venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

www.tuttavia.eu


 

 

 

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