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lunedì 17 giugno 2024

GLI IMPOSSIBILI


 Il futuro dei giovani. 

Cosa dice Save the Children





L’impatto della povertà sulle aspirazioni dei giovani è stato il tema dell’evento biennale IMPOSSIBILE 2024, organizzato da Save the Children sulle politiche globali e nazionali in favore delle giovani generazioni.
Ma quali sono le urgenze che sollecitano l’assunzione di nuove politiche pubbliche e di strategie educative attente al bisogno di aprire spazi di partecipazione sociale attiva per le ragazze e i ragazzi, a partire da quelli che vivono in contesti a maggior rischio di marginalità? Su quale processo educativo investire per sostenere la loro fiducia in un futuro diverso?

Lo spazio di confronto aperto da IMPOSSIBILE 2024 ha preso le mosse dai risultati di una ricerca condotta a livello nazionale da Save the Children su un campione rappresentativo di ragazze e ragazze di 15-16 anni.

Attraverso le loro risposte si è delineato un quadro dell’impatto che la condizione di povertà materiale può avere sui percorsi educativi e di vita.

Dall’immagine che emerge scaturiscono riflessioni e interrogativi piuttosto gravi, a livello politico e sociale ma anche per la responsabilità che ciascuno di noi può avere a livello individuale nella partecipazione al bene collettivo. Vediamo qualche dato.

I problemi in numeri

In genere ci si aspetta che i giovani guardino al loro domani in modo positivo e propositivo, animati da fiduciosa curiosità. I dati di Save the Children ci dicono invece che le aspettative per il futuro dei giovani in condizione di povertà sono molto diverse, in senso negativo, da quelle dei loro coetanei più abbienti.

Il 17,9% dei ragazzi tra i 15 e 16 anni in povertà afferma che i genitori hanno difficoltà nel sostenere le spese ordinarie (cibo, vestiti e bollette) e una percentuale di poco inferiore asserisce che non sempre è possibile l’acquisto di un paio di scarpe anche quando necessarie.

Le ragioni economiche sono alla base del problema: quasi uno studente su quattro tra gli intervistati inizia l’anno scolastico senza avere tutti i libri e il materiale necessario; la disponibilità economica ridotta é anche la ragione che impedisce al 24% di loro di partecipare alle gite scolastiche.

Alla consapevolezza che questi ragazzi mostrano circa gli ostacoli che dovranno affrontare nel loro accesso al mondo del lavoro per condizione di disagio economico in cui vivono contribuisce anche vedere i genitori preoccupati per le difficoltà che affrontano.

Spesso per far fronte ai bisogni economici i giovani, di età anche inferiore a 16 anni (18%), svolgono un’attività lavorativa.

È quindi comprensibile come le aspirazioni e le aspettative concrete di avere un lavoro ben retribuito per questi ragazzi sia molto minore rispetto ai coetanei con status socioeconomico migliore.

Se per questi ultimi lo scarto tra aspirazioni e aspettative

è di 17,6 punti percentuali, per i più svantaggiati la forbice raggiunge i 56,4 punti percentuali, a testimoniare quanto la povertà possa generare frustrazione e gravare negativamente sui percorsi di vita.

I dati, benché preoccupanti, sono però la base di partenza per sostenere un impegno congiunto delle diverse parti sociali e politiche per individuare le risorse necessarie a migliorare l’esistente e rendere concreto il motto di Eglantyne Jebb, la fondatrice di Save the Children, per la quale

Non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo. È impossibile solo se ci rifiutiamo di farlo.

La scuola in prima linea

In una prospettiva di cambiamento sociale non è possibile delineare percorsi di reale mutamento senza guardare al capitale che i bambini e i ragazzi costituiscono.

Sono loro infatti il volano per lo sviluppo delle società e la cura con cui sappiamo promuoverli un investimento sociale saggio e imprescindibile.

Il primo ambiente in cui i giovani, a partire dalla prima infanzia, trovano spazi di affermazione e di confronto è la scuola.

È proprio qui che si possono cogliere con particolare evidenza le ripercussioni dello status economico svantaggiato, che fa passare in secondo piano l’istruzione con il conseguente aumento della dispersione scolastica, esplicita per chi finisce con l’abbandonare gli studi e implicita per chi, pur non abbandonando, riesce a fare ben poco rispetto alle proprie possibilità poiché ostacolato da fattori economici e familiari.

Minori di 15-16 anni sprovvisti di spazi o mezzi educativi a casa – Fonte Save the Children

La scuola viene a essere perciò il presidio fondamentale in cui i temi relativi ai giovani assumono visibilità e non possono essere ignorati.

Questo sollecita ogni giorno la scuola stessa ad assumere azioni coerenti con i bisogni – di apprendimento ma anche socio-relazionali – delle ragazze e dei ragazzi attraverso un’opportuna cura della didattica.

Come asserisce il Presidente dell’INVALSI Roberto Ricci, tra le numerose personalità intervenute all’evento, è un impegno che investe tutto il sistema scolastico a partire dalla primissima infanzia.

La cura per l’apprendimento delle competenze di base è il primo strumento efficace per la realizzazione di una vera inclusione, come lo è l’attenzione verso il possesso delle competenze socio-emotive; le une e le altre sono infatti i muri portanti su cui si costruisce ogni altro repertorio di competenze.

La stessa cultura alla partecipazione si costruisce fin da piccoli e questa consapevolezza sollecita tutte le istituzioni a investire su quell’insostituibile capitale umano che sono i bambini e i giovani attraverso un autentico processo educativo e formativo equo, libero di condizionamenti coartanti verso il futuro legati a condizioni di povertà.

Approfondimenti

 

INVALSI – IMPOSSIBILE 2024

venerdì 4 gennaio 2019

ANNO NUOVO. TANTE SPERANZE, TANTE ASPETTATIVE

Le troppe aspettative generano malumore 
di Mariolina Cerotti Migliarese 
 
L’ultimo rapporto del Censis ci parla di un Paese sfiduciato, incattivito, egoista; potremmo dire che emerge il quadro di un Paese in cui si respira aria di malumore.
Sul piano psicologico, l’umore è la colorazione di fondo che accompagna le nostre giornate e ci rende più o meno piacevole affrontarle. Quando prevale l’umore cattivo (il malumore), esso si frappone come un velo sgradevole tra noi e la nostra esperienza; è come un fastidioso rumore di fondo che altera la percezione e ci rende irritabili, scostanti e pronti al conflitto. La parola 'umore' ha trovato la sua prima applicazione nella medicina ippocratica, secondo la quale la salute del corpo dipende dall’equilibrio tra i diversi liquidi che lo governano: nel linguaggio, dunque, si rivela una continuità di significato tra l’esperienza del corpo e quella della psiche, che ci guida a leggere il mal-umore come una situazione di disequilibrio.
Un malumore così diffuso e cronico come quello che oggi respiriamo ci interroga dunque su quale sia il disequilibrio cronico che ci troviamo a vivere. La risposta non è univoca, e diverse credo siano le radici di questo disequilibrio; ma qui voglio metterne in evidenza una in particolare: la continua discrepanza tra ciò che ci viene promesso e ciò che riusciamo nella realtà ad ottenere. Ci troviamo in un mondo che ci promette fin da bambini iperboliche soddisfazioni: soddisfazioni incredibili dei sensi (con esperienze di piacere insospettate e travolgenti), soddisfazioni incredibili nella vita sentimentale (che ci farà conoscere un amore capace di saturare ogni desiderio), soddisfazioni nella vita sociale (con una visibilità altamente gratificante e alla portata di ciascuno). E ci viene detto, fin da bambini, che siamo speciali: dunque, ci meritiamo la fortuna che ci è promessa.
Tutto induce in noi un atteggiamento di credito. Siamo in credito perenne verso la vita: chi è nato in ambiente fortunato pretende la giusta risposta al suo essere 'speciale'; chi in ambiente sfortunato pretende un risarcimento che lo faccia partecipare al grande banchetto promesso. Con queste premesse, la vita non può che risultare deludente: la vita con le sue fatiche, le sue ombre, il suo bisogno di pazienza e attesa ci risulta del tutto insoddisfacente e non siamo in grado di apprezzare le gioie reali che ci regala continuamente. Siamo in perenne attesa della cosa 'speciale', stra-ordinaria, super-eccitante, super-soddisfacente. Siamo in attesa di una auto-realizzazione che non sappiamo bene cosa sia.
Ecco allora il malumore che consegue a tutte le piccole e grandi contrarietà che ogni giornata ci presenta: il traffico, il vicino scostante, la moglie (il marito) che invecchia, la salute che vacilla, le mille incombenze noiose della quotidianità.
Dov’è, per noi (per me, per te) quell’amore speciale e travolgente, dov’è quella sensazione 'che non hai mai provato prima', quel successo che ti cambierà la vita e che sembra debba trovarsi a portata di mano? Perché tutto questo sembra così vicino, ma riguarda sempre qualcun altro?
È come se venissimo continuamente preparati per qualcosa che non accade mai: caricati di aspettative su noi stessi e sul mondo, ma inutilmente. La vita trascorre come una promessa che non si realizza, lasciandoci perennemente insoddisfatti perché lontani dalla nostra vera natura: dai nostri sensi, non più capaci di vibrare in ogni esperienza; dall’oggi, perché aspettiamo sempre un ipotetico domani; dalla capacità concreta di generare vita e progetti, perché non siamo certi che saranno speciali come li vorremmo.
A queste condizioni la vita implode provocando stagnazione, e con essa una cronica sensazione di mal-umore: la vita che ristagna provoca infatti un malessere che è insieme della mente e del corpo, che sono così inscindibilmente connessi nella natura dell’uomo.