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venerdì 7 agosto 2026

L'EUROPA AL BIVIO

 


La sfida di Sánchez 

e il bivio dell’Europa



-di Giuseppe Savagnone 

 

Processo a Sánchez

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della Ue del 4 agosto si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez. A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del governo spagnolo.

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla “difesa dei confini” europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato. Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani». Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

Immediata, e in piena sintonia con quella del governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva: «Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il Dipartimento di Stato su X.

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid. Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen: «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non può continuare», aveva scritto su X, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen». Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come X, di Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

La vera posta in gioco

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola. Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

Il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza fondamentale, però: mentre gli altri governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la “difesa dei confini”, guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

«La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui Pil nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del Pnrr, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

Uno schiaffo per la “filosofia” sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione europea, secondo cui per “ritornare ad essere grandi” bisogna alzare più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero».

Una reazione sproporzionata

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola. L’Unione europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col governo italiano. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’Ue e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono essere proporzionati».

In ogni caso – ha fatto presente il governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il governo marocchino rivendica la propria sovranità.

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

La montagna ha partorito il topolino

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’Ue avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come «Repubblica» titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la Ue respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

Ma anche un giornale “di destra”, «Il Foglio», esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale “di sinistra”, «Domani»: «Migranti: L’Ue stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La “filosofia” dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo “chiaroscuro”, mi accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea. Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

www.tuttavia.eu

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