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mercoledì 20 agosto 2025

IL NEMICO DENTRO

 

 

Immagine che contiene testo, poster, dipinto, illustrazione

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 BRUTTO 

COME IL PECCATO


Accecati dall’odio verso i nemici che individuavano in chiunque provenisse da altri popoli, non si rendevano conto di essere i veri micidiali nemici del loro stesso popolo.

Grazie ai suoi insegnamenti preziosi e fuori dagli schemi, in questi anni Alberto Maggi è riuscito a conquistare decine di migliaia di lettori credenti e non credenti, al punto da essere oggi riconosciuto come una delle voci più spiazzanti e insieme più incisive della Chiesa. Brutto come il peccato raccoglie alcune delle sue riflessioni più profonde e originali sulla fede e sull’importanza di vivere la propria vita in modo autentico: lungi dal presentarsi come un maestro esemplare, padre Alberto cerca di trasmettere in queste pagine la straordinaria attualità del messaggio evangelico attraverso uno stile personale inconfondibile, contraddistinto da grande chiarezza. Nel notare come la Chiesa abbia adottato per secoli un linguaggio per molti versi antitetico a quello del vangelo, ricorrendo a termini e formule dottrinali che esprimono le dinamiche del potere, che separano e dividono, che giustificano l’esclusione e creano distinzioni, padre Alberto ci invita a riscoprire la semplicità, il pragmatismo e la coraggiosa schiettezza delle parole di Gesù, con l’obiettivo di realizzare, ciascuno nel proprio piccolo, un ideale umano, prima ancora che cristiano, di comunione e unità. 

 “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Quando Gesù annuncia la distruzione del tempio di Gerusalemme, luogo santo per eccellenza, le sue parole non solo non allarmano i suoi ascoltatori, ma sembrano eccitarli: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?” (Lc 21,7). 

L’entusiasmo per le parole di Gesù si deve a una profonda convinzione radicata in Israele, il popolo che si riteneva privilegiato da Dio. Infatti gli Ebrei credevano che nel momento di massimo pericolo per la nazione santa, il Signore stesso sarebbe intervenuto con tutta la sua potenza, avrebbe sbaragliato i nemici e inaugurato il regno di Israele e il suo dominio su tutti i popoli pagani (Dn 7,27). Tale convinzione risaliva a ben sette secoli prima, quando il re di Assiria, il temibile Sennàcherib, cinse d’assedio la città santa dopo aver già conquistato e devastato ben quarantasei città giudaiche. Proprio quando i gerosolimitani si apprestavano angosciati a trascorrere la loro ultima notte, “l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, erano tutti cadaveri senza vita” (2 Re 19,35; Is 36-37). E a Sennàcherib non rimase altro che levare le tende e tornare a Ninive, dove, mentre ringraziava nel tempio il suo dio per lo scampato pericolo, venne assassinato dai suoi stessi figli. 

Lo straordinario avvenimento diede luogo alla credenza che Gerusalemme, la città del Signore, non sarebbe mai stata conquistata, e che Dio stesso sarebbe intervenuto in sua difesa, nella certezza che “Dio è in mezzo a essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba” (Sal 46,6). 

Questo episodio consolidò ancor più in Israele la convinzione di avere Dio come potente alleato e difensore (“Il Signore degli eserciti è con noi”, Sal 46,8), di essere un popolo eletto, privilegiato, destinato a espandere il Regno d’Israele conquistando le altre nazioni. Così immagina l’anonimo autore della terza parte del Libro del profeta Isaia, che, nel suo delirio megalomane, vede già “stuoli di cammelli e dromedari che portano oro e incenso… stranieri ricostruiranno le tue mura, i loro re saranno al tuo servizio…succhierai le ricchezze dei re, vi nutrirete delle ricchezze delle nazioni…” e, naturalmente, “le nazioni e il regno che non vorranno servirti periranno, e le nazioni saranno tutte sterminate…” (cf Is 60-61). 

Inutilmente altri profeti, tra cui lo stesso Isaia (quello vero), avevano scritto che la benedizione del Signore si estendeva a tutti i popoli, nemici compresi (“Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani”, Is 19,25). 

Israele considerava un episodio unico ed esclusivo la sua liberazione dalla schiavitù egiziana, segno evidente della predilezione di Dio per questo popolo. Ma da sempre l’azione del Signore è quella di essere liberatore degli oppressi (“Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”, Es 22,20) e ciò che ha fatto per Israele lo ha fatto anche per quelli che sono considerati i suoi nemici storici, quali i Filistei, come aveva scritto Amos, il profeta vissuto sette secoli prima del Cristo: “Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele?... Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?” (Am 9,7). Un messaggio duro, controcorrente, inaccettabile. Infatti Amos, che aveva osato annunciare che il Signore avrebbe potuto farla finita con Israele perché Dio sta sempre con chi è oppresso e mai con chi opprime (Am 8,2), venne accusato di essere un disfattista, di congiurare contro il suo stesso popolo (“il paese non può sopportare le sue parole”) e cacciato via: “Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda” (Am 7,10,12). 

Gesù, che non è venuto a risuscitare il defunto regno d’Israele, ma a inaugurare il regno di Dio, prende le distanze in modo netto da queste attese nazionaliste e invita a non credere in queste illusioni. Non ci sarà alcun aiuto da parte del Signore. Anche la sua casa, il meraviglioso tempio “ornato di belle pietre e di doni votivi” (Lc 21,5), lo spazio sacro più grande di quel tempo, non solo non offre alcun riparo, ma proprio su di esso si indirizzerà la furia devastatrice dei Romani. Gesù lo sa e piange su Gerusalemme: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,42-44). 

Quelle di Gesù non sono parole minacciose; lui non annuncia un castigo divino, ma lucidamente prevede quel che era sotto gli occhi di tutti, ma che il popolo, accecato dall’ideologia religiosa e politica, non riusciva a vedere. La fine di Gerusalemme, e poi di Israele, si dovrà proprio agli zelanti custodi della tradizione, dell’ortodossia, della Legge, quelli che per difendere la verità (la loro) sono pronti a uccidere, quelli che per preservare la dottrina (la loro) non esitano a distruggere quanti vedono come avversari. Quanti credevano di essere minacciati dai pagani non si rendevano conto di essere essi stessi un pericolo per il loro popolo. 

Le lotte intestine, la bramosia di dominio, il fanatismo religioso: sono queste le cause della devastazione di Gerusalemme e del suo tempio, ormai degradato a una “spelonca di ladri” (Lc 19,45), trasformato in campo di battaglia per la spartizione del bottino e del potere. La responsabilità della rovina d’Israele è da ricercare infatti nell’avidità e nell’ingordigia delle autorità religiose. Gesù l’aveva già denunciato apertamente nella parabola dei vignaioli assassini diretta agli scribi e ai sommi sacerdoti (Lc 20,9-19). Sono costoro che, per la loro insaziabile avidità, non solo assassinano tutti gli inviati di Dio, ma arrivano ad ammazzare persino suo Figlio (“Costui è l’erede. Uccidiamolo e così l’eredità sarà nostra” (Lc 19,14). 

Per interesse, i capi del popolo hanno rifiutato l’uomo che portava la pace e scelto Barabba, l’assassino (Lc 23,18), continuando la tragica mortale litania di un’istituzione che da sempre uccide i profeti e lapida quanti il Signore insistentemente invia (Lc 13,34). Volevano difendere a tutti i costi il loro potere ma non si sono resi conto che la loro “casa sta per esservi lasciata deserta” (Lc 13,34), come il Signore stesso aveva ammonito attraverso il profeta Geremia: “Se non ascolterete queste parole, io lo giuro per me stesso – oracolo del Signore – questa casa diventerà una rovina” (Ger 22,5), e l’intero Israele sarebbe diventato “la favola e lo zimbello di tutti i popoli” (1 Re 9,7). Sorda a ogni richiamo del Signore, la casta sacerdotale al potere rifiutò ogni tentativo di pace e, pur di difendere se stessa, arrivò a reclutare “numerosi profeti che andavano predicando di aspettare l’aiuto del dio” (Guerra giudaica, VI, 5,2 §286). In questa micidiale miscela di fanatismo religioso e nazionalismo esasperato, gli Zeloti, i fanatici fautori della guerra santa, quelli che hanno scelto la lotta armata contro l’invasore romano, sono da considerare i principali responsabili della catastrofe: “Per colpa dei pazzi rivoluzionari fu la fine di Gerusalemme” (Guerra, VII, I, 4). Temevano i pagani ed erano loro stessi il pericolo mortale per Israele. 

Accecati dall’odio verso i nemici che individuavano in chiunque provenisse da altri popoli, non si rendevano conto di essere i veri micidiali nemici del loro stesso popolo.

 (dall'account facebook di Alberto Maggi



 

venerdì 3 agosto 2018

DOV'E' TUO FRATELLO? Condividere l’essenziale per vivere

Non passa giorno in cui non si sentano rimbalzare da un lato all’altro del globo e del nostro paese parole usate come pietre contro lo straniero, il diverso, l’altro, soprattutto quando questo coincide con il povero, l’ultimo, l’indifeso. Parole che contraddicono un sentimento e un principio umano antichi quanto il loro opposto “homo homini lupus”: la solidarietà, la condivisione. 
Sì, perché fin dalla primitiva concorrenziale caccia al cibo per la sopravvivenza, l’essere umano ha avuto davanti a sé una scelta fondamentale: vivere contro gli altri oppure vivere con gli altri, con-vivere e, quindi, condividere l’essenziale per vivere.
 
Per la fede ebraica e cristiana, è Dio la presenza che non solo chiede questa condivisione nell’equità, ma la impone, “ricolmando di beni gli affamati e rimandando i ricchi a mani vuote” (cf. Lc 1,53), mentre oggi si finge di credere che la mano invisibile del mercato possa rivelarsi come l’artefice assoluto del benessere del pianeta: idolatria, avrebbero gridato i profeti e i padri della chiesa! Abbiamo perduto il senso della grande e decisiva nozione cristiana del bene comune e, con esso, ogni urgenza di giustizia e di equità.
 
La terra è di Dio e su di essa noi siamo solo ospiti e pellegrini (cf. Lv 25,23); la terra è stata affidata a tutta l’umanità perché fosse lavorata, custodita e potesse dare le risorse necessarie per la vita di tutti gli abitanti del pianeta, umani e animali. Il cibo, il pane, secondo la metafora che lo rappresenta, è di tutti e per tutti. Giovanni Crisostomo ammoniva: “Il ‘mio’ e il ‘tuo’, queste fredde parole, introdussero nel mondo infinite guerre … Un tempo i poveri non invidiavano i ricchi perché non c’erano poveri, essendo tutte le cose comuni”. Ecco da dove sorgono contrasti, inimicizie, violenze che, presto o tardi, da verbali diventano fisiche…
 
È urgente riscoprire la communitas la quale, sola, può aiutare i tentativi di equa redistribuzione delle ricchezze del pianeta; è urgente ritrovare l’idea di bene comune, per la felicità della convivenza; è urgente esercitarsi alla “con-vivialità”, alla condivisione del cibo per ritrovare i legami sociali, la possibilità di instaurare una fiducia reciproca che si traduce in responsabilità l’uno verso l’altro.
 
Il cibo – simbolo concretissimo dell’essenziale per vivere – è tale quando è condiviso, altrimenti è veleno per chi se lo accaparra e morte per chi non ce l’ha. Nel mondo e anche nel nostro paese, i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre più poveri e più numerosi, incitati alla guerra tra di loro perché non si rivoltino contro le ingiustizie che patiscono.
 
In virtù di questa perversa situazione, molti sono esclusi dalla società in cui vivono e diventano ben più che sfruttati: diventano avanzi, scarti, rifiuti… Condividere il cibo dovrebbe essere condizione essenziale per poterlo assumere con sapienza e per renderlo causa di festa, trasformandolo da cibo quotidiano in banchetto.
 
Nel Padre nostro non sta scritto: “Dammi oggi il mio pane quotidiano” – suonerebbe come una bestemmia! – ma “Dacci, da’ a tutti noi il pane di ogni giorno (cf. Mt 6,11; Lc 11,3), e così ti potremo chiamare ‘Padre nostro’ e non ‘Padre mio’”! Se il pane, bisogno comune, pane per tutti, non è condiviso, allora “le pain se lève”, “il pane insorge, si alza in rivolta”. Questo è il grido delle rivoluzioni per la mancanza di pane e la fame dei poveri: lo era nel medioevo ma lo è ancora ai giorni nostri.
 
Vigiliamo dunque e, soprattutto, decidiamoci a una conversione, a un mutamento dei nostri comportamenti verso il cibo: dobbiamo combattere gli sprechi, sentire come un furto il buttare via il cibo, assumere uno stile di sobrietà, fare le battaglie politiche ed economiche necessarie affinché il cibo sia sempre condiviso.
 
Il Vangelo ci ricorda che, assieme all’accoglienza dello straniero, è sulla condivisione del cibo che saremo giudicati degni di vivere oppure maledetti, consegnati alla morte: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare … ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35.42). Richiamarsi al Vangelo, allora, per un cristiano non è e non può essere mai chiamata a raccolta per difendere un’identità, bensì chiamata a un cammino di umanizzazione che comincia dal riconoscere la dignità umana dell’altro: “Dov’è tuo fratello?”.
 
Enzo Bianchi
 

(articolo tratto da www.monasterodibose.it)


giovedì 17 maggio 2018

L’ALTRO? SIAMO ANCHE NOI

Oltre 5 milioni di nostri connazionali vivono all'estero: 
lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri
Papa Francesco sta svolgendo in questi anni, oltre alla sua funzione specifica di massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, un ruolo di supplenza etica a lui riconosciuto persino dai non credenti: la lettera che i vescovi italiani, nella solennità di Pentecoste, rivolgeranno alle comunità accoglienti, intitolata 'Uscire dalla paura', lo dimostra appieno. Questo testo, a venticinque anni dal documento 'Ero forestiero e mi avete ospitato', riassume la storia più recente del fenomeno migratorio gettando le basi per un rinnovamento antropologico di portata storica.
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo.
Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell’ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all’estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L’altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo.
Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare – può essere il nigeriano che ci chiede l’elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro – e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi.
Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L’istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia?
Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale.
Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con «l’audacia, il realismo, la responsabilità, l’intelligenza, la creatività e la prudenza» che i vescovi auspicano! Fa impressione l’assenza di una visione d’insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all’amministrazione di una grande azienda. In tal senso la «convivialità delle differenze» che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l’unica possibilità che abbiamo per uscire dall’atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l’intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali.
Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell’annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l’appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all’acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte».





lunedì 9 aprile 2018

CONFINE O INTERAZIONE?

L'ACCOGLIENZA: ANTIDOTO AGLI STECCATI 
Barriere, frontiere, muri... La modernità genera un bisogno di nuove fortificazioni, con conseguenze tutte da valutare. 
Dibattito fra i filosofi Forti e Ronchi


      Il concetto di confine. Un tema che oggi, più che mai, è attuale e fa da cerniera tra vita individuale e collettiva, tra soggetto, mente e città. Un tema che coinvolge non solo la politica, ma anche la società tutta, con la sua ricaduta nella contemporaneità, su temi quali l’accoglienza e le migrazioni, in un’epoca in cui spesso la paura attraversa le nostre strade, provocando un brontolio che proviene sì dal basso, ma che ha origini forse più antiche, che si ripercuotono dalla storia dell’umanità, fino ai giorni nostri. 
     Il concetto di confine, paradossalmente, ha una doppia valenza: può significare vicinanza, adiacenza, contiguità tra ciò che è limitrofo, ma al tempo stesso può estremizzare, creare una barriera, una frontiera, un muro. E nonostante il nostro sia un mondo che ha fatto della globalizzazione il suo simbolo, invece di aspirare a una dimensione universalistica, sempre più spesso si alzano muri, segnando a tutti gli effetti un confine, anche fisico, con l’esterno, il diverso, lo straniero. Ed è proprio in questo solco che si inserisce la riflessione di Simona Forti, docente della New School for Social Research di New York: «Questo è davvero uno dei paradossi della nostra epoca. 
       Alla fine del ’900, la caduta del muro di Berlino non ha soltanto solleticato l’illusione di una 'fine della storia', ma anche il sogno di uno spazio liscio, senza confini e barriere. A uno sguardo anche superficiale appare chiaro che al processo di globalizzazione corrisponde una sorta di ri-feudalizzazione: la costruzione di nuove fortezze, di nuovi muri, di feudi protetti e isolati. In poche parole, è come se al declino degli Stati sovrani - quella che viene definita la fine del modello Westfalia - si rispondesse con l’erigere 'stati murati', come dice Wendy Brown.
          Se si pensa alla proliferazione non di frontiere, ma di muri veri e propri, di controlli sfinenti, ovunque nel mondo, non si può che rimanere stupefatti. Più cresce il numero di agenzie internazionali, più veloce diventa la circolazione di flussi informatici e finanziari globali, più si hanno risposte difensive e reattive. Più si indebolisce la sovranità territoriale, più le differenze locali cercano di murare se stesse. Piccoli o grandi che siano, i privilegiati, nati e cresciuti in un luogo al momento 'fortunato', allontanano da sé, senza pietà, lo spettacolo di un’umanità dolente, non tanto perché portatrice di una diversità inconciliabile, quanto piuttosto perché spettro di ciò contro cui il temporaneo privilegio non appare più come garanzia. È ovvio che l’accoglienza dell’immigrazione va gestita, non improvvisata e soprattutto non sfruttata. Ma chiunque legga i numeri, le statistiche, non può davvero pensare che in essa stia 'il problema'. 
        Al concetto di confine, poi, si può legare quello di territorialità, introducendo un ulteriore elemento nella riflessione: la nozione di identità, indagata insieme a Rocco Ronchi, fondatore e docente della Scuola di Filosofia Praxis: «La nozione di identità è spesso utilizzata come arma nel dibattito politico e culturale contemporaneo, ma in realtà è una nozione complessa, in parte legata a una dimensione profondamente immaginaria. L’identità diventa un problema nella misura in cui è compromessa, nel momento in cui se ne avverte la perdita. 
        Senza sradicamento non c’è un’interrogazione sul tema di identità, soprattutto per chi lo rivendica come valore forte e come principio politico. Lo sradicato ha bisogno di un confine che gli assicuri una realtà immaginaria, ma anche quello di confine è un concetto ambiguo. Se non è stato trasgredito, non si disegna, e risponde inoltre a un bisogno di sicurezza che è espressione stessa dell’identità minacciata. Il punto è che dove c’è sradicato, c’è bisogno di dualismo. Di un nemico e un amico, concetti su cui si basano i pensieri identitari, perché senza nemico non c’è identità».
         Il tema di 'immaginario', a partire proprio dal senso contemporaneo di sradicamento, è una sensazione, però, che trascende in una dimensione geografica, quindi anche culturale; in questo senso, allora, si può davvero parlare di confini 'fisici', quindi geografici, e confini 'immaginari', oppure stiamo parlando dello stesso grande contenitore su cui costruiamo la nostra identità? «Credo sarebbe un enorme risultato educare, per così dire, alla disidentificazione – spiega ancora Forti – a percepire il paradosso di un doppio movimento, per il quale le nostre identità sono l’esito di un impulso necessario, ma al contempo sono risultati contingenti e transitori. So di essere provocatoria, e in minoranza, ma sono convinta che se invece di insistere sul multiculturalismo, quale visione che cerca di far coabitare le differenze etniche e culturali, puntassimo sulla consapevolezza di un io e di un noi già internamente segnati dalla differenza con se stessi, il cambiamento di atteggiamento non sarebbe solo locale e temporaneo, ma profondo, oserei dire rivoluzionario. La politica ha sempre giocato su questo bisogno di protezione e di identità. Senza una sua canalizzazione politica e culturale, il nostro 'bisogno di confini' rimarrebbe comunque, e non è detto che si tradurrebbe in una modalità più accettabile».
         Rispetto a questa tematica, Ronchi ipotizza anche una via d’uscita dialettica, propria della narrativa del concetto, cercando di assumere positivamente il senso di sradicamento, se lo vedessimo «non come minaccia, ma come condizione dell’essere umano, quindi dell’homo viator, immerso nella dimensione del viaggio - essenza stessa dell’uomo - cambierebbe il rapporto con il concetto. In una dimensione psicologica, poi, la questione di confine e identità sono legate a una proiezione immaginaria che va a soddisfare o alimentare paure, nelle quali si cerca di creare un’identità posticcia ma rassicurante.  
        Il mondo globalizzato è una grande esperienza speculativa e filosofica, ha aspetti che tutti conosciamo e che sono criticabili, ma come principio restituisce all’umanità la sua autentica dimensione, che è universale: «un solo mondo, un solo uomo». Identità, confine e memoria, in definitiva, si intrecciano su concetti quali distanza e perdita, superamento e trasgressione, esodo e condizioni dell’uomo, in un costante oscillare tra finis, che «ci restituisce l’idea di confine come barriera», spiega Forti, e limes, che «rimanda invece ad un’accezione di confine come filtro, come permanente negoziazione su chi è dentro e chi è fuori».


giovedì 6 ottobre 2016

AIUTO! STRANIERO ALLA PORTA!!!!

PROFUGHI. A MIGLIAIA BUSSANO ALLE PORTE D'EUROPA!
SCATTA IL PANICO DA MIGRAZIONE
Si chiudono frontiere e si innalzano muri
perché lo "straniero" 
non venga a turbare la nostra vita....

  E' dall'inizio della modernità che alle porte dei popoli bussano profughi in fuga dalle bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame.
   Per chi vive dietro quelle porte i profughi sono stati sempre stranieri.  Solo che negli ultimi anni si è scatenato un vero e proprio attacco di "panico morale", il timore che un qualche male minacci il benessere della società.
   Quei nomadi (non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente) che - sfidando la morte- arrivano a migliaia nelle "nostre" terre, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società  e fragile il nostro benessere.
   Dovremmo soffermarci e ascoltare le parole di Papa Francesco: "Cancelliamo ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c'è nel mondo, in noi, e chiediamoci: chi ha pianto? chi ha pianto oggi nel mondo?".

   Nella sua recente opera, Zygmunt Bauman, esplora il "problema" delle migrazioni (che non sono solo di oggi) e le paure che stanno invadendo e disgregando l'Europa.  Perché tale fenomeno? Che cosa fare?

   "Dobbiamo comprendere - afferma- che non siamo un solo pianeta, una sola umanità. Quali che siano gli ostacoli, e quale che sia la loro enormità, la conoscenza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono la via maestra per arrivare alla convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti, collaborativa e solidale.    Non ci sono vie praticabili!
   La crisi migratoria ci rivela l'attuale stato del mondo, il destino che abbiamo in comune".

Z. Bauman, STRANIERI ALLE PORTE - Ed. Laterza, settembre 2016, pagg. 104, €14



domenica 25 gennaio 2015

COME ACCOGLIERE LO STRANIERO SECONDO LA BIBBIA

E LA BIBBIA ACCOLSE LO STRANIERO

Una riflessione del cardinale Ravasi sul tema dell’ospitalità nelle Scritture, partendo dai testi che invitano gli ebrei a fare spazio ai forestieri. Il diritto al rispetto
“«Occorre amarlo come se stessi, perché anche Israele ha provato la sua stessa condizione. Vanno assicurati uguale legge, tutela e persino l’amore»

Non è difficile rilevare nella Bibbia, dopo una logica dell’esclusione, una dell’accoglienza, che costituisce l’ambito in cui Dio agisce per portare i figli d’Israele a essergli testimoni tra le genti. Come si è visto, Dio, per educare il suo popolo a non sentirsi un privilegiato, invia profeti, che invitano ad aprire il cuore e le braccia a tutti, e sapienti, che trovano i semi di verità dispersi in tutte le culture. A proposito dell’accoglienza rituale prendiamo ad esempio una pagina cruciale della Bibbia come il Decalogo. Cosa si legge nel comandamento del sabato? Che il riposo sabbatico deve essere praticato anche dal forestiero che dimora presso l’israelita (Es 20,10); anche lui ha diritto al riposo con l’ebreo ...

Leggi: L'ACCOGLIENZA DELLO STRANIERO NELLA BIBBIA