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venerdì 9 ottobre 2026

LA FILOSOFIA DEL TRUMPISMO

 

PENSO 

DI POTER FARE 

QUELLO 

CHE VOGLIO



di  Giuseppe Savagnone 

Il richiamo ai valori perduti dall’Europa

Si sottovaluta solitamente la portata culturale, oserei dire “filosofica”, del trumpismo. Lo si riduce al personaggio umano che lo rappresenta, con il suo narcisismo, le sue buffonate, le sue contraddizioni. A ricordarci che dietro questo c’è molto di più sono stati i suoi due uomini di fiducia, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio – non a caso i più probabili candidati a succedergli, nelle prossime elezioni presidenziali – i quali, in due importanti discorsi, hanno delineato una prospettiva ideale destinata a sopravvivere all’attuale inquilino della Casa Bianca e a influire in modo decisivo sul futuro degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.

Nel discorso tenuto a Monaco nel febbraio del 2025 Vance aveva detto: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Dove, si noti, il problema è posto in termini culturali ed etici – «i valori» – prima che politici o economici. Vance denunziava una decadenza dell’Europa che nasceva dal tradimento di questi valori, in passato «condivisi con gli Stati Uniti d’America». In realtà le sue critiche, allora, si sono appuntate sul tema della libertà di pensiero – probabilmente in rapporto al “cordone sanitario” che allora emarginava l’estrema destra tedesca – e su quello dell’eccessiva apertura ai flussi migratori. Entrambi sono problemi sui quali – forse anche per effetto del suo discorso – l’Europa si è, da allora, molto avvicinata alla linea additata dal vicepresidente americano.

In Germania Alternative für Deutschland non è più isolata, anzi ormai occupa anche ruoli istituzionali, e in paesi come la Francia, la Spagna e il Regno Unito i partiti di destra sono considerati favoriti alle prossime elezioni. Anche per le politiche migratorie oggi Vance potrebbe solo rallegrarsi nel vedere che l’accoglienza dei migranti, da lui denunciata come fattore decisivo dell’eclisse dell’Europa, è ormai un ricordo. Assistiamo oggi a una gara dei governi europei, con l’eccezione della Spagna, a imitare e potenziare il modello Albania, proposto dall’Italia di Meloni.

Ci sarebbe da chiedersi se questi cambiamenti stiano aprendo davvero alla prospettiva di un futuro in cui l’Europa torni a essere “grande”. Soprattutto, è strano che questo adeguamento ai «valori» proposti dagli Stati Uniti non sia avvenuto sulla base di una seria riflessione e di un dibattito a livello comunitario. È forse questa mancanza di pensiero a rivelare il vuoto in cui i Paesi europei e l’intera UE si trovano oggi a navigare, in balìa di un potente alleato, gli Stati Uniti, che li sovrasta non solo e non tanto perché più forte economicamente e militarmente, ma perché persegue un disegno che si ispira a una precisa visione.

Un fuoco che va riacceso

Una visione messa in luce pochi giorni fa, il 7 ottobre scorso, quando il segretario di Stato Marco Rubio, in un discorso tenuto ad Atene, ha parlato – come Vance a Monaco – dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ponendosi anche lui sul piano dei valori, ma dando al tema una profondità di prospettiva storica e una carica ideale che mancavano nella dura reprimenda di Vance.

A sollecitare questo cambiamento è stato anche il contesto. Rubio ha fatto il suo intervento sullo sfondo dell’Acropoli, in una terra che ha visto la nascita della nostra civiltà.  E il Dipartimento di Stato aveva anticipato che egli avrebbe parlato della necessità di un «grande rinnovamento dello spirito occidentale», facendo risalire l’eredità che accomuna Europa e Stati Uniti a un percorso che parte da Atene e Roma, attraversa la cristianità e arriva alla fondazione della Repubblica americana.

«Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e ravvivare il fuoco che era qui migliaia di anni fa», ha detto il segretario di Stato americano. E ha parlato di una fase decisiva per l’Occidente, evidenziando che «oggi ci troviamo a un bivio perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. Il percorso che sceglieremo determinerà se l’Occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o se si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora oppure perderemo del tutto la possibilità di scegliere».

Ciò implica, però, secondo Rubio, una radicale conversione dalla cultura distorta – il riferimento era chiaramente a quella woke – che è alla radice della crisi attuale: «Siamo arrivati al punto di vergognarci delle cose che ci rendevano unici. Il nostro benessere è diventato fonte di senso di colpa».

Così, sottolinea Rubio, anche la difesa dei propri interessi nazionali sarebbe diventata un tabù. «Nazionalismo è diventata una parolaccia. Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, condannato la nostra stessa storia e, in troppi luoghi, insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato».

Anche nell’analisi del segretario, come in quella di Vance, un fattore cruciale nella nascita di questa crisi profonda è la questione migratoria, questa volta però coniugata con quella del riarmo: «Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini (…) e permesso che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero». Non è mancato un riferimento alle forze ostili che ci minacciano: «E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio potere».

Le radici greche dell’Occidente alla base del sovranismo

Ben altri erano, secondo Rubio, i valori che caratterizzavano la nostra civiltà alle sue origini. «Qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria (…). L’impazienza di fronte all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto».

«E in America,» ha continuato Rubio, «quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana». 

Questo spirito, ha precisato, ha una precisa ricaduta nella politica. «Oggi è diventato di moda pensare che una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa».

È un chiaro riferimento alla filosofia dell’«America First». E l’oratore lo ha esplicitato sottolineando che, «con Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale».

Ciò, secondo Rubio, non è a detrimento degli interessi degli altri Stati. «Non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Un esempio recentissimo di questo è stato, secondo lui, il «nuovo accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia»: «tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori (…). Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme».

Il segretario di Stato americano ha anche affermato di vedere già dei chiari indizi che l’Europa procede in questa direzione: «Stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli inizi di un cambiamento generazionale», tra cui, ha detto, «una crescita vertiginosa della spesa per la difesa».

Quali valori?

Un discorso di ampio respiro, che si presta, però, ad alcune considerazioni critiche. Rubio (che pure personalmente, come Vance, è cattolico) nella sua ricostruzione della tradizione occidentale parla molto della visione greca e poco di quella cristiana, che secondo lui è stata in perfetta continuità con la prima. In realtà la mancata sottolineatura della differenza tra le due prospettive fa sì che egli presenti come «spirito occidentale» una visione che, anche per la forte contaminazione con l’individualismo liberale e la logica del capitalismo, ricorda più Nietzsche che il Vangelo. Una visione basata sull’affermazione della propria eccellenza e sul superamento di tutti i limiti, ma senza alcun riferimento alla fraternità, al rispetto dei diritti degli altri e alla cura dei più deboli.

Così come, a livello politico, non rientra certo nella visione cristiana – almeno non in quella cattolica – l’idea di essere fedeli alla propria nazione al punto di «combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa». Il bene della comunità umana viene prima di quello dei singoli Stati. E scegliere «di perseguire senza vergogna la potenza nazionale» come valore fondamentale nega le conquiste che proprio l’Occidente ha saputo fare, attraverso un’evoluzione secolare, per sostituire la legge del più forte con quella della giustizia, elaborando un diritto internazionale a cui gli interessi delle singole nazioni devono adeguarsi.

Non si tratta solo di un problema teorico. La prassi della seconda presidenza trumpiana rispecchia perfettamente «l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite» di cui parla Rubio. Trump stesso ha espressamente dichiarato, nella famosa intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vedesse limiti ai suoi «poteri globali»: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E così si è comportato in politica interna, con una deportazione spietata degli immigrati, condotta con estrema violenza e con esibizioni pubbliche, senza alcun rispetto della loro umanità.

Così si è comportato in politica estera, schiacciando il Canada per costringerlo a rinunziare alla sua sovranità; imponendo dazi arbitrari ed esorbitanti perfino ai Paesi amici; costringendo i governi alleati a un riarmo forzato; appoggiando incondizionatamente il massacro del popolo di Gaza (con l’ironica proposta di trasformare la loro terra devastata in un resort di lusso); rapendo illegalmente il dittatore Maduro (e non per instaurare la democrazia in Venezuela, ma per impadronirsi del suo petrolio); strangolando Cuba («Penso di poterci fare tutto quello che voglio»); aggredendo l’Iran contro ogni regola di diritto.

Che poi questo sia compatibile, come Rubio sostiene, con la crescita degli altri Paesi, può darsi, ma nel ruolo di satelliti rigorosamente subordinati, come i fatti dimostrano. «America First» può forse significare prosperità anche per loro, ma a prezzo della loro dignità. Lo stesso esempio dell’accordo sulla Groenlandia lo conferma: Rubio afferma trionfante che hanno vinto tutti, ma non dice che questo accordo arriva al termine di una storia di minacce e di ricatti che già di per sé hanno costituito un’umiliazione per un piccolo Paese alleato come la Danimarca e per il popolo groenlandese.

Questa è la «nuova frontiera» in cui l’Occidente, posto al bivio, è chiamato secondo Rubio a credere e sui cui valori deve puntare. Si dirà che dall’altra parte ci sono gli Ayatollah, Hamas, i dittatori sudamericani, la Cina. Questo non rende i “valori” dell’attuale amministrazione statunitense una prospettiva accettabile. La filosofia del trumpismo non è la salvezza dell’Occidente, ma il punto estremo della sua eclisse. E alla cortese e colta offerta di Rubio, la sola risposta possibile, per chi ha il senso dei valori umani autentici, è: «No, grazie»

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venerdì 11 settembre 2026

TRA PRESENTE E FUTURO

 


ANALISI DI UN VOTO



-di Giuseppe Savagnone 


Verso la frammentazione dell’Europa?

La vittoria schiacciante di AfD in Sassonia è stata oggetto di innumerevoli commenti e reazioni emotive, che però non sempre sono di aiuto a capire il suo significato.  Proviamo qui a evidenziarlo leggendo l’esito delle urne sotto tre profili diversi.

Il primo riguarda il progetto europeista che da decenni, con alti e bassi, vede gli Stati del vecchio continente impegnati a trovare un’unità che superi le divisioni nazionali e dia luogo a un vero e proprio soggetto politico, in grado di dialogare sullo stesso piano con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

Un progetto fortemente avversato, ovviamente, da questi attuali grandi protagonisti della scena mondiale (soprattutto dai primi due), ma che trova in realtà grandi resistenze anche nei governi europei, fortemente attaccati alla loro autonomia e, in alcuni casi, gestiti da partiti che, come in Italia Lega e FdI, adottano esplicitamente la logica sovranista del “prima noi” (si tratti degli italiani o di altre nazionalità), conciliandola solo a prezzo di mille riserve con quella europeista.

Col risultato, purtroppo, di ridurre l’Unione Europea a un meccanismo burocratico, spesso farraginoso, che si limita a imporre regole e controlli agli Stati membri, senza che le loro popolazioni si sentano veramente coinvolte in un progetto significativo, fondato su valori e fini comuni, condizione indispensabile per un’unità politica. Un circolo vizioso per cui le resistenze verso il progetto comune ne determinano il fallimento e, a loro volta, si alimentano di esso.

L’ascesa travolgente di AfD è espressione di questa diffidenza, che diventa spesso insofferenza, verso l’Europa, in nome di una forte accentuazione dell’identità nazionale. Il programma del partito prevede, già in campo economico, l’uscita della Germania dall’eurozona, l’abbandono delle politiche comunitarie in fatto di ambiente (il Green Deal), la contrarietà alla transizione energetica e all’utilizzo di risorse rinnovabili perseguiti dall’Ue.

In termini più immediatamente politici, il progetto è di rinegoziare l’accordo di Schengen, con cui si era cercato di superare le barriere tra i singoli Stati stabilendo un confine unico per tutta l’Europa. In questa logica sovranista si pone il rifiuto di un esercito comune europeo e l’appoggio, invece, al processo di riarmo della Germania, voluto dal governo Merz, che prevede di fare dell’esercito tedesco, nel giro di pochi anni, il più forte del continente.

Appare chiaro che AfD non fa altro che portare alle loro logiche conseguenze, smascherandole, tendenze già presenti in governi che a parole ripetono di essere europeisti, ma che in realtà sono anch’essi – a partire da quello italiano – sempre più perplessi sul Green Deal e pronti a sospendere Schengen alla prima occasione, nonché fortemente contrari alla creazione di un esercito unico europeo.

Questo spiega l’entusiasmo con cui Trump ha esaltato la vittoria di AfD in Sassonia e, ancor prima, l’appoggio che Elon Musk ha sempre dato al partito di estrema tedesca sui suoi social. Un’Europa in cui le idee di un simile partito prevalgono – diventando addirittura programmi di governo – non ha infatti alcuna speranza di consolidarsi politicamente e di perseguire uno sviluppo ecologicamente sano ed è destinata a rimanere quello che è ora: un’impotente spettatrice, se non addirittura la vittima, dei diktat e delle scelte del governo americano.

La difesa dei confini e dell’identità

Un secondo profilo sotto cui è possibile capire l’esito delle elezioni in Sassonia concerne il problema delle migrazioni. Una questione che ormai si sta delineando come centrale nello scenario mondiale e che è all’origine del crescente successo di tutti i partiti di destra europei, da AfD in Germania a Rassemblement National in Francia; da Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito a Vox in Spagna (senza dimenticare quelli già al potere, come Lega e FdI in Italia).

La premier italiana Meloni ha fondato sulla sua politica migratoria la propria popolarità in Europa, ottenendo ampi consensi anche dagli altri governi al “modello Albania”, accusato in Italia di essere costoso e superfluo, ma che invece è stato molto apprezzato da diversi Stati dell’Ue per l’idea di tenere i migranti del tutto fuori dei confini nazionali, concentrandoli in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) all’estero. Proprio recentemente cinque paesi dell’Unione Europea (Germania, Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Grecia) hanno stretto un accordo per aprirne uno in Uganda.

Il programma di AfD da un lato è in linea con queste tendenze. Non a caso l’anno scorso il capodelegazione di AfD al Parlamento europeo René Aust aveva dichiarato: «I grandi successi in materia di politica migratoria di Giorgia Meloni, che è riuscita a ridurre drasticamente il numero di immigrati in arrivo, sono per noi un incentivo e un modello di comportamento».

Dall’altro, però, gli intenti del partito tedesco risultano ancora più drastici, arrivando a prevedere l’abolizione del diritto d’asilo – storicamente considerato un baluardo di civiltà –, sostituendolo con un possibile atto di clemenza a discrezione dello Stato; di tagliare ai migranti l’accesso a finanziamenti in denaro e di sequestrare i loro beni per finanziarne la permanenza in Germania.

Il punto cruciale del progetto di AfD, però, è costituito dalla cosiddetta “remigrazione”, cioè dal ritorno forzato di immigrati, richiedenti asilo, stranieri naturalizzati e persino cittadini di seconda generazione ai loro paesi d’origine. Un programma che ha suscitato perfino l’indignazione del cancelliere Merz – promotore del patto sui Cpr in Uganda – che, al Bundestag, ha contestato alla leader di AfD: «La vostra remigrazione non è altro che pulizia etnica in base al colore della pelle e all’origine».

Merz ha anche evidenziato le conseguenze disastrose che un’espulsione degli immigrati, anche regolari, compresi quelli di seconda generazione, avrebbe sull’economia: «A quel punto il settore artigianale non potrebbe più funzionare, nessuna casa di cura potrebbe più operare, nessun ospedale potrebbe più funzionare e nessun ristorante potrebbe più rimanere aperto».

L’AfD risponde, nel suo programma, promuovendo incentivi alla natalità, bonus una tantum per le famiglie numerose e forme di sostegno alle famiglie etero-genitoriali, come l’accesso privilegiato a mutui e assicurazioni.

Anche sull’immigrazione, il presidente Trump ha festeggiato la vittoria di AfD in Sassonia come una conferma della sua politica di deportazione di massa e di “caccia all’immigrato”: «Wow!», ha scritto su Truth, «Si sono finalmente stancati delle norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno danneggiato così gravemente la Germania».

L’islamofobia e l’appoggio ad Israele

Un aspetto del programma di AfD – ora solennemente approvato dal popolo tedesco – di cui si parla pochissimo (e che risulta fortemente legato alla rivendicazione dell’identità etica, culturale e religiosa) è il passaggio dall’antisemitismo, tradizionale nell’estrema destra, a una più o meno esplicita islamofobia, strettamente connessa con il sostegno allo Stato d’Israele.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio la battaglia contro la minaccia dell’antisemitismo è diventata la bandiera di questi eredi del nazismo. Una minaccia da loro associata, peraltro, alla sempre più diffusa presenza di immigrati di religione musulmana, e perciò invocata come motivo per opporsi all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Corrispondente a questo capovolgimento di atteggiamento verso gli ebrei è l’atteggiamento di favore di Alternative für Deutschland nei confronti dello Stato ebraico. Un punto d’incontro sono state le critiche all’Europa. Sempre nel 2020 Yair Netanyahu, figlio maggiore del primo ministro israeliano, è stato scelto come ragazzo-immagine del partito per aver chiesto la fine della «cattiva» Unione europea, che, a suo giudizio, era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei», e il «ritorno a un’Europa cristiana».

Ma non è solo in gioco l’antieuropeismo.  Israele viene visto come un baluardo altamente militarizzato contro l’Islam e da questo punto di vista costituisce una sorta di modello per un’Europa che fatica a gestire i suoi confini. Proprio come Israele, si afferma, il vecchio continente rischia di essere assorbito da una forza d’invasione musulmana.

Non solo. Lo Stato ebraico fornisce un’immagine di società multietnica e multireligiosa in cui il predominio della razza bianca sugli arabi è garantito pacificamente (o quasi), con un’apartheid efficiente che potrebbe essere adottata anche in Europa.

Anche su questo punto, AfD non fa che esplicitare la posizione finora assunta dagli Stati occidentali nei confronti della politica israeliana. Essi non hanno neppure una volta reagito alla violazione sistematica, da parte di Israele, delle risoluzioni dell’Onu, che, già prima del 7 ottobre, evidenziavano la chiara intenzione di non dar spazio alla nascita di uno Stato palestinese, a parole sostenuta da tutti i governi europei.

 E sulla base di questo doppio binario tra parole e fatti, hanno assistito senza colpo ferire al massacro sistematico di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza. Solo ultimamente, con colpevole ritardo, 12 paesi – tra i quali non figura l’Italia – si sono decisi a imporre sanzioni ai coloni israeliani che in Cisgiordania da anni sono impegnati a cacciare i legittimi abitanti arabi, con l’appoggio dell’esercito.

AfD smaschera queste ipocrisie e dichiara esplicitamente una posizione decisamente filo-israeliana che questa Europa indecisa e contraddittoria in pratica ha sempre adottato. E si attira, anche su questo, il pieno consenso del presidente Trump, la cui vicinanza a Netanyahu è stata finora così stretta da fare sospettare una sua dipendenza psicologica dal premier israeliano.

La democrazia al bivio

Questa analisi ci permette di capire che il successo di AfD è in realtà il logico compimento di una deriva già in atto in Europa verso posizioni di destra, sotto l’impaziente sollecitazione del presidente degli Stati Uniti.  Il futuro che il voto della Sassonia lascia intravedere ha in realtà le sue radici nel presente che abbiamo costruito.  

Se questo processo continuerà il suo corso, l’Unione europea è destinata a rimanere un’ombra nel panorama internazionale, anzi ad esserlo sempre di più. La sua sola funzione sarà quella che già ora la nostra premier le ha assegnato, di supporter alle politiche nazionali. Consacrando così l’irrilevanza del nostro continente sullo scenario politico ed economico mondiale.

Analogamente, la difesa dell’identità non solo porterà a innalzare muri sempre più impenetrabili contro i migranti ma, in nome della remigrazione, si procederà a quella che il cancelliere Merz ha definito una vera e propria «pulizia etnica». Con i risultati che lo stesso cancelliere ha paventato e che certo non potranno essere scongiurati da un improvviso aumento della natalità (bisognerà aspettare, in ogni caso, che questi eventuali nuovi figli crescano…).

Quanto al rapporto con Israele, si continuerà sostanzialmente a guardare a esso come a una «democrazia minacciata», e si sarà costretti a prendere finalmente atto dell’irrealizzabilità del progetto dei “due Stati”, reso immaginario dalla complice inerzia dei governi occidentali nei confronti di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Tutto questo si verificherà sotto il segno della retorica della democrazia, ostinatamente esibita anche oggi, quando il premier dello Stato che si autodefinisce baluardo della stessa, dichiara ufficialmente di voler usare i fondi pubblici per comprare i voti favorevoli al suo partito e quando viene considerato democratico Israele, accusato, anche da molti suoi cittadini, di genocidio.

Nei prossimi mesi ci saranno diverse scadenze elettorali che decideranno della sorte delle nostre società e, innanzitutto, del significato che avrà la parola “democrazia” per le generazioni future: l’avanzata delle destre estreme, in Germania e in tutta Europa, rende infatti superati i compromessi e gli equilibrismi che mascheravano il suo sostanziale deterioramento. Ora bisogna scegliere se assistere, o addirittura cooperare, al definitivo compimento di questo processo, oppure reagire, cominciando dal voto, ma soprattutto lavorando – ognuno a proprio modo – alla costruzione di un futuro radicalmente alternativo a questo presente.

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sabato 12 aprile 2025

IL "REALISMO" TRUMPIANO


Che cosa ci insegna

 il “realismo” 

di Donald Trump

 

 


-         di  Giuseppe Savagnone 

-          

Parole che avvelenano il senso di un viaggio

Il lettore ha probabilmente avuto un sobbalzo leggendo, sul «Corriere della Sera» online di mercoledì 9 aprile, subito sotto il titolo a caratteri di scatola: «“Mi baciano il cu…”: la frase choc di Trump sui Paesi che vogliono negoziare», il sottotitolo: «Meloni e l’incontro con Trump: “Porterò il mio contributo”».

Evidentemente si è trattato solo di un involontario incidente tipografico. Ma dietro di esso c’è la cruda realtà di una situazione internazionale in cui – al di là dei termini coloriti usati dal presidente americano – si può solo scegliere tra uno scontro, perduto in partenza, con la maggiore potenza mondiale, e una umiliante sottomissione all’arroganza di chi comunque per i prossimi quattro anni ha avuto dal popolo americano il mandato di governarla.

Volgarità a parte, le scioccanti parole del Tycoon sul suo modo di intendere la relazione con gli altri capi di governo evidenziano che quelli che egli è disposto ad accettare non sono negoziati, ma atti di vassallaggio.

La differenza è sostanziale: a negoziare sono soggetti di pari dignità, che cercano di ascoltarsi a vicenda nel rispetto delle rispettive esigenze; mentre il vassallo rinunzia a far valere il proprio punto di vista e può solo sperare nella benevolenza  del suo interlocutore. 

La premier in USA

In quest’ottica, inevitabilmente, finisce per collocarsi anche l’annunciato viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti, motivata inizialmente dall’urgenza di discutere dei dazi e confermata anche dopo la loro sospensione.

La nostra premier è da sempre una estimatrice del Tycoon. Senza arrivare al tifo sfrenato del suo vice Salvini, si è chiaramente dissociata dall’ondata di critiche che prima e soprattutto dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca hanno bollato le sue posizioni come espressione di un sovranismo incompatibile con i diritti delle persone e degli Stati.

Pubblicamente ha difeso la «ragionevolezza» delle posizioni trumpiane, anche quando erano in chiaro contrasto col diritto internazionale, come nel caso della Groenlandia. Ed è stata chiara la sua simpatia per la linea dura del Tycoon nei confronti degli immigrati, in cui non poteva del resto non riconoscersi.  Così come,  da parte sua, Trump ha più volte lodato la Meloni, esprimendole la sua stima e la sua simpatia, indicando che per lui, insomma, è un’amica.

Dopo quello che il presidente ha dichiarato, però, si capisce in che senso sia possibile essere “amici” dell’inquilino della Casa Bianca. Sui giornali di destra la sua uscita è stata salutata come un atto liberatorio di autenticità: «Finalmente un politico che dice le cose come stanno.

Trump, con quel suo elegantissimo “Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo” ha il merito di fare a pezzi in una sola frase tutti i trattati di diplomazia ipocrita. Altro che gaffe, Trump ci ha appena spiegato cos’è davvero il diritto internazionale: la legge del più forte, detta senza fronzoli. Nessuna ipocrisia, solo la verità nuda e cruda: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano. E stavolta, dice lui, tocca agli americani fregare gli altri. Chapeau alla sincerità» (Giorgio Carta, in www.nicolaporro.it).

Forse, però, chi ha scritto queste parole non ha tenuto abbastanza conto della loro ricaduta su ciò che andrà a fare, nel suo incontro con Trump, la leader della nostra destra nazionale, di cui questi giornali sono accesi sostenitori.

Una drammatica alternativa

Ma il problema va ben al di là di questa particolare vicenda. Ormai la politica internazionale sembra imporre una scelta tra la libertà e la sopravvivenza. Chi non accetta di baciare il cu… di Trump e di subire docilmente i suoi umori,  deve prepararsi all’emarginazione  economica e politica. Anche politica: ne è stata un esempio la vicenda che ha visto il presidente ucraino Zelenskyi – aggredito, maltrattato e platealmente gettato fuori dalla Casa Bianca – costretto a scrivere una lettera di piena sottomissione alla volontà di chi lo aveva poche ore prima pubblicamente umiliato, rinunciando senza riserve alla propria linea e, soprattutto, alla propria dignità, pur di non essere abbandonato alle mire di Putin.

La stessa Europa continua disperatamente a far finta di non esser stata emarginata e insultata, con i fatti e le parole, con la clamorosa esclusione dai negoziati per la pace in Ucraina, dove si discuteva di una guerra in corso sul suo territorio e a cui gli Stati europei, compreso il Regno Unito (che non fa parte della UE), hanno dato in questi tre anni un contributo finanziario e militare enorme.

Per non parlare della definizione di «parassiti», appioppata agli europei dal vicepresidente Vance in una chat riservata, ma poi ripresa e ribadita pubblicamente da Donald Trump. Eroicamente da parte dei «parassiti» si continua a ribadire la volontà di tenere aperta la porta aperta  al dialogo con l’arrogante ex amico americano, magari stigmatizzando – coma ha fatto la Meloni – chi «alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico».

Questa la situazione. Stando agli estimatori di Trump, essa non fa che rispecchiare, senza ipocriti infingimenti, la vera natura della politica. A governarla non può che essere «la legge del più forte: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano». Nessun limite etico, nessun vincolo umano di rispetto reciproco e di amicizia. Solo la ricerca del proprio interesse nazionale. Come il presidente americano sta facendo.

La prova dei fatti

Forse è il caso di confrontare questa visione, che viene presentata come l’unica “realistica”, con i fatti. Una prima considerazione riguarda la sua possibilità di valere come filosofia a cui ogni Stato dovrebbe ispirarsi.

Le scelte di Trump stanno evidenziando oltre ogni possibile dubbio che i sovranismi si escludono a vicenda. Chi agisce in nome dello slogan «America First», prima l’America, non può collaborare con chi mette in primo piano, con la stessa assolutezza,  gli interessi del proprio paese. E chi, come i partiti di destra oggi al governo in Italia, ha come motto «prima l’Italia», non ha nessun motivo di festeggiare i successi dei sovranisti di altre nazioni.

Il sovranismo infatti, per la sua stessa logica, esclude quella visione inclusiva del bene comune secondo cui tutti possono crescere grazie a una reciproca cooperazione. Il principio a cui ci si ispira è che il bene degli altri e il proprio sono a somma zero: l’incremento dell’uno comporta sempre, inevitabilmente, la diminuzione dell’altro e viceversa.

Non sono un profeta, ma già il 7 novembre dell’anno scorso, commentando l’entusiastica reazione di Salvini per la vittoria elettorale di Trump, scrivevo: «Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione".

E di fatto, l’esultanza del nostro vice-premier dovrà presto fare i conti col fatto che la linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente».

Il vassallaggio

È ciò che abbiamo osservato all’inizio a proposito della incapacità di Trump di avere amici e sull’alternativa inevitabile, nei rapporti con gli Stati Uniti di oggi, tra sottomissione e guerra. Il massimo che gli  altri Stati, anche quelli sovranisti – a cominciare dall’Italia – , potranno sperare, è un rapporto di vassallaggio, che non corrisponde certo a quel ritorno a quel prestigio internazionale promesso dalla Meloni in campagna elettorale.   

Una seconda considerazione si impone, guardando la realtà di ciò che sta accadendo. La totale spregiudicatezza di Trump, il suo rifiuto di ogni limite etico, il suo delirio di onnipotenza, che lo spinge a disporre del destino pubblico e privato degli altri come in un gioco, si sta traducendo in un disastro.

Aveva promesso di liquidare in pochi giorni le due guerre  di Ucraina e di Gaza, riportando finalmente la pace in Europa e nel Medio Oriente. I fatti dicono che in entrambi i casi si registra un inasprimento dei combattimenti e l’allontanamento di ogni prospettiva di tregua.

Il contributo effettivo del presidente americano, dopo i proclami messianici, finora è stato, in realtà, la rivendicazione di una cessione, da parte del governo ucraino,  dei diritti di sfruttamento delle risorse minerarie (le “terre rare”) di quel paese, imponendogli una specie di colonialismo; e il progetto di deportare i due milioni di palestinesi abitanti a Gaza, per costruire sulla Striscia un grande resort di lusso.

L’utopia dell’età dell’oro

Aveva annunciato all’America l’inizio di una «età dell’oro». E in questa direzione andava, a suo dire, la decisione di imporre dazi fortissimi (i più alti dal tempo della “grande depressione” di inizio Novecento) alle merci esportate negli Stati Uniti dagli altri paesi, anche amici ma è bastato l’annunzio per far precipitare le borse  di tutto il mondo – prima fra tutte quella americana di Wall Street – in un precipizio che è costato la perdita somme enormi di denaro.

La sola Wall Street ha bruciato in quattro giorni migliaia di miliardi di dollari, costringendo il Tycoon a un brusco voltafaccia. Ma anche dopo la sospensione dei dazi, la borsa americana, pur avendo avuto un inevitabile fase si euforia e di rialzo, sta continuando a scendere.

Dicono gli analisti che la causa ultima è l’inaffidabilità dello stesso Trump. Nessuno può più contare su previsioni ragionevoli. La stessa origine ha la perdita di valore del dollaro, a cui gli investitori preferiscono un bene-rifugio sicuro come l’oro.

Per non parlare dei danni enormi che i dazi – anche quelli mantenuti, anzi ulteriormente esasperati, nei confronti della Cina – hanno prodotto alle aziende americane che, come la Nike, hanno delocalizzato le loro filiere produttive o comunque sono fortemente interconnesse con la Cina per la fornitura di pezzi di ricambio.

La verità è che, in un mondo dove ormai la globalizzazione non è una moda, ma una necessità, il sovranismo rivela – grazie alla versione compiuta datane da Trump – tutto il suo anacronismo.

L'identità degli Stati Uniti

Infine – ma non è il danno minore – in pochissimi mesi gli Stati Uniti hanno perduto un’immagine internazionale che aveva costruito lungo il corso di tutto il secolo scorso, già a partire dalla prima guerra mondiale, e che aveva fatto di questo paese, relativamente giovane, un punto di riferimento per tutto l’Occidente. Oggi la nuova identità conferitale dal suo nuovo presidente è diventata un  triste simbolo di potere arbitrario  e di cupidigia senza scrupoli.

Più in generale, ciò a cui assistiamo insegna che, se chi è più forte pretende di usare la propria potenza per schiacciare gli altri o almeno subordinarli a sé, invece di collaborare con loro per un risultato che premia le esigenze di tutti, alla fine non solo non ci guadagna, ma è penalizzato più di tutti. L’esperienza di questi giorni ci dice che, con buona pace dei “realisti” e del loro cinismo –  l’etica non è un lusso della politica e tanto meno un velo ipocrita che ne maschera il vero dinamismo, ma una condizione essenziale per il suo buon funzionamento.

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giovedì 30 gennaio 2025

RELIGIONE e POLITICA



Nel tempo di massima incertezza e paura, il potere tende a configurarsi come quello di un Dio al quale sottomettere la propria volontà in cambio di sicurezza e protezione.


- di Massimo Recalcati 

Lo Stato laico separa la vita politica dalla fede religiosa. Si tratta di una separazione che ispira sin dalle sue origini la vita della democrazia. Uno dei fondamenti della democrazia consiste, infatti, nel non confondere il piano della dialettica politica e dei suoi inevitabili conflitti con quello della lotta tra religioni.

Fare, al contrario, della lotta politica una guerra tra religioni è lo spirito che anima ogni forma di fanatismo che si colloca in netta alternativa allo spirito laico della democrazia. Freud faceva notare come l’esperienza della psicoanalisi fosse intimamente laica in quanto fondata sul rifiuto dell’esistenza di verità ultime. Quello che conta non è il possesso indubitabile della Verità ma la sua ricerca continua. 

Invocare Dio nella lotta politica significa invece sottrarre la politica al dubbio e, dunque, alla sua dialettica più vitale. È quello che sta accadendo nel conflitto israeliano-palestinese ma è anche uno dei tratti più inquietanti che ai miei occhi unisce la figura di Putin a quella di Trump. 

Nel suo recente discorso di insediamento alla Casa Bianca il neo presidente degli Stati Uniti si presenta come un unto del Signore, salvato miracolosamente dall’attentato che durante la campagna elettorale avrebbe potuto ucciderlo. Non si è trattato dunque di un episodio drammatico che si è risolto fortunatamente bene, ma di un vero e proprio segno che identifica Trump come l’uomo della provvidenza in grado di liberare gli Stati Uniti dalla corruzione dei costumi, dalle pastoie di un sistema politico votato all’impotenza, dal decadimento attuale del suo prestigio mondiale. 

È questo un nesso piscologico che troviamo storicamente alla base di ogni tendenza anti-democratica: se Dio mi ha nominato, il mio insediamento non dipende dalla meschinità invidiosa degli umani, ma da una consacrazione che si situa al di là di ogni Legge. 

L’evidente tratto narcisistico di personalità di Trump si fonde così con l’altrettanta evidente spinta megalomanica a porsi come il salvatore dell’America e il redentore dei suoi irrinunciabili valori morali. 

Con l’aggiunta che questa narrazione non ha più i toni del fanatismo ideologico che troviamo nel Novecento, ma quelli di un cinismo disincantato. Per questa ragione non deve stupire più di tanto che i panni del restauratore della moralità e dei valori della tradizione vengano indossati da chi personalmente questi panni li ha sempre di fatto ritenuti zavorre insignificanti. 

È qualcosa che conosciamo bene: la vita privata di un leader può presentarsi come discutibile dal punto di vista valoriale, ma questo non gli impedisce di proporsi come guida morale del proprio paese e del suo popolo. Si tratta però di una evidente scissione. La stessa che Trump applica politicamente nella lotta contro la parte più marginale della società della quale i migranti rappresentano il simbolo più rilevante. 

Se la religione universalista nel suo afflato solidale si manifesta per la sua inclusività — è il continuo appello alla fratellanza di papa Francesco — la religione nazionalista che sostiene la spinta antidemocratica trumpiana non è affatto inclusiva, ma tende a generare, appunto, scissione, discriminazione e esclusione. 

Non a caso la vescova Marianne Budde ricorda a Trump questa contraddizione nel suo appello alla pietas come forma di inclusione politica. Ma il punto è che Trump, come Putin, utilizza il discorso religioso non per salvare gli ultimi o per dare a loro speranza, ma per giustificare il carattere tendenzialmente assoluto del proprio potere. Essi fanno, seppure in modi e in contesti culturali diversi, della lotta politica una lotta tra religioni contraddicendo il principio cardine della democrazia. 

La distruzione sistematica (Putin) o la profonda allergia (Trump) nei confronti di ogni forma di dissenso riflette questa logica religiosa. Il dittatore russo non intende rappresentare la Legge perché è la Legge. Non a caso uno dei suoi più potenti alleati è la Chiesa ortodossa di Mosca. Il rifiuto della democrazia coincide con il rifiuto tout court dell’Occidente che viene interpretato come degenerazione morale e nichilismo valoriale. 

Sia in Putin che in Trump la riaffermazione nazionalista e sovranista si combina così con la restaurazione dei valori della tradizione che vengono sostenuti come delle verità religiose assolute. Ma se la posizione di Putin è chiara nella sua franca opposizione al cancro dell’Occidente, Trump appare invece come una sorta di corpo paradossale che per un verso è del tutto estraneo alla cultura della democrazia ma, per un altro verso, è il suo prodotto mostruoso. 

È, infatti, la maggioranza degli americani che lo ha scelto come proprio leader. È il rischio che abita ogni democrazia in quanto forma necessariamente incompiuta e fallibile di governo, ovvero quello, in tempi di crisi, di volgere il proprio sguardo verso le forme più autoritarie del potere. 

Ritroviamo qui in primo piano una considerazione hobbesiana di Freud di fronte all’affermazione dei totalitarismi nel Novecento: nel tempo di massima incertezza e paura, il potere tende a configurarsi come quello di un Dio al quale sottomettere la propria volontà in cambio di sicurezza e protezione.

Alzogliocchiversoilcielo

La Repubblica

 

 


domenica 26 gennaio 2025

LA FORZA DELL'EUROPA


 Per una

 geopolitica della 

gentilezza

 




-         Di Riccardo Redaelli

 Sono davvero periodi cupi e tristi quando la ferocia viene esibita come un valore, quando il disprezzo della vita altrui – soprattutto la vita dei poveri e dei meno fortunati – diviene un elemento di successo politico. Era lecito aspettarsi il peggio dal ritorno alla presidenza statunitense di un Donald Trump privo di freni inibitori, attorniato da una corte di tecnocrati miliardari insofferenti di ogni regola; e infatti il peggio sembra essere arrivato oltre ogni timore.

Questi primi giorni sono un diluvio di ordini esecutivi, alcuni palesemente incostituzionali, che vanno a minare alcuni dei principi cardine della democrazia americana. Stupisce la brutale crudezza con cui la nuova amministrazione intende trattare i migranti: separare le madri dai figli piccoli, come promesso dal nuovo “zar” della lotta all’immigrazione, Tom Homan; attuare una grande deportazione di donne e uomini, abolire l’automatismo dello ius soli, cardine fondativo della società statunitense: se nasci in America sei americano.

Ma a destare ancor più stupore è l’amara costatazione che tutto ciò venga accolto dai sostenitori repubblicani con grande soddisfazione. La crudele indifferenza verso la sofferenza altrui viene celebrata come una virtù da esibire e da premiare; la brutalità delle politiche, il disprezzo verso chi raccomanda prudenza e solidarietà divengono mosse elettorali vincenti.

Sarebbe tuttavia troppo facile ritenere che tutto ciò sia il simbolo di una “malattia” confinata negli Stati Uniti. Perché gli atteggiamenti muscolari, l’arroganza e la violenza del potere sembrano un aspetto comune di un bel pezzo del mondo contemporaneo.

Dalla Russia di Putin, che massacra cinicamente i nemici quanto i suoi stessi soldati, alla politica minacciosa di Xi Jiping verso Taiwan e contro ogni dissenso interno; dal premier indiano Modi, il quale ha fatto dell’induismo un’ideologia politica intimidatoria nei confronti delle minoranze cristiane e musulmane, al razzismo messianico dell’ultradestra israeliana che ha impedito per mesi di fermare la sanguinosa guerra a Gaza.

E questa “ferocia della politica” non risparmia l’Europa. I movimenti sovranisti e della destra estrema avanzano quasi ovunque nel Vecchio Continente, con i loro proclami di deportazioni di migranti, frontiere chiuse e intolleranza, speculando sulle paure nei confronti del futuro che ci attende. In Italia hanno comunque pagato i proclami elettorali per un “blocco navale” impossibile giuridicamente e tecnicamente. Che deve fare l’Europa, ci si chiede continuamente, ora che la Russia si fa più aggressiva e che gli Stati Uniti minacciano di rompere quel legame speciale di amicizia e alleanza che rappresentava il pilastro dell’Occidente? In molti spingono per un riarmo massiccio, addirittura si parla di un 5% dei nostri bilanci per la difesa; una cifra iperbolica che assorbirebbe le risorse destinate al welfare. Altri suggeriscono di scimmiottare la minacciosa arroganza di Trump, per costruire una “fortezza Europa”.

Ma snaturare i valori che sono stati alla base della costruzione dell’Unione Europea non sembra essere una cura ragionevole. Una massima di un generale britannico nell’India coloniale recitava: «Dimostriamo a questi selvaggi che possiamo essere più selvaggi di loro». Ecco, questa sarebbe la ricetta per perderci definitivamente. Non si tratta di voler immaginare un Europa incatenata a un buonismo sciocco e velleitario. Dobbiamo rafforzarci? Lo faremo. Dobbiamo essere più pronti a difenderci? Impareremo a farlo. Ma senza rinunciare ai nostri valori fondativi, che ci impongono di prediligere la diplomazia alla forza, la cooperazione agli ultimatum, il sedersi attorno a un tavolo piuttosto che rovesciarlo. Insomma, all’aggressività della politica neo-imperiale di Trump, alla cinica durezza esibita da troppi leader nel mondo, opponiamo una “geopolitica della gentilezza”, che guardi sì ai nostri interessi nazionali e continentali – sarebbe assurdo non volerlo fare – ma senza umiliare o minacciare gli altri. Diventare meno inconcludenti e farraginosi evitando di trasformarci in lupi affamati non deve suonare un’utopia velleitaria, ma il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi.

 

www.avvenire.it



 

 

sabato 25 gennaio 2025

IN NOME DI DIO ?

 


"Quell'abuso 

del nome di Dio 

che rimanda indietro

 la Storia"

 



-         di Vito Mancuso

 Trump giura sulla Bibbia e sostiene che il divino è con lui. Anche Netanyahu, Putin e gli islamisti dicono lo stesso. Ma comandare con libro sacro e spada, avere la missione di schiacciare gli altri popoli non è genuina religiosità.

Sicuramente Trump è autorizzato dalla Bibbia a credere di avere Dio dalla sua parte. Anche Netanyahu lo è, anche Ben-Gvir, il politico dell’estrema destra israeliana che si è dimesso da ministro della sicurezza nazionale per protestare contro l'esile pace a Gaza perché voleva continuare il massacro. Anche Putin e il patriarca di tutte le Russie Kirill sono convinti di essere dalla parte di Dio e anche loro hanno fondati motivi biblici e teologici per crederlo. Anche Narendra Modi in India si sente protetto e guidato dal suo Pantheon integralmente hindu di Brahman, Shiva e Višnu. E naturalmente quanto a fede non sono secondi a nessuno gli islamisti vari, da Hamas a Hezbollah agli ayatollah iraniani che citano a memoria le sure del Corano per armare i loro uomini e inviarli a uccidere senza pietà …

La mancanza di pietà, della “pietas” virgiliana per riprendere l'antico concetto latino, è una caratteristica distintiva di questi signori della storia, di questi aspiranti o effettivi vincitori, che, per tornare a Trump al suo discorso, vogliono essere i primi, e così suscitare negli altri popoli l'invidia: “Saremo l’invidia di ogni nazione nel mondo”. Vogliono primeggiare, schiacciare, rendere tutti vassalli: “Metterò l’America al primo posto”. Mirano e vogliono ottenere “una nuova entusiasmante èra di successo nazionale”, laddove è chiaro che il successo di alcuni, nella storia, è necessariamente l’insuccesso e la sottomissione di altri. 

La volontà di potenza

Così, da sempre, si formano le dominazioni, da quelle di una tribù su un’altra tribù, ai regni, agli imperi. È qualcosa di molto primitivo, di molto ancestrale, radicato fin nella preistoria di homo sapiens che, ovunque arrivasse, sottometteva altri ominidi e altri animali fino a portarne parecchi all’estinzione. È la più totale e sfacciata volontà di potenza. È la benzina della storia, il carburante dei vincitori. L’uomo bianco ne ha sempre fatto il pieno per infilzare il suo vessillo vittorioso su tutto e su tutti. E la Bibbia, da sempre, è stato un pozzo petrolifero fecondissimo per estrarre questo carburante. Lo continua a essere. Del resto, che dietro Trump vi sia la destra evangelica, tutta Bibbia, petrolio e industrie delle armi, lo sanno tutti. 

Da grande aspirante a rivestire il ruolo messianico di invincibile Unto del Signore, dopo aver ricordato di essere scampato all’attentato che lo ferì all’orecchio, Trump ha continuato: “Sentivo allora, e credo ancora di più adesso, che la mia vita è stata salvata per un motivo”. Quale? Impossibile dubitare quale sarebbe stata la risposta: “Sono stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande”. Il Dio biblico gli ha salvato la vita per affidargli la missione di far trionfare la sua patria. E Dio e patria, è noto, sono la coppia vincente della Bibbia e della sua religione nazionale, concepita e disegnata su misura per il “popolo eletto” che trionfa, guidato dal “Dio degli eserciti, sulle altre popolazioni. 

Gott mit uns

Poco più avanti Trump ha affermato: “Non dimenticheremo il nostro Dio”. No, è chiaro, non lo possono dimenticare, perché il loro Dio è il loro Io, il loro Noi, “Gott mit uns”, “Dio con noi”, come stava scritto sui cinturoni dei soldati del Terzo Reich, e prima ancora su quelli dei monaci teutonici durante il medioevo, e come prima ancora aveva dichiarato il salmo biblico: “Il Signore degli eserciti è con noi” (Salmo 46,8, traduzione della Bibbia ebraica a cura di Rav Dario Disegni). Di per sé non è per nulla sbagliato sentire di avere Dio con sé; anzi, questo sentimento profondo e quieto di confidenza è il senso genuino della vera religiosità, quello che si sperimenta quando un essere umano percepisce di non essere solo, di non essere nelle mani del caso, di non provenire dal nulla per ritornare nel nulla, ma di essere sorretto da una ben più luminosa realtà e di aver parte a una Santa Intelligenza che dal caos informe del buio cosmico sa suscitare la vita, l’intelligenza, l’amore. Ma è fin troppo chiaro che chi vive autenticamente questa esperienza spirituale è ben lungi dal considerare Dio come il proprio Dio personale, o peggio nazionale, come una potenza al proprio fianco per dominare e schiacciare gli altri popoli suscitando in loro l’invidia per il proprio successo. Naturalmente anche di questa genuina religiosità la Bibbia dà ampia testimonianza, come per esempio nel bellissimo salmo 131 che dice: “Il mio cuore non si è insuperbito né i miei occhi guardano in alto con alterigia, né io ho cercato cose più grandi”. Non esattamente il ritratto di Donald Trump. Continua il salmo: “Ho considerato la mia persona e l’ho resa uguale a quella di un bambino”. Qui non si cerca la grandezza, si aspira alla mitezza.

La Bibbia è ambigua, com’è ambigua la vita. Lo afferma essa stessa: “Una volta ha parlato Iddio, due volte ho udito la Sua parola: che la forza appartiene a Dio, e che a te, o Signore mio, appartiene la bontà” (salmo 62,12-13). Ci sono coloro che giurano sulla Bibbia e dicono di credere in Dio perché il loro Dio è la forza. E ci sono coloro che, magari non giurando su nulla come insegnò Gesù nel discorso della montagna (“ma io vi dico: non giurate affatto… sia invece il vostro parlare sì sì, no no”), e magari non professando nessuna fede, coltivano il sommo ideale del bene e della giustizia e quindi sono automaticamente dalla parte del Dio della bontà. 

La strumentalizzazione del cristianesimo

La realtà però è che il cristianesimo è sempre stato molto utile ai governanti, il primo imperatore a capirlo in Occidente è stato Costantino, l'ultimo Donald Trump. Ma può essere altrimenti? O per governare effettivamente questa nave di folli che è la storia dell'umanità occorre esattamente avere in una mano il libro sacro per sedurre la mente e nell'altro la spada per tenere a bada i corpi, come dice il salmo? Ecco le sue terribili parole: “L’esaltazione di Dio esce dalla loro gola e nelle loro mani c’è una spada a due tagli, per far vendetta dei popoli” (Salmo 149,6-7). 

Donald Trump, giurando sulla Bibbia di Lincoln e su quella della sua famiglia, dopo aver partecipato alla messa la mattina presto, con il suo discorso di insediamento non ha fatto che ribadire qual è il suo Dio: il Dio della forza e della potenza che si impone per far vendetta degli altri popoli (compresa la geografia cambiando il nome al Golfo del Messico). Qualcosa, come ho detto, di molto primitivo.

La storia, fa un po’ paura constatarlo, è proprio tornata indietro. 

Alzogliocchiversoilcielo

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