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sabato 15 agosto 2026

SOLITUDINE


 Le due facce dell'essere soli. 


-di Luigi Ciotti

 C'è una solitudine feconda, che ci rigenera, e ce n'è una subita, causa e conseguenza di malessere. Nessuno di noi basta a sé stesso, tutti abbiamo bisogno di un cenno di amicizia, di consolazione e di fiducia.

La solitudine ha due facce, come una moneta. E come una moneta può rappresentare una ricompensa che si riceve o un prezzo che si deve pagare, a volte anche molto salato. Personalmente ho incontrato il volto benigno della solitudine diverse volte e in diversi luoghi, uno però in particolare: la montagna che tanto amo. Lassù sulle cime ho scoperto la gioia di sentirmi solo ma non isolato, anzi in una speciale forma di connessione col mondo. Ecco la solitudine come ricchezza da custodire! 

In montagna spesso saliamo per scendere dentro noi stessi, nei nostri abissi, nelle nostre emozioni, insomma imbastire quel dialogo interiore che può avvenire soltanto nella solitudine, perché ha bisogno di risuonare in uno spazio depurato da ogni chiacchiera o rumore di sottofondo. Le giornate frenetiche, affollate di impegni e incontri, sono la norma per tanti di noi. 

Eppure, tutti, credo, desideriamo dei momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza sommessa che è il battito del nostro cuore Eppure tutti, credo, desideriamo dei momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza sommessa che è il battito del nostro cuore, il ronzio dei nostri pensieri. Dobbiamo avere cura di questi momenti, e non cedere al “sequestro della solitudine” oggi causato dai dispositivi digitali, il cui uso ininterrotto non produce vera relazione, ma solo grande distrazione. Il ritrovarsi a tu per tu con sé stessi è un bisogno primario: coltiviamo la solitudine feconda che serve a rigenerarci, a riflettere e anche rivelarci che ciascuno di noi non è altro che un piccolo e fragile essere umano, chiamato a scegliere passo passo, con fatica, il cammino da percorrere.  

Causa e conseguenza di malessere 

L’altro volto della solitudine, quello doloroso, è l’isolamento: con i suoi costi altissimi in termini sia personali, sia sociali. Parliamo qui di una solitudine non cercata, ma subita. Lo sfilacciarsi dei legami affettivi, la difficoltà a entrare in dialogo con gli altri, il senso di invisibilità e di abbandono. Chi lavora con le persone in difficoltà lo sa bene: la solitudine è un fattore determinante nelle situazioni di disagio. Posso essere molto povero o affrontare un grave problema di salute, subire un trauma, un lutto, un reato: se ho qualcuno intorno che mi fa da spalla è più facile che riesca a sollevarmi, a restare agganciato alla vita. Se invece sono totalmente solo, il pericolo è scivolare lungo una china sempre più drammatica. 

La solitudine può essere causa o conseguenza del malessere, e spesso è entrambe le cose insieme. Si sta male perché non ci si sente “visti”, ascoltati o compresi dal mondo esterno, e allora si cade in comportamenti a rischio: dai disturbi alimentari all’uso di droghe, dalle relazioni abusanti al ritiro sociale. Quando poi ci si ritrova, feriti ed esausti, a desiderare l’aiuto di qualcuno, a volte si scopre di avere il vuoto attorno. Perché, magari senza accorgercene, con la nostra sofferenza abbiamo fatto soffrire altre persone, che pur volendoci bene si sono allontanate da noi. Per fortuna esiste chi, per professione ma soprattutto tensione morale, sa che nessuno può essere lasciato indietro. Ecco allora che dove si spezzano i legami personali intervengono, o dovrebbero intervenire, i servizi sociali pubblici e privati

Esistono schiere di operatori e operatrici che ogni giorno, con generosità e tenacia, affiancano le persone più sofferenti ed emarginate, affrontando i loro problemi ma anche un enorme paradosso. Sulla solitudine di chi sta male si innesta infatti molte volte la solitudine di chi prova a tendergli una mano. La rete dei servizi, per mancanza di risorse e carenze organizzative diffuse, ha troppi strappi. Si dovrebbe intervenire in modo coordinato, circondando chi ha bisogno di tutte le competenze e le opportunità necessarie per rimettersi in piedi, però spesso non è possibile. Così ci si accontenta di mettere una pezza su un problema singolo, mentre la persona rimane sola e disorientata ad affrontarne tantissimi altri. Fatichiamo insomma ad abbracciarla tutta intera, questa persona che soffre, per farla sentire parte di una comunità della cura

Uscire dalla solitudine 

Senza voler idealizzare il passato, devo ammettere che questo nostro tempo sembra caratterizzato da una pandemia della solitudine come malattia che si cronicizza e secca le vene della società. La rende più povera, più debole, più sfibrata. 

Provo allora a ricordare cosa mi ha fatto stare meglio, nelle occasioni in cui io stesso mi sono sentito solo, in senso negativo. Quando, ad esempio, ho affrontato certe incomprensioni dentro la mia Chiesa, oppure ho percepito la sordità della politica su temi che mi sembravano cruciali, e sui quali nessuna voce gridava. Ne sono uscito rendendomi conto che l’isolamento era solo apparente: nella realtà molti amici, con discrezione, mi stavano offrendo il loro appoggio, e altre voci, con accenti diversi dal mio, stavano comunque tentando di esprimere lo stesso messaggio, la stessa richiesta di giustizia. Accettare di avanzare insieme, pur nelle differenze, ha significato sentirci tutti più forti. 

Mentre la solitudine è dialogo intimo, quindi una forma di relazione con la vita, l’isolamento diventa un monologo, una fuga o un senso di espulsione dalla vita. Non si è mai soli davvero, se si ha il coraggio di aprirsi alla solitudine degli altri! Il coraggio di vedere che nessuno di noi basta a sé stesso, ma tutti abbiamo bisogno di un cenno di amicizia, di consolazione e di fiducia. 

Lavialibera 

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domenica 24 maggio 2026

CARLO PETRINI

 


'Petrini parlava

 la stessa lingua

 di Francesco'

 

Ci mancherà  l’instancabile organizzatore,

 
e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale 

sul ruolo dell’alimentazione, 

molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».
 

di Luigi Ciotti

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani. 

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri. 

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro». 

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta. 

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre

 Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni. 

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti. 

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza». 

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’ipermercato. 

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».

L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura. 


Fonte: La Stampa

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sabato 21 febbraio 2026

RIFORMARE LA GIUSTIZIA

 

L'allarme del fondatore di Libera, sostenitore del No: "Va riformata la giustizia, non la magistratura"



Referendum, Don Ciotti: “Le parole di delegittimazione

 e intimidazione contro i magistrati 

sono il prologo della riforma Nordio”

diRedazione Giustizia

 “C’è un grande bisogno di una riforma della giustizia, non di una riforma della magistratura e dell’ordinamento giudiziario. In questa diffusa stanchezza della democrazia, è importante non riformare la Costituzione, ma impegnarsi ad applicarla e rispettarla, perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni”. Sono le parole pronunciate da Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, nel corso del convegno “Riforma Nordio: le ragioni del NO”, tenutosi alla Fabbrica delle “e”, a Torino, e organizzato dal Comitato “Giusto dire NO – Piemonte e Valle d’Aosta”.

Toccante e preoccupato è il tono del discorso del sacerdote, da decenni immerso nelle ferite della società italiana: “Ai cittadini serve una giustizia più efficace, più efficiente, più veloce. La mia prima preoccupazione sono i cittadini e soprattutto le persone offese dai reati. È necessaria una riforma della giustizia che tuteli la richiesta di verità e di giustizia delle vittime. Più dell’80% delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa nel nostro paese non conosce la verità o ne conosce solo una piccola parte“.

Ciotti ha poi spostato lo sguardo sulla condizione generale del paese, descrivendo una “diffusa stanchezza democratica” che aleggia nell’aria e che richiede un argine immediato per non scivolare verso forme di autocrazia. Invece di modificare la Costituzione, ha insistito, “sarebbe opportuno impegnarsi ad applicarla e a tradurla concretamente”. La riforma promossa dal ministro Nordio, a suo avviso, va ben oltre la mera separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: ambisce a mutare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni forma di controllo esterno.

Per argomentare questa lettura, il prete ha richiamato il pensiero di Norberto Bobbio, citando un passaggio de L’età dei diritti (1990): la forza del potere politico deve essere limitata da un potere autonomo in grado di contrastarlo, e proprio questo è il significato profondo della separazione dei poteri.

Ha poi evocato la figura del beato Rosario Livatino, il magistrato assassinato dalla mafia nel 1990, del quale ha seguito la vicenda fino alla beatificazione. Livatino, ha ricordato Ciotti, insisteva sul fatto che “l’indipendenza del giudice, prima di tutto, è indipendenza politica” e che il giudice deve non solo essere, ma anche apparire indipendente. Il riferimento si è esteso al cardinale Matteo Maria Zuppi, che ha definito la separazione delle carriere e l’assetto del Csm “temi che non possono lasciare indifferenti pastori e comunità ecclesiale”. Zuppi ha aggiunto che l’equilibrio tra i poteri dello Stato rappresenta “una preziosa eredità” dei padri costituenti, da preservare con cura, e che autonomia e indipendenza restano essenziali per un processo giusto, pur nelle diverse realizzazioni storiche possibili.

Il fondatore di Libera ha quindi messo in guardia sui rischi di una riforma che indebolirebbe i “pesi contrapposti”, cuore pulsante della democrazia. Senza questi contrappesi, ha avvertito, si affievolirebbe l’argine contro l’arbitrio, lo strapotere di chi comanda e le disuguaglianze sociali.

Svariate le frecciate al governo Meloni: Ciotti ha parlato di gesti e parole di delegittimazione, intimidazione e depotenziamento degli strumenti di controllo della legalità come prologo di cambiamenti più profondi, con l’obiettivo reale di liberarsi di una magistratura non addomesticabile. Ha citato casi recenti di indagini su migrazione, uomini delle istituzioni o potenti imprenditori, sottolineando come certi magistrati vengano bollati come “toghe rosse” o oppositori politici.

Non ha negato che anche nella magistratura possano esserci errori o limiti, come in ogni istituzione umana, ma ha lodato il gesto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, (“Un segno immenso”), che ha visitato il Csm in un momento ordinario per riaffermare l’equilibrio istituzionale e in risposta alle parole “di uno squilibrio incredibile” pronunciate dal ministro Nordio nei confronti dell’organo di autogoverno dei giudici.

In chiusura, Ciotti ha ribadito che tacere in certi momenti diventa una colpa, mentre parlare rappresenta un obbligo morale e una responsabilità civile. Serve una riforma, sì, ma quella della giustizia vera, non lo smantellamento pezzo per pezzo della Costituzione per favorire altri poteri.

“Abbiamo una stupenda Costituzione. Ci viene invidiata – ha concluso il sacerdote – Facciamo in modo che venga applicata perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni. Abbiamo tradito anche la dichiarazione universale dei diritti umani. Lottiamo perché possano vivere la nostra Costituzione e la dichiarazione universale dei diritti umani. È questo di cui abbiamo bisogno, non che ci vengano smontate pezzo per pezzo per altri poteri e per altre ragioni. Questo dobbiamo impedirlo”.

Il Fatto Quotidiano

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giovedì 20 aprile 2023

DON MILANI. LA FORMAZIONE DELLE COSCIENZE


- di don Luigi Ciotti

Suona perfino scontato – a oltre mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don Milani. In questi anni le ingiustizie e le povertà non sono certo diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale.

Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione.

 Ma don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è, irrisolta, una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie “avanzate” – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica.

 Don Milani ci ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca. A Barbiana, dove pure il priore si comportava da maestro severo ed esigente, era sempre l’alunno che fa più fatica a dettare il ritmo di marcia e guidare di fatto il progetto comune. Resta un’intuizione preziosa, perché solo così la scuola diventa la base di una società prospera, la cui forza si misura dalla capacità di includere e valorizzare i più fragili, così come la tenuta di un ponte dipende dal concorso di tutti i piloni a sorreggerne il peso. «Se si perde loro – è scritto nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Questo vuoto culturale si riflette infine nel decadimento del linguaggio, un decadimento che si manifesta anche come corruzione e prostituzione della parola. Nella “società della comunicazione”, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca di verità. E don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità.

 Ecco allora che opportunamente Michele Gesualdi mette in guardia dal rischio di una memoria deferente e d’occasione, o peggio di strumentalizzazioni o appropriazioni indebite della sua eredità intellettuale e spirituale. Don Milani non va celebrato ma vissuto, così come «Barbiana era molto più di una scuola, era un vivere in comune». Non può esistere un “don Milani in pillole”, citato a seconda di circostanze e convenienze, così come il famoso passo dell’obbedienza che non è più una virtù, non deve essere interpretato come un generico invito alla ribellione, ma come un’esortazione a seguire la voce della propria coscienza, che non è mai accomodante, che sempre ci chiama a quelle responsabilità che proprio il conformismo e l’obbedienza acritica permettono di eludere. Essere consapevoli significa essere responsabili, significa mettere la nostra libertà al servizio di chi libero non è. È di questa libertà che don Milani è stato maestro. A noi spetta il compito di esserne, almeno, testimoni credibili.

 

www.avvenire.it