venerdì 14 agosto 2026

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

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di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

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