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venerdì 14 giugno 2024

GIORGIA REGINA

 

Il trionfo della Meloni



-         di Giuseppe Savagnone*


Per una volta tutti gli osservatori concordano su un dato di fatto che appare indiscutibile: la vincitrice di queste elezioni europee, in Italia – e non solo in Italia – è Giorgia Meloni.

Ha impostato la campagna elettorale come un referendum, non tanto sul modello di Europa, quanto sulla sua persona – «scrivete Giorgia» – , e l’ha avuto: 2 mln e mezzo di voti, un trionfo.

Voleva un referendum sul suo partito, Fdi, e c’è stato: il 26% delle politiche, indicato alla vigilia come il risultato da confermare, è stato ampiamente superato da un risultato che si avvicina al 29%, il triplo dei voti degli alleati di Forza Italia (9,7%) e Lega (9,1%).

Voleva un referendum sul governo, a più di un anno e mezzo dalla sua entrata in carica, e tutti e tre i partiti che lo compongono escono rafforzati, in percentuale, rispetto alle politiche, dalla tornata elettorale.

Il successo della Meloni è reso più clamoroso se lo si colloca in un quadro europeo che ha visto tutti i partiti di governo più o meno pesantemente sconfitti e che consente perciò alla nostra premier di presentarsi alla guida del G7 come l’unica “anatra saltellante” – come ha scritto Paolo Garimberti – in un consesso di “anatre zoppe”.

 L’astensionismo

Eppure, non mancano, in questo quadro radioso, delle ombre. Per la prima volta, alle elezioni europee è andato a votare meno di un italiano su due degli aventi diritto. La partecipazione si è attestata al 49,7%, cinque punti percentuali in meno rispetto alla precedente tornata elettorale del 2019, quando avevano votato il 54,5%.

 È il punto più basso una linea in continua discesa. Nel 1979, prima elezione a suffragio universale dell’europarlamento, aveva votato oltre l’85% degli italiani. Da allora l’affluenza alle urne ha subito un calo continuo e inesorabile. Il più vistoso è stato quello che dall’81,07% del 1989 – ancora nel quadro della Prima Repubblica – la fece precipitare al 73,60% del 1994, quando si era da poco insediato il primo governo di Silvio Berlusconi. Per scendere poi al 71,02% del 2004, al 65,05% del 2009, al 57,02% del 2014 e al 54,05% del 2019. E ora siamo al 49,69%.

Un calo che corrisponde, del resto, a quello registrato alle politiche che, il 25 settembre 2022, hanno visto un’affluenza alle urne pari al 63,9%, anche in questo caso il dato più basso di sempre, nettamente in diminuzione anche rispetto al 2018, quando ai seggi elettorali si è recato il 72,93% degli aventi diritto al voto.

Per avere un’idea delle proporzioni del fenomeno, si pensi che fino al 1979 la percentuale dei votanti non era mai scesa sotto il 90% e ancora nel 2001era stata dell’81,35%. A quanto pare, la Seconda Repubblica – nata, alla fine del secolo scorso, con la “discesa in campo” di Berlusconi, sull’onda di una reazione nei confronti della Prima e della “casta” che la governava – , ha dato luogo, invece che a un rafforzamento della partecipazione democratica, a un crescente distacco della gente dalla politica.

Qualcuno obietterà che quello dell’8 e 9 giugno è il risultato di elezioni europee, tradizionalmente meno sentite dall’elettorato. Ma proprio queste ultime, come abbiamo prima notato, sono state interpretate in chiave quasi esclusivamente nazionale.

Basti ricordare che il voto alla Meloni era chiesto non per farla andare al Parlamento europeo  – ovviamente impensabile, dato il suo ruolo –  ma per esprimere il consenso alla sua linea politica in Italia.

Le percentuali e i numeri reali

È la riduzione di votanti causata dall’astensionismo a spiegare come mai i tre partiti che compongono la maggioranza di governo, pur mantenendo alte percentuali relative, abbiano in realtà raccolto, in questa tornata elettorale, circa 11 milioni di voti, rispetto ai 13,2 milioni delle precedenti elezioni europee del 2019 (quando non erano tutti e tre insieme al governo), perdendo ben 2,2 milioni di voti. Che non è poco. Col risultato che l’attuale coalizione di governo che, dopo le politiche rappresentava il 24,7% del corpo elettorale, ora è scesa addirittura al 22,7%.

Anche rispetto alle ultime elezioni politiche Fratelli d’Italia, ha sì accresciuto la propria quota percentuale dal 25,98% al 28,81%, ma perdendo qualcosa come 600 mila voti: da 7,3 a 6,7 milioni.

Anche la Lega, pur crescendo dall’8,79% al 9%, ha perso, rispetto alle politiche, 380 mila consensi: nonostante la valanga di 500 mila preferenze per il generale Vannacci. Unico partito nell’attuale maggioranza a rimanere quasi stabile dal punto di vista numerico è Forza Italia.

La fuga del Meridione

A questa flessione, mascherata dalle percentuali (che tengono conto non degli aventi diritto ma solo degli effettivi votanti), si aggiunge un altro motivo che dovrebbe far riflettere chi è al governo, ed è il fatto che l’astensionismo si è verificato soprattutto al Sud.

 In Sardegna e in Sicilia (circoscrizione Isole), ad esempio, si è registrato un tasso di partecipazione del 37,31% mentre nel resto dell’Italia meridionale (circoscrizione Sud) non è andato oltre il 43,73%. Insomma, mentre le altre tre circoscrizioni – quella Nord Occidentale, quella Nord Orientale e quella Centrale hanno superato ampiamente il 50% dei votanti, in queste il 60% degli elettori ha disertato le urne. La gente del Meridione abbandona la politica e lo Stato, da cui non sente rappresentata. E si capisce.

Ha commentato un noto economista, Emanuele Felice, in un articolo intitolato «Il Sud tradito si vendica delle destre. I dubbi di Meloni sull’autonomia»: «Il governo Meloni è uno dei più antimeridionali della storia d’Italia e i cittadini del Sud se ne sono accorti. Hanno ormai capito, innanzi tutto, che l’autonomia differenziata è stata un colpo mortale per il Mezzogiorno. Senza risorse aggiuntive, che non ci sono né potranno esserci, nelle regioni meridionali mancheranno presto i soldi per i servizi essenziali ai cittadini, dai diritti fondamentali al funzionamento dell’amministrazione» («Domani» del 12/6/24).

Proprio in questi giorni il disegno di legge sull’autonomia differenziata, che è già stato approvato al Senato, è in discussione alla Camera, tra incidenti clamorosi e perfino violenze fisiche tra maggioranza e opposizione. E passerà. Ma che cosa implica questo per il rapporto del governo con il Sud?

Due riforme che si contraddicono

Forse la domanda potrebbe essere più radicale: che cosa implica per il nostro paese? I vescovi italiani recentemente hanno messo in guardia: «Il progetto di legge con cui vengono precisate le condizioni per l’attivazione dell’autonomia differenziata rischia di minare le basi di quel vincolo di solidarietà tra le diverse Regioni, che è presidio al principio di unità della Repubblica».

È paradossale che la Meloni, formata a una tradizione politica che sottolinea l’identità e l’unità della Nazione, si stia assumendo la responsabilità storica di una riforma che, a detta di molti, porterà inesorabilmente alla sua disintegrazione. I poteri assegnati alle regioni autonome sono così ampi da renderle ben poco dipendenti dal governo centrale. La nostra presidente del Consiglio insiste sulla necessità di un premierato forte – la «madre di tutte le riforme» – , ma forse dovrebbe chiedersi se questo progetto a lei così caro non sia in rotta di collisione con quello che il suo governo sta di fatto varando, sotto impulso della Lega.

La verità è che nel programma elettorale della destra le due spinte contraddittorie sono state entrambe accolte, allargando il campo dei consensi e portando la coalizione alla vittoria. Ma ora i nodi vengono al pettine. E ad avere la meglio sembra quella di Salvini e Calderoli, realizzando l’originario sogno leghista di un Nord finalmente sganciato dalla palla al piede del Sud e dalla dipendenza da “Roma ladrona”.

Ma così la Meloni rischia di diventare la premier “forte” di un paese diviso tra un Nord che ormai, essendo autonomo, sarà poco vincolato dalle sue decisioni, e un Sud sempre più immiserito e lontano dallo Stato. Il suo sogno – una ragazza di borgata che alla fine diventa regina – potrebbe allora trasformarsi nella triste scoperta di essere la regina del nulla.

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura, Arcidiocesi Palermo

www.tuttavia.eu


venerdì 3 maggio 2024

SCRIVETE GIORGIA ???




 Perché io non scriverò “Giorgia”

 

-         - di Giuseppe Savagnone *

«Se volete dirmi che ancora credete in me scrivete sulla scheda “Giorgia”, perché io sono e sarò sempre una di voi. Il potere non mi cambierà, il Palazzo non mi isolerà».

Lo ha detto la premier e leader di FdI Giorgia Meloni, dal palco della conferenza programmatica del suo partito, a Pescara, annunciando alla platea in delirio dei suoi militanti la decisione «di scendere in campo per guidare le liste di Fratelli d’Italia in tutte le circoscrizioni elettorali» nelle prossime elezioni europee.

 Ma già nel simbolo elettorale di Fratelli d’Italia c’è scritto “Giorgia Meloni”, così come, del resto, in quello della Lega si legge “Salvini Premier” e in quello di Azione “con Calenda”.

 Ancora più eloquente il permanere, nel contrassegno di Forza Italia, dell’intestazione “Berlusconi presidente”, quasi a inverare la barzelletta secondo cui il cavaliere, in vita, avrebbe rifiutato di investire in un sepolcro, considerandosi destinato alla resurrezione, come Gesù.

 A mettere il proprio nome nel simbolo elettorale ci aveva provato anche la segretaria del PD, Elly Schlein, ma la sua proposta ha suscitato nel partito una rivolta che l’ha costretta a fare marcia indietro. L’obiezione, alla fine vincente, è stata che nel Partito Democratico una cosa simile non si era mai fatta e che gli elettori sarebbero rimasti sconcertati. Ma lei ha ceduto a malincuore.

 Il primato dell’ottica nazionale su quella europea

Questa personalizzazione delle liste è già evidente, del resto, nella scelta di ben quattro leader di partito – Meloni per FdI, Schlein per il PD, Tajani per FI, Calenda per Azione – di presentarsi come capilista in tutte o almeno in alcune circoscrizioni. Un fatto unico in Europa e che già di per sé merita una riflessione.

 Perché è chiaro che una simile scelta implica una profonda sfiducia nella lucidità dei propri elettori, ai quali viene fatto balenare, come uno specchietto per le allodole, il nome più prestigioso del partito, mettendolo in cima alla lista dei candidati e spingendo così a votarla.

 Magari aggiungendo, come nel caso della Meloni, uno spot sintetico ed efficace: «Con Giorgia l’Italia cambia l’Europa». Puntando sul fatto che il votante non si renda conto che la sua preferenza, in realtà, sarà inevitabilmente dirottata su qualcun altro, di cui egli  non sa nulla e che non avrebbe mai scelto come suo rappresentante.

 Perché, in realtà, si sa già benissimo che né la Meloni, né la Schlein, né Tajani, né Calenda, metteranno mai piede nel Parlamento europeo. Per impegnarsi a pieno tempo in Europa – come promettono negli spot e negli slogan – dovrebbero rinunciare a farlo in Italia, e ovviamente, per il loro ruolo, non possono né vogliono farlo.

 Il loro intento, nel candidarsi fittiziamente, è solo di attirare voti sul proprio partito e rafforzarlo, nella tornata elettorale dell’8-9 giugno, all’interno dello scenario italiano. 

 Una operazione evidentemente scorretta, che non si verifica in nessuno dei grandi Stati europei, e che Romano Prodi ha definito «una presa in giro dei cittadini», sottolineando che «si chiede agli elettori di dare il voto a una persona che di sicuro non ci va a Bruxelles, se vince. Queste sono ferite alla democrazia».

 Al di là della “presa in giro”, il significato di questo fenomeno, tutto italiano, è alla fine uno solo: la totale strumentalizzazione del problema dell’Europa a quello angustamente nazionale. Quello che conta è vincere in Italia.

 Da qui anche la tendenza, nel dibattito elettorale, a lasciare in secondo piano i problemi specifici dell’Unione europea – quelli che il nuovo Parlamento dovrà  realmente affrontare – , particolarmente urgenti e drammatici in questa congiuntura storica, per puntare su polemiche nostrane che appassionano l’opinione pubblica ed evidenziano il precipitare del livello di consapevolezza politica nel nostro paese.

 «Questa Italia che cambia oggi può cambiare l’Europa», ha detto Giorgia Meloni annunziando la propria candidatura. Proprio la sua scelta – come quella degli altri leader che l’hanno condivisa – induce spontaneamente a pensare: «Speriamo di no!».

 Il futuro dell’Europa dipende infatti dalla possibilità che finalmente i paesi membri escano dalla logica autoreferenziale che ancora appare predominante  e di cui proprio quello  che sta accadendo in Italia è l’espressione più lampante.

 L’avvento del populismo

Si inserisce in questa corsa alla personalizzazione l’inserimento dei nomi dei leader nei simboli elettorali, di cui si parlava all’inizio. Nella Prima Repubblica, fino al 1992, nessun partito ha mai messo il nome del suo leader nel simbolo.

 La politica era basata sul confronto tra visioni diverse – si pensi al conflitto tra quella democristiana e quella comunista -, e chi andava a votare sapeva di stare facendo una scelta di prospettive ideali e di valori.

 Con la fine di questa fase storica, dovuta anche al tramonto delle grandi ideologie, e con l’avvento della Seconda Repubblica, al posto delle idee hanno acquistato sempre più un ruolo centrale i personaggi.

 Così, per la prima volta, nelle elezioni politiche del 1992, si è assistito alla presentazione di una «lista Pannella». Ma la svolta decisiva è stata  in quelle del 2001, quando Berlusconi ha inserito il proprio nome nel simbolo di un partito – Forza Italia – nato da lui e in funzione di lui.

 Scelta emblematica, che ha espresso bene l’avvento di una nuova stagione, in cui è stata la sua persona, più che le sue idee, a condizionare la politica italiana. E le tornate elettorali si sono ridotte a un plebiscito sul suo “personaggio”, con la stessa intensità idolatrato dai suoi fans e detestato dai suoi avversari.

 Significativo il fatto che il suo non fosse un programma politico, valido o meno in sé, ma un personale “contratto con gli italiani”, un appello ad avere fiducia in lui.

 Questo dialogo diretto tra il leader e il “popolo” è tra le novità che hanno segnato l’avvento del populismo in Italia. Mentre venivano sempre più svalutate le mediazioni istituzionali (il parlamento) e culturali (gli intellettuali) – la “casta” – , la figura di Berlusconi è diventata, nell’immaginario collettivo, l’icona delle aspirazioni dell’italiano medio (le donne, i soldi, il successo).

 E nell’italiano medio il cavaliere ha voluto identificarsi mediaticamente, riproducendo la sua carica di umanità e strizzando l’occhio ai suoi vizi (come quando ha pubblicamente giustificato l’evasione fiscale) . “Uno di noi”, vicino alla gente, capace di ascoltare tutti e di comunicare con tutti, mai prigioniero di un ruolo ingessato, anche a costo qualche volta di scandalizzare i suoi interlocutori stranieri con le sue battute e i suoi comportamenti ben poco istituzionali.

 Da qui anche uno stile politico personalistico, insofferente delle regole, considerate inutili fardelli formali, e delle opposizioni, accusate di “remare contro”, soprattutto in costante polemica con la magistratura, vista come un impaccio o una minaccia, invece che come espressione della divisione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione.

 L’esempio di Berlusconi non è rimasto isolato. Esso ha contagiato e contaminato il clima politico e continua a condizionarlo fino ad oggi. Tutti i partiti ne sono stati profondamente influenzati, perdendo progressivamente la loro identità. E ne è stata influenzata la gente. Ne vediamo gli effetti. Mai come oggi la politica si è ridotta a una corsa al consenso e al gradimento espresso nei sondaggi.

 Un solo esempio: pochi giorni fa, nel Parlamento europeo, i rappresentanti dei partiti italiani, sia di governo che di opposizione, sono stati gli unici – su 27 paesi – a rifiutarsi, per timore dell’impopolarità, di approvare la proposta del nuovo Patto di stabilità, che potrebbe comportare dei sacrifici e che alla fine anche il governo italiano non ha potuto che sottoscrivere.

 Ma è tutto lo stile del dibattito politico che è molto cambiato, rispetto a quello della Prima Repubblica. Invece di proporre idee, si gridano slogan. Invece di veri programmi, contano i nomi e le facce. Non a caso le prossime elezioni europee vengono presentate spesso come un duello tra due donne, Meloni e Schlein (alla faccia del patriarcato…), che chiedono entrambe fiducia nella loro persona.

 «Scrivete Giorgia»

In questo quadro rientra e spicca per coerenza l’atteggiamento della nostra presidente del Consiglio. Non per nulla, quando è morto il fondatore e padre della Seconda Repubblica, ha voluto il lutto nazionale. Anche per lei, come per Berlusconi, i magistrati sono un ostacolo e, in particolare, quelli di loro che, basandosi sulla legge, «contrastano le misure del governo» relative ai migranti, «remano contro».

 Anche lei, come Berlusconi, non vuole restare prigioniera dell’istituzione: «Io sono fiera di essere una persona del popolo». E anche lei col popolo vuole avere un contatto diretto, senza passare dalle mediazioni (già oggi il Parlamento è praticamente azzerato) che attualmente sono previste dalla Costituzione.

 Tutto previsto: nel programma elettorale della destra si prevedeva la riforma del premierato, al fine di «assicurare la stabilità governativa e un rapporto diretto tra cittadini e chi guida il governo». Non a caso questa viene definita «la madre di tutte le riforme».

 E, se verrà fatta, lo sarà davvero, perché comporterà un radicale stravolgimento della nostra Carta costituzionale, rendendo istituzionale  quel dialogo personale tra il “capo” e il “popolo” che Berlusconi già aveva realizzato mediaticamente e che trasforma il discorso politico in un atto di fede personale.

 L’approccio ideale, in passato, per tutti i totalitarismi, e che oggi si potrà ancora più facilmente realizzare nelle forme nuove consentite dalla realtà virtuale, grazie a cui il leader carismatico diventa un ologramma in cui tutti si riconoscono.

 Rileggiamo le parole del discorso di Pescara: «Se volete dirmi che ancora credete in me scrivete sulla scheda “Giorgia”, perché io sono e sarò sempre una di voi».  Ci sono persone che hanno pianto di commozione, ascoltandole.

 A me sono venute in mente le amare riflessioni che ho espresso in queste righe. E molti elettori, l’8 e il 9 giugno, scriveranno “Giorgia” sulla scheda elettorale. So di essere in minoranza, ma io non lo farò.

 *Scrittore ed Editorialista – Pastorale della Cultura della ‘Arcidiocesi di Palermo

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