. La politica ha sempre giocato su questo bisogno di protezione e di identità. Senza una sua canalizzazione politica e culturale, il nostro 'bisogno di confini' rimarrebbe comunque, e non è detto che si tradurrebbe in una modalità più accettabile».
         Rispetto a questa tematica, Ronchi ipotizza anche una via d’uscita dialettica, propria della narrativa del concetto, cercando di assumere positivamente il senso di sradicamento, se lo vedessimo «non come minaccia, ma come condizione dell’essere umano, quindi dell’homo viator, immerso nella dimensione del viaggio - essenza stessa dell’uomo - cambierebbe il rapporto con il concetto. In una dimensione psicologica, poi, la questione di confine e identità sono legate a una proiezione immaginaria che va a soddisfare o alimentare paure, nelle quali si cerca di creare un’identità posticcia ma rassicurante.  
        Il mondo globalizzato è una grande esperienza speculativa e filosofica, ha aspetti che tutti conosciamo e che sono criticabili, ma come principio restituisce all’umanità la sua autentica dimensione, che è universale: «un solo mondo, un solo uomo». Identità, confine e memoria, in definitiva, si intrecciano su concetti quali distanza e perdita, superamento e trasgressione, esodo e condizioni dell’uomo, in un costante oscillare tra finis, che «ci restituisce l’idea di confine come barriera», spiega Forti, e limes, che «rimanda invece ad un’accezione di confine come filtro, come permanente negoziazione su chi è dentro e chi è fuori».