Visualizzazione post con etichetta esplorazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esplorazione. Mostra tutti i post

martedì 14 aprile 2026

MI FIDO DI TE

 


La missione degli astronauti di Artemis.

 A chi e cosa puoi dire: io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita?»


-di Alessandro D’Avenia

"Lunedì (giorno dedicato alla Luna) scorso, detto Lunedì dell'Angelo (Pasquetta per intendersi), camminavo su un sentiero di montagna. E l'angelo era lì: nessuna allucinazione, era l'evidenza delle cose. 

Era nel sentiero che incastonava tutte le stagioni. Alcuni tratti erano coperti di neve o di ghiaccio vivo, altri stendevano già un tappeto asciutto fatto di aghi di pino, altri erano così fradici che gli scarponi affondavano lasciando impronte che il Sole avrebbe reso calchi perfetti. 

Ai bordi cespugli piegati e ingrigiti da mesi di neve erano interrotti dall'invincibile verde del ginepro e dai timidi bottoni rosa dell'erica, e rari, i primi crochi, viola o bianchi, sbucavano su aiuole ritagliate dal caso, a segnalare con cocciuta gentilezza che la primavera avrebbe avuto ancora una volta la meglio. Profumi congelati lentamente evaporavano da tronchi, licheni, barbe, radici e muschi. 

Poco sopra i 2.000 m, obbedienti al legame armonico tra tutte le cose, gli alberi, che poco sotto sgranchivano al Sole cortecce e rami, affidavano il sentiero all'essenziale: l'intrico di radici lasciava il passo a rocce e neve, tutto era vero e bello, due dei tre nutrienti di cui necessita l'anima per non morire. Il terzo è il buono, ed era mia moglie accanto. E qualche viandante da salutare come si fa in montagna. Senza questa trinità terrena si è infelici, senza dover neanche indagare il perché. 

 L'angelo era poi in cima, sotto il Blu Maiuscolo (Pantone 2027?): compatto, inesauribile, privo di fumi. Rare folate di vento freddo e improvvisi fischi di invisibili marmotte facevano parte del silenzio, qualche aereo rompeva invece quiete e cirri. All'orizzonte una corona di cime che un tempo erano fondali oceanici ribadiva che cosa ci sarebbe ancora stato tra millenni. E io? E noi? 

Mi sono chiesto commuovendomi. Si vede veramente solo con le lacrime, di dolore o di gioia, perché non ci permettono di mentire: il dolore ci spoglia, la gioia ci abbraccia. Le lacrime sono preghiere, quelle di dolore perché il dolore passi, quelle di gioia perché la bellezza non passi, in entrambi i casi chiediamo: Qualcuno si occupa di me, del mio destino, o siamo gettati qui a caso? L'angelo era lì tra le cose che avevo sotto gli occhi: l'affidabilità del cosmo e delle relazioni sono il primo credo (fede, fiducia), le crepe di mente e cuore provengono dall'inaffidabilità di queste relazioni primarie. 

Guarda il cosmo, è affidabile, e infatti gli astronauti della spedizione Artemis II (Artemide, gemella di Apollo) hanno aggirato la Luna con una danza millimetricamente dettata dalla forze di gravità terrestre e lunare. Proprio loro, i Lunatici, avevano più fede nella Terra di noi, i Terrestri, come ha detto il pilota della navicella, Victor Glover, a Pasqua: «Siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, la prospettiva che ho quassù è vedere la Terra come un tutt’uno. E sapete, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi che siamo stati creati... Avete questo posto incredibile, questa astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza che ci separa da voi vi fa pensare che ciò che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi: siete voi ad essere speciali. In tutto questo vuoto che chiamiamo universo, avete quest'oasi, un posto meraviglioso dove possiamo esistere insieme. Penso che a Pasqua - che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno - questa sia un’occasione per ricordarci dove siamo, chi siamo, che siamo tutti uguali e che dobbiamo superare tutto insieme». 

Anche io, in fondo, godevo dello stesso sguardo. Dall'astronave Orion hanno osservato la faccia che la Luna, data la perfetta sincronia di rotazione attorno a se stessa e di rivoluzione attorno alla Terra (27 giorni circa), non mostra mai. Novità: ha colori inattesi, perché «affidabile» non significa ripetitivo, grigio, noioso, ma tanto certo quanto inesauribile. L'angelo dice che c'è sempre da scoprire qualcosa in ciò a cui presti attenzione, a patto che ti alzi e con cura (da cui curiosità) ci giri intorno (ricerca dal latino «circa», intorno, preceduto da ri-, significa «girare intorno ancora e ancora» come i pianeti), per questo una vita senza ricerca si spegne, perché non presta attenzione a niente, non ama nulla, e per questo dobbiamo proteggere la nostra attenzione dall'estrazione violenta e continua che ne fanno le trivelle dei social

E poi il barattolo di una nota crema spalmabile ha fluttuato per qualche secondo nella cabina di Orion (nessuno spot potrà mai fare altrettanto) rendendo tutto «familiare», come i biscotti con cui gli astronauti hanno festeggiato. Casa e avventura, dice l'angelo, le due dimensioni della vita felice, i due bisogni del Sapiens: appartenere ed esplorare, Itaca e il viaggio. Alla domanda su come erano stati i 43 minuti in cui la connessione radio con la navicella era impossibile perché nascosta dalla Luna, gli astronauti hanno risposto: «Bello!». Ci saremmo aspettati sentimenti di paura provocati dalla buia solitudine lunare. 

E invece bello era stato proprio il silenzio affidabile e disconnesso dal casino che combiniamo quaggiù, dove il 40% dei Paesi ha innalzato le spese militari al 2% del PIL, cifra mai raggiunta dalla Seconda Guerra mondiale. Segnali anche questi, dice l'angelo. Lassù invece c'era tutto: la fiducia nelle leggi della fisica e nella compagnia fisica di chi deve muoversi per e insieme agli altri con perfezione da orchestra. Il male che l'uomo fa all'uomo e al creato è mancanza di questa fede primaria nella vita che ci è data. 

 Nel mio Lunedì, dice l'angelo, infatti tutti avete cercato un posto bello, cibo buono e amici veri: ancora loro, bello-buono-vero, trinità terrena. E quel lunedì si chiama così proprio perché lunedì è il giorno più faticoso e perché è stato l'angelo (parola greca che significa semplicemente messaggero) a dire alle donne al sepolcro che il morto non è lì: «È risorto, vi aspetta in Galilea», la regione a nord della Palestina dove tutto era cominciato. 

Una storia scritta meglio avrebbe previsto un trionfo a reti unificate, a Gerusalemme, dove tutto era finito, invece il messaggero dà appuntamento con il risorto in periferia, nel silenzio, sulle sponde tranquille del lago di Tiberiade, dove i discepoli vivevano e lavoravano. Il messaggero dice: svegliati, ricomincia da dove sei, altrimenti stai solo sognando o solo soffrendo. Il luogo per risorgere non è lo straordinario, è il quotidiano, risorgere significa rialzarsi tante volte quante sono le cadute, più una. La resurrezione non cambia il «mondo» ma il «modo» di guardarlo, anche il lunedì. 

Casa e avventura, appartenere senza spegnersi, esplorare senza perdersi. Un circolo virtuoso di «Bentornato!» e «Buon viaggio!»: il «per sempre» nel «di sempre», il «nuovo» nel «di nuovo». Questo dice l'angelo, che non ha le ali (neanche il testo gliele attribuisce) ma gliele diamo perché la notizia può raggiungerci ovunque se cerchiamo: certo nelle cose della festa (bello-buono-vero) è più facile, ma solo così tutte le cose solite, spente, grigie, morte rinascono. Se rinasci tu. Come fare? 

Proprio in Galilea, prima di sottrarsi definitivamente alla loro vista ascendendo in cielo (che non è quello esplorato da Artemis ma il modo per dire «ovunque»: «che sei nei cieli» non è tra le nuvole, ma dappertutto), il Cristo risorto lo rivela: «Andate in tutto il mondo e date la bella notizia a ogni creatura. Chi crederà sarà salvo». Bisogna darla a ogni creatura! Alla Luna, alle piante in balcone, al gatto, al vicino di casa, allo studente, al collega, al coniuge... Che notizia? 

Che il segreto è credere, cioè fidarsi. Credere non è, come si pensa, una consolatoria e irrazionale adesione a una favola, un'autosuggestione per chi non sopporta la vita, ma cercare tra tutto e tutti, visibile e invisibile, ciò che non viene meno, come il naufrago cerca prima l'aria e poi il salvagente. A chi e cosa puoi dire (mi chiede l'angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? 

Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna... La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l'angelo."

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine


venerdì 13 settembre 2024

SCUOLA IN CAMMINO


LE STRADE MAESTRE 

La classe nomade d'Italia: gli studenti partiranno a metà Settembre da Orvieto, attraversando la penisola a piedi

Partiranno da Orvieto e attraverseranno l'Italia percorrendo oltre mille chilometri a piedi, accompagnati da insegnanti e guide ambientali escursionistiche.
Un nuovo modo di fare scuola!

Cosa direbbero i vostri figli se quest’anno, anziché iniziare la scuola, potessero partire per un lungo viaggio?
La fantasia si fa realtà in quel di Orvieto, dove il 16 settembre un gruppo di 15 studenti delle superiori partirà per esplorare in lungo e in largo il Bel Paese, accompagnati da un tablet e dall’attrezzattura da trekking necessaria per affrontare sentieri più o meno impervi.

Ebbene sì, il loro ritorno a scuola non inizierà in aula ma tra boschi e campagne.

Da Orvieto raggiungeranno il Lazio per poi dirigersi verso la Sicilia.

Dopo una pausa per le vacanze di Natale, il cammino riprenderà alla volta della Calabria, Basilicata, Puglia e Campania.

I ragazzi riprenderanno quindi la strada verso Nord per raggiungere Trieste, percorrendo oltre mille chilometri in circa 240 giorni.

Il progetto, chiamato “Strade Maestre”, è una sperimentazione promossa dalla cooperativa sociale 'CamminaMenti' in collaborazione con Aigae e Cai, rivolta a studenti della scuola secondaria di secondo grado.

L’obiettivo?
Fare scuola in modo nuovo, strutturando la proposta educativa e formativa attorno alla pratica del camminare e della vita comunitaria.

L’esperienza del viaggio a piedi, gli incontri con le persone, la visita a tesori naturali e culturali saranno parte integrante dell’apprendimento, specifica il sito di “Strade Maestre”.

Non sarà una gita all’insegna del puro svago, i ragazzi dovranno comunque studiare le materie dell’anno scolastico, ma lo faranno in un contesto diverso, alternando giornate di cammino a periodi residenziali, accompagnati da Guide Ambientali Escursionistiche e insegnanti volontari.

Il “Grand Tour”, che avrà inizio il 16 settembre e terminerà il 19 maggio 2025 a Trieste, si concluderà con una prova di idoneità presso una scuola pubblica statale.

Buon viaggio ragazzi!

Laura De Rosa
GreenMe

(Fonte e foto: Strade Maestre)

✅ RIFERIMENTO INFO
https://www.strademaestre.org/i-promotori/

giovedì 21 settembre 2023

L'ARTE DELL'ESPLORARE

«Esplorare 

significa 

pensare l'avvenire»

 Intervista. Bertrand Piccard 

 

- di Daniele Zappalà

 «La speranza in un mondo migliore si costruisce mostrando le soluzioni che esistono già. Questo significa essere realisti, ritrovando il gusto dell’azione e vincendo le paure ecologiche». In modo inedito, uno dei protagonisti dell’autunno culturale francese sarà un esploratore, lo psichiatra svizzero Bertrand Piccard, il primo uomo ad aver realizzato il giro del mondo senza scalo su un pallone, nel 1999, poi il primo su un aereo a propulsione solare, Solar Impulse, nel 2016. La Cité des Sciences inaugura la mostra “Ville de demain, une exploration en 1000+ solutions” (Le città domani, un’esplorazione in 1000 soluzioni e più, fino al 7 gennaio), curata dalla Fondazione Solar Impulse dello stesso Piccard. Erede di una celeberrima dinastia di scienziati-esploratori, «Campione del pianeta» dell’Onu, lo psichiatra si è lanciato da anni in un’inedita “impresa dei mille”, selezionando con la propria fondazione le 1000 soluzioni scientifiche e tecnologiche che permetteranno all’umanità di vincere la sfida ecologica.

 Un concetto chiave della mostra è la crescita qualitativa. Cosa significa?

 «Consiste nel cambiare narrazione su quanto stiamo vivendo. Finora, ha dominato la visione di un’ecologia costosa e che richiede sacrifici, ma non convince i leader politici ed economici. Per questo, cerco di mostrar loro che la transizione ecologica ha vantaggi non solo per l’ambiente, ma pure per lo sviluppo economico. Parlo di crescita qualitativa per opporla a quella quantitativa. Oggi, si alimenta l’economia con le quantità prodotte, il che genera spreco, inquinamento, cambiamento climatico. Ma si può fare diversamente con le nuove soluzioni efficienti che esistono, modernizzando infrastrutture, sistema energetico, costruzione edile, processi industriali».

 Le imprese potranno divenire protagoniste di questo cambiamento?

 «Possiedono la capacità per farlo. Per alcune, è una vocazione. Per altre, un po’ un obbligo. Ma tendenzialmente, sono spesso le imprese a proporre soluzioni utilizzabili, come evidenzia la mostra».

 Nel titolo, c’è la parola “esplorazione”. Sta cominciando una nuova era di esplorazioni?

 «Lo spero ed è ciò per cui mi batto. L’esplorazione non significa solo scoprire nuovi territori. Ma è pure un atteggiamento dello spirito umano con cui ci interessiamo a ciò che non conosciamo. Per andare più in là, far meglio o diversamente. Oggi, nell’ecologia, occorre evolvere, federare, entusiasmare, mostrare le soluzioni esistenti. Superare la paura, lo scoraggiamento, la disperazione. Mostrare quanto abbiamo per avanzare: soluzioni, imprese etiche, scopritori e idee. I giovani devono scoprire i mestieri d’avvenire nella transizione ecologica ed energetica, oggi a corto di manodopera».

 Con il giro del mondo su un aereo solare, ha voluto suggerire pure che l’energia resta un orizzonte da esplorare?

 «Sì, perché cominciamo appena a comprendere il ventaglio di fonti alternative. Certo, si parla del sole e del vento. Ma ve ne sono molte altre, come l’idroelettricità fluviale per i piccoli villaggi. O la geotermia. Il 99% del globo terrestre supera i 1.000 gradi. Perché non usiamo questo calore? Sono orizzonti appassionanti, ma la tecnica non basta. Si deve coinvolgere anche la politica per far evolvere le leggi».

 C’è da stimolare pure un gusto nuovo dell’avvenire?

 «Sì. Ciò che distrugge il mondo sono le abitudini, le certezze, l’agire senza porsi buone domande. Ma oggi, le soluzioni alternative esistono. Per utilizzarle, il mondo politico deve impegnarsi. La transizione ecologica rappresenta un vantaggio per tutti, anche per finanza e industria. Non voglio promuovere il capitalismo, ma parlare ai capitalisti in una lingua che comprendono».

C’è un’inerzia da superare?

«Nei secoli, c’è sempre stato chi pensava che non si potesse fare diversamente. Chi considerava impossibile volare su un aereo, comunicare via telefono, dotare tutti di computer. Da sempre, tantissimi diffondono idee false sul futuro. Ma oggi, possiamo tornare a uno spirito pionieristico, quello dell’esplorazione, al servizio dell’ecologia, mostrando che si può fare molto meglio. Oggi, inquiniamo perché impieghiamo un modello superato. Sprechiamo tre quarti dell’energia prodotta, la metà del cibo, o il 95% dei rifiuti senza comprendere che sono risorse. Ciò rovina l’ambiente e costa carissimo. In realtà, possiamo fare molto meglio con molte meno risorse. Ma dobbiamo saper parlare ai grandi in modo nuovo. A Stati Uniti, India, Cina, Brasile».

 Molti giovani soffrono di ecoansia, spaventati dal futuro. Cosa vuol dire loro?

 «Questo: quando sfilate in strada, non scandite “problemi, problemi, problemi”, ma “soluzioni, soluzioni, soluzioni”. La vostra generazione deve spandere la voglia di usare nuove soluzioni già disponibili. L’ecoansia nasce da un senso d’impotenza. Ai giovani, abbiamo fatto credere che non si può far nulla. Invece, è il momento per fare una montagna di cose, anche scegliendo mestieri davvero d’avvenire».

 Lei ha scritto che, come esploratore, si è ispirato ai suoi sogni di bambino…

 «I bambini non si appesantiscono con abitudini e certezze. Sanno sognare. Ma quando crescono, troppo spesso, i sogni svaniscono. Occorre ritrovare la forza dei sogni. Se ho fatto il giro del mondo in pallone e con un aereo solare, o se ho creato la mia fondazione, è per lasciare spazio ai sogni. Oggi, un sogno alla portata dell’umanità è una transizione ecologica rapida ed efficace per preservare l’abitabilità del pianeta».

 Un cambiamento epocale si radica pure nella spiritualità?

 «Sì. Ma penso che non sia sempre comprensibile per tutti. Trovo che la Laudato si’ di papa Francesco sia un magnifico invito al rispetto dell’ambiente, alla compassione, all’empatia e alla solidarietà. Ma probabilmente non raggiunge tutti. Molti restano nell’egoismo, nell’individualismo, nel profitto a breve scadenza. Queste persone hanno bisogno pure di un’altra visione dell’ecologia. Un’ecologia che genera profitti, opportunità, occupazione».

 www.avvenire.it

 

lunedì 7 marzo 2022

RIPENSARE IL SENSO COMUNE


 «Ritrovare la sintonia 
con i ritmi del vivente»

 

Parla il filosofo franco-argentino Miguel Benasayag. Nel suo ultimo libro ha messo al centro l’esigenza di un ritorno dell’uomo dall’esilio dalla natura prodotto dalla ratio cartesiana. «Va attivata un’estetica dei cicli della vita, i quali custodiscono fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete»

 

-         di SIMONE PALIAGA

-          

«Assumere la nostra appartenenza al vivente e al campo biologico implica il fatto di riconoscere che ciascuno dei nostri atti si inscrive in una complessità che non possiamo dominare né orientare a nostro piacimento», ammonisce il filosofo e psicoanalista, oggi parigino ma originario dell’Argentina, Miguel Benasayag nel libro, scritto a quattro mani con il giornalista e storico Bastien Cany, Il ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune, appena pubblicato da Vita e Pensiero (pagine 136, euro 16,00).

A quale esilio allude il titolo del suo libro, professore?

Si tratta naturalmente di un esilio immaginario, con conseguenze reali però. Quando parlo di esilio intendo l’esilio promosso da Cartesio, vale a dire l’esilio dell’uomo dalla natura di cui, peraltro, si considera padrone e possessore. Occorre precisare però, a differenza di quanto auspicato dal progetto moderno, che l’uomo in realtà non si è mai separato da essa, ma il suo esilio immaginario ha avuto conseguenze su di lui. Questo modo cartesiano di abitare il mondo ha trovato al giorno d’oggi la sua acme. Mai come ora il massimo di produzione genera il massimo di distruzione. Si tratta di una situazione non più sostenibile. Per questo quasi tutti oramai sostengono che l’uomo appartiene alla natura. Il sentirsi parte di essa è una sfida che non deve ridursi al solo rispetto ma bisogna imparare a coabitarla. Non è un caso che i giuristi oggigiorno riconoscano gli animali, i fiumi, le foreste come soggetti di diritto. Accade perché l’uomo non può più pensarsi da solo e isolato.

Accanto però all’esilio di cui parla oggi emerge quello che nasce dall’uso eccessivo di piattaforme e social network...

In effetti l’esilio è la rottura del legame, che è ciò che ci costituisce. L’essere umano. separandosi dalla natura e dagli altri per l’uso di app, smartphone, social network, ha perduto anche se stesso. Non sono tecnofobo e penso che la rete sia comoda ma la comodità, per il vivente, rischia di tradursi in una trappola. In Africa, per allontanare le formiche dalle proprie abitazioni, si cospargono di zucchero le vicinanze del formicaio. Le formiche però, dopo i primi momenti, anziché rimanere dove c’è abbondanza di zucchero si avventurano più lontano per cercarne altro. Non si accontentano dei comfort. Sanno che è pericoloso per il vivente abbandonarsi alla comodità perché impedisce l’esplorazione del possibile. E quello che avviene sul web, quando si naviga alla ricerca di informazioni, non è esplorazione perché non c’è esperienza.

Perché oggi l’uomo incontra così tanta difficoltà a pensare un futuro e dei possibili praticabili?

All’acronimo Tina, there is not alternative, non dobbiamo rispondere proponendo un’alternativa animata da un progetto politico come in passato è stato il comunismo.

Può spiegare questa idea?

Dobbiamo riflettere sul futuro che, in passato era considerato una promessa oggi invece è una minaccia. È importante che il futuro si pensi come una possibilità del presente e liberarlo dal giogo dell’istantaneità. Va pensato insieme al possibile e non considerarlo solo come uno sviluppo lineare del presente. Solo così è possibile riconoscere che la vita è la trascendenza dentro l’immanenza, o, per dirla diversamente, vivere significa riconoscere l’irreversibile dentro l’effimero e cercare qualcosa oltre l’effimero.

Sembra il sogno dei transumanisti...

Tutt’altro. Occorre rifiutare la trascendenza che la macchina ci offre e che i transumanisti rilanciano agitando davanti gli occhi il miraggio dei cyborg. Dobbiamo ritrovare la familiarità con il fragile e l’effimero e non espellere il negativo dalla vita come la modernità ha tentato di fare. Occorre attivare un’estetica per desiderare i cicli della vita, che custodiscono anche fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete, locali e situate. Le semplici esperienze morali non bastano.

E i riti di cui parla aiutano in questo?

I riti corrispondono ai ritmi del vivente e ai ritmi tellurici. La rapidità delle macchine ha schiacciato il vivente intaccando i suoi ritmi. Ne siamo così condizionati al punto che per noi è impossibile seguire la cerimonia del tè come avviene in Giappone. Spendere due ore per bere l’infuso per gli occidentali è troppo. Come la macchina abbia attaccato i ritmi del vivente lo si riscontra in ambito psichiatrico, dove molti pazienti sono affetti da patologie dovute al fatto che loro funzionano troppo bene ma a scapito dell’esistere.

Reputa che il senso comune sia una via d’uscita da questa situazione?

Per senso comune intendo tutti i saper fare che sono in sintonia con i ritmi del vivente. Sono i saper fare che non possono essere sistematizzati e razionalizzati e nascono dalle esperienze e non dagli esperimenti. Il problema è che l’Occidente ha contrapposto, a differenza di altre civiltà, il senso comune alla razionalità. E in Occidente, alla fine, questa ha soffocato l’esperienza staccandosi dalla realtà. Non dico che si debba tornare al passato ma come Goethe, quando parla del passaggio dall’alchimia alla chimica, credo che sia importante accogliere i contributi della chimica senza però dimenticare gli apporti dell’alchimia. Da qui il nostro compito di riattivare il senso comune come esperienza.

Come farlo?

Intanto occorre promuovere degli atelier sociali locali e situati che aiutino a ricreare un rapporto di legame con la natura e con l’esperienza rompendo così con l’esilio di cui si parlava all’inizio. Un ruolo importante poi lo può giocare la scuola purché resista alla pedagogia delle competenze oggi tanto di moda perché non sono altro che un sapere utile all’industria e al commercio.

E cosa deve fare?

La scuola deve coltivare il tempo dell’inutile e il gusto dell’esplorazione. I bambini non possono conoscere le piante esplorando il web, ma devono farne esperienza in giardino. Per riattivare il senso comune la scuola deve resistere all’idea che gli uomini siano sempre in difetto di qualcosa, sempre in una condizione di mancanza. Non si tratta di modificare se stessi ma di insegnare ai bimbi a esplorare il proprio possibile. A scuola occorre imparare a esistere e non a funzionare, consapevoli che le competenze possono essere sviluppate solo se un bambino è prima strutturato. L’educazione vale se è in grado di renderlo capace di abitare la propria vita, convincendolo che non deve cercare di essere qualcuno perché è già qualcuno.

 

www.avvenire.it