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martedì 9 giugno 2026

COMPITI PER LE VACANZE?

ULTIMO 

GIORNO

 DI SCUOLA



Dove, e quando, sei entusiasta? 

Che cosa ti fa sentire ispirato, vivo? 

Si parte da qui, per capire se sia davvero l'ultimo giorno di scuola.


Alessandro D’Avenia

Oggi in molte scuole è l'ultimo giorno: un anno scolastico è «valido» se ha 200 giorni effettivi. Da domani: scrutini, pagelle e, per chi è alla fine di medie e superiori, l'esame. Crediamo ancora che scuola sia un perimetro burocratico di giorni e banchi, domeniche escluse.  

Potremmo invece aprirci alla più gioiosa realtà che «scuola» sia una dimensione permanente dell'anima. La vita umana è fatta di due soli movimenti: andare a scuola e tornare a casa, dove scuola e casa sono i due poli da cui passa l'energia che accende l'esistenza. Infatti a scuola «si va» e a casa «si torna», perché scuola è andare incontro al mondo, il Viaggio, e casa è la stabilità delle relazioni primarie, Itaca. Se queste relazioni sono solide il bambino e l'adolescente maturano l'equilibrio e il coraggio necessari a esplorare per scoprire con chi e cosa entrano in risonanza, per costruire poi loro una casa, nuovi legami stabili e fecondi.  

Casa-scuola-casa-scuola... circolo virtuoso che evita all'anima di chiudersi nella paura o perdersi nella confusione.  

Per questo dedico le ultime lezioni dell'anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo? 

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare...), ma la fonte primaria dell'azione. 

Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l'attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un'abilità, un interesse o un'attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue...), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni...), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare...). 

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? 

Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia.  

La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa... perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno.  

E abbraccia l'esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos'altro... è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.  

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l'insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell'essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell'utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c'erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia).  

 

L'autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.  

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213). 

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.  Oggi non è l'ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

 


 

 

martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

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sabato 3 maggio 2025

COMPITI A CASA E DIARIO


 “Rafforzare sempre di più la positiva collaborazione 

fra famiglia e scuola, 

una collaborazione 

che a me sta particolarmente a cuore”

 

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha inviato alle scuole una circolare relativa alla programmazione delle verifiche in classe e all’assegnazione dei compiti da svolgere a casa.

Verifiche in classe e compiti a casa

Nel pieno rispetto dell’autonomia decisionale dei docenti, il Ministro Valditara ha raccomandato che ogni docente programmi le verifiche e assegni i compiti tenendo conto di quanto eventualmente già stabilito dagli altri insegnanti o dal consiglio di classe. In questo modo si eviterà che più verifiche vengano svolte nello stesso giorno, con un carico di lavoro troppo gravoso per gli studenti.  Allo stesso modo, i compiti per casa potranno essere distribuiti più equamente nel corso della settimana, con una migliore organizzazione dello studio, soprattutto in concomitanza delle giornate festive. Inoltre, la circolare sottolinea l’importanza di evitare che i compiti siano assegnati sul registro elettronico in serata per il giorno successivo.

Il diario personale

Viene inoltre consigliato che gli studenti utilizzino anche il diario personale per l’annotazione dei compiti, soprattutto nel primo ciclo di istruzione, per ottenere una maggiore responsabilizzazione dei ragazzi nella gestione degli impegni scolastici, come già indicato in una nota dello scorso luglio.

La circolare, sottolinea il Ministro Valditara, “ha lo scopo di rafforzare sempre di più la positiva collaborazione fra famiglia e scuola. Una collaborazione che a noi sta particolarmente a cuore”. L’obiettivo infatti è garantire nella scuola le condizioni di serenità e fiducia ideali per lo sviluppo armonico della personalità di tutti gli studenti.

Documenti Allegati


 

giovedì 20 marzo 2025

COMPITI A CASA ???


CI VUOLE
BUON SENSO

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria. 

Il dibattito sulla loro efficacia

 coinvolge ogni anno 

tutto il sistema scolastico e i genitori.

 

di Redazione

 Compiti a casa si o no? Ogni anno si riapre il dibattito tra coloro che sono a favore e coloro che sono contro.

In molti sostengono che le otto ore di scuola primaria dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento. Alla secondaria, invece, sono utili per acquisire autonomia e imparare a seguire un metodo di studio. Tuttavia, nonostante le opinioni dei genitori, a decidere spetta sempre agli insegnanti.

Compiti a casa: sì o no.

La discussione intorno all’utilità dei compiti a casa è sempre molto attiva e si ripete, ciclicamente, ogni estate e anno scolastico, polarizzando non poco le posizioni.  In generale, ci sono alcune regole importanti che andrebbero tenute a mente, anche se nella vita reale si possono incontrare difficoltà nel seguirle alla lettera:

1.     La collaborazione tra insegnanti e genitori è fondamentale per un iter scolastico soddisfacente, e in generale per il benessere psicofisico del bambino, che deve sentire una buona comunicazione tra gli adulti che si occupano di lui.

2.     Questa collaborazione deve però avvenire su altri piani, che non riguardano l’esecuzione dei compiti: le decisioni riguardanti i compiti sono degli insegnanti, e agli insegnanti rimane la responsabilità del loro corretto svolgimento.

Ai genitori spetta tutto il lavoro necessario a creare ogni giorno le condizioni che permettono ai figli di mettere le loro energie al servizio degli apprendimenti, supportarli nelle difficoltà che incontrano, comunicare con gli insegnanti per un confronto utile a conoscere reciprocamente aspetti importanti della vita del bambino.

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria

Scendiamo nello specifico: se e quando sono utili i compiti a casa come integrazione del lavoro in classe?

Secondo me in una scuola a tempo pieno e negli anni della scuola primaria, non si può parlare di necessità di dare compiti da svolgere a casa. Le otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento, ed aiutarlo ad assimilarli.

Naturalmente all’interno delle otto ore dovrebbe essere garantita un’alternanza ottimale tra i tempi in cui è possibile richiedere attenzione (tempi variabili a seconda delle ore della giornata, e di alcuni altri parametri, ma comunque non più di quarantacinque minuti) e quelli di pausa. Altrimenti si apprende di meno e con più fatica; e non è aggiungendo la fatica dei compiti a casa che si migliora la situazione.

Quando l’insegnante ravvisa l’opportunità per un bambino di lavorare di più in un determinato ambito (le tabelline!) ne parla con lui e insieme concordano le strategie: questo perché l’apprendimento per essere efficace deve avvenire all’interno di una relazione di fiducia con l’insegnante.

L’insegnante a sua volta deve avere più elementi possibile per conoscere i punti di fragilità e i punti di forza del bambino, in modo da aiutarlo a rinforzare i primi e utilizzare meglio i secondi.

Una parola va detta per quanto riguarda le vacanze estive, che sono così estese in Italia da far temere a genitori e insegnanti l’oblio di quanto appreso durante l’anno. Sappiamo però che un’informazione, se accolta con attenzione e “codificata”, cioè rappresentata mentalmente (ognuno ha le sue strategie visive, uditive…per far questo), possiamo dire banalmente “capita”, entra nel magazzino mentale della memoria chiamata “a lungo termine”, e può essere richiamata facilmente quando la situazione lo richiede.

Quello che deve essere mantenuto durante i periodi di vacanza è l’interesse ad accogliere e magari riflettere sugli stimoli ambientali offerti, in modo da arricchire un bagaglio culturale utile per far fronte alle richieste ineludibili della crescita. Questo naturalmente si può fare utilizzando gli strumenti appresi a scuola (diari, misurazioni).

D’altra parte, c’è però chi sostiene che i compiti a casa contribuiscono allo sviluppo della concentrazione, una competenza preziosa da coltivare per quando si crescerà e gli impegni aumenteranno. Inoltre, aiutano a rafforzare l’assimilazione di ciò che è stato appreso.

Le considerazioni intorno a questo argomento sono molteplici e spesso soggette a dibattito. Dopo un’indagine diretta condotta tra docenti, ecco riassunti gli aspetti positivi e negativi dei compiti a casa.

Vantaggi e svantaggi dei compiti a casa

Uno dei principali aspetti positivi è il fatto che aiutano gli studenti a sviluppare l’autonomia e l’organizzazione. Nell’ambiente familiare, i bambini imparano a gestire il proprio tempo e a pianificare le attività, acquisendo competenze utili per il futuro. Inoltre, i compiti a casa consentono di rivedere nozioni già apprese a scuola, fornendo l’opportunità di consolidare le conoscenze e ripetere gli argomenti che potrebbero non essere stati compresi pienamente in classe. Questo approccio favorisce la comprensione profonda e la memorizzazione a lungo termine.

Oltre a ciò, i compiti a casa preparano gli studenti all’autoapprendimento e al problem solving. Affrontare compiti da soli stimola la curiosità e l’interesse per l’apprendimento indipendente.
Questa pratica si traduce in uno sviluppo delle abilità cognitive e della capacità critica, fondamentali per il successo in varie sfide accademiche e nella vita lavorativa. I compiti assegnati possono anche introdurre argomenti più approfonditi e nuovi interrogativi, stimolando la sete di conoscenza e l’espansione delle prospettive degli studenti.

Svantaggi dei compiti a casa

Un rischio notevole è rappresentato dalla possibilità che gli studenti imparino a memoria senza comprenderne il significato. Questo approccio superficiale può portare al rapido oblio delle nozioni apprese, riducendo l’efficacia dell’apprendimento a lungo termine. Inoltre, alcuni studenti potrebbero sentirsi sopraffatti dall’onere dei compiti, che potrebbe portarli a sviluppare un atteggiamento negativo nei confronti dell’apprendimento stesso.

È fondamentale evitare che lo studio diventi un’attività meccanica e priva di passione, affinché gli studenti sviluppino un amore genuino per l’acquisizione di conoscenze.

Un altro svantaggio da considerare è la disparità nel livello di difficoltà dei compiti per gli studenti. Mentre alcuni possono affrontarli senza problemi, altri potrebbero trovarli troppo impegnativi o, al contrario, banali. Inoltre, il supporto familiare può variare notevolmente, influenzando la qualità dell’apprendimento a casa.

Infine, un’eccessiva quantità di compiti a casa potrebbe limitare il tempo libero degli studenti e precludere attività essenziali per la loro crescita personale, come il coinvolgimento in sport, arte e altre attività extracurriculari. È importante trovare un equilibrio tra lo studio e il tempo dedicato al gioco, al riposo e alla scoperta del mondo esterno.

Compiti a casa nella scuola secondaria, inferiore e superiore

Nel panorama della scuola italiana il tempo pieno non è attuato nella scuola secondaria. Inoltre gli adolescenti dovrebbero aver acquisito una discreta autonomia di lavoro, e una capacità di elaborazione concettuale che giustifica la richiesta degli insegnanti di completare a casa un lavoro di approfondimento degli argomenti presentati in classe.
I compiti a casa sono quindi importanti perché possono aiutare i ragazzi a scoprire che cosa li interessa e che cosa no, ad organizzarsi e ad assumersi la responsabilità del proprio successo o insuccesso.

I genitori, quando possibile, possono accompagnare i propri figli in questa attività, fungendo da interlocutori affidabili. Possono dedicare del tempo per chiarire dubbi, ascoltare preoccupazioni, offrire suggerimenti e fornire supporto in molteplici modi.

In conclusione, è fondamentale valutare attentamente come vengono assegnati e quali benefici possono effettivamente apportare agli studenti. Una pianificazione oculata e una varietà di approcci educativi possono contribuire a massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi di questa pratica.

 

Santagostino

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lunedì 25 novembre 2019

COMPITI A CASA, L'OSSIMORO DELLA SCUOLA ITALIANA

-     di Simone Consegnati

Poche cose preoccupano i genitori più dei compiti a casa, soprattutto se parliamo di bambini della scuola primaria e a maggior ragione se questi pargoli frequentano la scuola a tempo pieno. In rete ho letto che le paure più grandi, dopo la morte, sarebbero quelle legata ai traslochi e al dover parlare in pubblico, ma niente – e sottolineo niente – è paragonabile al brivido che corre lungo la schiena dei genitori quando il venerdì pomeriggio all’uscita da scuola chiedono ai loro figli quanti compiti hanno per il fine settimana. Di solito le reazioni sono polarizzate: “Mamma, sono pieno”, con faccia triste del pargolo oppure ”Papà, questa volta ne ho pochissimi” con sorriso di soddisfazione compiaciuta annessa. Nessun compito è un’opzione poco battuta. Uscendo dall’ironia dobbiamo constatare come l’argomento “compiti a casa” sia tra i più divisi e complessi della storia dell’umanità.
Da un lato abbiamo gli ultras dello studio, estremisti del senso del dovere, nostalgici del “ai miei tempi si studiava comunque di più” e che credono che una maggiore quantità di studio, anche per i bambini più piccoli sia sinonimo di più cultura, più saggezza e maggiore intelligenza. Studiando di più, si impara di più, stop.
           Dall’altro abbiamo i genitori libertini, quelli che scrivono le giustificazioni per i figli che non fanno mai i compiti o, peggio, si sostituiscono a loro e fanno i compiti al posto dei figli, che denigrano il ruolo dei docenti o che pubblicamente, davanti ai figli, sostengono l’inutilità dei compiti a casa. Entrambe le posizione, credo, dannose e diseducativi.
In primis una considerazione: dobbiamo  uscire fuori dalla logica quantitativa dei compiti. Più esercizi, soprattutto se legati alla dimensione mnemonica, ripetitiva, standardizzata non migliorano le capacità logiche, deduttive, induttive, riflessive dei nostri alunni. Un’altra considerazione cruciale è sul ruolo del riposo e dell’educazione informale e non formale. Dopo otto ore di scuola, in contesti molto spesso rigidi e formali, nei quali chiediamo ai bambini di stare seduti e in silenzio, dovremmo riflettere sul perché non imparino come vorremmo. E la soluzione non può essere continuare sulla strada del dare più compiti. Forse dovremmo introdurre un principio di pluralità degli apprendimenti, tra dimensione formale e informale, e a fianco alle pagine sulle sillabe, dovremmo chiedere ai nostri bambini di dedicarsi alla musica, ad approfondire la passione per le arti, per la tecnologia (che non significa giocare al tablet), per lo sport, il movimento e la natura. Secondo l’Istat in Italia 1 bambino su 3 è sovrappeso o obeso.[1] Alcuni genitori illuminati devono rosicchiare il poco tempo a disposizione per far partecipare i figli a corsi sportivi, teatrali, musicali. Pensate che stress: dalle sei alle otto ore a scuola, poi (per fortuna non sempre) compiti a casa, poi un breve spazio dove poter fare altro e pronti che domani si ricomincia. C’è qualcosa che non va.
Ripartiamo dalla pluralità delle educazioni, dall’importanza dei contesti informali e non formali, dal desiderio di promuovere la passione per la ricerca e l’apprendimento. Il tempo da vivere e dedicare alla famiglia può giocare un ruolo chiave nella crescita armonica del bambino: è necessario incrementare, incentivare e promuovere un tempo di qualità dedicato alla scoperta, al gioco e, ogni tanto, all’ozio. Promuovere una cultura dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (il cosiddetto life long learning) passa dalla scelta strategica di valorizzare apprendimenti significativi a discapito di quelli puramente meccanici, tenendo in considerazione tutti gli aspetti della persona.
Fare meno compiti, in altre parole, non renderebbe i nostri figli più ignoranti. Non farli per niente, d’altronde, rischia di non insegnare loro l’importanza di percorso costante di formazione. Non perdiamo mai di vista, in nessun caso, che la scuola deve essere a servizio del bambino e non viceversa e che studiare senza insegnare a riflettere è un po’ come voler capire il libretto d’istruzioni dell’IKEA senza dover comprare, né montare alcunché. Sicuri che questo modo di fare scuola aiuti i nostri bambini?







venerdì 17 febbraio 2017

UNA SCUOLA CHE NON OPPRIME

                   
Non opprimere i figli con l'idea della scuola
di Natalia Ginzburg


 Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un'importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.
Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un'offesa. Allora i nostri figli, tediati, s'allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d'una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.
In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c'è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d'esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d'ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.
I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d'esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.
Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non solo nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell'orgoglio, frustrati d'una soddisfazione.
Se il meglio del loro ingegno non hanno l'aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano del tempo al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.
Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell'energia e dell'impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.
               Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell'insuccesso.
 I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace.
I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati.
Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti.
 Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.

Natalia Ginzburg, LE PICCOLE VIRTU' , ed. EtScrittori