e il patrimonio culturale cristiano
dell’Europa
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Il modello Danimarca
È di questi giorni la
notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e
Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i
rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4
settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro
il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.
Non è un caso che, in
contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing
(il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia
indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa
delle frontiere.
Come non è un caso che la
riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli
effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il
sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della
Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo
molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della
“conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello
Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della
nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella
leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era
diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati
dai fenomeni migratori.
Forse a distrarre
l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di
sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello
social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in
questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile
ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il
partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle
frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di
estrema destra danese.
La Frederiksen prima e
dopo l’elezione a premier
Anche prima di andare al
potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte
delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la
legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore
ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro
sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale
per i cosiddetti “ghetti”.
Con questo termine si
indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti
da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni
reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini,
da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali
di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i
loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di
essere espulsi o incarcerati.
I socialdemocratici non
si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta
di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di
confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi
giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo
dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come
laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere
la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.
Quando poi, nel 2019, era
andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando
delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A
esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel
periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o
in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di
quanti ne siano arrivati.
L’apice di questa
politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di
asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio
danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in
caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.
La legge non ha avuto
finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i
migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come
particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i
rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di
entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del
diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza
Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il
numero dei rifugiati».
Ora l’accordo con
Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo
nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di
cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel
novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se,
rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.
Le ragioni
In entrambi i casi, si
tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel
messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e
Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto
le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione
incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per
offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire
maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel
messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale
sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui
servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente
grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre
Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono
responsabili di violenze sessuali».
Da qui la linea stabilita
in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione
incontrollata verso l’Europa».
Si spiega, in questa
logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini –
«specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della
premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una
politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro
Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza
regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori
venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non
condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide,
magari allargandola a tutte le classi sociali.
Ma non è soltanto una
questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di
garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi
arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i
valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare
di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono
esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose
del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò,
aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare
dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci
modelli di vita che non condividiamo».
È chiaro che Meloni e
Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal
vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla
Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da
alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti
d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump,
all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.
La minaccia degli
stranieri e la difesa dei valori cristiani
Due semplici
considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump,
le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione
incontrollata verso l’Europa». Quella a cui si è assistito a Ceuta.
Ma, sulla necessità di
combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il
Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del
governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».
Ma allora perché il
ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier,
lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica
migratoria? «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro
– «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza
spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia
profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».
Qui, strumentalizzando
l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di
screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea
politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare
l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri
– sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.
E la decisione
unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei
confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere
del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza
dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità
ai confini europei rispetto a quelli nazionali.
Come del resto è accaduto
nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo
«Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che
nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria
sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non
l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia
risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal
governo danese.
La seconda considerazione
riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si
dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che
una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di
fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di
fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti
concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la
sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in
Spagna da almeno nove mesi).
Ma non si possono
chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di
Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente
rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là
degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio
evangelico.
Mentre, al contrario,
tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da
Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da
Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a
giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole
misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia
politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.
Che è il tradimento più
grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.
www.tuttavia.eu
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