alla guida
di New York
L’elezione di Mamdani a
sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie
del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota,
Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del
fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti
cambiamenti.
Procediamo in ordine
cronologico. In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025,
Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa
metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo
sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34
anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma
cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni
vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha
cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».
Mentre tentava senza
fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna
di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per
le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary
Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America»
(DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei
più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non
marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne
sembrerebbe l’ispiratore.
Nell’ottobre 2019 Mamdani
si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una
riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema
carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie
democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi
rieletto nel 2022 e nel 2024.
Nell’ottobre 2024 ha
presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che
prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici
gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi
nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del
suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come
indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad
oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza
nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie
più povere della popolazione.
In campo internazionale,
Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese,
denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto
di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.
Nuovi volti alla ribalta
L’effetto Mamdani si è
fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per
il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due
giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro
democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al
suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del
partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a
quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari
nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e
soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta
sia utilizzando i social media.
Sempre alle primarie per
la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane
deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a
sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima
donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata
definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians»
(usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano
«essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese».
Passando alle primarie
democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in
Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le
violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro
Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di
sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata
da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con
posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e
più fondi a disposizione.
Il programma di Flanagan,
caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione
Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti
del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese
nella politica americana.
Sempre in agosto si sono
svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la
massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale
Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il
candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio
di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne
condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica
(ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei
finanziamenti a Israele e patrimoniale.
A metà agosto, infine, la
sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno
degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti.
Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato
contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il
divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000
dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in
pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha
però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città,
Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.
Invece, nelle primarie
democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del
Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca
Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente
un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke.
Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei
giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli
americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).
Il superamento della
cultura woke
E questo ci introduce a
un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico
americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un
importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This
Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di
Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni
presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era
una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le
discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».
Si è trattato di una
svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna
più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata
un’esponente di punta della cultura woke.
Il termine woke,
che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura
afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli
occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali.
Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira
fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle
minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e
delle istituzioni.
Volendo cercare un
elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si
potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di
costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente
dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel
presente.
È espressione di questo
atteggiamento la cancel culture (“cultura della
cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte,
festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato
razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti
personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e
di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane,
l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano
questi sistemi.
Ma la cancel
culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come
boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica,
dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in
qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati
bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato
della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a
che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che
difendono idee ritenute contrarie al politically correct.
L’intenzione è di ridare
voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i
diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha
sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando
luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice
della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili
battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali
della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di
Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.
Non a caso, dopo la
sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre
incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche,
lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di
avere «abbandonato la classe lavoratrice».
E oggi è a Sanders, ormai
ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come
“socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo
dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento
sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare
su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti
individuali, che appassiona la classe colta e benestante.
Certo, protagoniste di
questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale
del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova
generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono
immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra
averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle
ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno
può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa
sulla loro azione politica.
Intanto un dato sicuro è
che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo
di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno
incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto
in campo sanitario.
È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.
E di questo siamo già grati.
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