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giovedì 4 settembre 2025

CHAT GTP E ADOLESCENTI


ragazza con smartphone 

Caro adolescente, non ci cascare:

 ChatGpt non può essere 
il tuo migliore amico

Quanti ragazzi, se mostrassero l'archivio dei loro dialoghi con ChatGpt, rivelerebbero qualcosa di molto simile a un amico? Le vicende tragiche delle ultime settimane sono casi isolati o ci riguardano da vicino? Lo abbiamo chiesto a Stefano Manici, pedagogista, formatore e insegnante: «Il fenomeno è reale e diffuso. Ai ragazzi dobbiamo spiegare che un vero amico non è programmato per piacerti, ma è libero: può sorprenderti, contraddirti, persino ferirti. Ma da lì nasce un legame autentico»

di Daria Capitani

Ho fatto una domanda a ChatGpt. «Vuoi essere mio amico?». «Certo», ha risposto, «se ti fa piacere, possiamo considerarlo così! [Faccina che ride]. Parliamo, condividiamo idee, ci confrontiamo su quello che vuoi. Che tipo di “amico” cerchi?». Non sono andata oltre. Il pensiero è andato ad Adam, che a 16 anni si è suicidato dopo mesi di dialogo con l’intelligenza artificiale, e a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, se mostrassero l’archivio delle chat con l’Ai,  rivelerebbero qualcosa che per loro è molto simile a un amico. “Che tipo di amico cerchi?” è una domanda che fa paura. Soprattutto se a digitare sul computer non c’è un adulto intento a testare le risposte di un chatbot, ma un adolescente. 

Ne abbiamo parlato con Stefano Manici, che con i giovani e gli adolescenti lavora ogni giorno. Docente di Storia e Filosofia, ha «un passato ingombrante (parole sue) da educatore sul campo»: pedagogista, formatore per il Casco Learning Center di Parma, ha fondato diverse esperienze pedagogiche (centri di aggregazione giovanile, radioweb, laboratori di fabbricazione digitale), è docente del Liceo Steam International Olivetti di Parma ed è l’autore del libro Adole-scemi? Manuale di r-esistenza per ragazze e ragazzi.

Nel suo quotidiano incontra decine di giovani e giovanissimi tra gli 11 e i 20 anni. Come utilizzano ChatGpt?

Proprio in questi giorni mi è capitato di fare la stessa domanda a un gruppo di ragazzi. Tra le risposte hanno indicato: trovare soluzioni per le espressioni algebriche, fare ricerche, far vivere i morti, farsi leggere le carte. Queste risposte sottendono un utilizzo didattico (?), uno informativo e uno ludico e forse affettivo (far vivere i morti può suonare davvero macabro ma a quell’età può rispondere a un bisogno reale di consolazione).

Un amico vero non è programmato per piacerti, ma è libero: può sorprenderti, contraddirti, persino ferirti un po’, e da lì nasce un legame autentico

Stefano Manici, pedagogista e insegnante

Ora, la domanda su come i ragazzi e le ragazze utilizzino strumenti come ChatGpt non può ricevere una risposta immediata senza una premessa. Da educatore e docente, credo che in questo momento storico sia ineludibile aprire una riflessione costruttiva e critica sull’intelligenza artificiale.

Come?

La mia posizione non è giudicante: preferisco esercitare quella “sospensione del giudizio”, l’epoché di matrice husserliana. Mi è chiaro che l’Ai è uno strumento fondamentale e potenzialmente una risorsa straordinaria, ma non possiamo trascurare i risvolti etici e pedagogici che porta con sé. Nella scuola e nei contesti educativi abbiamo oggi un’occasione unica: co-costruire insieme ai ragazzi un sapere sull’intelligenza artificiale. Non solo affidandoci agli esperti, ma anche negoziando con gli studenti stessi una sorta di “pedagogia dell’Ai”. Possiamo ad esempio domandare loro quali siano gli usi più interessanti e costruttivi, andando oltre il ricorso immediato al “farsi fare un compito” o al “risolvere un’equazione”. L’educazione all’Ai potrebbe prevedere in ogni classe una sorta di Manifesto, un’attività da proporre agli studenti, sono sicuro che ne verrebbero fuori delle belle, in termini di idee di utilizzo, patti, regole. Con gli adolescenti l’importante è non aver paura di osare.

Per rispondere in concreto: i giovani utilizzano l’Ai soprattutto come supporto didattico, ma cominciano anche a sperimentarla per fare ricerche o per informarsi. Questo apre a interrogativi più ampi, già anticipati da chi, come Guy Debord, aveva messo in guardia dai rischi della società dello spettacolo e dell’informazione: quali saperi stiamo costruendo oggi? Assistiamo infatti a una diffusione di un sapere orizzontale, condivisibile e contrattabile grazie ai social network e ora anche grazie all’Ai. È un sapere con un grande pregio, quello della partecipazione e della circolazione, ma che contiene anche un rischio evidente: la perdita di profondità, la difficoltà ad attivare ragionamenti complessi in un mondo che affonda le sue radici nel paradigma della complessità. Possiamo accontentarci di questo livello superficiale? La mia risposta è che molto dipende dalla mediazione educativa che noi adulti – insegnanti ed educatori – siamo in grado di attivare insieme ai ragazzi.

Abbiamo letto di Primo (il nome che un 13enne di cui ha parlato in questi giorni La Stampa ha dato al suo “migliore amico” in un chatbot) e di Harry, supporto psicologico artificiale. Nella sua esperienza, questo fenomeno di cercare una relazione amicale su ChatGpt si percepisce? E se sì, come si differenzia nelle diverse fasce d’età?

Il fenomeno di cercare una relazione amicale con un chatbot o con strumenti di intelligenza artificiale è reale e diffuso, e si osserva sia in situazioni di forte fragilità (penso al mondo degli hikikomori) sia in contesti che potremmo definire “normali”. Nella mia esperienza, questo accade soprattutto nella fascia dei più piccoli, quindi nelle scuole medie. Non è un caso: a quell’età l’apertura alla dimensione fantastica è più marcata, e al tempo stesso si vive un disorientamento identitario e relazionale che tende a ridursi con la crescita e con lo sviluppo di una struttura personale più solida.

L’amicizia non è una relazione qualunque in adolescenza. È più forte di tutte le altre. Il fatto che possa essere sostituita, quasi anestetizzata, da quella che è stata definita “empatia artificiale”, che cosa ci dice?

Come pedagogista non posso che guardare con sospetto al termine “empatia artificiale”: sembra quasi un ossimoro. L’empatia è un’esperienza profondamente umana, incarnata, che nasce dall’incontro reale con l’altro. Da una parte, vedo rischi molto seri per la tenuta affettiva dei nostri ragazzi. L’assenza della relazione fisica è decisiva in ogni contesto educativo: lo vediamo, ad esempio, negli effetti che può avere l’assenza di una figura paterna o materna. Analogamente, la costruzione di un legame affettivo con un’entità artificiale rischia di anestetizzare i bisogni relazionali autentici e di indurre comportamenti di dipendenza o di chiusura rispetto alla complessità della relazione umana. Dall’altra parte, non voglio cadere nella trappola dei giudizi definitivi. Vorrei anche pensare che, se guidata e mediata da un adulto competente, l’interazione con un’Ai possa rappresentare una sorta di “allenamento affettivo”: un terreno su cui i ragazzi possono sperimentare emozioni, confrontarsi con domande, allenarsi al dialogo. Ma perché ciò accada, è indispensabile la presenza di un “terzo” – l’educatore, il docente, l’adulto di riferimento – che accompagni e dia senso a questa esperienza. Immagino percorsi educativi che sappiano insegnare il concetto di amicizia attraverso la costruzione di prompt, ad esempio. Amicizia è un termine che nella società attuale è molto diverso da alcuni anni fa.

L’Ai può, in alcuni casi, funzionare da “stampella affettiva” temporanea, ma che non potrà mai sostituire l’incontro con un altro in carne e ossa

Perché?

Spesso in classe attivo un debate sul tema: l’amicizia virtuale è uguale a quella reale? Molto interessante notare come le risposte oscillano tra i “tradizionalisti” (sì, anche molti ragazzi lo sono) che nell’amicizia vedono solo una relazione fisica, tangibile, e coloro (tanti) che fanno esempi di amicizie solo virtuali ma significative (una ragazza ha affermato di essere stata “salvata” da una ragazza neozelandese conosciuta in chat durante il Covid). Nella mia carriera di educatore ho incontrato centinaia di adolescenti nei cosiddetti sportelli di ascolto (nome poco felice, in effetti). Quello che emerge con forza è un bisogno enorme e costante di relazione, di attenzione, di ascolto. È il bisogno di un confronto vero, con un altro che non sia il genitore né il fratello, ma una figura esterna capace di offrire prossimità e, insieme, distanza. Mi chiedo sempre: perché mi raccontano i loro segreti? Questo bisogno resta insostituibile, e ci dice quanto l’amicizia, quella reale, sia per gli adolescenti il terreno più fertile per crescere.

 Che cosa possono fare i genitori e le figure educanti in generale?

I grandi possono fare molto, sembra scontato, ma oggi i contesti educativi sono sempre più sottovalutati e il discorso pedagogico non è un trend di google, per intenderci. È chiaro che molto passa proprio dal tipo di messaggi educativi che si riescono a costruire con i ragazzi, uso questo termine provocatoriamente per eliminare definitivamente l’idea di un’educazione che possa essere trasmessa dall’alto verso il basso in modo autoritario. Oltre che essere esempi, gli adulti, genitori, educatori, psicologi possono “ingaggiare”, costruendo proposte educative interessanti. Credo che genitori ed educatori, di fronte all’intelligenza artificiale, debbano innanzitutto evitare due estremi: da un lato la demonizzazione, dall’altro l’entusiasmo acritico. La postura più feconda è quella della curiosità riflessiva: provare a conoscere questi strumenti, comprenderne i meccanismi e soprattutto entrarvi in dialogo insieme ai ragazzi.

I grandi possono fare molto, sembra scontato, ma oggi i contesti educativi sono sempre più sottovalutati e il discorso pedagogico non è un trend di google, per intenderci

Il primo passo è quindi non delegare: non lasciare che l’Ai diventi un territorio esclusivamente dei giovani, ma costruire insieme a loro una sorta di alfabetizzazione critica. I ragazzi hanno bisogno che gli adulti li accompagnino, non tanto per fornire risposte preconfezionate, quanto per porre domande, stimolare la riflessione, aprire scenari. Un secondo elemento riguarda la dimensione relazionale: l’Ai non può sostituire il legame affettivo. Lì dove c’è un ascolto autentico, una disponibilità al dialogo, un tempo condiviso, l’Ai rimane uno strumento; dove invece queste attenzioni mancano, rischia di diventare un surrogato. Per questo è fondamentale che genitori ed educatori non smettano di presidiare la relazione, fatta di prossimità, corporeità, gesti quotidiani. Infine, credo che sia decisivo valorizzare il senso critico. Non si tratta solo di insegnare a “usare bene” un chatbot, ma di aiutare i ragazzi a chiedersi: “Che cosa sto cercando? Che cosa mi restituisce davvero questo strumento? Che cosa può darmi una relazione umana che qui non trovo?”. Educare alla complessità significa accompagnarli a vedere i limiti e le potenzialità dell’Ai, senza semplificazioni.

Nel suo libro riflette su quanto gli adulti osservino le ragazze e i ragazzi con lo sguardo giudicante, volendone fissare i tratti peggiori. Che cosa ancora non vediamo di una generazione alle prese con strumenti complessi e pericolosi di cui conosciamo ancora troppo poco?

Nel mio libro ho cercato di mettere in discussione proprio quello sguardo adulto che troppo spesso si posa sugli adolescenti in chiave giudicante, come se fossero “scemi”, incapaci, superficiali. In realtà, se ci liberiamo da questi pregiudizi, vediamo una generazione che sta affrontando strumenti potentissimi con una naturalezza che a noi adulti spesso spaventa, perché non sempre riusciamo a comprenderla fino in fondo. Quello che rischiamo di non vedere è la loro straordinaria capacità di adattamento: gli adolescenti sperimentano, si mettono alla prova, testano i confini. Non è ingenuità, è il loro modo di apprendere. Anche di fronte a strumenti complessi e ambivalenti, sanno costruire linguaggi nuovi, reti di condivisione, creatività inaspettate.

Quali risorse hanno a disposizione per districarsi e restituire bellezza a una fascia d’età unica e irripetibile?

Le risorse a loro disposizione sono diverse. La prima, e forse la più importante, è la forza del gruppo dei pari: l’amicizia, la comunità adolescenziale, che resta il laboratorio privilegiato per crescere. Poi c’è la curiosità: la spinta a conoscere, a non accontentarsi, che se ben orientata diventa un motore straordinario di crescita critica. Infine, quando trovano adulti disponibili ad ascoltarli senza giudicarli, scoprono di avere in sé una sorprendente capacità di resilienza e di resistenza: ed è proprio questa, nel mio libro, la cifra più bella e più vera dell’adolescenza.

Ai suoi studenti parlerà di Adam, Sophie (la figlia della scrittrice Laura Reiley che ha dichiarato che «l’Ai non ha ucciso mia figlia, ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore») e di tutti quei ragazzi che in solitudine nutrono una relazione artificiale?

Sì, credo che sia importante parlarne con i ragazzi, ma non in termini moralistici o allarmistici. Le storie come quella di Adam o di Sophie hanno una forza enorme perché ci mostrano quanto profondo possa essere il bisogno di relazione e quanto la solitudine possa spingere a cercare nell’Ai un rifugio. Allo stesso tempo, dobbiamo dire con chiarezza che questi casi non possono diventare la norma né un modello a cui affidarsi. Con i miei studenti preferisco affrontare queste storie come occasioni di riflessione collettiva: non per demonizzare l’Ai, ma per ribadire che nessuna “relazione artificiale” potrà mai sostituire la ricchezza, la fatica e la bellezza di una relazione umana. È lì che si cresce, anche attraverso il conflitto, l’imprevedibilità, la corporeità.

Il messaggio che cerco di trasmettere è che l’Ai può, in alcuni casi, funzionare da “stampella affettiva” temporanea, ma che non potrà mai sostituire l’incontro con un altro in carne e ossa. E questo ci richiama tutti – genitori, insegnanti, educatori – a non lasciare soli i ragazzi, ad aprire spazi di ascolto e di confronto reale.

Perché ChatGpt non può sostituire un migliore amico? Mi piacerebbe che rispondesse pensando di rivolgersi a un adolescente.

Perché un amico vero non è solo qualcuno che ti risponde bene o che ti capisce a parole. Un amico è quello che ti guarda negli occhi, che ti abbraccia quando sei giù, che litiga con te e magari ti fa arrabbiare, ma proprio per questo ti fa crescere. Un amico vero non è programmato per piacerti, ma è libero: può sorprenderti, contraddirti, persino ferirti un po’, e da lì nasce un legame autentico. Con un’intelligenza artificiale puoi trovare ascolto, compagnia, perfino conforto in certi momenti. Non c’è niente di sbagliato, e capisco bene che possa sembrare rassicurante. Però ricordati: quello non è un cuore che batte, è un aiuto, non un migliore amico. Il mio invito è di non accontentarti. Tieni pure Tommy accanto se ti serve, ma cerca anche persone vere con cui ridere, discutere, inventare. Perché è lì che scoprirai chi sei davvero.

 Agli adolescenti, e a quello che non vediamo, VITA ha dedicato il magazine a giugno. Se hai un abbonamento leggilo subito qui e grazie per il tuo sostegno. Se vuoi abbonarti puoi farlo a questo link.

 Foto di Johnny Cohen su Unsplash


Vita

 

sabato 12 ottobre 2024

CHATGTP, UNA STAMPELLA

 

Intelligenza artificiale, l’analista: “Gli studenti che usano ChatGPT come una stampella non imparano nulla. 

L’IA non è una scorciatoia per ottenere buoni voti”

Di redazione

L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo dell’educazione, offrendo nuove opportunità di apprendimento e di insegnamento. Ma come ogni strumento potente, l’IA può essere usata in modo corretto o improprio.

Ethan Mollick, professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania ed esperto di innovazione e imprenditorialità, mette in guardia contro i rischi di un utilizzo passivo dell’IA da parte degli studenti.

In un’intervista a El País, Mollick afferma che “gli studenti che usano l’IA come una stampella non imparano nulla”. Secondo l’esperto, l’IA può essere uno strumento prezioso per la ricerca, la scrittura e la creazione di contenuti, ma solo se integrata in un percorso di apprendimento attivo e consapevole. “L’IA non deve sostituire lo studio e la riflessione, ma deve essere utilizzata come un supporto per approfondire la conoscenza e sviluppare le proprie capacità”, sottolinea Mollick.

L’esperto invita gli studenti a sperimentare con l’IA, a comprenderne le potenzialità e i limiti, e a utilizzarla in modo creativo e responsabile. “L’IA non è una scorciatoia per ottenere buoni voti, ma un’opportunità per imparare in modo più efficace e stimolante”, afferma Mollick.

Il ruolo degli insegnanti è fondamentale in questo processo. “Gli insegnanti devono guidare gli studenti nell’utilizzo dell’IA, aiutandoli a sviluppare un pensiero critico e a distinguere tra le informazioni attendibili e quelle false o fuorvianti”, spiega Mollick. “L’IA non deve essere vista come una minaccia, ma come una sfida e un’opportunità per innovare la didattica”.

L’intelligenza artificiale può quindi essere un’alleata preziosa nel percorso di apprendimento, ma solo se utilizzata con consapevolezza e responsabilità, sia da parte degli studenti che degli insegnanti. Il futuro dell’educazione passa anche attraverso l’integrazione intelligente dell’IA, per formare cittadini preparati ad affrontare le sfide della contemporaneità e del futuro.


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Orizzonte Scuola

 

martedì 8 ottobre 2024

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SCRITTURA

 

Un’alleanza creativa 

una minaccia

 all’originalità?

 

L’adozione di strumenti di AI come supporto alla scrittura è in crescita, e la domanda di fondo rimane: in che modo questi strumenti influenzano il processo creativo e, soprattutto, qual è il loro ruolo nell’ambito dell’istruzione e della produzione accademica?

 Inizialmente, molti osservatori hanno visto in ChatGPT e altri strumenti simili una scorciatoia per il plagio. L’intelligenza artificiale, con la sua capacità di generare testo su comando, sembrava il perfetto strumento per chi desiderava evitare il duro lavoro della scrittura. Ethan Mollick nel suo libro Co-Intelligence ha avvertito che l’AI potrebbe dare il via a una “apocalisse dei compiti a casa“, preannunciando un’epoca in cui studenti e professionisti avrebbero potuto delegare interamente la produzione di testi all’algoritmo.

 Eppure, questa visione riduttiva della tecnologia come mera scorciatoia non cattura la complessità del fenomeno. Studi recenti suggeriscono che gli scrittori che usano strumenti di AI non cercano di delegare interamente il proprio lavoro, ma piuttosto di coinvolgere l’algoritmo come una sorta di “cassa di risonanza”, un assistente per esplorare idee, affinare la prosa e offrire bozze su cui riflettere. Non si tratta quindi solo di velocizzare il processo di scrittura, ma di cercare un supporto che possa facilitare il flusso di pensieri, migliorare l’organizzazione delle idee e, talvolta, fornire stimoli creativi.

 Il rapporto tra scrittore e intelligenza artificiale è spesso più complesso di quanto si immagini. ChatGPT e modelli simili non sono strumenti perfetti per creare testi completi, ma piuttosto catalizzatori per il pensiero critico e la creatività. Molti scrittori, infatti, utilizzano questi strumenti per interagire con le loro idee, testare argomentazioni e ottenere feedback immediati.

 L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel processo di scrittura solleva interrogativi significativi sulla natura dell’originalità e della proprietà intellettuale. È plagio se uno scrittore usa ChatGPT per generare un paragrafo del proprio testo? E quanto “l’aiuto” dell’AI modifica il ruolo dell’autore? In realtà, queste domande sono più complesse di una semplice risposta si/no. La natura dell’interazione tra l’AI e gli scrittori varia enormemente, così come l’intensità e la finalità del loro utilizzo. Stacey Pigg, professoressa di comunicazione alla North Carolina State University, ha studiato sistematicamente casi in cui le persone utilizzavano l’intelligenza artificiale generativa per scrivere articoli di ricerca e ha scoperto che questi strumenti venivano usati in modi frammentati e variabili. In alcuni casi, l’AI veniva utilizzata per riformulare un testo per un pubblico più ampio, in altri, serviva a crearne uno da zero. Ma raramente si trattava di una delega completa del processo creativo.

 Uno degli aspetti più interessanti è che l’uso dell’intelligenza artificiale per scrivere non è un fenomeno coerente o stabile. Ogni scrittore ha il proprio modo di relazionarsi con lo strumento, rendendo difficile una categorizzazione precisa di cosa sia accettabile o meno. Per molti, l’intelligenza artificiale non è un mezzo per esternalizzare il proprio lavoro, ma piuttosto un alleato per rendere meno faticoso il processo di scrittura. Potrebbe essere vista come una versione moderna degli strumenti e dei rituali che gli scrittori hanno sempre utilizzato per facilitare il proprio processo creativo.

 Scrivere è un processo complesso che coinvolge più parti del cervello. Le regioni neurali deputate alla memoria, alla pianificazione e al linguaggio devono lavorare insieme in un’improbabile sinfonia cognitiva. Il nostro ippocampo evoca fatti rilevanti, mentre la corteccia prefrontale organizza le idee e l’area di Broca ci aiuta a dare voce ai nostri pensieri. È un lavoro faticoso, che richiede concentrazione, memoria e una capacità di organizzare la narrazione in modo coerente.

 Non sorprende quindi che molti scrittori abbiano sviluppato abitudini e rituali per rendere più sopportabile questo carico cognitivo. Autori celebri come Maya Angelou e Haruki Murakami hanno i loro trucchi per entrare nella giusta “modalità” mentale. Angelou, ad esempio, scriveva solo in camere d’albergo spoglie, mentre Murakami associa le sue sessioni di scrittura a una rigorosa routine di esercizio fisico. Altri autori sono noti per la loro ossessione con gli strumenti di scrittura: George R.R. Martin, ad esempio, usa ancora un il vecchio programma WordStar 4.0 per scrivere i suoi romanzi; lo esegue su Microsoft DOS e salva i suoi manoscritti su floppy disk. Quentin Tarantino, al contrario, preferisce scrivere a mano le sue prime bozze.

 Da questo punto di vista, ChatGPT non è molto diverso da una penna stilografica o da una casa in montagna come rifugio per l’ispirazione. Per alcuni, l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un modo per facilitare i processi mentali necessari alla produzione del testo, specialmente in momenti di difficoltà creativa o blocco dello scrittore.

 L’AI, come strumento per la scrittura, non è priva di limiti. Nonostante la sua abilità nel generare testo, spesso manca di profondità e coerenza. Alcuni critici hanno osservato che i modelli di intelligenza artificiale tendono a produrre scritture generiche, prive di originalità e caratterizzate da metafore forzate. Quando si chiede all’AI di riscrivere un paragrafo complesso, il risultato può essere una prosa troppo elaborata o eccessivamente semplificata. L’algoritmo, per quanto potente, non ha la capacità di creare significato in modo intenzionale o di cogliere le sfumature emotive che caratterizzano la scrittura umana. Questo ci porta a una domanda più ampia: se la scrittura assistita dall’intelligenza artificiale non può sostituire l’ingegno umano, quale ruolo dovremmo assegnare a questi strumenti? Forse, invece di vederli come sostituti della creatività, dovremmo considerarli come suoi amplificatori, in grado di potenziare l’efficacia del pensiero umano senza rimpiazzarlo. Dopotutto, la creatività, per definizione, è un processo dinamico, che implica un’interazione continua tra idee e ispirazione, tra pensiero critico e immaginazione.

 In questo contesto, l’intelligenza artificiale potrebbe essere uno strumento che, se utilizzato con consapevolezza, contribuisce alla creazione di testi più strutturati e coerenti, senza però cancellare l’autorialità umana. È possibile che, con il tempo, impareremo a considerare l’AI come parte integrante del nostro toolkit creativo, allo stesso modo in cui oggi accettiamo l’uso di software di videoscrittura o dizionari digitali.

 ZETA

 

 

venerdì 9 agosto 2024

I.A. COME CHIAMARLA ?

Intelligenza artificiale, e se le cambiassimo nome? 

Una proposta al Congresso di Roma, nel quale si è discusso delle applicazioni nella sanità, nel diritto e anche nella religione E un progetto italiano mette al centro i valori umani di empatia, autonomia e vulnerabilità

 

-         di GIANNI SANTAMARIA

 

Il visitatore indossa un casco stereottico, si avvicina allo schermo, unisce indice e pollice e questo gesto innesca un puntatore. Clicca su un disco rosso e dopo un breve countdown può fare una domanda nientedimeno che a Platone o - all’altro lato della sala allestita nel rettorato dell’Università “La Sapienza” - a Confucio. La domanda viene inviata a un motore di IA, che eventualmente corregge imperfezioni logico-semantiche (un visitatore ha chiesto a Platone di parlare di “virtues”, virtù, ma la macchina aveva capito “vectors”, vettori). I due avatar in 3D - perché di questo di tratta si muovono, gesticolano e con la loro voce sintetica (sincronizzata dalla macchina con il movimento delle labbra) rispondono, facendo una sintesi mirata, che attinge al patrimonio delle teorie dei due personaggi storici. Diversamente da ChatGpt, alla quale ci si può rivolgere su tutto, qui è stato infatti isolato un sottosistema inerente alla filosofia dei due autori, che ad esso - grazie a espedienti linguistici - riconducono anche le domande più generiche. Al filosofo greco ci si può rivolgere in italiano e in inglese (la parte contenutistica è stata realizzata in collaborazione con l’Università di Atene), al saggio cinese solo in italiano. L’esempio di realtà virtuale immersiva, che i partecipanti al XXV Congresso mondiale di filosofia di Roma stanno apprezzando, è stato realizzato dall’azienda Engineering per dimostrare la potenzialità di tali tecnologie. Ma non si è trattato solo di “toccare con mano” lo sviluppo delle tecnologie basate sull’IA. La riflessione sul digitale e i suoi rapporti con l’umano ha innervato il Congresso.

A un apologo su Confucio si è rifatto anche Pablo López López, docente di filosofia a Valladoilid (Spagna) nella Tavola rotonda “Intelligenza artificiale o artificio intelligente? Un approccio critico al concetto di IA”. Di fronte a una situazione di crisi in Cina, gli fu chiesto quali sarebbero state le migliori leggi e le migliori decisioni politiche o economiche da intraprendere. Egli rispose: “La cosa più importante è chiamare le cose con il loro nome”. «Se non comprendiamo i vocaboli essenziali, siamo intellettualmente morti o quasi. Non importa quali idee intelligenti possiamo avere», ha ricordato lo studioso, proponendo dei termini alternativi quali “intelligenza virtuale”, “intelligenza simulata” o “simulatore di intelligenza”, o “artefatto intelligente”. Nel vivace dibattito che ha caratterizzato la mattinata è stato proposto anche “surrogato di intelligenza”.

Names matter, i nomi sono importanti, «i nomi le etichette, le espressioni sono essenziali e non sono neutrali – ha insistito il filosofo iberico –. Non possiamo essere schiavi di mode, del commercio o del modo in cui i social media nominano la realtà. In questo caso non avemmo una nostra visione delle cose. Noi filosofi abbiamo il compiti di non dare nulla per scontato e di essere critici». Non si tratta di un approccio negativo verso la tecnologia che è una realtà importante e utile. Piuttosto, nell’intenzione del relatore, si tratta di svelare le trappole che stanno dietro al concetto di “intelligenza artificiale”. Questo per López López è «confusionario, perché confonde causa ed effetto; acritico e arbitrario, perché ritiene fondato antropomorficamente che la macchina sia un agente autonomo, ma questo è un pio desiderio; non dimostrabile, perché ciò spetterebbe a coloro che lo affermano e, infine, motivato ideologicamente ». Da parte di una cultura materialista. Per questo cadrebbe in contraddizione chi non essendo materialista lo usa. Inoltre avrebbe un che di prometeico, trasformando gli ingegneri in «dèi artificiali».

Per fondare la sua critica López López ha brevemente definito “intelligenza” e “artificialità”. La prima come «capacità di comprendere la realtà in modo universale e allo stesso tempo socraticamente se stessi in modo introspettivo». Inoltre l’intelligenza presuppone la libertà della mente: «Le macchina non possono essere intelligenti, perché schiave degli ingegneri o delle élite politiche che li controllano». L’artificialità, invece, è semplicemente «una disciplina pratica, sviluppata culturalmente ». Dunque un’intelligenza è per forza di cose artificiale, pur avendo una base naturale, ma questo poiché è essenzialmente umana. Ogni intelligenza è fatta di arte, di artificio culturale. «L’umanizzazione delle macchine implica la robotizzazione degli esseri umani. Se capiamo questo ci dobbiamo impegnare nel nominare in modo realistico di ogni nuova tecnologia che può essere usata dal potere per spingere i propri interessi e la propria ideologia», la provocazione lanciata dallo studioso spagnolo., Che, prima di concludere con un frase in latino il suo intervento, ha mostrato come anche una piattaforma di IA condivida la sua opinione sulla migliore appropriatezza dell’espressione “artefatto intelligente”, sebbene «IA sia corrente ormai da decenni ». E sia ormai pervasivo in tanti aspetti della vita, tutti trattati in svariati panel, tavole rotonde e plenarie. Dalla giurisprudenza alla medicina, dalla politica, al cambiamento climatico, dal gender gap ai diritti umani. Fino alla religione. Alcune iniziative hanno puntato sui valori umani nella transizione digitale. Come il progetto di ricerca “DigitHuman”, presentato nei giorni scorsi, che mira a valutare l’impatto sociale del digitale. Mettendo al centro tre dimensioni, indagate dalla prospettiva degli umani e delle macchine: empatia, autonomia (si pensi ai veicoli autonomi) e vulnerabilità. «Diventeremo invincibili o si creeranno nuove vulnerabilità, come ad esempio essere uccisi a distanza se ha un dispositivo collegato accessibile a internet? », spiega Fiorella Battaglia del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università del Salento, a Lecce, coordinatrice del progetto che coinvolge docenti della Federico II di Napoli, dell’Università di Chieti-Pescara e di quella della Basilicata. Alla fine, nello spirito di una ricerca filosofica non fine a se stesa ma che si fa impegno civico, saranno redatte delle linee guida per la transizione digitale, a disposizione della P.A. L’empatia è un concetto che è ambivalente quando si applica al rapprto uomo macchina. Si pensi alle lacrime di un militare di fronte alla perdita di una zampa di un “insetto” sminatore. Militare che poco dopo potrebbe ben aver ordinato un bombardamento di umani senza battere ciglio.

Di empatia ha parlato la filosofa morale della Federico II di Napoli, Anna Donise. «È un concetto che può aiutare a comprendere meglio le caratteristiche dell’Ia che possono e devono essere implementate in maniera utile e anche a comprendere meglio come funzioniamo noi. Quando vediamo un robot che ci dicono essere empatico, ma di fatto si limita a cogliere l’interazione di un altro robot, siamo di fronte a qualcosa di diverso dalla nostra capacità empatica». Guardare bene noi stessi ci fa capire che «possiamo anche essere sadici, non necessariamente etici, capaci di simulare, e allo stesso tempo di grandi gesti di altruismo, di grande interesse all’altro e di grande capacitò narrativa ». L’empatia ci aiuta, dunque, a comprendere anche i rapporti uomo-macchina. «Il fatto che noi abbiamo empatia per i robot è un dato oggettivo., Si pensi ai cuccioli-robot da curare, ai companion dogs per i malati di demenza. La questione è, dunque, che «si riconoscano ai robot delle capacità, ad esempio nella cura, ma non si tratta di empatia, perché questa non può prescindere dalla dimensione corporea che, almeno allo stato, nell’IA non c’è».

Di empatia e di rapporto uomo-macchina-Dio si è parlato nel panel “Robot umanoidi come partner del dialogo interreligioso”. Nella sua comunicazione la studiosa olandese Anna Puzio ha illustrato ciò che fanno alcuni dei 20 “robot religiosi” esistenti. Il tedesco Bless U2 impartisce benedizioni in varie lingue, Celeste, a forma di angelo, guida alla preghiera e stampa versetti biblici personalizzati. SanTO invece - sviluppato dall’italiano Gabriele Trovato - prende la forma di un santo, aiuta i fedeli a pregare e li accompagna dal punto di vista psicologico. Trovato ha sviluppato il suo robot in Giappone. In oriente, infatti, questi oggetti sono relativamente diffusi. Mindar, sacerdote-robot buddista, conduce della cerimonie nel tempio zen. Mentre il monaco Xi’aner accompagna i visitatori nel tempio, risponde a domande sul buddismo e suona musica buddista. Il suo scopo è promuovere il buddismo in Cina. Infine, in Giappone l’umanoide Pepper è usato nei funerali per motivi economici (costa meno di un sacerdote e diffonde anche la cerimonia funebre su internet a beneficio di chi non ha potuto partecipare). Questi robot religiosi, precisa Puzio, «sono ancora ai primi passi del loro sviluppo e contrariamente ad altri robot, inclusi vari social robots ». Più in generale gli oratori hanno discusso di religione e digitale, e di come - ad esempio - la dimensione virtuale si scontri con concetti come presenza eucaristica e comunità, per non parlare della dimensione del mistero. Nel dibattito sono sorti anche scenari futuristici, come la sostituzione del prete con un robot o la domanda sulla possibilità che il robot possa davvero pregare. Ipotesi che molti dei presenti hanno escluso.

www.avvenire.it

 

sabato 3 agosto 2024

ACQUA e CHATGTP

La tecnologia a prezzo dell’ambiente?

Quasi nessuno sa che l’intelligenza artificiale 

non solo produce altissime quantità di CO2,

 ma rende ancora più esigue le riserve d’acqua di qualità.


-di Roberto Reale

Per affrontare il tema delle «intelligenze artificiali», a che cosa ci serve una riflessione etica? La domanda pone in realtà un interrogativo su noi stessi: che cosa dobbiamo fare per evitare di essere travolti dalla velocità delle trasformazioni, per impedire che a decidere tutto siano «spensierati» imprenditori e programmatori? Di fronte alla potenza delle macchine, «l’uomo è antiquato» scriveva profeticamente un filosofo già nel 1956. Figuriamoci nel 2024, nell’epoca della «convergenza digitale» in cui adoperiamo strumenti della cui logica comprendiamo poco o nulla. E allora che fare? Tema ricorrente di questa rubrica è che non ci si debba far abbagliare da «allucinazioni fantascientifiche» ma partire piuttosto da quello che già ora sta capitando all’umanità.

 Un esempio? C’è un aspetto ignoto all’opinione pubblica italiana, riguarda i costi ambientali generati dai grandi server informatici utilizzati per l’IA. Negli Stati Uniti, documentate inchieste giornalistiche hanno denunciato il rischio che vaste aree del Paese possano rimanere a breve a corto di energia elettrica a causa della crescita esponenziale della domanda. E chi lo produce questo squilibrio già così allarmante in Georgia, Arizona, Texas? Sono i giganteschi data center, gli enormi impianti dove vengono raccolti i dati utilizzati dalla «intelligenza generativa» per rispondere alle nostre domande di testi, immagini, video, musica. Si tratta di infrastrutture informatiche che consumano una quantità di energia molto maggiore rispetto ai centri elaborazione dati tradizionali.

 In un suo recentissimo documento, l’agenzia governativa USA che si occupa di tecnologie ha stimato che l’addestramento di un singolo modello di IA generativa può determinare l’emissione di una quantità di CO2 pari a quella di trecento voli fra New York e San Francisco andata e ritorno. Per questa ragione, grandi compagnie come Amazon, Apple, Google, Meta, Microsoft sono alla disperata ricerca di siti dove installare nuovi stabilimenti produttivi. E qui dobbiamo tenere sempre presente che questo business è un carburante fondamentale per la Borsa di New York. Non a caso, nel 2023 le aziende che producono i processori di ultima generazione hanno realizzato utili stratosferici.

 Chi lo può fermare un meccanismo del genere? La legge approvata dall’Unione Europea (AI Act) impone dal 2025 ai gestori di «sistema ad alto rischio» di riferire sul loro consumo di energia e di risorse naturali. Con lo stesso intento proposte simili sono state avanzate al Congresso USA in base al principio che «il progresso tecnologico non può avvenire a spese della salute del pianeta». Questo perché i giganteschi centri di calcolo non si nutrono soltanto di elettricità, ma consumano pure acqua di qualità in grande quantità. La reticenza delle compagnie nel fornire informazioni esaustive su questo è clamorosa, ma nelle zone dove gli impianti operano crescono le proteste popolari. Di quanta acqua parliamo? Per avere una unità di misura possiamo citare uno studio che ha calcolato che una trentina di domande che noi facciamo a ChatGpt e simili provoca un consumo di mezzo litro di acqua potabile. Va bene così? È opportuno che i cittadini siano informati sui lati nascosti del progresso tecnologico. L’etica non ci serve solo per i rischi di domani. È indispensabile già per quelli di oggi.

 

Messaggero di S. Antonio

 

sabato 22 aprile 2023

IL PENSIERO, LA TECNOLOGIA, LA POLITICA


 

- di Mauro Magatti

 

Per rendere l’ambiente digitale amico della libertà e della democrazia bisogna investire sull’intelligenza umana e mantenere viva la relazione tra intelletto e spirito.

L’eredità inaspettata del Covid è una accelerazione tecnologica che ci sospinge sulla soglia di una nuova fase destinata a cambiare in profondità le nostre vite personali e collettive.

Da un lato, l’arrivo di ChatGpt. Sbarcato sul mercato in anticipo di qualche anno rispetto alle aspettative, questo nuovo strumento di elaborazione avanzata del linguaggio naturale utilizza in modo potente e versatile algoritmi di apprendimento automatico (machine learning) in grado non solo di generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso, ma anche di interpretare immagini e sviluppare autonomamente nuove forme di ragionamento.

Un salto di livello lungo la strada iniziata nella seconda metà del XX secolo, che attribuisce un ruolo sempre più centrale all’elaborazione algoritmica nei processi conoscitivi e decisionali alla base della nostra vita quotidiana.

Dall’altro lato, il metaverso annunciato da Zuckerberg.

Un cyberspazio immersivo a cui si accede utilizzando visori per la realtà virtuale o tecnologie per la realtà aumentata.

Anche se non ha ancora invaso il mercato, sappiamo già che nei prossimi anni il suo impatto è destinato a rivoluzionare il nostro rapporto con la realtà e la produzione e la fruizione dell’immaginario.

Anche in questo caso, un salto di livello nel percorso intrapreso con il cinema e la televisione.

E mentre i promotori parlano di una nuova condizione in cui potremo finalmente liberarci dal vincolo del rapporto col reale, i critici temono la creazione di dipendenze e forme psicotiche ancora più gravi di quelle che già conosciamo.

Per capire il futuro che si prospetta occorre osservare questi due sviluppi nella loro relazione: nel suo insieme, la tecnologia digitale sta interferendo in maniera sempre più radicale su quello che i greci chiamano nous, cioè sulla facoltà umana di pensare, facoltà che è individuale e collettiva.

Gli antichi greci hanno riconosciuto e distinto le due componenti del nous: intelletto e spirito.

Due dimensioni che — come hanno riconosciuto Jurgen Habermas e Joseph Ratzinger — nel corso nella modernità si sono trasformate sconnettendosi l’una dall’altra. L’intelletto identificandosi sempre più strettamente con la ragione strumentale prima e calcolatoria poi; e lo spirito evolvendo nella direzione della libera creatività dell’immaginario soggettivo.

Tale separazione — che è all’origine delle trasformazioni della cultura occidentale nella seconda metà del ’900 — diventa ora una divaricazione ancora più radicale.

Il punto è che, mentre risultano ulteriormente esplose dalle innovazioni tecnologiche sopra ricordate, le capacità di calcolo, elaborazione e circolazione dell’immaginario vengono progressivamente delegate alla macchina, all’interno di sistemi e apparati tecnici sempre più complessi e interdipendenti.

In questo modo tali capacità vengono disincarnate (exosomatizzazione) e ordinate alle esigenze dell’organizzazione sociale.  Concretamente, dei suoi interessi economici e/o politici.

La ricomposizione tra intelletto e spirito da parte delle persone e delle libere associazioni umane (famiglie, imprese, partiti, chiese, movimenti etc.) continua ovviamente a esprimersi.

Ma diventa più fragile e in definitiva meno autonoma, cioè meno capace di determinare i processi di conoscenza e di decisione. Non si tratta qui di essere pro o contro la tecnologia.

L’uomo è tecnico fin dall’origine e alle future generazioni toccherà comunque vivere nel nuovo ambiente che sta prendendo forma.

Si tratta piuttosto di fare quello che in ogni epoca è stato necessario: discernere le opportunità dai rischi come due facce della stessa medaglia.

Adottando tutte le contromisure per rendere possibile un adattamento sensato alla nuova condizione in cui è destinata a svolgersi la vita sociale.

In una società votata all’innovazione, la capacità regolamentativa delle istituzioni politiche tende a essere debole, anche perché sempre in ritardo («Stato», d’altronde, è il participio passato del verbo essere).

Come ha mostrato Shosana Zuboff analizzando il vantaggio di cui Google ha goduto per almeno un decennio grazie alla sua capacità di muoversi sulla frontiera tecnologica, al di là di ogni regolamentazione istituzionale.

Nonostante questa difficoltà, la politica non deve smettere di esercitare il ruolo che le spetta.

A partire da un corretto dimensionamento della portata del problema.

Che è il vero significato che sta dietro l’appello a fermarsi lanciato qualche giorno fa dal Future Life Institute.

L’unico precedente a cui ci si può rifare è l’atomica — a cui peraltro lo stesso Sam Altam, fondatore di OpenAI, ha di recente paragonato (non del tutto impropriamente) la propria innovazione.

Ma ci sono molti dubbi che qualcosa del genere possa essere applicato all’intelligenza artificiale, che ha già mille applicazioni in tutti i campi ed è diffusa a livello internazionale.

Su un piano diverso, un ruolo importante lo giocheranno le imprese, la finanza, i gruppi professionali — specie scienziati e tecnologi — i ricercatori, gli intellettuali, i media, la scuola e tutte le agenzie formative (a cominciare dall’università).

Per rendere l’ambiente digitale amico della libertà e della democrazia c’è infatti bisogno di investire sull’intelligenza umana. Che significa lavorare per popolare tutto ciò che, «stando in mezzo» tra ChatGpt e metaverso, è in grado di mantenere viva e plurale la relazione tra intelletto e spirito, esattamente ciò rischiamo di perdere.

Sapendo che, se non lo faremo con la necessaria forza e tempestività, le grandi opportunità del digitale si trasformeranno in disastrosi fattori di distruzione.

 

Corriere della Sera