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venerdì 20 febbraio 2026

LA VERITA' DEL MARE

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Lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria stanno emergendo i cadaveri dei migranti scomparsi nelle scorse settimane. 

Oggi il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire.

 Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile.

 Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. 

Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura

di Stefano Arduini

Il mare non mente. Questa è la cosa che fa più paura, in fondo. Noi possiamo mentire — a noi stessi, agli altri, ai numeri. Possiamo smettere di cercare, possiamo archiviare un file, possiamo scrollare. Possiamo costruire narrazioni in cui mille persone svaniscono in una tempesta e diventano un’«incertezza statistica», un problema di conteggio, una nota a piè di pagina nella cronaca di un ciclone chiamato Harry. Possiamo farlo perché siamo diventati bravi, bravissimi, a guardare senza vedere. Ma il mare, no. Il mare non archivia. Non scrolla. Non passa oltre.

In questi giorni sta restituendo i corpi. Uno a uno, come un contabile che tiene i libri meglio di noi. Come un testimone ostinato che si rifiuta di tacere. Il mare li aveva presi — queste donne, questi uomini, queste bambine — e ora li rimanda indietro, sulla riva, davanti ai nostri occhi. Come a dire: guardate. Eccoli. Adesso guardate.

Grazie alle cronache di Avvenire e Manifesto, i due quotidiani che meritoriamente oggi trattano la vicenda con lo spazio che merita, sappiamo che almeno tredici corpi tra il 6 e il 17 febbraio sono riemersi lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria. Cinque intorno all’isola di Pantelleria — due in mare, tre sulle scogliere. Uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala, uno davanti all’isolotto della Colombaia di Trapani. Poi la Calabria: Scalea, Amantea, Tropea, Paola. Sul lungomare di Paola sono apparsi i resti di un essere umano: metà busto, solo la parte inferiore, con le gambe e il bacino. Si presume appartenesse a un giovane. A Scalea un passante ha notato una salma così consumata dalla decomposizione da sembrare, a prima vista, un arbusto.

A Tropea sono stati alcuni studenti ad avvistare qualcosa tra le onde e ad allertare la Capitaneria di porto. Il comandante Giuseppe Durante è andato a vedere. «Inizialmente si pensava a due corpi distinti», racconta. «In realtà è uno solo. O meglio quel che resta di un uomo». Era spiaggiato, con il salvagente ancora attorno alla parte bassa del corpo. Poi il mare l’ha ripreso. E quando i ragazzi lo hanno rivisto in acqua, con quel salvagente arancione, hanno pensato a un secondo corpo. «Ho riconosciuto quel salvagente», dice Durante. «Sono gli stessi che vengono usati dai migranti. Ho partecipato a tanti soccorsi negli anni scorsi e li riconosco».

Ieri il comandante Durante ha fatto il suo primo bagno in mare della stagione. Avrebbe voluto farlo in un’altra occasione. Invece si è buttato tra le onde agitate per recuperare quel che restava di quell’uomo. Un giovane ridotto a metà. Un salvagente arancione che un comandante riconosce perché ne ha visti troppi. Un corpo che sembra un arbusto. Questo è quello che il mare ci sta consegnando in questi giorni, con la pazienza e l’inesorabilità di chi non ha fretta, di chi sa che prima o poi qualcuno dovrà guardare.

Ora il Mediterraneo ci dà una seconda chance. Perché è fatto così, il mare — antico, indifferente alla nostra indifferenza, impermeabile alle nostre narrazioni. Omero lo chiamava ἀτρύγετος, «infecondo», «inesauribile», sterminato. Aveva ragione in tutto tranne che in una cosa: il Mediterraneo è ferocemente fecondo di verità. Paul Valéry, poeta e filosofo che di questo mare era figlio, scrisse che «il mare è sempre ricominciato». Lo intendeva come una metafora della coscienza, del pensiero che non si lascia fermare. Il mare ricomincia davvero. Ricomincia a parlarci. Ricomincia a mostrarci quello che abbiamo scelto di non vedere.

Mare nostrum

C’è una parola greca che i Romani tradussero con mare nostrum. Era un atto di possesso, di orgoglio imperiale. Questo mare è nostro. Oggi è anche il luogo dove l’umanità muore. E dove — questo è il punto che il mare ci sta sbattendo in faccia — non andiamo a cercarla.

Il filosofo Emmanuel Levinas ha costruito tutta la sua etica attorno a un’idea: il volto dell’altro. Il volto, diceva, è «l’epifania dell’infinito». Incontrare un volto umano è un appello morale irresistibile — o dovrebbe esserlo. È l’origine di ogni responsabilità. «Il volto apre il discorso originario», scriveva. Non si può guardare un volto e restare indifferenti. Ma noi li avevamo resi invisibili, questi volti. Li avevamo trasformati in un numero incerto — 380, o forse mille, non sapremo mai — e un numero non ha volto. Un numero non ti guarda. Un numero non ti chiama in causa. Il mare ora ci restituisce i volti. È questo che sta facendo in questi giorni, riportando a riva i corpi di chi avevamo già dimenticato. È un atto di una crudeltà gentile, se esiste una cosa del genere.

Morire

Il mare è «il luogo dove si capisce finalmente cosa significa morire», sosteneva Albert Camus, che era figlio del Mediterraneo come pochi. Lo scrisse pensando alla bellezza, alla luce, all’assurdità felice dell’estate algerina. Ma quella frase oggi risuona in modo diverso. Il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire. Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile. Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura: sono il risultato di scelte politiche, di accordi con governi che non garantiscono la sopravvivenza, di operazioni di soccorso non attivate, di un’Europa che ha deciso che alcune vite valgono il rischio della traversata.

L’ammiraglio Vittorio Alessandro, guardia costiera ora in pensione, spiega la geometria di questa morte: i corpi che stiamo trovando lungo le coste tirreniche della Calabria e della Sicilia occidentale sono stati sospinti prima verso nord dal ciclone, poi verso est, poi verso costa. Una traiettoria che la fisica del mare ha tracciato mentre noi guardavamo altrove. Mentre il governo esultava per la riduzione degli sbarchi nel primo mese e mezzo del 2026.

Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel solo mese di gennaio appena trascorso più di 450 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo: tre volte il dato di gennaio 2025. Tre volte. «Hanno trasformato il Mediterraneo in un enorme cimitero», dice Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Da dieci giorni i nostri gruppi locali in Sicilia e Calabria stanno monitorando lo stillicidio di ritrovamenti di corpi lungo le coste: è la tragica conferma dell’ecatombe di persone migranti che si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio in mare. 

Ma ci chiediamo: nelle istituzioni del nostro Paese di questa strage e delle centinaia di vittime interessa a qualcuno?»

È una domanda retorica. Ma vale la pena ripetere la domanda finché non diventa insopportabile. Qualcuno ha calcolato che è accettabile girarsi dall’altra parte. 

E noi — opinione pubblica, comunità, cittadini — abbiamo accettato il calcolo?. 

Il mare ha deciso di non accettarlo.

Credit foto: Francisco Seco/La Presse

VITA

 

mercoledì 23 luglio 2025

IL MARE DENTRO IL MARE


Le storie,

 la scienza, 

i sogni


Inizio modulo


Acqua che all’acqua va, frangia di luce,

l’onda si spande in schiuma.

Perpetuo movimento, arco perfetto,

che s’innalza, ricade e rifluisce,

onda del mar che di mar si sostenta,

amor che di se stesso s’alimenta.

(J. Saramago)

Dalla letteratura di ogni epoca – da Ulisse a Melville, da Joyce a Elsa Morante – alle più recenti ricerche sulla biologia degli abissi, fino alla psichiatria e al mondo dei sogni, il volume propone tre differenti modi di confrontarsi con il mare. 

A questi sguardi si aggiunge, nella Prefazione, quello dell’oceanografa spaziale Marie-Hélène Rio, che amplia l’orizzonte della riflessione. 

Il fascino senza tempo del mare emerge anche nelle interviste alla giovane campionessa italiana di surf under 16 Chiara Cuppone e alla pluricampionessa di apnea profonda Ilaria Molinari.

 Barbagli Alessia, Canese Simonepietro, Dario Claudia

Il mare dentro il mare

16,00€

martedì 26 novembre 2024

IL MARE DELLA NOSTRA VERGOGNA

 



- di ENZO BIANCHI


Non è solo per fuggire il freddo che giunto l’inverno sento il bisogno di andare al mare, non per immergermi nelle sue acque, ma per lasciare che il mare catturi il mio animo, il mio intimo, e diventi oggetto di una silenziosa e pacata contemplazione.

 Amo molto sostare al mare in questa stagione in cui i paesi rivieraschi sono solitari, senza turisti e senza vacanzieri. Le passeggiate sul lungomare sono deserte, e ancor più le spiagge, e i nostri occhi sono attratti solo dal mare, sempre diverso perché cambia la luce e il suo movimento si ripete, ma in modo differente, e i suoi colori stupiscono: il blu cupo, quasi nero, a volte diventa un azzurro malachite o un verde trasparente che permette di vedere i fondali.

Si dovrebbe parlare di “mari”, al plurale: il mar Ligure, dove vado più di frequente, è blu scuro e sbatte le sue onde contro le rocce; il mare della Costa Rei, con le sue acque cerulee; il mare di Santorini, dove ci si inebria di luce, ma che diventa al tramonto argentato, poi roseo, poi violaceo e infine nero.

 Ma oltre ai colori ci raggiungono i movimenti del mare che a volte sembrano un gioco, quasi a rivelare la natura giocosa dell’universo: flusso e riflusso, inspirare e espirare con le onde più o meno bianche che anche se muggiscono non rompono il silenzio. Arriva anche la bonaccia e il mare diventa liscio come l’olio, l’orizzonte lontano si staglia netto, a lasciarci intravvedere l’infinito e a spingerci a discernere l’invisibile...

 Sì, mi è sempre parso che il mare sappia raccontare il mio intimo più del cielo e della terra, perché conosce una grammatica dei sentimenti del cuore più precisa delle parole che io possiedo per descriverli: la pace silenziosa che permette di abitare con se stessi nella sobria ebbrezza del vivere in buone relazioni d’amore, l’ansia che a volte coglie e diventa il turbamento serale, lo scatenarsi della rivolta e della protesta quando si fa ingrato il mestiere di vivere.

 Certamente il mare che contemplo e amo è il Mediterraneo: “mare nostrum” dicevano i romani, “mare bianco” dicono gli arabi.

 È il mare che secondo Basilio di Cesarea ha la vocazione di essere ponte tra terre e culture differenti.

 È il mare in mezzo a terre i cui abitanti si sono scontrati e mescolati fin dall’antichità, ma che oggi è attraversato da disperati che lasciano il Sud del mondo in cerca di pane, perché il pane non è mai andato e non va verso i poveri.

 Molti di questi uomini, donne, bambini, non conoscono neanche il nome di questo mare: lo scoprono mentre cercano di fuggire da dove sono nati e cresciuti per recarsi in terre che sono per loro promessa.

 Poi scoprono che si tratta di miraggi e sperimentano il Mediterraneo come nemico. Quante “carrette del mare” si sono inabissate! Fernard Braudel ha scritto: “Il Mediterraneo è ciò che ne fanno gli uomini”, e noi constatiamo che ne abbiamo fatto un cimitero. È il mare che guardandolo ci deve ispirare anche vergogna e far sentire quanto siamo complici dell’ingiustizia dominante. 

Mare nostro, della nostra vergogna.

alzogliocchiversoilcielo

 Immagine

 

                

domenica 7 novembre 2021

L'UOMO ? UN PLASTICOFAGO ! !

MANGIAR PLASTICA
e 
AFFINI

La plastica ha praticamente invaso la nostra vita quotidiana: nel bene, a supporto di ogni nostra attività, e nel male, quando diventa rifiuto altamente inquinante. Ma soprattutto quando si frammenta in micro e nanoplastiche che entrano nella catena alimentare.

Oggi non possiamo fare a meno di questi materiali, che trovano applicazioni in tutti i settori: i computer, gli hard disk portatili, i cd e quasi tutti gli oggetti di uso domestico sono costituiti da polimeri sintetici, e sono prodotti plastici sofisticati le anche protesiche, le articolazioni del ginocchio, gli stent cardiaci...

Il risvolto della medaglia è che con i milioni di tonnellate di plastiche che scarichiamo ogni anno nei mari non solo abbiamo distrutto gli habitat marini trasformandoli in discariche, ma ci stiamo esponendo all’assunzione attraverso il pesce di frammenti e di altri elementi nocivi per la salute, con i danni tutti da indagare da parte della ricerca medica.

Tuttavia, le strade della sostenibilità ci sono e sono percorribili. In questo libro Silvio Greco offre molti spunti di riflessione su una criticità che abbiamo il dovere di affrontare con comportamenti diversi, sia come individui sia come istituzioni, se vogliamo migliorare la qualità della nostra vita.

 Silvio Greco, La plastica nel piatto, ed. Giunti, 2020, € 18,00







 

lunedì 8 giugno 2020

IL NOSTRO FUTURO E' NEL MARE

Giornata mondiale 
degli oceani

“Innovazione per un oceano sostenibile”, il tema della Giornata 2020. Buone notizie nel Rapporto sullo Stato della Pesca e dell’acquacoltura. Crescita record del settore secondo standard ecocompatibili. Timori per le conseguenze della pandemia. 
Intervista ad Audun Lem, responsabile della Fao

di Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Gli Oceani sono il nostro futuro. Ce lo ricorda ancora una volta l’Onu che nel 2008 ha istituito la Giornata mondiale degli Oceani per proteggerli ed utilizzare le risorse marine in modo sostenibile per la vita dell’intero pianeta. Una tematica emergente già nella prima Conferenza sull’Ambiente convocata dalla Nazioni Unite a Rio de Janeiro, in Brasile, nel 1992, quando era stato organizzato - promosso dall’Istituto per gli oceani del Canada – l’evento “Oceans day-The blue planet”, parallelo ai lavori ufficiali, per dare l’opportunità alle organizzazioni non governative e alla società civile di esprimere le proprie opinioni su questioni ambientali. Nasceva allora l’idea di un giorno dedicato alla tutela del pianeta blu, fino alla celebrazione nel giugno 2017, a New York, di una Conferenza dell’Onu sugli Oceani.
Utilizzare le risorse marine in modo sostenibile
 “Innovazione per un oceano sostenibile” è il tema scelto in questo anno 2020 per rilanciare l’interesse della comunità internazionale. Dobbiamo aumentare - sollecita l’Onu – “la consapevolezza globale dei benefici che l'umanità deriva dall'oceano e dal nostro dovere individuale e collettivo di utilizzare le sue risorse in modo sostenibile”. Da qui l’invito a governi e comunità del mondo intero, a centri scientifici e istituti di ricerca, organismi pubblici e privati, esperti ed appassionati del mare a mobilitarsi per proteggere gli oceani e a comprendere che “le generazioni future dipenderanno anche dall'oceano per i loro mezzi di sussistenza!”.
Rapporto della Fao sulla pesca e l’acquacoltura
Buone notizie riguardo lo sfruttamento delle risorse ittiche arrivano dalla Fao, che ha presentato oggi il Rapporto mondiale sullo Stato della pesca e dell’acquacoltura. Quasi l’80 per cento di tutto il pesce sbarcato proviene infatti da stock biologicamente sostenibili. Un settore strategico, quello della pesca, con un fatturato annuo globale di mezzo trilione di dollari ed una produzione record in crescita di 20,5 chili pro capite all’anno, che evidenzia – si legge nel Rapporto – il ruolo fondamentale del pesce per la sicurezza alimentare e nutrizionale globale. “il pesce e i prodotti ittici – dichiara il direttore generale della Fao, QU Dongyu – sono ritenuti non solo gli alimenti più sani del pianeta, ma anche tra quelli con minor impatto sull’ambiente naturale.
I danni della pandemia e i rischi del settore
Restano però critiche le politiche di sostenibilità nelle regioni e nei Paesi colpiti da fame, povertà e conflitti, per le cui popolazioni “non c’è alternativa per impiantare soluzioni sostenibili” di pesca e acquacoltura. C’è inoltre allarme per le conseguenze della pandemia, che potrebbe si stima diminuire di oltre il 6 per cento la produzione di pescato a causa dei divieti, della carenza di manodopera dovuto all’emergenza sanitaria, all’interruzione dei trasporti internazionali e alla forte riduzione dell’offerta e della domanda turistica.
Ma c’è grande ottimismo sulle potenzialità del settore e sull’aumentata sensibilità dei governi, delle imprese del settore e dell’opinione pubblica sulla necessità di gestire in modo virtuoso le risorse marine, sfruttando anche innovazione e tecnologie, oggi a disposizione, sottolinea Audun Lem, vicedirettore del Dipartimento Pesca e Acquacoltura della Fao. E’ questo il messaggio positivo del nostro Rapporto 2020: "la gestione delle risorse ittiche sta funzionando ed è giunto il momento di applicarla in modo più ampio".






venerdì 5 aprile 2019

GIORNATA NAZIONALE DEL MARE - 11 aprile



Il 13 febbraio 2018, con l’entrata in vigore del nuovo Decreto sul Codice della Nautica, è stata istituita la Giornata Nazionale del Mare (D. Lgs. 3 novembre 2017, n. 229 – Art. 52).
La Repubblica Italiana riconosce il giorno 11 aprile di ogni anno quale “Giornata del mare” presso gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, al fine di sviluppare la cultura del mare inteso come risorsa di grande valore culturale, scientifico, ricreativo ed economico.