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sabato 27 dicembre 2025

CRESCERE I FIGLI

 


LE RELAZIONI

 DI AFFETTO

Galimberti: “Per crescere figli felici c’è un’unica soluzione: le relazioni d’affetto. Dove c’è amore si cresce bene, bisogna gratificare i figli quando fanno un passo avanti”

Riflettendo sul rapporto tra genitori e figli, Umberto Galimberti spiega perché le relazioni affettive, la comunicazione e il riconoscimento dei piccoli progressi sono decisivi nella crescita emotiva dei più giovani

Il rapporto tra genitori e figli si costruisce giorno dopo giorno attraverso gesti apparentemente piccoli, ma carichi di significato: uno sguardo che incoraggia, una parola che sostiene, una presenza che rassicura. È in questo spazio quotidiano, fatto di attenzione e riconoscimento reciproco, che si pongono le basi di una crescita emotiva equilibrata.

Eppure, nella società contemporanea, dominata dalla velocità, dalla tecnica e dalla prestazione, il tempo dedicato alle relazioni affettive sembra ridursi sempre di più. I genitori si trovano spesso disorientati, divisi tra il desiderio di proteggere i figli e la difficoltà di esercitare un ruolo educativo autentico, capace di coniugare amore, ascolto e autorevolezza. È proprio su questo punto che si inserisce la riflessione di Umberto Galimberti, che invita a interrogarsi sul profondo cambiamento che ha attraversato la genitorialità negli ultimi decenni: “Prima i genitori erano supportati dalla società e quindi era riconosciuta l’autorità paterna, che era sostanzialmente quella della tradizione.

Poi i padri sono diventati amici dei figli, sono caduti nel mito del giovanilismo, hanno ceduto alle loro dimensioni affettive calibrate sulla pura passione per cui quando finisce la passione ci si separa e si divorzia. In pratica la società ha insegnato il principio di piacere (perché la società è diventata opulenta) che si è riverberato anche nell’ambito della famiglia”.

Con queste parole il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti pone l’accento sulla metamorfosi che ha subito la genitorialità nel corso degli anni. “Le parole dei genitori sono efficaci da zero a 12 anni. Dopo i ragazzi devono andare incontro alla separazione dal mondo genitoriale e passare dall’amore incondizionato da cui sono stati gratificati quando erano bambini, all’amore condizionato che è quello orizzontale con i propri amici. I padri di solito non parlano con i figli: nella società della disciplina incaricavano le madri ma anche dopo hanno continuato a non farlo, perché si annoiano.

Le madri invece parlano sì, però sempre a livello fisico: non uscire con i capelli bagnati, mettiti la maglia, stai attento ai semafori. Mai una domanda psicologica, mai che si chieda al figlio: sei felice?”, in tal modo il filosofo continua la sua profonda e significativa riflessione. Dunque, Umberto Galimberti esorta i genitori a parlare con i propri figli, ad ascoltarli, perché uno sguardo attento, una carezza, un abbraccio inaspettato possono scaldare il cuore, ponendo fine alle più grandi avversità.

“Per crescere i figli in modo felice c'è un’unica soluzione: le relazioni d'affetto. Là dove vige l'amore si cresce bene, là dove vige la violenza o il gelo emotivo si cresce male": queste le parole pregne di significato pronunciate dal filosofo con grande forza e determinazione.

“Quando si entra nelle famiglie a volte si sente urlare, altre volte c’è quel silenzio, soprattutto nelle classi borghesi elevate, che è più freddo dell’ira. Quel gelo che si crea nella non comunicazione generale, e che i telefonini hanno amplificato: avete presente quelle famiglie al ristorante, ognuno con il suo cellulare in mano e ognuno nel suo mondo?”, in tal modo Umberto Galimberti sottolinea la pericolosità della “non comunicazione”.Alla luce di queste riflessioni, appare chiaro come il vero compito educativo non consista nel controllare o giudicare, ma nel riconoscere i passi avanti dei figli, nel sostenerli anche quando arretrano, nel creare un clima emotivo capace di farli sentire visti e accolti. Non esistono formule perfette né manuali infallibili per crescere figli felici. Esiste però una certezza: l’amore, quello fatto di presenza reale, comunicazione e attenzione quotidiana, è ciò che permette ai figli di crescere in modo sereno e responsabile. È questo il terreno su cui si costruiscono relazioni solide, capaci di resistere al tempo e alle difficoltà della vita.

Per te, lettore che ci segui: quanto spazio trovano oggi, nella tua vita quotidiana, l’ascolto e l’attenzione verso le persone che ami? Ti sei mai fermato a riflettere su come comunichi con i tuoi figli o con chi ti sta accanto?

A scuola oggi

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venerdì 21 giugno 2019

CAPACI DI AUTOREGOLARCI PER MANTENERE UN ADEGUATO EQUILIBRIO EMOZIONALE

Meno auto-centrati per emozioni regolate

Un po’ di sana autocritica è dunque davvero necessaria; possiamo ancora imparare che la cifra della vita umana non può mai essere il numero uno: abbiamo tutti bisogno, per essere felici, del due della relazione e del tre dell’apertura alla vita e al mondo.

di Mariolina Cerotti Migliarese

Nella persona adulta esiste (o almeno dovrebbe esistere) un meccanismo molto prezioso e del quale non abbiamo sufficiente consapevolezza; parlo della capacità di auto-regolazione: quella competenza umana preziosa che ci permette di mantenere un adeguato equilibrio emozionale, di non reagire agli stimoli in maniera sproporzionata e di ritrovare uno stato di calma dopo ogni stato di alterazione o di disequilibrio. È una risorsa che ci permette anche di metterci in relazione con gli altri in modo equilibrato, ad esempio regolando i nostri inevitabili momenti di malumore in modo da risparmiare loro le sue sgradevoli conseguenze. Non si tratta una competenza innata: dalla nascita e per tutta l’infanzia le emozioni infatti vengono prevalentemente 'vissute', senza che ci sia nel bambino la vera capacità di dar loro un nome, di motivarle e di governarle; il bambino prova sentimenti forti e agisce di conseguenza, spesso mutuando il suo stile da quello dell’ambiente in cui vive. Oggi non è infrequente vedere bambini rabbiosi e in balia della propria rabbia, con genitori che si sentono impotenti, spaventati e incerti sul da farsi. Si tratta spesso di bambini intelligenti e molto amati, abituati a contrattare tutto con gli adulti, con i quali si pongono su un livello di parità; sono abituati a pensare che il loro punto di vista e il loro parere abbiano lo stesso valore di quello di mamma e papà, perché in ogni decisione viene chiesto il loro accordo e i genitori accettano estenuanti discussioni pur di evitare ciò che non gradiscono o può scontentarli.
Ma il bambino rabbioso e fuori controllo è soprattutto un bambino spaventato: l’intensità delle sue emozioni lo travolge e non riesce a controllarsi; proprio per questo avrebbe bisogno di sentire che gli adulti sono in grado di contenerlo senza avere paura di lui, che si sentono autorizzati a intervenire, e che sono in grado di impedirgli con fermezza di distruggere o danneggiare persone e cose. Distruggere, vincere sull’adulto o mancargli di rispetto sono cose che fanno sentire i bambini insieme onnipotenti e soli, in balia di se stessi e cattivi, e contrasta il loro naturale senso di giustizia.
Il bambino ha dunque bisogno dell’accompagnamento paziente e intelligente dell’adulto, capace di prendersi la responsabilità di fissare i confini di ciò che è permesso, di reggere i no necessari, e di non spaventarsi per l’intensità delle sue emozioni; spesso sarà sufficiente un intervento fermo e deciso, che evita lunghe e inutili esortazioni e irritanti richiami alla ragionevolezza. Il ripetersi costante dell’esperienza di 'venire regolati' con fermezza e affetto è ciò che permette di conquistare poco alla volta un’auto-regolazione equilibrata e flessibile, che sfugga da un lato all’impulsività e dall’altro ad un autocontrollo rigido, che soffoca le emozioni impedendo loro di esprimersi.
Ma educare a qualcosa richiede pazienza e convinzione, e il valore dato alla capacità di autoregolazione dipende dal valore che siamo disposti a riconoscere agli altri: la centratura eccessiva su di sé rende infatti prioritarie le proprie emozioni e molto meno importante imparare a gestirle per salvaguardare quelle altrui. Sarebbe dunque necessario aiutare i nostri figli a capire che nessuno è il centro del mondo; ma sarebbe ancora più importante che ciascuno di noi, in prima persona, ridimensionasse l’idea che si è fatto di sé e abbandonasse quel 'tutto intorno a te' che è diventato la gabbia dorata che ci impedisce di fare comunità.
La tendenza a fare di noi stessi il centro del mondo ci rende vulnerabili e reattivi, e ci spinge ad un’attenzione esasperata e un po’ persecutoria nei confronti di ciò che gli altri dicono o fanno a nostro riguardo e che ci rende irritati e di malumore. Un po’ di sana autocritica è dunque davvero necessaria; possiamo ancora imparare che la cifra della vita umana non può mai essere il numero uno: abbiamo tutti bisogno, per essere felici, del due della relazione e del tre dell’apertura alla vita e al mondo.

Tratto da AVVENIREwww.avvenire.it



venerdì 1 febbraio 2019

BAMBINI ANSIOSI e ADULTI ASSENTI

Nelle ansie dei bambini

le assenze degli adulti

di Mariolina Ceriotti Migliarese

Qualche giorno fa l’inserto 'Liberi tutti' del Corriere della sera dava spazio all’uso crescente di psicofarmaci, presentando il romanzo 'Serotonina' di Michel Houellebecq, da poco pubblicato. Nel romanzo, la difficoltà di essere felice (non diagnosticata come depressione patologica, ma piuttosto come disagio esistenziale) viene curata dal protagonista con il ricorso massiccio agli antidepressivi, che riescono a rendergli almeno tollerabile il faticoso trascorrere del tempo.
L’articolo apre una finestra su una realtà diffusa e inquietante: la crescente difficoltà del mondo adulto di fare fronte all’ansia, alla tristezza e al dolore sviluppando risorse interiori e personali. Il lutto per una morte o un abbandono, la perdita del lavoro, le contrarietà esistenziali, generano sentimenti di ansia vissuti spesso come intollerabili, e l’uso delle categorie del linguaggio specialistico, indispensabile quando correttamente utilizzato, rischia di leggere le richieste di aiuto solo all’interno della patologia, che richiede interventi specialistici di cura. 
Tra questi, gli psicofarmaci rappresentano un supporto molto efficace, perché riescono a modulare rapidamente emozioni e sentimenti diminuendone l’impatto; proprio per questo però il loro uso può talvolta rappresentare una pericolosa scorciatoia nei confronti dei problemi complessi posti dall’esistenza, con le domande di senso che portano sempre con sé.
A valle di queste considerazioni, ciò che appare come ancora più preoccupante è l’ aumento di richiesta che arriva alle Neuropsichiatrie Infantili per i disturbi legati all’ansia e alla depressione nei bambini e negli adolescenti, che si manifestano con attacchi di panico, fobie scolari e sociali, disturbi del sonno e dell’alimentazione, e che non di rado portano all’utilizzo di psicofarmaci. È come se gli adulti, divenuti incapaci di contenere e modulare le proprie emozioni, non fossero più in grado di fornire ai bambini il supporto che è loro necessario.
La creatura umana ha bisogno di una lunga gestazione: una gestazione fisica, che richiede di venire contenuti per nove mesi nel corpo di una madre, ma anche una lunga e complessa gestazione psichica, che richiede di venire contenuti nella mente di adulti capaci di proteggere, di orientare e di insegnare a leggere la complessa realtà che ci circonda, graduando il proprio intervento in funzione dell’età del bambino. 
Gli adulti naturalmente chiamati a questa responsabilità sono in primo luogo il padre e la madre, ma nel corso dello sviluppo questo compito riguarda tutta la generazione adulta: sia le persone più prossime al bambino (parenti, insegnanti) che quelle a lui più lontane. I figli di una generazione infatti sono in qualche modo i figli di tutti gli adulti che li accompagnano nella vita, ed è grazie a questo 'contenimento psichico' anche culturale che il bambino acquisisce tra l’altro due competenze cruciali: quella di dare un senso alle cose e quella di regolare in modo efficace le proprie emozioni. 
Le acquisisce in modo progressivo, se per un tempo sufficiente gli adulti si assumono la responsabilità di proteggerlo: adulti che sanno rendere il suo mondo un luogo sicuro, che sanno calmarlo quando è spaventato, che lo riparano dagli stimoli che creano troppa paura o troppa eccitazione, che lo aiutano ad aspettare, che gli insegnano a tollerare un po’ le piccole, inevitabili frustrazioni della vita. E che gli fanno sentire, soprattutto, che la vita ha un senso.
Ma gli adulti possono fare questo solo se ne comprendono il valore e l’importanza, tanto da poter mettere in secondo piano, se necessario, anche alcune esigenze di soddisfazione personale. In caso contrario i bambini rimarranno in balia delle nostre contraddizioni, che li lasciano esposti ad un’ansia che non sono in grado di gestire da soli.