Visualizzazione post con etichetta Chialà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chialà. Mostra tutti i post

sabato 19 ottobre 2024

TRA VOI NON E' COSI'


Domenica  20 ottobre 2024

XXIX domenica nell’anno

-Vangelo: Marco 10,35-45 

"In quel tempo 35si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Commento di Sabino Chialà


Il brano evangelico di questa domenica fa seguito al terzo e ultimo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù (10,32-34). In Marco, Gesù annuncia per tre volte l’esito della sua missione e ogni volta la reazione dei discepoli denota la loro distanza dal pensiero del Maestro. Al primo annuncio è Pietro a reagire (8,32-33); al secondo, l’insieme dei Dodici (9,33-34); ora è la volta dei due figli di Zebedeo, che insieme a Pietro sono testimoni dei momenti più alti della rivelazione del Messia Gesù (quando risuscita la figlia di Giairo, sul monte della trasfigurazione, al discorso escatologico, al Getsemani). In una sorta di inclusione, Marco sembra sottolineare il fatto che anche i più intimi sono in realtà lontani.

Questo terzo annuncio è il più dettagliato, soprattutto nella descrizione della passione. Inoltre, qui per la prima volta Gesù rivela chiaramente la meta di quel viaggio, cioè Gerusalemme: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme… “(10,32); e ancora: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” (10,33). La menzione della città santa è sufficiente per rendere “sgomenti” e “impauriti” quanti lo “seguivano” (10,32).

L’ultima parola dell’annuncio riguarda la resurrezione: “E dopo tre giorni risorgerà” (10,34). Ciò sembra bastare ai due figli di Zebedeo per avventurarsi in quello che costituisce il primo dei due dialoghi che costituisce la nostra pericope (vv. 35-40). La breve menzione di un esito glorioso è sufficiente a far dimenticare tutto il resto e ad attirare l’attenzione dei due fratelli che si accostano a Gesù e, con piglio deciso, gli rivolgono la loro richiesta: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (v. 35).

La domanda sembra riorientare verso la giusta direzione quella dell’uomo ricco - “Cosa devo fare?” (10,17) – ma la conclusione esprime ancora un protagonismo fuori luogo. Tuttavia Gesù rilancia, ponendo anche lui una domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?” (v. 36). Non abbandona i suoi alla loro incomprensione, ma se ne prende cura, anche quando avverte una distanza così grande. I due fratelli, infatti, non chiedono solo di condividere la sua gloria, senza fare parola della passione, ma chiedono un posto particolare in quella gloria: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (v. 37). Curiosa richiesta da parte di chi era stato testimone della trasfigurazione e aveva visto Elia e Mosè accanto a Gesù nella gloria (9,4). E poco oltre Marco non mancherà di sottolineare che sulla croce “a destra e a sinistra” di Gesù, nonostante la determinazione dei due a bere il calice e a ricevere il battesimo (v. 39), ci saranno gli anonimi ladroni (15,27).

Con la sua risposta Gesù sembra accondiscendere alla richiesta di Giacomo e Giovanni. Ne accoglie la lentezza, sperando che pian piano essa possa aprirsi a un’altra comprensione. Prospetta dunque la possibilità che il loro desiderio sia soddisfatto: bere il suo calice e scendere nell'immersione in cui egli stesso sta per essere immerso, due immagini che rimandano alla passione e, secondo alcuni esegeti, anche a eucaristia e battesimo. Difficile dire se quest’ultimo riferimento fosse nell’intenzione di Marco. Certo è tuttavia che le due immagini rimandano a una piena comunione del discepolo con il Maestro: questo non solo non è negato, ma anzi è promesso.

Ciò che però Gesù si premura di negare categoricamente è l’istituzione di privilegi, primati e gerarchie: tentazione cui i discepoli avevano già mostrato di essere inclini, proprio in risposta al secondo annuncio della passione, allorché avevano discusso “tra loro chi fosse il più grande” (9,34). Lì sulla terra, qui in cielo, ma la logica resta la medesima.

Ancora privilegi! Gesù afferma invece che neppure il martirio conferisce un diritto di preminenza. Esso è piuttosto una via per stare accanto al Maestro, camminando con lui. Riprende dunque l’insegnamento sull’autorità iniziato in 9,33-37 e lo completa nel secondo dialogo che compone la nostra pericope.

Ora si rivolge all’intero gruppo dei Dodici (vv. 41-45), di cui constata l’indignazione dinanzi alla richiesta di Giacomo e Giovanni: “Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni” (v. 41). Presumibilmente quella reazione non è dovuta all’inopportunità della domanda dei due, ma al fatto che essa pregiudicava un loro eventuale diritto.

Gesù coglie allora l’occasione per ribadire l’insegnamento sul discepolato, cui è particolarmente dedicata l’intera sezione (a partire da 8,31), significativamente introdotta dall’espressione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me” (8,34).

Ancora una volta Gesù chiama a sé i discepoli (v. 42). Comprende che se a più riprese hanno mostrato distanza dal suo modo di ragionare è perché il loro modello è quello mondano. Inizia dunque da lì: “Voi sapete che coloro che sembrano (dokoûntes) governare le nazioni, dominano (katakyriéuousin) su di esse e i loro grandi le opprimono (katexousiázousin)” (v. 42). Esprime così il suo giudizio severo sul modo di esercitare il potere nel mondo, da parte di coloro che – dice Gesù con una sottile ironia – si illudono di governare. Quindi impiega due verbi particolarmente significativi, per dire come il bene può essere pervertito: “dominare” e “opprimere”, imparentati con due sostantivi cruciali nel messaggio evangelico e nel ministero messianico di Gesù. Nel primo verbo abbiamo il sostantivo kýrios (Signore) e nel secondo exousía (autorità). Ambedue son però preceduti dalla preposizione katá, che attribuisce alle due forme verbali una nota negativa, come a indicare una signoria e un’autorità pervertite e abusanti.

A questo agire mondano, Gesù oppone l’atteggiamento richiesto a coloro che si vogliono suoi discepoli: “Tra voi però non è così” (v. 43). La formula verbale dice chiaramente che non si tratta di un auspicio – “non sia” - né di un augurio per il futuro – “non sarà” – ma di un tratto imprescindibile perché costitutivo.

Quindi esemplifica le modalità, che sono quelle del “servitore (diákonos)” e dello “schiavo (doûlos)”: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (vv. 43-44). Chi vuol essere “grande” e non “più grande” (9,34) e chi vuol essere “primo” (9,35) ha nel servizio l’unica via percorribile.

Questo per una ragione cristologica, come Marco afferma nell’ultimo versetto: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (v. 45). Gesù riassume così nell’immagine del servizio-diaconia il senso ultimo dell’intera sua esistenza e anche della sua morte in croce, che dunque è solo l’epifania ultima del senso della sua vita intera. La croce è l’ultima e definitiva icona dell’essere “diaconale” di Gesù, del senso di tutta la sua esistenza. Lui, Servo del Signore, secondo i canti del Servo di Isaia che qui sono variamente riecheggiati, e servo dei fratelli e delle sorelle.

 

Monastero di Bose

sabato 7 settembre 2024

EFFATA'

 



XXIII domenica nell’anno

Vangelo: Marco 7,31-37

Commento di  Sabino Chialà

 

In quel tempo31Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 Il brano evangelico di questa domenica narra il secondo segno di guarigione compiuto da Gesù al di fuori della terra d’Israele, in territorio pagano. Il primo segno è quello della liberazione da uno spirito impuro della figlia di una donna siro-fenicia (cf. 7,24-30). Ora si tratta della guarigione di un sordomuto che conducono a Gesù mentre si trova ancora in terra pagana. Il racconto infatti inizia menzionando Tiro, Sidone e poi precisa che Gesù venne a trovarsi “in pieno territorio della Decapoli” (v. 31).

 Appena prima di questi due segni abbiamo letto e meditato il discorso sul puro e l’impuro (cf. 7,1-23), di cui ora comprendiamo anche la valenza programmatica: è come se con quelle parole Gesù avesse aperto la porta verso i pagani, rileggendo radicalmente le norme di purità. Anche se il passaggio avviene non senza la precisazione, ribadita con toni anche bruschi nell’episodio della donna siro-fenicia, che il ruolo del popolo di Israele resta preminente, in quanto Gesù è il messia d’Israele.

 Ma la via messianica ora allarga i suoi orizzonti, come l’evangelista dirà proprio con questo brano in cui narra una guarigione dallo spiccato sapore messianico. Riecheggia infatti la profezia di Isaia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto” (Is 35,5-6), evocata al termine del nostro brano.

 Tale allargamento avviene non per un calcolo astratto, ma perché Gesù riconosce e accoglie il gemito, che si fa parola e gesto audace, di donne e uomini che pongono davanti a lui il loro bisogno. Un gemito che susciterà anche il suo, come vedremo. Prima la parola della donna, cui Gesù riconosce una particolare audacia: “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia” (7,29). Ora, il coraggio di non meglio specificati intermediari che intercedono per un uomo malato: “Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano” (v. 32).

 Se nel primo caso Gesù oppone una certa resistenza, in questo secondo non cerca di sottrarsi. Solo fa in modo che tutto avvenga in una certa intimità: “Lo prese in disparte, lontano dalla folla” (v. 33); e poi alla fine chiede che il fatto non sia divulgato: “E comandò loro di non dirlo a nessuno” (v. 36). Ancora più che in terra d’Israele, Gesù teme di essere frainteso, che i suoi gesti siano compresi non nel loro significato di annuncio del regno messianico operante, ma piuttosto come quelli di un taumaturgo.

 Significativo è anche il genere di malattia che qui è guarita da Gesù. Si tratta, letteralmente, di un uomo “sordo (kophós)” e che “parlava con difficoltà (moghilálos)” (v. 32). Da un punto di vista medico la situazione descritta è chiara: un sordo che, non potendo udire, non ha avuto la possibilità di imparare a parlare correttamente. Ma in un contesto pagano com’è quello in cui tale segno avviene, è possibile cogliere un altro significato: Gesù qui apre l’orecchio all’ascolto, rendendo dunque a quell’uomo l’organo primo per iniziare il cammino della fede.

 Ancora in Isaia, nel terzo canto del Servo del Signore, leggiamo: “Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Is 50,4-5). Come il Servo del Signore, ora a questo pagano è data la capacità di ascoltare e quindi di parlare correttamente. Prima parlava con difficoltà, essendogli impedito l’ascolto. Ora potrà, avendo la possibilità di ascoltare, anche recuperare la piena capacità di parola.

 L’apertura dei sensi, che nel racconto marciano proseguirà poco oltre con la guarigione di un cieco (cf. 8,22-26), indica l’introduzione alla relazione e dunque la capacità di intraprendere un cammino di sequela del Signore, come la chiesa antica ha ben compreso ed espresso liturgicamente, riprendendo nella liturgia battesimale non solo il gesto ma anche il suono delle parole di Gesù, quell’imperativo aramaico di cui ha voluto conservare anche la sonorità: “Effatà”, cioè “Apriti” (v. 34). Qui come nel battesimo un nuovo cammino si apre, appunto, una nuova possibilità di relazione, fatta di ascolto e dunque di parola, di ascolto della Parola e di capacità annuncio della stessa.

 Il gesto di guarigione è poi descritto in tutta la sua ricchezza e concretezza: “Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua” (v. 33). Due gesti variamente interpretati. Una possibilità è che rimandino ad altrettante azioni di Dio: il dito con cui egli scrisse le tavole della Legge date a Mosè (cf. Es 31,18); e la saliva che ricorda l’alito di vita che il Creatore aveva soffiato nell’essere vivente nel momento in cui lo aveva plasmato (cf. Gen 2,7). Si tratterebbe dunque di una ricreazione di quell’uomo, non solo come vivente ma anche come credente (se il dito rimanda alla Torah). Così lascia intendere la conclusione del brano, dove i presenti, colti da uno stupore smisurato, esclamano, nonostante la proibizione di Gesù: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti” (v. 37). In quell’espressione è riconoscibile, infatti, la parola che ritorna ripetutamente nel primo capitolo della Genesi: “Dio vide che era cosa buona”; e soprattutto l’ultima esclamazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona” (Gen 1,31).

 Marco però non ricorda solo i gesti e la parola di Gesù, ma anche quel sospiro che egli emise, guardando verso il cielo. Leggiamo infatti: “Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse…” (v. 34). Gesù guarda verso il Padre, quasi invocandone il sostegno, e poi emette un suono che è variamente interpretabile come gemito, sospiro, grido di sofferenza. Si tratta, ad ogni modo, di un moto che viene dal cuore, da quell’intimo di Gesù che l’uomo sordo e muto ha toccato. Un gemito che attesta come l’umanità che Gesù incontra non lo lascia indifferente.

 L’allargamento degli orizzonti della salvezza, da Israele alle genti, avviene tramite questo sospiro di Dio che coglie e fa suo il gemito di tutte le creature. Come la creazione, anche la ricreazione dell’umanità, di cui ci parla questo segno, è effetto della partecipazione appassionata di Dio alle sorti del mondo e dell’umanità da lui voluta, amata e perciò creata.

 Monastero di Bose

martedì 9 luglio 2024

PARRESIA


IL SIGNIFICATO 

DELLE 

PAROLE


- di







L’uso invalso di utilizzare in italiano la semplice trascrizione di un termine greco, “parresia”, denota la difficoltà di trovarne nel nostro lessico un esatto corrispondente. Tale sostantivo greco è composto da pan (“tutto”) e rése (“detto”, “massima”, “discorso”) o réma (“parola”). Si traduce dunque letteralmente con “ogni parola”, intendendo la facoltà, la possibilità o la libertà di “dire tutto”. 
Così il verbo corrispondente parrhesiázomai significa “parlare con libertà” e quindi “con fiducia”. 
Come ho già precisato in precedenza, normalmente sia il sostantivo sia il verbo hanno un valore positivo, vi è tuttavia un uso in cui il termine può indicare un atteggiamento riprovato perché eccessivo, quale “sfrontatezza” o “familiarità smodata” e dunque “dannosa”. Il latino classico ha tradotto normalmente il sostantivo greco con libertas o licentia, quest’ultimo termine nel senso etimologico di “facoltà”, mentre nel latino cristiano esso è reso anche con constantia e fiducia (1). 
Curiosamente in ebraico non abbiamo un termine corrispondente. Peraltro si nota facilmente che nell’at greco, nella versione dei lxx, sia il sostantivo parrhesía sia il verbo corrispondente parrhesiázomai sono molto rari. 
Si contano solo dodici ricorrenze del sostantivo e quattro del verbo, quasi tutte negli scritti più recenti, vale a dire: Sapienza, Maccabei, Ester, Siracide, Proverbi, Giobbe e nel salmo 12 (11),6. L’unica eccezione è costituita da un passo del Levitico dove nel testo ebraico Dio dice: “Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatti uscire dalla terra d’Egitto, perché non foste più loro schiavi. Ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatti camminare a testa alta (qomemijjut)” (Lv 26,13); e il greco dei lxx traduce: “Vi ho fatti camminare con parresia (metà parrhesías)”, vale a dire “con fiducia” e “liberamente”. 
L’osservazione dell’at induce a una considerazione importante, che cioè la parresia risponde a una sensibilità tipicamente greca. Non che tale atteggiamento non sia attestato nella Bibbia ebraica, basti pensare alla franchezza dimostrata dai profeti nelle loro invettive contro i potenti di turno o nei confronti di un popolo che deviava dalla retta via, ma si tratta di un concetto non così chiaramente individuato e tematizzato come in altri contesti culturali e religiosi. 
Per contro esso costituisce un tratto caratteristico del mondo greco classico (2), dove si accorda una grande importanza alle parole e dunque al come esse debbano essere dette. Ricordo l’elogio della parola del sofista Gorgia riportato nell’Encomio di Elena: 

La parola è un signore potente: essa con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile compie opere quanto mai divine: è in grado, infatti, di far cessare la paura, di togliere via il dolore, di far nascere gioia, di accrescere compassione (3). 

Ho voluto ricordare questo passo, tra tanti, perché si accorda con alcune espressioni della Lettera di Giacomo: 

Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio (Gc 3,2-9). 

Gorgia riconosce che la parola “è in grado di persuadere e anche di ingannare la mente” (4). 
Di qui la necessità che si comunichi con parresia, cioè con libertà e franchezza. Saggio, per i greci, è colui che lascia che gli altri gli parlino con franchezza e non per adularlo. Stolto invece è colui che impedisce a chi gli sta vicino di dirgli ciò che davvero pensa. Questo si applica soprattutto ai capi, che il più delle volte preferiscono circondarsi di sudditi e consiglieri compiacenti, che li confermino nei loro pensieri piuttosto che metterli a parte dei propri. Così si rivolge Isocrate a Nicocle, re di Salamina: 

Giudica fedeli non quelli che lodano tutto ciò che dici o fai, ma quelli che condannano i tuoi errori. Concedi la parrhesía a coloro che sono saggi affinché, quando hai dei dubbi, ci sia chi possa giudicare insieme a te (5). 

Tra le più grandi tentazioni di chi ha responsabilità di governo vi è infatti quella di impedire la parresia a quanti pure ha lui stesso voluto accanto a sé come consiglieri, privandoli di fatto della libertà di dire ciò che davvero pensano. In tal modo, dice Isocrate, costoro si privano di un aiuto di capitale importanza, principio nefasto di ogni abuso di autorità e principio della sua degenerazione. 
Ho voluto dedicare queste brevi considerazioni all’eredità classica per contestualizzare quanto vedremo emergere nel nt, dove, a differenza dell’at, il concetto assume una rilevanza inaspettata, attestata già a livello lessicale, con trentuno occorrenze del sostantivo parrhesía e nove del verbo parrhesiázomai. Tenuto conto dell’esiguità del nt rispetto all’at, l’incremento è significativo. Inoltre vi si osserva un ampliamento di significati, in quanto la parresia non interessa più solo le relazioni interpersonali, ma anche il rapporto con Dio, come atteggiamento di fiducia in lui, e con sé stessi, quale esigenza di autenticità. 

NOTE:

1 Cf. E. Cattaneo, “‘Parrhesia’: la libertà di parola nel primo cristianesimo”, p. 16. 
2 Cf. I. Lana, “La parrhesía nel mondo greco”, in Servitium III s. 28 (1983), pp. 16-22. 
3 Citato ibid., p. 16. 
4 Ibid. 
5 Citato ibid., p. 19. 

AUTORE Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

venerdì 21 giugno 2024

PERCHE' AVETE PAURA ?

    


NON AVETE ANCORA FEDE?

23 giugno 2024 

 XII domenica nell’anno

 


Vangelo: Marco 4,35-41

In quel tempo 35venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Commento di Sabino Chialà

Alle tre parabole sul seme, immagini del regno di Dio che avanza tramite la Parola, segue l’episodio della tempesta che i discepoli si trovano ad affrontare mentre, su una barca, attraversano il lago di Galilea. L’intero discorso parabolico è collocato “lungo il mare”, come specifica l’evangelista all’inizio del capitolo quarto (4,1). Ora quel mare di cui Gesù aveva frequentato le rive, perché lì aveva chiamato i suoi primi discepoli (1,16-20) e lì aveva insegnato, chiede di attraversarlo: “In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: ‘Passiamo all’altra riva’” (v. 35).

 L’annotazione temporale “in quel medesimo giorno” sembra voler legare questo episodio a quanto precede. Come se si trattasse di una spiegazione e di una verifica. Gesù ha narrato in parabole e poi spiegato ai suoi come il Regno agisce ed entra nella storia, ora chiede ai discepoli di mettersi in cammino alla luce di quanto hanno ascoltato, di prendere il largo consapevoli dell’azione della Parola. Chiede loro di compiere un passaggio, di operare un cambiamento.

 Questa è la prima traversata narrata da Marco e il primo viaggio che porterà Gesù e i suoi discepoli al di fuori della terra d’Israele, in territorio pagano, come apprendiamo dal seguito (5,1). Inoltre, siamo a sera, tempo che solitamente indica una situazione critica. Il lettore è così preparato a entrare ancora più decisamente nella drammaticità del racconto: quella di cui si narra non è solo una tempesta in mare, ma una tempesta notturna.

 È Gesù che prende l’iniziativa e ordina ai discepoli: “Passiamo all’altra riva!” (v. 35). Ma poi, inspiegabilmente, sembra ritirarsi e quasi farsi spettatore. Ricevuto l’ordine, sono infatti i discepoli a “congedare la folla”, e poi a prendere Gesù con sé. Azione che Marco descrive con un’espressione criptica: “Lo presero con sé, così com’era, nella barca” (v. 36). Il Maestro, che fin qui ha agito da protagonista, sembra ora preso di peso dai discepoli e issato sulla barca, “così com’era”. Un’affermazione difficile da decriptare. Una possibile lettura – puramente ipotetica – è che qui l’evangelista voglia sottolineare la distanza tra l’essere reale di Gesù e la comprensione che i discepoli ne hanno, come a dire che cominciano ad accettarlo per quelle che è, cioè diverso da come lo immaginavano o lo desideravano.

 Sopraggiunge dunque “una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena” (v. 37). All’immagine critica della sera, si aggiunge ora un secondo tratto negativo, quello della tempesta. E ad accrescere la drammaticità del momento vi è la totale inattività di Gesù: “Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva” (v. 38). Anche il particolare del “cuscino” – non un qualsiasi sacco, ma un vero “guanciale”, in greco: proskephálaion – trasmette l’idea di assoluta estraneità di Gesù, quasi surreale: la barca è inondata e il Maestro dorme comodamente su un cuscino. Quest’ultimo particolare, insieme a vari altri, ha fatto ipotizzare che qui Marco voglia evocare la vicenda del profeta Giona, anch’egli inviato ai pagani e che, addormentatosi mentre il mare è in tempesta, è svegliato dai suoi compagni di viaggio che, come i discepoli di Gesù, si dicono “perduti”.

 Il sonno di Gesù ricorda anche quello del contadino, appena evocato nella parabola del seme che cresce da solo (4,27); è il sonno di chi ha fiducia nella potenza della Parola, che poi, puntualmente, si manifesterà e metterà a tacere il vento e il mare (v. 39). Fiducia che invece i discepoli non hanno.

 Infatti, sono presi dalla paura e svegliano il Maestro, con una domanda che sembra andare ben oltre il momento. È la domanda decisiva che prima o poi affiora sulle labbra di ogni credente: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?” (v. 38). Domanda ancora più radicale di quel “dove sei?” che tante volte, nelle tragedie di ogni tempo e di ogni genere, si leva da tanti cuori disperati. Qui i discepoli sono ancora più taglienti, chiedendo conto dell’importanza che essi hanno per lui, il Maestro. Come a dire: “Quanto ti importa di noi?”. E potremmo aggiungere: “Quanto ti importa di questa umanità che va in rovina?”.

 La domanda coglie Gesù sul vivo e lo induce a una reazione immediata: “Si destò, minacciò il vento e disse al mare: ‘Taci, calmati’” (v. 39). Agisce come altrove fa con i demoni: parla loro e impone il silenzio. E così alla “grande tempesta” (v. 37) segue la “grande bonaccia” (v. 39).

 Quindi, dopo aver fatto tacere i rumori esteriori, interroga quelli interiori, rivolgendo ai discepoli una duplice domanda: la prima riguarda la paura e la seconda la fede; due realtà strettamente collegate.

 Come un maestro sapiente inizia interrogando le paure: “Perché avete paura?”, o più letteralmente: “Perché siete così timidi/codardi (deilói)” (v. 40). La domanda potrebbe sembrare oziosa e anche irrispettosa. Non si chiede a persone in preda alla tempesta e con la barca piena d’acqua perché hanno paura. Eppure Gesù osa, perché vorrebbe spingerli a una traversata, appunto, e per questo fa seguire subito una seconda domanda: “Non avete ancora fede?” (v. 40). Ecco le due realtà da mettere in relazione: paura e fede. Ecco la traversata da operare: dalla paura alla fede.

 Alla fine, i discepoli sono presi da un “grande timore (phóbos)” (v. 41) che sopraggiunge dopo la “grande tempesta” e la “grande bonaccia”, perché vedono l’efficacia della parola di Gesù. Ma questo timore non ha nulla a che fare con la paura di prima, è invece segno della fede, che è consapevolezza della presenza di Dio.

 Eccoci dunque giunti all’altra riva: a quella della fede generata dall’ascolto fiducioso, che sa del seme invisibile che tuttavia è presente e opera; fede che si concretizza in consapevolezza che Gesù è presente. Questo è ciò che fa la differenza, e che trasforma degli uomini impauriti in uomini di fede: sapere che Gesù è lì, nella barca, anche quando questa è piena d’acqua e sembra colare a picco. Il segno che a lui “importa” di quei discepoli e di questa umanità è che resta lì, partecipe delle vicende degli esseri umani, anche quando sembra assente e silente.

 La fede non sottrae alle tempeste, ma aiuta ad attraversarle. E attraversandole si diventa credenti. Lì, nella tentazione, come ricordano i padri monastici da Antonio in poi, si diventa credenti. Lì i discepoli cominciano a comprendere chi è Gesù: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (v. 41). Quella domanda che attraversa l’intero vangelo secondo Marco, dalla prima guarigione (1,27) fino alla croce (15,39), comincia a trovare una risposta.

 Monastero di Bose


sabato 30 dicembre 2023

NUNC DIMITTIS

 


- 31 dicembre 2023 – Vangelo Lc 2,22-40

- I Domenica di Natale

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. 25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

 29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31preparata da te davanti a tutti i popoli: 32luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

 33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». 36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 Commento di Sabino Chialà

 In questa domenica dopo Natale la liturgia ci invita a sostare su Gesù attorniato dai suoi primi custodi: Maria, la giovane donna di Nazaret che lo aveva accolto nel proprio grembo, e Giuseppe, l’uomo giusto discendente di Davide, che di quel bambino è stato il primo custode. Funzioni diverse, ma ambedue svolte in obbedienza a una parola rivolta loro da Dio attraverso i suoi messaggeri.

 Una famiglia un po’ speciale quella di Gesù, di cui facciamo memoria in questa domenica. Maria e Giuseppe sono madre e padre in forza di una parola da essi ricevuta e accolta, in tempi e modi diversi. Non che il legame di sangue con Maria non sia ritenuto importante, ma non è quello il punto essenziale, come Gesù stesso dirà poco oltre, in Luca per ben due volte. A chi, infatti, gli riferiva che “sua madre e i suoi fratelli” desideravano vederlo, Gesù ribatte: “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21); e poco oltre, a chi lodava il grembo che lo aveva portato e il seno che lo aveva allattato, dice: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28).

 L’obbedienza alla Parola: ecco ciò che conta per Gesù e ciò che è primario in tutte le vicende che si intrecciano attorno ai primi istanti della vita del Figlio di Dio, Parola fatta carne. La Parola di Dio, quando è obbedita, crea non solo un legame solido di chi la accoglie con il Padre che l’ha inviata, ma anche tra gli esseri umani che se ne fanno discepoli. E così nelle scene evangeliche che seguono la nascita di Gesù a Betlemme, i vari personaggi che vi si incontrano hanno in comune questo tratto: l’obbedienza a una parola che li conduce al bambino e intanto ne intreccia le esistenze.

 Così era stato per i pastori, giunti alla stalla perché avevano dato credito alle parole di un angelo (v. 10) e lì avevano incontrato “Maria e Giuseppe e il bambino” (v. 16). Anche Maria e Giuseppe vivono il loro particolarissimo rapporto di coppia in forza di una parola rivolta a ciascuno, e si recano al tempio in obbedienza alla Legge, per presentare il loro primogenito: “Come prescrive la legge del Signore” (v. 24). La loro genitorialità cresce e si articola intorno a quello che la Legge del Signore chiede loro. Conducono così Gesù al tempio dove incontrano Simeone ed Anna, altri due piccoli d’Israele che sono lì in obbedienza allo spirito profetico che li abita (v. 26 e 36). L’obbedienza alla “Legge del Signore” è infine menzionata nell’ultimo segmento del racconto, dove si parla del ritorno a Nazaret che avviene “quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la Legge del Signore” (v. 39).

 Se dunque la notte di Natale abbiamo contemplato la Parola fatta carne, il Salvatore, in questa prima domenica, l’evangelo ci invita a volgere lo sguardo verso gli altri volti che si muovono e s’incontrano attorno a lui. Esso ci invita a cogliere ciò che rende possibile il loro convergere verso quel bambino e degli uni verso gli altri, e dunque ciò che forma quella particolarissima famiglia credente. Ebbene l’ordito della tela che si va componendo attorno al Bambino è l’accoglienza obbediente di ciò che egli è innanzitutto: Parola rivolta a ciascuno, che conduce a lui e che crea comunione.

 Questo ci ricorda come ogni relazione passa per l’obbedienza alla Parola e come ogni tradimento di relazione è effetto di un allontanamento dalla Parola. In questo ci sono di insegnamento Maria e Giuseppe, specialissima coppia di sposi, che vivono la loro vocazione sponsale in forza dell’obbedienza a una parola loro rivolta. Vivranno in forza della medesima obbedienza anche la loro genitorialità nei confronti di Gesù, custodendone la crescita nel rispetto del mistero di cui era abitato e che, in quei primi anni a Nazaret, vedevano prendere forma il lui che “cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e grazia” (v. 40).

 Così è anche per Simeone e Anna che, nell’accoglienza di quel bambino, sentono compiersi la loro attesa, che è quella di un intero popolo: la “consolazione d’Israele”, attesa da Simeone (v. 25) e la “redenzione di Gerusalemme” attesa da Anna (v. 38); e compiersi la loro stessa esistenza, che giunge a pienezza, nell’offerta grata che Simeone ne fa, prendendo “tra le braccia” il piccolo Gesù e cantando il suo congedo dalla vita terrena (v. 28).

 Tutto, in queste scene, sa di legami pacificati, con se stessi e con gli altri. Legami resi solidi e pacificati dal comune riferimento alla Parola, promessa nelle antiche Scritture e ora adempiuta nel bambino di Betlemme. È lì che tutto si compone ed è lì che tutto rinasce. Non la carne e il sangue, ma la comune obbedienza alla Parola rendono possibile la comunione, ovunque e in ogni genere di relazione.

 Monastero di Bose

Immagine

sabato 19 agosto 2023

ORIGINE E SVILUPPO DELLA COSCIENZA


Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.    

 

- di Sabino Chialà*

 Partendo da quanto osservato nelle prime pagine della Genesi e poi nell’insegnamento di Paolo, vorrei ora soffermarmi brevemente sull’origine e il processo di sviluppo della coscienza, cercando di rispondere alla domanda su come essa si formi, se si tratta di un puro dono o se va coltivata, e in che modo.

Da più parti, nella Scrittura e nella letteratura patristica, emerge la convinzione che la coscienza costituisca un dono fatto alla nostra natura, ma che, come tutti i doni, ha bisogno di cure da parte di colui che la riceve. Un autore anonimo del xii secolo afferma: “La coscienza umana è la vigna del Signore, che dev’essere coltivata” (1).

Si tratta in primo luogo di un’istanza presente nell’essere umano, quale “criterio”, “scintilla” o “germe”, secondo le immagini osservate nei padri. È quell’istanza che emerge naturalmente nei progenitori cui si aprono gli occhi e in Caino che avverte il male commesso e lo sente troppo grande. La coscienza, dunque, abita nell’essere umano e precede ogni sua volontà: è il desiderio di bene e di bellezza, o di felicità, posto in tutti indistintamente; in una visione cristiana è riflesso dell’immagine di Dio, che il Creatore ha impresso in ogni uomo e donna al momento della loro creazione. Ogni essere umano, dunque, quale che sia il suo peccato e la sua alienazione, porta dentro di sé tale aspirazione, spesso calpestata e sotterrata – per riprendere le immagini di Doroteo di Gaza –, che è capacità di discernimento del bene dal male, del bello dal brutto, di ciò che dà gioia da ciò che fa soffrire, anche allorché deliberatamente egli decida di fare il male, come aveva detto Girolamo.

Tale dono primordiale, come osservato nelle pagine della Genesi, è anche, però, frutto di elaborazione. Cresce e si sviluppa attraverso quello che chiamerei un “duplice dialogo”, come l’etimologia del termine greco synéidesis e del corrispondente latino conscientia, suggeriscono. Ambedue i termini sono infatti composti da un prefisso che indica “compagnia” (syn e con) e da un termine che rimanda all’idea di “conoscenza”, che significativamente è ancora un composto.

Potremmo dire che i due termini indicano un “conoscere insieme”, una “conoscenza frutto di dialogo”, di cooperazione, appunto.

La domanda che a questo punto si pone riguarda i soggetti di tale dialogo, e le risposte possibili mi sembrano due: dialogo all’interno dell’uomo, tra le varie voci e istanze in esso presenti; dialogo dell’uomo con altri soggetti a lui esterni. Nel primo caso la conoscenza si forma attraverso un dialogo interiore, la fatica del pensare, del fermarsi a riflettere. Nel secondo essa si articola in forza di un confronto con l’altro essere umano o, in una dimensione di fede, con Dio, l’Altro per eccellenza.

Il dialogo interiore

La coscienza necessita dunque in prima istanza di dialogo interiore, vale a dire di elaborazione tramite il confronto dei tanti pensieri e inclinazioni che abitano l’essere umano. Ciò richiede la fatica dell’habitare secum di cui parlano i padri, di immergersi in sé e di dialogare con sé stessi.

Un esercizio non facile, perché si scontra con la paura di visitare le proprie profondità, dove abitano tratti dell’essere che spesso si preferisce ignorare. Tuttavia, senza questo esercizio è impossibile coltivare la propria coscienza.

La Scrittura offre alcune direttrici lungo le quali articolare tale pensiero, in particolare le due domande che abbiamo visto emergere nelle prime pagine della Bibbia: dove sono io e dov’è mio fratello. Mai l’una senza l’altra! La coscienza cresce, attraverso il dialogo interiore, se si ha il coraggio di abitare tali domande: dove sono io, dove colloco la mia umanità? E poi: dov’è l’altro da me, che nella fattispecie è “mio fratello”? Ogni elaborazione di pensiero, sia esso umano o teologico, che non tenga conto di questi due interrogativi primordiali, è destinato a produrre una sottocultura, che con il tempo conduce una chiesa o una società alla morte per asfissia.

A queste due domande originarie se ne potrebbero aggiungere altre, che ne sono una necessaria esplicitazione. Interrogativi quali: dove mi portano le mie azioni? E prima ancora: dove mi portano i miei pensieri? Domande che indirizzano verso l’altro dialogo necessario alla crescita della coscienza che è il confronto con l’esterno: con Dio e con gli altri. Non basta riflettere in sé, correndo il rischio di un ripiegamento insano nel proprio intimo e sui propri punti di vista, poiché questo, anziché far crescere la coscienza, la atrofizza. Essa cresce, invece, se ci si sporge anche al di fuori. È utile qui ricordare ciò che Salomone chiede a Dio nel Primo libro dei Re 3,9: un “cuore in ascolto”, vale a dire un’interiorità (cuore) aperta verso l’esterno (in ascolto).

Il dialogo con Dio

In una dimensione di fede si tratta di dialogare con Dio, come abbiamo osservato nel libro della Genesi, dove le domande del Creatore avevano aiutato Adamo e poi Caino a far maturare quella coscienza emersa in modo confuso dal loro intimo. Dialogo con Dio significa confronto costante con le Scritture, con le parole di Gesù e con il suo esempio, indispensabile per la crescita di una coscienza cristiana.

Di pari passo è necessario il dialogo con gli altri. La coscienza si nutre di confronto con l’altro, con il diverso da sé, con cui è necessario intessere un dialogo autentico che trasforma e affina il proprio sguardo e le proprie comprensioni. Di un altro concreto, visto e toccato, come mostrano tante esperienze in cui la potenza di uno sguardo è capace di cogliere e trasformare in profondità, risvegliando una coscienza assopita: gli occhi di un bambino, lo sguardo sofferente di un malato, la carezza di un anziano fragile. Quante volte sicurezze e pregiudizi, frutto di deduzioni astratte e teoriche, sono andati in frantumi dinanzi a un volto reale, che ha saputo risvegliare la coscienza!

Anche lo sguardo del nemico o di chi è ritenuto tale ha il potere di risvegliare la coscienza, ragione per la quale l’inimicizia, per durare nel tempo, necessita di distanza, di non-incontro tra vittima e carnefice, e del perpetuarsi di un incontro irreale, che avviene solo in un pensiero che rimugina la propria visione dell’altro, anziché la sua realtà.

Ogni chiusura verso l’altro e il diverso comporta inevitabilmente una perdita di coscienza, un impoverimento e un’atrofizzazione del proprio luogo interiore. Ogni chiusura che all’inizio sembra difendere, con il tempo isola, impoverisce e uccide nel profondo.

 tratto da "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

 * Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

AlzogliOcchiversoilCielo

Immagine