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venerdì 18 settembre 2026

IO SONO NESSUNO










Andrea Maggi

Giunti , 2026

 

Descrizione

Andrea ha 13 anni, è sensibile, solitario e si è appena trasferito in una grande città con la madre dopo aver lasciato il piccolo paese di mare in cui è cresciuto.

Del padre, morto quando era ancora in fasce, non conserva alcun ricordo.

Durante il trasloco, ruba di nascosto un cassetto dalla scrivania della madre e scopre al suo interno un manoscritto inedito scritto proprio dal padre: un romanzo sull’Odissea.

Andrea si riconosce subito in quelle pagine, perché la nuova scuola è un campo di battaglia, i bulli lo prendono di mira e la solitudine sembra inghiottirlo. 

Finché un incontro straordinario cambia tutto…

Dettagli

  • Editore:Giunti Editore
  • Collana:NARRATIVA TEENS
  • Copertina:Cartonato con sovraccoperta
  • Pagine:304
  • Dimensioni:13.0 x 18.0 cm
  • Data di pubblicazione:15 settembre 2026
  • ISBN:9791223208564
  • Fascia di età:Età: a partire dai 14 anni (giovani adulti)

giovedì 23 luglio 2026

L'ODISSEA E L'EDUCAZIONE

 


Tremila anni dopo,

 l’Odissea 

ci parla ancora 

di educazione


Una rilettura pedagogica dell'Odissea di Christopher Nolan vista dalla prospettiva di Telemaco, il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. Perché gli adolescenti di oggi somigliano molto a Telemaco: non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal è una splendida notizia.

di Dafne Guida 

Tremila anni dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene, non ai 250 milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. 

Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso, ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia. 

Poi c’è il modo in cui questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma. 

Elogio della curiosità 

Poi c’è la curiosità. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la” domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande. 

La tentazione dell’hubris 

Ulisse, però, ci mostra anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris, la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose: alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma. 

Umano troppo umano 

L’Ulisse di Nolan è umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile: rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato. 

Scegliere la vita 

E Ulisse certamente sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna, un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama. Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale. 

 

Qui il poema mi riporta al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito, mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane vecchio che muore dopo averti riconosciuto. 

Per questo il metodo di Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca. 

Alcune colleghe hanno portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo. Come Telemaco, del resto. 

Non si arriva mai 

L’Odissea è una storia, e le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito. Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che finisce. 

Ulisse, dopo vent’anni, torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio: trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha raccontato bene la sua storia. 

Fonte: Vita 

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mercoledì 25 settembre 2024

ENEA o ACHILLE ?



 Che cosa significa avere una vita eroica? 

La grande differenza tra la cultura greca e quella latina. 

Da una parte il modello dell’affermazione di sé, dall’altra il sacrificio per gli altri

   

-         d Marco Erba*

 Da ragazzini si vive di miti, di eroi. Io ne ho avuti tanti: dal cantante Luciano Ligabue al calciatore Paolo Maldini, dal ciclista Claudio Chiappucci al gruppo rock dei Litfiba. Abbiamo bisogno di persone in cui identificarci, a ogni età. Ci servono modelli da seguire, che possano ispirarci, che possano spingerci a essere migliori. Ma chi è, davvero, un eroe? Quando ero alla scuola media mi stupivo di come io e i miei insegnanti applicassimo questa parola a persone molto diverse. Per me un eroe era chi si sapeva imporre con la sua forza, con le sue qualità, con i suoi numeri eccellenti. Eroe era uno che spiccava, capace di emergere rispetto alla massa di persone mediocri. Una persona famosa, ammirata, vincente.

 I miei prof invece citavano come eroi persone sconfitte, finite male: Giovanni Falcone, Salvatore Borsellino, Martin Luther King. Certo, persone con dei valori, che avevano lasciato una importante eredità, ma che alla fine per questi valori avevano pagato un prezzo troppo salato. Io ammiravo queste figure, ma come da lontano: ascoltavo i racconti su di loro, ne ero colpito, ma non ero così convinto di voler assomigliargli. Quando sono diventato prof di lettere alle superiori e ho cominciato a insegnare epica al biennio, il tema dell’eroe è riemerso con prepotenza nella mia vita.

 Chi è un eroe? Lo chiedo spesso nelle mie classi. L’epica stessa fornisce diverse risposte. Gli eroi dell’epica omerica, in particolare Achille e Ulisse, sono certamente molto simili a quelli a cui avrei voluto assomigliare io alla scuola media. Sono personaggi vincenti, che sanno imporre il loro carisma e la loro volontà. Che, da soli, schiacciano tutti coloro che tentano di opporsi. Eroi che vincono sempre, che superano ogni avversità. Eroi spesso soli, ma ammirati ed esaltati da tutti. Durante la guerra di Troia, Agamennone, capo spedizione degli achei, sottrae la schiava Briseide ad Achille, il più forte dei guerrieri del suo esercito, per prenderla con sé. Achille è furente. Per vendicarsi abbandona il campo di battaglia e senza di lui gli achei subiscono innumerevoli perdite. Alla fine Achille torna a combattere, ma in primo luogo non per pietà nei confronti dei suoi compagni, non perché ha a cuore la comune sorte: combatte soprattutto per vendicarsi contro il troiano Ettore, che ha ucciso il suo amato compagno Patroclo.

 Achille è un eroe strepitoso, un mito per tutte le generazioni, ma ha molto più a cuore il proprio onore che il bene comune.

Tutto ciò vale spesso anche per Ulisse, che con la sua astuzia finisce sempre per trionfare. Tornato a Itaca, la sua isola, vent’anni dopo essere partito per la guerra di Troia, sconfigge i proci, pretendenti alla mano di sua moglie Penelope, li uccide tutti e riprende il potere. Ciò che muove Ulisse è soprattutto la difesa del suo onore personale: la riconquista della sua reggia, di sua moglie, della sua famiglia e del suo spazio vitale, che gli è stato sottratto.

 Achille e Ulisse sono gli eroi dell’affermazione di sé contro tutto e contro tutti. C’è però un altro modo di essere eroi. Per scoprirlo bisogna lasciare l’epica greca e viaggiare in quella latina, fino ad incontrare l’Eneide di Virgilio. Enea, il protagonista, è un eroe molto diverso da Achille e Ulisse. Il troiano Enea vede la sua città distrutta e saccheggiata dagli achei. L’onore lo spinge a combattere, a morire senza cedere. Ma il destino ha per lui un’altra missione, più lunga e faticosa. C’è un nuovo futuro possibile per il quale sacrificarsi. Così Enea prende suo padre Anchise in spalla e suo figlio Iulo per mano e parte, obbedendo a quel destino. A Troia lascia tutto, compresa l’amata moglie Creusa, che non sopravvive alla distruzione della città. Insieme a un gruppo di superstiti troiani, si imbarca e prende il largo. Dopo diverse peripezie, Enea giunge a Cartagine, dove regna Didone. Cartagine è una nuova città, Didone è completamente dedita a costruirla, ma si innamora perdutamente di Enea. Enea contraccambia l’affetto: i due si legano, dimenticano il loro compito e il loro destino. Il poeta Virgilio scrive che, mentre Didone è innamorata, le torri iniziate non crescono più, i giovani non si esercitano, porti e bastioni non vengono adeguatamente muniti. Didone ed Enea antepongono il loro amore al bene comune.

  gli dei, inesorabili, richiamano l’eroe troiano: deve riprendere il mare, completare la sua missione. Enea è distrutto: si trova a scegliere tra il suo desiderio personale, restare con Didone, e ciò che è chiamato a fare per il suo popolo, che ha bisogno di una nuova terra, di un futuro ancora possibile. Enea decide: lascia Didone, sceglie l’incertezza del viaggio. L’esito è tragico: Didone si toglie la vita con la spada che Enea stesso le ha regalato, simbolicamente uccisa dall’amore per lui. Dal mare Enea scorge il fuoco della pira funebre della regina di Cartagine, si dispera. Ritroverà l’amata Didone quando scenderà agli inferi: lei si mostrerà dura come roccia, fredda come ghiaccio. Non degnerà Enea di una parola, si ritirerà insieme al suo primo marito Sicheo, lasciando solo l’eroe. Le sventure di Enea non finiscono qui. Sbarcato sulle coste del Lazio, troverà ad attenderlo una nuova guerra, che dovrà combattere e vincere. La sua vita di sofferenze e di rinunce porterà frutto solo dopo la sua morte: i suoi discendenti fonderanno Roma, destinata per sempre, secondo Virgilio, a garantire al mondo una pace universale.

Enea è un eroe molto simile a coloro che i miei prof delle medie ponevano in questa categoria. Ora, da insegnante, li capisco molto meglio. Capisco che il modo di essere eroe di Enea è superiore a quello di Achille e Ulisse, perché, seppur nella fatica e nel dolore, costruisce di più, porta più frutto, lascia una eredità migliore e duratura. Enea è l’eroe della dedizione, del dono di sé, del sacrificio di sé per gli altri, per il popolo, per il bene comune. Non a caso nell’etica romana il buon cittadino era colui che anteponeva il bene dello Stato (cioè, la Res Publica, ciò che è di tutti) all’interesse personale. Non sono solo belle parole e begli ideali. Falcone e Borsellino davvero hanno vissuto così: in costante pericolo, impossibilitati a condurre una vita normale, vittime della più brutale violenza. Eppure le loro esistenze sono state un dono per lo Stato, la loro opera è feconda anche oggi. Lo stesso si può dire di Martin Luther King, anch’egli assassinato e prima umiliato, percosso, schiacciato. Ma il pastore King di fronte alle violenze pregava e cantava, regalando a tutti noi anche oggi, in quest’epoca di armi e violenza, un mirabile esempio di amore disarmato e fecondo.

 Mi è capitato di recente di assistere a una conferenza su Giacomo Matteotti. Il 2024 è il centenario del suo assassinio ad opera dei fascisti. In quella conferenza si è parlato del politico, ma anche dell’uomo. Un uomo separato dalla sua famiglia; lontano da Velia, la moglie che amava, e dai suoi figli. Un uomo minacciato e vessato in ogni modo, che ha sacrificato la famiglia e gli affetti più cari per il bene comune, per condurre fino in fondo la sua missione. Oggi gli sono dedicare scuole, strade, piazze: i semi da lui gettati portano frutto oltre la sua stessa vita. Ci sono tanti Enea, anche oggi, anche tra i banchi di scuola. La mia allieva che si fermava molti pomeriggi a spiegare fisica e latino ai compagni più in difficoltà, il mio allievo volontario al doposcuola della parrocchia per sostenere i bambini nello studio, il capo scout che dedica buona parte del suo tempo e delle sue vacanze per accompagnare nel cammino i lupetti del branco.

 Tutti possiamo essere l’Enea di qualcuno. A noi prof resta il compito di raccontare e di testimoniare che tutto questo è possibile. Dobbiamo accompagnare i nostri alunni a fare il grande passo che porta da Achille ad Enea, dal desiderio di affermare sé stessi alla gioia di donarsi agli altri, perché solo donandosi agli altri si trova la strada per essere realizzati e felici. La società si costruisce se tutti proviamo a essere eroi del noi, più che eroi che impongono il proprio io. Questo cambia anche la visione di che cos’è davvero lo Stato: non un’entità esterna vessatoria, dalla quale devo pretendere ciò che mi fa comodo e contro la quale devo sempre lamentarmi se non lo ottengo, ma una vera Res Publica, alla quale ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo, perché tutti possano vivere meglio. Perché si aprano orizzonti ancora possibili, anche per le generazioni che verranno.

 *Insegnante e scrittore

www.avvenire.it

mercoledì 25 ottobre 2023

ULISSE E IL PADRE


SE DAVVERO

 SEI MIO FIGLIO

-        -  di Alessandro D’Avenia

 

In tempi in cui la parola padre è spesso legata a fatti di cronaca cruenti o soggetta a interpretazioni oppressive, frutto dell’evaporazione simbolica e reale del padre che caratterizza la nostra cultura, come ben descritto da Massimo Recalcati nei suoi scritti, l’ottantesimo compleanno di mio padre mi ha portato a chiedermi, da figlio, chi sia per me un padre. Mi è subito venuto in mente l’episodio finale dell’Odissea: «Se davvero sei Ulisse, mio figlio, e sei tornato, dammi un segno sicuro, perché io ti creda», così dice Laerte, padre dell’eroe, quando se lo trova nell’orto. Per poterlo riconoscere occorre una verità più profonda di quella offerta al nervo ottico.

Ulisse

Che cosa fa Ulisse? Sceglie due segni. Il primo, sul corpo, è la cicatrice della ferita quasi mortale ricevuta durante la caccia al cinghiale nel rito di passaggio da adolescenza a età adulta; il secondo è invece nell’anima: «I nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò: un tempo me li donasti e io, ancora bambino, te li chiedevo uno per uno venendoti dietro nell’orto e tu mi dicevi il nome di tutti; tredici peri mi desti, dieci meli, quaranta fichi, cinquanta filari di viti mi promettesti». Il gran finale del poema narra il riconoscersi di padre e figlio attraverso i due momenti chiave del loro rapporto: il passaggio da adolescenza a età adulta e la memoria dei nomi dati alle cose nell’infanzia. Basterà?

Il segno

Non appena Ulisse mostra e racconta i due segni, il padre crede, e quindi vede il figlio. Quella caccia al cinghiale, una specie di esame di maturità omerico in cui però si rischiava davvero la vita, un vero rito di passaggio (morte della vecchia identità e rinascita in una nuova), era stato voluto dal padre, perché il padre è colui che più che darti la vita, ti dà alla vita: ti consegna al rischio di morire. Mentre un padre lancia in aria il figlio, lontano dalla terra, la madre lo tiene stretto a sé, nella terra. Quella ferita sulla coscia di Ulisse è un segno chiaro di quel passaggio. In qualche maniera un padre ti consegna alla morte: il rischio di vivere, cioè di scegliere per chi e cosa vivere. E infatti per ritrovarsi, per riconoscersi, come accade a Ulisse e Laerte, bisogna prima mostrare proprio quella ferita.

 La ferita

Anche io ho mostrato la mia a mio padre e ci siamo riconosciuti in quel passaggio doloroso tra adolescenza e età adulta. La ferita, il mio rito di passaggio, è stata una malattia che ha offuscato lo slancio dell’appassionato uomo di avventura e coraggio, che era stato fino a quel momento mio padre. Quella ferita ha segnato la nostra storia familiare, e a me è capitata proprio in piena adolescenza. Ma proprio quella ferita è un segno in cui ci riconosciamo profondamente: in quel dolore comune siamo diventati il padre e il figlio che siamo, non nonostante e non del tutto, ma anche grazie a quella cicatrice.

 Le ferite sono vita che vuole guarire e che può nascere, e anche se ci è voluto tanto tempo, io mi sento generato da quella ferita, che mi ha in-segnato: che la vita non è perfetta e non ne puoi avere il controllo; che la compassione si impara solo nella carne; che un padre non è un supereroe, ma un uomo che a un certo punto ti mostra che non può, anche se vorrebbe, proteggerti dalla morte; e che stare nella storia umana richiede coraggio e tenerezza, attenzione e pazienza, tutti nomi dell’amore. Il resto passa.

 E poi ci sono i nomi delle cose, nomi «radicali» come quelli degli alberi in-segnati a Ulisse, anche per questo forse sono così appassionato di etimologie (un modo di conoscere il mondo attraverso l’etymos che in greco significava ciò che è vero, reale). Ereditiamo il giardino del mondo a misura delle parole che abbiamo ricevuto. Da mio padre ho ereditato parole «radicali» e con esse il mondo che nominano: avventura, protezione, passione, curiosità, lavoro, lacrime, sorpresa, generosità, lotta, resistenza, dettagli, ferite, coraggio... Per ognuna ho un ricordo di infanzia come per Ulisse quei meli, peri, fichi, viti, nomi che diventano possesso delle cose stesse.

Avventura

Avventura è la bicicletta senza rotelle e l’acqua alta, l’aereo e il treno; lavoro è la passione per la medicina; sorpresa è un nuovo puffo da trovare nelle cacce al tesoro del sabato mattina (per questo li colleziono); ferite è il sopracciglio rotto e ricucito; lacrime quelle che gli ho visto versare; passione è il desiderio di conoscere ogni cosa; curiosità quello di viaggiare in ogni dove... Potrei continuare, ma ci sono parole, più ruvide e faticose, che teniamo per noi, per il nostro personale e intimo riconoscerci. Ereditiamo il mondo nei nomi che i nostri padri ci hanno fatto vedere, ma se non ti puoi fidare delle parole che ti ha insegnato tuo padre non ti puoi fidare di nulla, neanche del tuo nome proprio.

Il patrimonio

Questo è il nostro patrimonio, che significa letteralmente il dono del padre, ciò di cui, nel bene e nel male, un padre ti munisce. Mi è allora venuta in mente quella che potrebbe essere la rilettura moderna dell’episodio omerico, il libro di Cormac McCarthy La strada, sul quale è uscito da poco un bel commento spirituale di Luigi Maria Epicoco (Per custodire il fuoco, Einaudi). Nel libro dello scrittore americano scomparso di recente un padre fa di tutto per salvare il figlio, e ce la fa in-segnandogli il nome del fuoco e quindi dandoglielo in eredità.

 «Dove sta? Io non lo so dove sta», dice il figlio, «Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo», risponde il padre, nel momento più toccante del racconto. Anche io di una cosa sono certo: sono stato fortunato, perché, in un mondo così pieno di inconsistenza, di ferite mai curate e di parole senza etimo (cioè, senza verità), mio padre, 80 anni appena compiuti, mi ha lasciato in eredità questo fuoco. Il fuoco è il mio patrimonio.

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

 

martedì 10 ottobre 2023

VIANDANTE o VIAGGIATORE ?



 “Non lo Stato, 

ma la fratellanza 

e la cura della nostra Terra 

sono l’unica etica possibile”


Può essere considerata – e alcuni critici lo hanno fatto – come la summa del suo pensiero, il “lavoro di una vita”. L’etica del viandante (Feltrinelli) è l’ultima opera del filosofo, psicoanalista e docente Umberto Galimberti.

 Torna al centro della sua argomentazione l’età della tecnica secondo cui la storia non è più iscritta in un fine – e di cui aveva parlato in Psiche e tecne. L’uomo nell’età della tecnica (1998) e La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica (2009). E lo fa per compiere letteralmente un passo ulteriore.

 Quello di proporre una nuova etica, l’unica possibile in un mondo che ha perso l’incanto degli antichi – del tempo ciclico dei greci e di quello escatologico della tradizione giudaico-cristiana – e dei moderni, con la loro fede nell’Umanesimo della scienza e del progresso.

 Ecco che la figura del viandante, colui che non ha una destinazione, a differenza del viaggiatore, che attraversa la terra senza possederla, si fa portavoce di un’etica planetaria e cosmopolita che risponde all’imperativo ecologico. Al centro non ci sono più né l’uomo, né lo Stato con i suoi confini. C’è la vita e una comunione fraterna con l’altro da sé: uomo, animale o pianta che sia. Il nomadismo del viandante non va tuttavia inteso come anarchica erranza. È un abitare il mondo nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso.

 Un senso che il nazismo, da un lato, e l’atomica dall’altro, avevano spazzato via secondo quanto sostenuto dal filosofo argentino Miguel Benasayag: “‘Chi pensa bene pensa il bene,’ diceva la Modernità. Dopo la Seconda guerra mondiale, questa frase perde tutto il senso che aveva. Con il fenomeno del nazismo e la programmazione della Shoah si è assistito, infatti, alla possibilità di pensare – anche in modo eccellente – il male. La speranza nella ragione che doveva, se ben utilizzata, condurre al ‘bene’ è stata confutata dai fatti e non ha più senso di esistere”.

 Il dibattito scaturito dal biopic di Christopher Nolan sul padre dell’atomica, Oppenheimer, così come gli interrogativi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale o l’irrisolta questione migratoria trovano spazio in questo saggio, che è un invito ad esporci all’insolito. E a non averne paura. Come testimonia Umberto Galimberti in questa intervista per il Libraio.

 Professor Galimberti, l’etica del viandante parte da Nietzsche, dalla distinzione tra viandante e viaggiatore.

“L’etica del viandante è un’etica nuova, necessaria, perché nell’età della tecnica tutte le etiche dell’Occidente sono implose. Come fa l’etica a dire alla tecnica di non fare ciò che può? Tutte le etiche che abbiamo formulato, che sono etiche antropologiche in quanto mettono l’uomo al centro dell’universo, non funzionano più”.

Se l’uomo non è più al centro, cosa lo è?

“Occorre proporre un’etica biocentrica, dal greco bios che significa vita. La vita c’era prima dell’uomo e ci sarà dopo la sua scomparsa. E se la specie è ciò che unifica etnie, tribù, popolazioni, la specie deve salvare la terra che è l’unica nostra patria, molto prima della patria nativa”.

Al punto da abbandonare il concetto stesso di Stato.

“Assolutamente sì, perché per fare un’etica planetaria è necessaria la soppressione degli Stati perché lo Stato stabilisce la pace all’interno dei suoi confini, mentre aldilà dei suoi confini tollera la guerra. D’altronde tecnica e mercato, con il loro carattere transnazionale, hanno già abbandonato l’idea di Stato, che ormai sembra esistere unicamente per difenderci dai disperati della terra”.

E lei a questa logica contrappone quella della fratellanza.

“Per fare un’etica collettiva va ripreso il concetto di fraternità. La Rivoluzione francese aveva professato liberté, égalité, fraternité. Con la liberté abbiamo dato vita alla cultura liberaldemocratica, con l’égalité a quella socialdemocratica, la fraternité si è persa per strada”.

Come recuperarla?

“Le ferite della terra ci collocano come membri della specie e non come membri dello Stato. E allora alla ragion di Stato si deve sostituire la ragione dell’umanità. Una ragione che non può essere raggiunta sulla base dei valori, perché i valori dividono le popolazioni”.

E su che base?

“Dovremmo farlo sulla base dell’interesse, perché sul piano dell’interesse è possibile la mediazione. Per questo è essenziale fare un passaggio, un’evoluzione: come l’uomo ha fatto un’evoluzione biologica, a differenza dell’animale, così può fare anche un’evoluzione culturale”.

In che modo?

“Come la logica del nemico è riuscita a passare dalla clava alla bomba atomica, così un’evoluzione in direzione della fratellanza può creare un’etica nuova che deve comprendere, però, anche i diritti della natura. Il modello è quello di San Francesco che diceva ‘Fratello sole, sorella luna’. Perché i diritti dell’uomo separati da quelli della natura diventano a loro volta un elemento distruttivo”.

Ha parlato dell’atomica, al centro del film di Nolan Oppenheimer, tratto da un libro che ha come titolo originale Prometeo americano. Un Prometeo scatenato direbbe lei.

“Abbiamo perso il senso del limite che avevano i greci. Loro Prometeo l’avevano incatenato, noi l’abbiamo scatenato. Ma come diceva la sapienza greca, ‘chi non conosce il proprio limite, tema il destino’. Il nostro destino è che stiamo distruggendo la terra”.

Quale può essere il ruolo della letteratura e dell’arte in questo scenario?

“L’arte e la letteratura sono tutte volontà di potenza deboli rispetto alla tecnica, che rappresenta la volontà di potenza forte. Sembra non abbiano rilevanza. La letteratura serve a educare i nostri sentimenti, che è già una cosa buona. Noi riempiamo le scuole di computer, quando è la letteratura che ci insegna cosa sono il dolore e l’amore, la gioia e la speranza. Se queste cose non si hanno in testa quando si affronta l’angoscia, non ci si può salvare”.

Anche la libertà è sempre legata alla tecnica, ne è vincolata.

“Non credo nella libertà. Sono un determinista duro, come i greci. Esiste però l’illusione, l’idea di libertà. E le idee spesso creano più incognite di quanto non facciano le cose. Ma la libertà non esiste per una semplice ragione: confligge con la nostra identità”.

Come?

“Le faccio un esempio. Jean Paul Sartre un giorno andò in montagna, si ruppe una gamba e finì in ospedale. Andò a trovarlo un altro filosofo, Maurice Merleau-Ponty che gli domandò perché non avesse chiesto ad una guida di accompagnarlo. Sartre gli rispose: ‘Io? Non ho bisogno di andare in montagna con una guida’. Ecco l’identità. (Ride, ndr)”.

E la necessità di dare un senso all’esistenza, che risposte può avere?

“Il bisogno di senso non si salva. Non si salva la sua ricerca affannosa, la sua domanda incessante a cui cercano di dare risposta le religioni con le loro promozioni di fede. E nemmeno le pratiche terapeutiche con le loro promozioni di salute. Nell’età della tecnica questa ricerca rivela solo che la figura del ‘senso’ non si è salvata dall’universo dei mezzi. Per cui non è tanto il laicismo quanto la cultura della tecnica a corrodere il trono di Dio”.

Nessuno scopo, dunque, nessuna meta.

“La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. È un concetto, questo, che a più riprese Heidegger ribadisce in tutta la sua radicalità: ‘Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra’”.

Heidegger temeva questa deriva.

“Sempre in quella intervista per lo Spiegel, Heidegger sostiene di essersi spaventato alla vista delle fotografie della Terra scattate dalla Luna. ‘Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto’, disse. Era il 1966″.

Come ci si pone allora di fronte alla verità?

“La verità non è più la conformità all’ordine del cosmo o di Dio, ma pura e semplice efficacia. Se infatti l’ordine del mondo non dimora più nel suo essere, ma dipende dal ‘fare tecnico’, vero sarà l’efficace, ossia ciò che ha le condizioni per realizzarsi, e falso l’inefficace”.

Da qui l’urgenza di un’etica planetaria,  incarnata dalla figura del viandante.

“Il viandante non ha una meta da realizzare, non ha neanche un sentiero da percorrere. A tracciare il pensiero del viandante sono le sue orme. Cammina per fare esperienza. Il prossimo che incontra è sempre meno specchio di sé e sempre più altro. È costretto a fare i conti con la differenza”.

Il suo viandante può essere paragonato a un moderno Ulisse?

“È più l’Ulisse di Dante che quello di Omero”.

In che senso?

“Quella di cui parlo non è tanto l’Odissea in cui Itaca fa di ogni luogo una semplice tappa sulla via del ritorno. È un’Odissea intesa come ripresa del viaggio, secondo la profezia di Tiresia, per cui è il letto scavato nell’ulivo intorno a cui è stata edificata la reggia a divenire una tappa del successivo andare”.

Da qui il riferimento dantesco.

“Questo andare è quello che Dante riprende, lui stesso viandante, spingendo il suo Ulisse ‘di retro al sol, del mondo sanza gente’, per cui né alba né tramonto possono più indicare non solo la meta, ma neppure la direzione”.

Il viandante, dunque, nell’accezione di Nietzsche, è il navigante verso terre sconosciute.

“Esattamente. Affrancarsi dalla meta significa abbandonarsi alla corrente della vita, non più spettatori, ma naviganti e, in qualche caso, come l’Ulisse dantesco, naufraghi. Nietzsche, che del nomadismo è forse il miglior interprete, così scrive: ‘Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: la costa scomparve – ecco anche la mia ultima catena è caduta –, il senza-fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo: orsù! coraggio! vecchio cuore!'”.

Il coraggio di chi intraprende un viaggio di cui non conosce l’esito. Come i migranti.

“Nel nostro tempo abbiamo fatto i conti con la proprietà, il territorio, la legge. Oggi i processi migratori confondono i confini che per il viandante sono più nella testa degli uomini che nel disegno della Terra. Ecco che dalla sua esperienza il viandante trae la conclusione che siamo tutti uomini di frontiera. E la storia futura sarà nel segno della de-territorializzazione. E le nozioni di proprietà, territorio, confine e legge finiranno con l’essere dei rami secchi in un albero inaridito”.

ALZOGLIOCCHIVERSOILCIELO



martedì 21 giugno 2022

ULISSIADE

  Le gesta di Ulisse
 nei versi 
di fra' Domenico

"Lessi Omero da ragazzo. Mi piaceva il suo mondo, raccontato con guerre e rivalità tra Dèi, come tra tifoserie avverse: le troiane e le achee. Amavo Ettore con Priamo e la sua stirpe. Famose le "Porte Scee", dove maturò il duello tra Ettore e Patroclo, e successivamente con Achille. 
Prediligevo Ulisse, intelligente e astuto nel disbrigo geniale degli imprevisti. Così ora, in età canuta, mi accingo alla "rilettura a modo mio", dei fatti e misfatti del mitico eroe dell'età sognata d'oro fin dall'antichità. 
Poesia nutre poesia. Con le debite distanze".

Così l’autore, presenta questa sua recente opera in versi. E’ la rivisitazione delle gesta di Ulisse proposta in particolare ai ragazzi. La lettura del testo è piacevole ed adatta a piccoli e grandi. Favorisce un primo approccio all’Odissea e anche al "parlar poetico". Le immagini curate da Isabella Ceravolo arricchiscono il testo.

 Fra Domenico Spatola è anche autore di numerose opere rivolte principalmente ai ragazzi.


D. Spatola, Ulissiade, ed. I buoni cugini, 2021 - 
Con i disegni di Isabella Ceravolo - Pagine 102 , € 12