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sabato 7 marzo 2026

LA MIA ANFORA

DAMMI QUEST'ACQUA


 III Domenica di Quaresima 

(08/03/2026)




Visualizza Gv 4,5-42

Commento di don Roberto Seregni

C'è un piccolo dettaglio in questo racconto della samaritana che mi ha sempre affascinato. La donna, dopo aver dialogato intensamente con Gesù, corre in città ad avvisare i suoi concittadini e dimentica la sua anfora al pozzo. La dimentica perché non ne ha più bisogno: ha incontrato Gesù e l'acqua viva della sua parola. La gioia dell'incontro è così grande che tutto il resto passa in secondo piano. Deve correre veloce e leggera per annunciare che ha incontrato il Messia atteso.

E allora mi chiedo: qual è l'anfora che oggi devo lasciare ai piedi dell'altare? Da cosa devo liberarmi per correre più libero e leggero? Quali sono le zavorre che inutilmente appesantiscono la mia vita?

Provaci: prendi un foglio e una penna. Titolo: "Le mie anfore". E scrivi tutto ciò che ti appesantisce e che in questa Quaresima vuoi mettere nelle mani del Maestro.

Un abbraccio, don Roberto

Parole Nuove

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giovedì 19 febbraio 2026

SETTE SETTIMANE PER L'ACQUA

 


Il Consiglio ecumenico delle Chiese lancia

'Sette settimane per l’acqua'


Da oggi, 18 febbraio, e fino al primo aprile prossimo, prende il via l'iniziativa quaresimale promossa dalla Cec per sollecitare la comunità internazionale ad individuare azioni concrete affinché ci sia una giusta distribuzione di risorse idriche. In tutto il mondo 2,2 miliardi di persone, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso a riserve potabili sicure

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

"Seven Weeks for Water - Sette settimane per l’acqua" è l’iniziativa lanciata dalla Rete ecumenica dell’acqua (Ecumenical Water Network, Ewn) del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) per ispirare risposte e azioni concrete per la sua giusta distribuzione. L'acqua ha un profondo significato spirituale nella tradizione cristiana come dono di Dio. Eppure 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso ad acqua potabile sicura. La campagna inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, con un servizio di preghiera e prosegue fino al primo aprile. I promotori dell’iniziativa ecumenica sottolineano ancora una volta quanto sia urgente, in questo tempo di crisi economica ed ecologica, che i cristiani intraprendano una riflessione sull’economia dell’acqua e mettano in campo delle misure adeguate.

Giustizia idrica

Per l’occasione, la Rete ecumenica ha lanciato una raccolta di riflessioni e di risorse bibliche dedicate all’uso dell’acqua durante la Quaresima. Al fine di ottimizzare tali azioni, e nell’ottica di poter offrire un supporto anche alla luce delle evidenti ristrettezze economiche che colpiscono molte realtà del pianeta, la Cec propone un coordinamento di molteplici iniziative e contributi affinché si riesca in parte sopperire a eventuali criticità esistenti. “La giustizia idrica - spiega Dinesh Suna, responsabile del programma Terra, Acqua e Cibo della Cec e coordinatore dell’Ecumenical Water Network - è inseparabile dalla giustizia di genere. Quando vediamo donne e ragazze camminare ore ed ore per procurarsi l'acqua, pur essendo escluse dalle decisioni sulla gestione delle risorse idriche, assistiamo a una profonda violazione della dignità che la Chiesa non può ignorare. Le Settimane per l'acqua – aggiunge - ci invitano a riflettere, pregare e agire, per garantire che l'accesso all'acqua potabile diventi una realtà vissuta da tutti i figli di Dio, soprattutto da coloro che sono stati emarginati per troppo tempo".

Il 22 marzo la Giornata mondiale dell'acqua

"Seven Weeks for Water" ha quindi l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (istituita dalle Nazioni Unite nel 1992) che sarà celebrata il prossimo 22 marzo. Se infatti la produzione di cibo si basa sulla disponibilità di acqua pulita, allo stesso tempo ha un notevole impatto sia sulla quantità che sulla qualità dell’acqua. Di qui l’importanza di adottare pratiche il più possibile sostenibili. Stesso ragionamento per la produzione di energia, che necessita di enormi quantità di acqua e incide negativamente sulla sua qualità. È quindi fondamentale sviluppare politiche integrate che rendano coerenti le scelte attuate nei vari settori legati alle risorse idriche, soprattutto in un momento in cui non si può sottovalutare la disponibilità di acqua nel mondo.

Sette temi settimanali durante la Quaresima

Dal 2008, numerosi teologi di fama internazionale hanno scritto numerose riflessioni sulle "Seven Weeks for Water". Quest'anno, sette temi settimanali guideranno il percorso durante la Quaresima: comunità resilienti al clima nel contesto dell’acqua, servizi igienico-sanitari e igiene (Wash); dinamiche di potere e di genere nelle regioni con scarsità d'acqua; acqua potabile come benessere condiviso; realtà delle donne rurali; servizi igienico-sanitari per la dignità nei sistemi Wash; controllo dell'acqua nelle zone di conflitto; e legame tra agricoltura e Wash. Queste riflessioni bibliche sono consultabili sul sito della Rete ecumenica, settimana per settimana, insieme a spunti per lo studio, la riflessione e l’azione, attraverso le quali le comunità religiose e le persone potranno formulare le loro risposte nelle comunità locali in merito al tema della giustizia sull’acqua.

Digiuno sistemico globale di carbonio

Secondo Athena Peralta, direttrice della Commissione della Cec per la giustizia climatica e lo sviluppo sostenibile, giustizia idrica e giustizia climatica sono profondamente interconnesse. “Mentre entriamo nel Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica, le Sette settimane per l'acqua ci ricordano che il cambiamento climatico amplifica le disuguaglianze esistenti e che le donne sono tra le persone che ne sopportano il peso maggiore. Questa campagna – ricorda Peralta - si integra con il nostro Digiuno sistemico globale dal carbonio, mostrando come le nostre discipline quaresimali possano affrontare sia il fabbisogno idrico immediato che la crisi climatica a lungo termine". Esso offre riflessioni bibliche settimanali e azioni rivolte a specifiche industrie estrattive: combustibili fossili, trivellazione di petrolio e gas, estrazione mineraria, pesca eccessiva e disboscamento, agricoltura agroindustriale ed estrazione mineraria in acque profonde.

Vatican News

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sabato 18 gennaio 2025

ACQUA e VINO

 



 Is 62,1-5; Sal 95 (96); 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

 

 Commento di Matias Augé

 

In questa domenica ci viene proposta la scena semplice e toccante del miracolo delle nozze di Cana. Gesù si trova con sua madre Maria ed i suoi discepoli ad una festa di nozze nella cittadina di Cana di Galilea. Venendo a mancare il vino, Gesù cambia sei giare d’acqua in vino. Ciò che sembra interessare particolarmente a san Giovanni, che racconta il fatto, è che con questo primo miracolo Gesù ha manifestato la sua gloria ed i discepoli hanno creduto in lui. Questo prodigio, come i restanti miracoli compiuti da Gesù, sono chiamati da san Giovanni “segni”, in quanto mostrano che Gesù è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore atteso.

 La presenza di Maria non è una presenza di contorno, ma determinante e attiva. È Lei infatti a provocare l’intervento di Gesù. Alle parole di Maria “Non hanno più vino”, Gesù risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Ma quale ora? Con Gesù giunge l’ “ora” attesa annunciata dai profeti: in lui Dio manifesta la sua gloria afferma san Giovanni, facendo eco alle parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria”. Secondo il vangelo di Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4.40) ed è riconoscibile attraverso la fede (cf. Gv 2,11). Il dono della fede fa sì che i discepoli intravedano nel miracolo o “segno” operato da Gesù a Cana la presenza di Dio che salva. Il gesto compiuto da Gesù alle nozze di Cana è quindi una “epifania” messianica, cioè una manifestazione di ciò che egli è e della sua missione salvifica.

 Nell’Antico Testamento la felicità promessa da Dio ai suoi fedeli è espressa sovente sotto la forma di una grande abbondanza di vino, come si vede negli oracoli di consolazione dei profeti d’Israele. Gesù, col miracolo dell’acqua cambiata in vino mostra che è cominciata l’era messianica in cui Dio comunica in abbondanza i suoi beni. Il momento culminante di quest’era sarà costituito dalla morte e risurrezione di Cristo, cioè dal mistero della sua pasqua. A questa fase culminante della sua opera si riferisce Gesù quando dice a Maria sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (cf. Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1). In ogni caso, il vino nuovo che egli fornisce miracolosamente a Cana è già segno del dono completo della redenzione offerto sulla croce e perennemente presente nel sacrificio dell’altare: il vino distribuito in abbondanza è segno del sangue che sgorga dal costato di Gesù in croce, sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati.

 La salvezza attesa dai profeti e compiuta da Cristo è sempre presente in mezzo a noi nei segni del pane e del vino dell’Eucaristia che celebriamo in obbedienza alle parole del Salvatore: “Fate questo in memoria di me”. Ci possiamo domandare se per noi la partecipazione alla santa Messa è veramente un incontro di fede con il nostro Salvatore, un momento in cui riscopriamo il senso della nostra vita cristiana come vita di comunione con Dio e con i fratelli e sorelle, un momento di gioia e di grazia.

 Alzogliocchiversoilcielo


 

domenica 8 settembre 2024

NON TI MANCHI LA GIOIA

 


 Vito Mancuso filosofo italiano, intreccia spiritualità e razionalità per dare senso al mistero dell'esistenza. In Non ti manchi mai la gioia invita a coltivare la felicita come resistenza contro la superficialità, riscoprendo la bellezza nelle piccole cose.

Riflessione centrale è l'acqua, simbolo del fluire della vita che modella l’esistenza come fa con le rocce di un fiume. L'acqua racchiude la memoria della creazione, rappresentando il divenire continuo che ci guida verso la gioia nutrimento dell'anima.

 intervista a Vito Mancuso

a cura di Stefania Santoni

In «Non ti manchi mai la gioia» lei descrive i momenti di stallo come situazioni in cui ci sentiamo incapaci di avanzare. In che modo possiamo affrontare questi momenti? 

«Non c'è nulla di buono senza la chiarezza mentale che nasce dalla conoscenza. Per affrontare i momenti blocco serve saperli riconoscere: conoscere un problema non basta per risolverlo, ma ignorarlo lo aggrava quindi è essenziale prenderne coscienza. Per capire, bisogna prima capirsi. E per capirsi, è necessario ritagliarsi momenti di silenzio isolamento e solitudine, condizioni in cui anziché ascoltare gli altri, ascoltiamo noi stessi. Solo così роssiamo реrсерire il disagio e andare in profondità» … 

 Nel libro evidenzia che la lotta contro l'impotenza è una costante nella storia dell’umanità. Com'è cambiata questa lotta e quali sono differenze tra passato e presente? 

«Prima ci si doveva conformare a un canone, a una tradizione, a un’autorità: l’individuo raggiungeva la sua potenza, il suo benessere, la sua realizzazione quando s’inseriva in un modello comunitario perché si viveva in una società religiosa nel senso sociologico del termine. Mi riferisco a ciò che rilega e unisce. Anche se uno non credeva o non partecipava ai sacramenti, la società rimaneva un punto di riferimento. Ora abbiamo una fortissima individualizzazione, non c’è più un riferimento collettivo, ciascuno è signore di sé stesso. L’individualizzazione accoglie aspetti negativi, come l’individualismo, ma anche positivi come la valorizzazione dell’individualità». 

 Lei parla di una fede moderna che celebra il culto dell’Io, paragonandola a una forma di narcisismo. Quali sono i pericoli? Il narcisismo contribuisce a una sensazione di prigionia interiore? 

«I pericoli di questa deriva li trovai scritti in maniera profetica da Shakespeare, in Troilo e Cressida: “Tutto avrà nome potere e il potere volontà, e la volontà desiderio e il desiderio, lupo universale, assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere farà dell’intero universo la sua preda per poi, alla fine, divorar sé stesso“. Una frase scritta nel 1600 che trova oggi una totale realizzazione. Questo lupo universale che ognuno di noi ha dentro di sé non conosce ostacoli e desidera. La manifestazione del narcisismo si verifica quando siamo convinti che non ci sia niente di superiore al proprio io, al proprio desiderio. E il risultato è l’appetito da lupo. Il lupo universale di cui parla Shakespeare vuole fare dell’intero universo la sua preda per poi divorare sé stesso. Ma noi siamo relazione: stiamo bene quando siamo in una relazione armoniosa. Quando l’armonia delle relazioni viene meno a causa dell’aggressività del desiderio, sul momento, chi vince ha un senso di potere e pensa di stare bene. Ma poi viene divorato. Per questo il desiderio come divinità assoluta ci consegna a una solitudine ontologica». 

Come possiamo aprirci a una vita più autentica? 

«Capendo la nostra posizione: si tratta di compiere all’interno di noi quella fondamentale rivoluzione copernicana, cioè, passare dall’immaturo geocentrismo, ovvero l’egocentrismo, alla maturità di chi comprende di non essere il centro perché il centro non esiste, si va costruendo mano a mano. La maturità consiste nel trovare qualcosa di più importante del nostro singolo desiderio trasformandolo in aspirazione. Non si tratta di sopprimere il desiderio, come sottolineano alcune tendenze religiose e ascetiche, ma di riorientarlo. Questo avviene col passaggio all’eliocentrismo, quando troviamo la stella attorno cui gravitare. E comprendiamo la portata delle relazioni rispetto ai grandi valori come il Bene, la Giustizia, la Bellezza, la Verità, l’Amore». 

 Come raggiungere un equilibrio interiore? 

«Ognuno deve trovare la via giusta per sé. La spiritualità è ad personam. Ci sono persone per le quali la via giusta è la preghiera del rosario, per altre invece è impossibile pensarlo e preferiscono la meditazione buddista. Altre ancora raggiungono l’equilibrio camminando nella natura, nella musica, nelle chiese vuote. Ciò che è decisivo è la connessione con qualcosa che è più grande di noi, quella metanoia, cioè il cambiamento della mente che consiste nel seguire la stella proprio come scrisse Dante nelle parole che fa pronunciare a Brunetto Latini: “Se tu segui tua stella, non fallirai a glorioso porto”. La ricerca spirituale consiste nel trovare la tua vita, quella che ti mette maggiormente in pace con te stesso e in connessione con il centro del mondo, con l’anima mundi». 

 Che cosa rappresenta per lei la gioia profonda di vivere? 

«È necessario fare una distinzione tra felicità e gioia. La prima riguarda la psiche e richiede movimento: è quando saltiamo, gridiamo, corriamo. La gioia, quella vera, è pace interiore. Non è una risata ma un mezzo sorriso, come dicono gli spirituali. È la pace del cuore, la quiete di chi si sente a casa, al sicuro. È avere la possibilità di affidare il proprio spirito». 

 Un’ultima domanda. Nel suo pensiero quale significato attribuisce all’acqua, sia in senso letterale che simbolico? 

«Non esiste cosmogonia al mondo che non ponga all’inizio di tutte le cose l’acqua. La mente umana lo ha sentito fin dal principio come elemento originario della vita. E oggi lo attesta la scienza: la vita è nata in ambiente acquatico. Perché l’acqua favorisce le relazioni tra gli elementi: li scioglie, li ammorbidisce. E li rende capaci di relazionarsi l’uno con l’altro».

 Alzogliocchiversoilcielo

 

 

sabato 10 agosto 2024

IL PANE DELLA VITA


UNA FOCACCIA E UN ORCIO DI ACQUA

Il simbolo del deserto è polisemico e, nella Bibbia, rimane pregno di evocazioni diverse che, di volta in volta, conducono il credente ad approfondire la propria fede e il proprio posto nella storia. Le letture odierne richiamano il deserto come luogo di provvisorietà e di pericolo mortale, ma anche come spazio in cui Dio manifesta la sua vicinanza e la sua fedeltà. Una terra assetata e senz’acqua, infestata da pericoli e bestie feroci, è in grado di fiorire e dare frutti, grazie alla fecondità che proviene da Dio, capace di trasfigurare l’estrema indigenza in germoglio di vita.

 Commento di Don Massimo Grilli*

 Prima lettura: 1 Re 19,4-8

La fuga di Elia nel deserto avviene subito dopo la sfida del Carmelo, che aveva visto il profeta di Dio vincitore contro i falsi profeti di Baal. Una lotta in cui Elia aveva mostrato mirabilmente la sua audacia e la sua forza, la sua sprezzante ironia e la sua ardita baldanza, espressioni della fiducia nell’unico Signore, oltre il quale non se ne danno altri. Di fronte alla moltitudine dei profeti di Baal, tanto invasati quanto inetti, Elia aveva mostrato la padronanza di sé che hanno i vincitori: la sua preghiera era stata esaudita, il fuoco era disceso dal cielo e aveva bruciato l’olocausto. Il popolo, conquistato dal miracolo, era tornato all’autentica fede nel Dio dei padri.

 È strano che un uomo tanto intrepido si dia alla fuga per paura della reazione della regina Gezabele. Della paura di Elia parla direttamente solo la versione greca della LXX, mentre il Testo masoretico lascia che sia il lettore a intuirla. In ogni caso, subito dopo una vittoria tanto schiacciante, meraviglia non poco che Elia sia in fuga dal Regno del Nord verso Bersabea, che si trova all’estremità meridionale del Regno di Giuda. Il deserto è un luogo dove è possibile nascondersi ed Elia si inoltrò nel deserto, a una giornata di cammino. L’invocazione della morte come liberazione richiama altre celebri grida, messe sulla bocca di uomini di Dio, disfatti dalla fatica della fedeltà alla propria missione. Geremia, in un momento di crisi estrema, si rivolge a Dio, maledicendo persino il giorno della sua nascita: «Perché non mi fece morire nel grembo materno? Mia madre sarebbe stata la mia tomba…Perché mai sono uscito dal seno per vedere tormenti e dolore…?» (Ger 20,14-18). In un altro contesto, Giobbe si augura lo stesso destino con parole analoghe: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! … Preferirei la morte, piuttosto che questi dolori» (6,9; 7,15). Si tratta sempre della morte vista come liberazione da una situazione insostenibile. Siamo impastati di fragilità: la fedeltà alla missione affidataci significa benessere e pienezza, ma anche tormento e persecuzione. Annunciare la Parola senza orpelli e senza illusioni demagogiche, smentita frequentemente dagli eventi della vita non è facile: la solitudine, la derisione, la persecuzione e, come se non bastasse, il mistero di un Dio vicino e lontano, mettono a dura prova la resistenza dell’uomo che crede. «Non sono migliore dei miei padri» esclama Elia, esprimendo così la delusione non solo per un Dio che immaginava diverso, ma anche di sé e della sua opera.

 Eppure, proprio nel momento dell’estremo smarrimento, il profeta si trova accanto una focaccia e un orcio d’acqua! Come Israele nel deserto, anch’egli sperimenta la Presenza di Dio in un mondo di assenze. La focaccia non è un pasto succulento: è sbrigativo, frugale e senza pretese. Ma l’efficacia dei doni di Dio non è direttamente proporzionata alla loro imponenza. La forza di Dio si dispiega nella debolezza dei mezzi. Basta una focaccia, se è Dio che la dona. I quaranta giorni e quaranta notti di cammino, insieme con il monte Horeb richiamano la figura di Mosè e la rivelazione del nome di Dio: YHWH. In fondo la potenza di Dio, nascosta in una focaccia e in un orcio d’acqua, è proprio qui: nel permettere ad Elia – e ad ogni uomo che crede – di arrivare al monte santo, dove Dio attende la sua creatura, per rivelarle il suo mistero.

 Il Vangelo: Gv 6,41-51

Il tema del pane e della presenza di Dio ritorna nel passo evangelico tratto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, che aveva entusiasmato le folle della Galilea, Gesù arriva al discorso che gli stava a cuore, urtando, questa volta, la sensibilità degli ascoltatori: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna…» (6,26-27). E ancora: «Io sono il pane della vita…disceso dal cielo» (6,35.38). È a questa situazione che si aggancia il mormorio scandalizzato dei Giudei. La mormorazione è l’atteggiamento tipico di un popolo miscredente. Il libro dell’Esodo ne parla al momento della traversata nel deserto (Es 15,24) e la motivazione è sempre la stessa: la pretesa satanica di voler imporre a Dio la propria logica, imprigionandolo in schemi a portata d’uomo. I Giudei pensano di conoscere Gesù perché conoscono i suoi dati anagrafici: come può il figlio di Giuseppe dire «Io sono il pane della vita, disceso dal cielo»? Non si rendono conto – o volontariamente rifiutano di accettare – che la filosofia dell’uomo è quella del perimetro. Pensano di conoscere le strade di Dio, senza voler riconoscere che Dio non si esaurisce in ciò che pensiamo di lui, e tanto meno in quello che di lui diciamo. A questa presunzione umana (che spesso appartiene anche ai credenti), Gesù contrappone un’altra verità: solo il Padre può far conoscere il Figlio e solo chi si lascia ammaestrare da Dio può entrare in rapporto con Gesù. Per entrare nel mistero di Dio, bisogna anzitutto disporsi ad accettare una relazione che ci supera. Dio non si lascia comprendere sulla base di schemi elaborati da una sapienza tanto arrogante quanto sterile, dettata solo dalla paura di perdere il potere sulle coscienze: Dio è novità e viene sempre in modo nuovo. Questo avevano dimenticato i padri del deserto; questo disconoscono i credenti che discutono con Gesù.

 La novità di Dio è il pane di vita. Per la seconda volta, in pochi versi, Gesù ripete: «In verità in verità vi dico, io sono il pane della vita…». E lo dirà più tardi, per la terza volta: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo…». Gli uomini fanno del tutto per circoscrivere le cose di Dio dentro i propri perimetri, e Gesù, invece, indica un’ulteriorità che supera la saggezza umana: il dono del pane di vita è la sua carne per la vita del mondo. È la prima volta che nel discorso ricorre il termine carne, così pregnante nella teologia giovannea.

 Il simbolo del deserto è polisemico e, nella Bibbia, rimane pregno di evocazioni diverse che, di volta in volta, conducono il credente ad approfondire la propria fede e il proprio posto nella storia. Le letture odierne richiamano il deserto come luogo di provvisorietà e di pericolo mortale, ma anche come spazio in cui Dio manifesta la sua vicinanza e la sua fedeltà. Una terra assetata e senz’acqua, infestata da pericoli e bestie feroci, è in grado di fiorire e dare frutti, grazie alla fecondità che proviene da Dio, capace di trasfigurare l’estrema indigenza in germoglio di vita.

 

Commento di Don Massimo Grilli*

 

Prima lettura: 1 Re 19,4-8

La fuga di Elia nel deserto avviene subito dopo la sfida del Carmelo, che aveva visto il profeta di Dio vincitore contro i falsi profeti di Baal. Una lotta in cui Elia aveva mostrato mirabilmente la sua audacia e la sua forza, la sua sprezzante ironia e la sua ardita baldanza, espressioni della fiducia nell’unico Signore, oltre il quale non se ne danno altri. Di fronte alla moltitudine dei profeti di Baal, tanto invasati quanto inetti, Elia aveva mostrato la padronanza di sé che hanno i vincitori: la sua preghiera era stata esaudita, il fuoco era disceso dal cielo e aveva bruciato l’olocausto. Il popolo, conquistato dal miracolo, era tornato all’autentica fede nel Dio dei padri.

 È strano che un uomo tanto intrepido si dia alla fuga per paura della reazione della regina Gezabele. Della paura di Elia parla direttamente solo la versione greca della LXX, mentre il Testo masoretico lascia che sia il lettore a intuirla. In ogni caso, subito dopo una vittoria tanto schiacciante, meraviglia non poco che Elia sia in fuga dal Regno del Nord verso Bersabea, che si trova all’estremità meridionale del Regno di Giuda. Il deserto è un luogo dove è possibile nascondersi ed Elia si inoltrò nel deserto, a una giornata di cammino. L’invocazione della morte come liberazione richiama altre celebri grida, messe sulla bocca di uomini di Dio, disfatti dalla fatica della fedeltà alla propria missione. Geremia, in un momento di crisi estrema, si rivolge a Dio, maledicendo persino il giorno della sua nascita: «Perché non mi fece morire nel grembo materno? Mia madre sarebbe stata la mia tomba…Perché mai sono uscito dal seno per vedere tormenti e dolore…?» (Ger 20,14-18). In un altro contesto, Giobbe si augura lo stesso destino con parole analoghe: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! … Preferirei la morte, piuttosto che questi dolori» (6,9; 7,15). Si tratta sempre della morte vista come liberazione da una situazione insostenibile. Siamo impastati di fragilità: la fedeltà alla missione affidataci significa benessere e pienezza, ma anche tormento e persecuzione. Annunciare la Parola senza orpelli e senza illusioni demagogiche, smentita frequentemente dagli eventi della vita non è facile: la solitudine, la derisione, la persecuzione e, come se non bastasse, il mistero di un Dio vicino e lontano, mettono a dura prova la resistenza dell’uomo che crede. «Non sono migliore dei miei padri» esclama Elia, esprimendo così la delusione non solo per un Dio che immaginava diverso, ma anche di sé e della sua opera.

 Eppure, proprio nel momento dell’estremo smarrimento, il profeta si trova accanto una focaccia e un orcio d’acqua! Come Israele nel deserto, anch’egli sperimenta la Presenza di Dio in un mondo di assenze. La focaccia non è un pasto succulento: è sbrigativo, frugale e senza pretese. Ma l’efficacia dei doni di Dio non è direttamente proporzionata alla loro imponenza. La forza di Dio si dispiega nella debolezza dei mezzi. Basta una focaccia, se è Dio che la dona. I quaranta giorni e quaranta notti di cammino, insieme con il monte Horeb richiamano la figura di Mosè e la rivelazione del nome di Dio: YHWH. In fondo la potenza di Dio, nascosta in una focaccia e in un orcio d’acqua, è proprio qui: nel permettere ad Elia – e ad ogni uomo che crede – di arrivare al monte santo, dove Dio attende la sua creatura, per rivelarle il suo mistero.

 Il Vangelo: Gv 6,41-51

Il tema del pane e della presenza di Dio ritorna nel passo evangelico tratto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, che aveva entusiasmato le folle della Galilea, Gesù arriva al discorso che gli stava a cuore, urtando, questa volta, la sensibilità degli ascoltatori: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna…» (6,26-27). E ancora: «Io sono il pane della vita…disceso dal cielo» (6,35.38). È a questa situazione che si aggancia il mormorio scandalizzato dei Giudei. La mormorazione è l’atteggiamento tipico di un popolo miscredente. Il libro dell’Esodo ne parla al momento della traversata nel deserto (Es 15,24) e la motivazione è sempre la stessa: la pretesa satanica di voler imporre a Dio la propria logica, imprigionandolo in schemi a portata d’uomo. I Giudei pensano di conoscere Gesù perché conoscono i suoi dati anagrafici: come può il figlio di Giuseppe dire «Io sono il pane della vita, disceso dal cielo»? Non si rendono conto – o volontariamente rifiutano di accettare – che la filosofia dell’uomo è quella del perimetro. Pensano di conoscere le strade di Dio, senza voler riconoscere che Dio non si esaurisce in ciò che pensiamo di lui, e tanto meno in quello che di lui diciamo. A questa presunzione umana (che spesso appartiene anche ai credenti), Gesù contrappone un’altra verità: solo il Padre può far conoscere il Figlio e solo chi si lascia ammaestrare da Dio può entrare in rapporto con Gesù. Per entrare nel mistero di Dio, bisogna anzitutto disporsi ad accettare una relazione che ci supera. Dio non si lascia comprendere sulla base di schemi elaborati da una sapienza tanto arrogante quanto sterile, dettata solo dalla paura di perdere il potere sulle coscienze: Dio è novità e viene sempre in modo nuovo. Questo avevano dimenticato i padri del deserto; questo disconoscono i credenti che discutono con Gesù.

 La novità di Dio è il pane di vita. Per la seconda volta, in pochi versi, Gesù ripete: «In verità in verità vi dico, io sono il pane della vita…». E lo dirà più tardi, per la terza volta: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo…». Gli uomini fanno del tutto per circoscrivere le cose di Dio dentro i propri perimetri, e Gesù, invece, indica un’ulteriorità che supera la saggezza umana: il dono del pane di vita è la sua carne per la vita del mondo. È la prima volta che nel discorso ricorre il termine carne, così pregnante nella teologia giovannea.

 Donare la propria carne per la vita del mondo fa riferimento al dono che Gesù farà della sua umanità sulla croce. E, con questo, si sottolineano due profonde verità. La prima è che avere fede significa andare ben oltre una percezione di Dio inteso come colui che viene a dare risposta agli istinti fondamentali dell’uomo. Più volte la Parola ci ha permesso di sottolineare l’importanza dell’incarnazione della fede nei problemi e nelle ansie quotidiane dell’uomo. Ora però la stessa Parola ci dice che l’uomo non si esaurisce nei suoi istinti primari, nei suoi appetiti sensitivi. Il pane è necessario, ma non basta: i padri hanno mangiato pane nel deserto e sono morti.  La fede è la ricerca di un senso della vita che non si esaurisce nel pane. La seconda verità è che bisogna recuperare in ogni campo l’oblazione, che contesta la voracità dell’«io». Il pane che Gesù dona è … per la vita del mondo. In fondo il mistero eucaristico è anche questo: il volto che incontriamo, le lacrime che asciughiamo, il grido che ascoltiamo… Chi lotta perché ogni essere umano sia accolto e rispettato, chi dimentica se stesso per testimoniare che non c’è un «io» senza un «tu», chi fa della gratuità un programma di vita… costui genera lievito per la vita del mondo.

 *Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano




sabato 3 agosto 2024

ACQUA e CHATGTP

La tecnologia a prezzo dell’ambiente?

Quasi nessuno sa che l’intelligenza artificiale 

non solo produce altissime quantità di CO2,

 ma rende ancora più esigue le riserve d’acqua di qualità.


-di Roberto Reale

Per affrontare il tema delle «intelligenze artificiali», a che cosa ci serve una riflessione etica? La domanda pone in realtà un interrogativo su noi stessi: che cosa dobbiamo fare per evitare di essere travolti dalla velocità delle trasformazioni, per impedire che a decidere tutto siano «spensierati» imprenditori e programmatori? Di fronte alla potenza delle macchine, «l’uomo è antiquato» scriveva profeticamente un filosofo già nel 1956. Figuriamoci nel 2024, nell’epoca della «convergenza digitale» in cui adoperiamo strumenti della cui logica comprendiamo poco o nulla. E allora che fare? Tema ricorrente di questa rubrica è che non ci si debba far abbagliare da «allucinazioni fantascientifiche» ma partire piuttosto da quello che già ora sta capitando all’umanità.

 Un esempio? C’è un aspetto ignoto all’opinione pubblica italiana, riguarda i costi ambientali generati dai grandi server informatici utilizzati per l’IA. Negli Stati Uniti, documentate inchieste giornalistiche hanno denunciato il rischio che vaste aree del Paese possano rimanere a breve a corto di energia elettrica a causa della crescita esponenziale della domanda. E chi lo produce questo squilibrio già così allarmante in Georgia, Arizona, Texas? Sono i giganteschi data center, gli enormi impianti dove vengono raccolti i dati utilizzati dalla «intelligenza generativa» per rispondere alle nostre domande di testi, immagini, video, musica. Si tratta di infrastrutture informatiche che consumano una quantità di energia molto maggiore rispetto ai centri elaborazione dati tradizionali.

 In un suo recentissimo documento, l’agenzia governativa USA che si occupa di tecnologie ha stimato che l’addestramento di un singolo modello di IA generativa può determinare l’emissione di una quantità di CO2 pari a quella di trecento voli fra New York e San Francisco andata e ritorno. Per questa ragione, grandi compagnie come Amazon, Apple, Google, Meta, Microsoft sono alla disperata ricerca di siti dove installare nuovi stabilimenti produttivi. E qui dobbiamo tenere sempre presente che questo business è un carburante fondamentale per la Borsa di New York. Non a caso, nel 2023 le aziende che producono i processori di ultima generazione hanno realizzato utili stratosferici.

 Chi lo può fermare un meccanismo del genere? La legge approvata dall’Unione Europea (AI Act) impone dal 2025 ai gestori di «sistema ad alto rischio» di riferire sul loro consumo di energia e di risorse naturali. Con lo stesso intento proposte simili sono state avanzate al Congresso USA in base al principio che «il progresso tecnologico non può avvenire a spese della salute del pianeta». Questo perché i giganteschi centri di calcolo non si nutrono soltanto di elettricità, ma consumano pure acqua di qualità in grande quantità. La reticenza delle compagnie nel fornire informazioni esaustive su questo è clamorosa, ma nelle zone dove gli impianti operano crescono le proteste popolari. Di quanta acqua parliamo? Per avere una unità di misura possiamo citare uno studio che ha calcolato che una trentina di domande che noi facciamo a ChatGpt e simili provoca un consumo di mezzo litro di acqua potabile. Va bene così? È opportuno che i cittadini siano informati sui lati nascosti del progresso tecnologico. L’etica non ci serve solo per i rischi di domani. È indispensabile già per quelli di oggi.

 

Messaggero di S. Antonio

 

mercoledì 16 agosto 2023

CRISI IDRICA ESTREMA

Il mondo vive una crisi idrica estrema 

e la situazione è destinata a peggiorare

Secondo il nuovo rapporto del World Resources Institute, l'aumento della domanda e l'accelerazione della crisi climatica hanno generato una situazione senza precedenti. Medio Oriente e Nordafrica le regioni più stressate

-         di Emanuela Prisco – Città del Vaticano

 Ogni anno un quarto della popolazione mondiale si trova ad affrontare uno "stress idrico estremamente elevato”: emerge dal rapporto quadriennale Aqueduct Water Risk Atlas del World Resources Institute, pubblicato oggi, 16 agosto, secondo il quale, entro il 2050, un altro miliardo di persone – oltre a quelle già colpite – ne verrà coinvolto. Per “stress idrico estremamente elevato” si intende che taluni Paesi stanno utilizzando quasi tutta l'acqua di cui dispongono, almeno l'80% della loro disponibilità rinnovabile. I Paesi maggiormente colpiti, così come indicati dal rapporto, sono Bahrein, Cipro, Kuwait, Libano e Oman, dove anche una siccità di breve durata potrebbe mettere questi luoghi a rischio di esaurimento dell'acqua. In tutto sono 25 i Paesi, che rappresentano il 25% della popolazione mondiale, che ogni anno sperimentano tale stress. È Samantha Kuzma, responsabile dati dell’Acqueduct e autrice di quest’ ultimo rapporto, a denunciare come nonostante l’acqua sia la risorsa più importante del pianeta non viene però gestita “in modo adeguato”.

L’ aggravamento della crisi

La domanda di acqua, a livello globale, dal 1960 ad oggi, è più che raddoppiata e il rapporto prevede che entro il 2050 aumenterà di un ulteriore 20-25%. Sono diversi i fattori che hanno determinato l’aumento, quali l’aumento della popolazione e la domanda di industrie come quella agricola, oltre a politiche di utilizzo dell'acqua non sostenibili e alla mancanza di investimenti nelle infrastrutture.

Le regioni più sotto stress

Medio Oriente e Nordafrica sono le regioni idricamente più stressate, sempre secondo il rapporto, dove entro la metà del secolo, vi saranno ripercussioni sulle forniture di acqua potabile, danni alle industrie e potenziali conflitti politici. Il rapporto evidenzia anche come il cambiamento maggiore nella domanda di acqua si verificherà nell'Africa subsahariana dove, entro il 2050, si prevede un aumento del 163%. Kuzma evidenzia come nell’Africa sub-sahariana la domanda di acqua stia salendo alle stelle, soprattutto per l'uso domestico e l'irrigazione delle colture. Di contro, la domanda di acqua si sarebbe stabilizzata, grazie a misure ad hoc, sia in Nord America che in Europa, salvo alcune regioni ancora interessate dallo stress.

Le misure per evitare il peggio

Ad aggravare la crisi vi è anche il cambiamento climatico. "L'acqua è il modo in cui i cambiamenti climatici impattano più direttamente sulle persone in tutto il mondo", dichiara Charles Iceland, direttore globale per l'acqua del programma Food, Forests, Water and the Ocean del WRI. Il cambiamento climatico alimenta siccità e ondate di calore sempre più gravi e prolungate, che rendono le forniture di acqua molto meno affidabili. La mancanza d'acqua rende inoltre più difficile per le persone sopravvivere a questi eventi estremi. Lo stress idrico costa vite umane, minaccia la sicurezza alimentare e causa interruzioni di energia, per questo il rapporto suggerisce alcune misure per evitare che questi si possa trasformare in una crisi idrica. Si tratta della conservazione e del ripristino delle zone umide e delle foreste, dell'adozione da parte degli agricoltori di tecniche di irrigazione più efficienti, come l'irrigazione a goccia, e poi dell'attenzione dei politici verso fonti energetiche che non dipendano così pesantemente dall'acqua, come l'energia solare ed eolica. L’acqua, aveva detto Papa Francesco in occasione dell’ultima Giornata mondiale dell’acqua, lo scorso 22 marzo, “non può essere oggetto di sprechi o di abusi o motivo di guerra, ma va preservata a beneficio nostro e delle generazioni future”. Secondo gli autori del rapporto, città come Las Vegas e Singapore hanno dimostrato che è possibile gestire risorse idriche molto scarse attraverso politiche come il trattamento e il riutilizzo delle acque reflue e la rimozione delle piante assetate d'acqua. Un’azione però in ritardo, a livello globale, dati i risultati del rapporto che, ancora una volta, ricorda all’umanità che ormai è sull’orlo di una crisi idrica globale.

 Francesco: l’acqua bene primario, non sia oggetto di sprechi, abusi e guerre


Vatican News



 

sabato 11 marzo 2023

DAMMI DA BERE


Letture 

 Es 17, 3-7; Sal.94; 

Rm 5, 1-2. 5-8; 

Gv 4, 5-42.

Commento di p. Ermes Ronchi

Dio ha sete, ma non di acqua, bensì della nostra sete di lui, ha desiderio che abbiamo desiderio di lui. Lo Sposo ha sete di essere amato. La donna non comprende, e obietta: giudei e samaritani sono nemici, perché dovrei darti acqua? E Gesù replica, una risposta piena di immaginazione e di forza: se tu conoscessi il dono di Dio. Parola chiave della storia sacra: Dio non chiede, dona; non pretende, offre.

Il maestro del cuore mostra che c’è un metodo, uno soltanto per raggiungere il santuario profondo di una persona. Non è il rimprovero o la critica, non il verdetto o il codice, ma far gustare qualcosa di più, un di più di bellezza, di vita, di gioia, un’acqua migliore. E aggiunge: ti darò un’acqua che diventa in te sorgente che zampilla vita.

Gesù il poeta di Nazareth usa qui il linguaggio bello delle metafore che sanno parlare all’esperienza di tutti: acqua, viva, sorgente. Lo sai, donna della brocca, la sorgente è più dell’acqua per la tua sete, è senza misura, senza calcolo, senza sforzo, senza fine, fiorisce nella gratuità e nell’eccedenza, dilaga oltre te e non fa distinzioni, scorre verso ogni bocca assetata.

INFINITA SETE

Gesù non cerca indizi di colpa. Non dice, quest’acqua non è buona e gli amori umani sono cattivi. Dice solo: se bevi quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile.

Gesù e una donna straniera. Occhi negli occhi al muretto del pozzo, con lo sguardo ad altezza del cuore. “Dammi da bere”. Il viandante ha sete, ma non di acqua.

Il dono è il tornante di questa storia, è parola portante della storia sacra: ti darò una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua. Simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio che si dona con un desiderio preciso: che lo amiamo non da servi, non più da sottomessi, ma da innamorati.

Anche oggi Gesù va diritto al pozzo del cuore, all’essenziale che tracima. E vede un cuore ferito, indurito, forse malato. Ma il suo sguardo non si posa sugli errori in cui la donna è inciampata, lui vede solo una grande sete, una sete infinita.

«Hai avuto cinque mariti. Vai a chiamare colui che ami». Il suo è il linguaggio femminile dei sentimenti, della ricerca di ragioni forti per vivere. «Se tu conoscessi il dono di Dio!» Donna, non vivere solo per i tuoi bisogni, fame, sete, amori, un po’ di religione, per­ché poi avrai solo un po’ d’acqua nella brocca, presto finita, sempre insufficiente. Non vivere senza mistero. Senza dono.

Gesù non giudica e non assolve. Non cerca indizi di colpa, ma un bene che subito mette in luce: hai detto bene, questo è vero. Non dice, quest’acqua non è buona, gli amori umani sono cattivi. Dice solo: se bevi di quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile.

Non le chiede di mettersi in regola, prima di affidarle l’acqua vivente: sarà l’acqua a trasformarla. È il Messia di suprema delicatezza, è il volto bellissimo di Dio.

 Ti darò acqua di sorgente. Gesù: lo ascolti e nascono fontane. E tutto zampilla, come un’acqua che eccede la sete e supera il tuo bisogno, che scorre verso altri.

Che cosa si vede da quel luogo, dal pozzo di Sicar? Il monte Garizim, con il tempio dei samaritani, e attorno cinque alture su cui i coloni stranieri hanno eretto cinque templi ai loro dei. Il popolo è andato dietro a cinque idoli, come la donna a cinque uomini. Storia, simbolo, popolo, persona, tutto si intreccia per convergere all’essenziale: lo Sposo cerca la sposa perduta.

La donna sente questa energia d’amore vivo, e ne è contagiata. Abbandona brocca e pozzo, e corre! Corre in città, e ferma tutti per strada: “c’è uno che sa tutto di me! Che vede in ognuno la sorgente del bene, più forte del male, e fontane di futuro”.

E chiama, annuncia, testimonia!

Nulla rivela il mistero dell’uomo quanto il mistero dei suoi amori.

Gesù fa nascere nella samaritana la sete di Dio, un Dio cui si accede per la porta del cuore. Solo lì si capisce ogni cosa.

Io sono acqua viva. Ricevimi, donami, e donandomi mi otterrai di nuovo.

 Cerco il tuo volto


venerdì 2 settembre 2022

CAPIRE L'ACQUA

PER USARLA MEGLIO

 Parla Giulio Boccaletti, ricercatore del Mit ed esperto di problemi climatici: «È utile studiare come il problema è stato affrontato nella storia: la risposta è sociale» «Ci sono parti del mondo storicamente aride, ma ci sono anche esempi di luoghi desertici che hanno imparato a gestire la situazione L’Italia è un Paese ricco di risorse idriche e quanto è successo quest’anno col Po in secca è dato dal contesto ma anche dalla povertà di infrastrutture efficaci»

 - di EUGENIO GIANNETTA

 «La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili». È stata questa frase di William S. Burroughs a ispirare la scelta del concetto di movimento come filo conduttore della XIX edizione del Festival della Mente. Attraverso la declinazione del concetto di movimento, il festival si interroga perciò sui temi più urgenti della contemporaneità e sulle grandi sfide che riserva il futuro: la questione dei rifugiati, la salute, la guerra, l’online, gli adolescenti e il cambiamento climatico. Anche i danni causati dal cambiamento climatico, come la siccità o le inondazioni, sono infatti tra le principali cause di migrazione. Oggi, come diecimila anni fa, l’acqua determina la vita dell’uomo. Ne abbiamo parlato con Giulio Bocca-letti, ricercatore del Mit e della Smith school di Oxford e senior fellow del 'Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici', nonché autore di Acqua. Una biografia( Mondadori, pagine 468, euro 28), anticipando insieme alcuni dei temi che affronterà nell’incontro “Fermi, mentre l’acqua attorno scorre”, che si terrà sabato 3 settembre in Piazza Matteotti, dove si interrogherà sulle sfide che dovremo affrontare a causa del cambiamento climatico che sta modificando la distribuzione delle acque sulla Terra.

La crisi climatica in questi ultimi anni ci ha portato a rivedere il nostro rapporto col territorio?

Nell’ultimo secolo la transizione verso l’urbanizzazione ha portato la maggioranza delle persone a lavorare e vivere in città e pochi oggi hanno a che fare col territorio, a differenza di anni fa. Quindi oggi il territorio è solo una scenografia. Le esperienze col territorio erano più normali un tempo perché le infrastrutture erano limitate, ma questo momento ci sta chiedendo un ritorno al territorio. Per via del riscaldamento globale stiamo sostituendo i combustibili fossili con le rinnovabili e questa transizione avrà un grosso impatto. Il lavoro da fare sarà soprattutto di infrastrutture, ma bisogna tenere conto che oggi abbiamo anche aspettative che prima non avevamo, e al tempo stesso dobbiamo pensare alla gestione delle emergenze.

La politica come dovrebbe intervenire?

Contribuendo alla costruzione di cittadini informati. Con la recente approvazione della modifica all’articolo 9 della Costituzione, l’Italia fa un passo importante verso la tutela dell’ambiente. In particolare, il testo introduce il riconoscimento della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Il concetto di biodiversità non è univoco, parte dalla partecipazione e può essere compreso al meglio nella collettività. Perciò credo che la politica dovrebbe prima di tutto fare divulgazione sul linguaggio e sui ruoli dei vari attori, formando e rendendo trasparenti dati e informazioni.

Qualche anno fa si parlava di acqua virtuale e impronta idrica, ora se ne parla meno, ma quello era un tema politico oltre che ecologico, perché l’acqua impiegata nella produzione di alimenti, spostandosi comporta cambiamenti nell’equilibrio dei Paesi.

Quello dell’impronta idrica è un concetto molto valido in letteratura, ma si ferma più o meno lì. Il punto è che i litri d’acqua utilizzati sono un problema in base al luogo da cui provengono, non lo sono a prescindere, inoltre dipende dalle quantità di cui si parla. In generale l’acqua c’è nel mondo, ma il vero problema è che non sempre c’è in un posto quando serve, quindi dipende dalla situazione specifica locale, oltre che dal contesto. Quello dell’impronta idrica è però un concetto molto utile per illustrare quanto e come siamo dipendenti dall’idrologia di altri luoghi.

Secondo una mappatura del World resources institute di qualche anno fa i Paesi più a rischio in relazione ai più alti livelli di stress idrico sono oltre trenta e ci sono altri luoghi nel mondo che affrontano carenze idriche tutto l’anno.

Anche in questo caso le mappature sono utili soprattutto per illustrare alcune questioni, come ad esempio sapere dove sono i problemi per poter intervenire in modo mirato. Ci sono parti del mondo storicamente aride, ma quello che è davvero importante è il modo in cui la società gestisce il problema per operare in un contesto arido. Ci sono esempi di posti aridi che hanno creato infrastrutture efficaci, ma il problema rispetto a questo argomento è che per farlo si possono calcolare solo le statistiche passate, dove però è difficile calcolare le variabili dei cambiamenti climatici.

L’Italia in che situazione si trova?

L’Italia è un Paese ricco d’acqua, ma anche un Paese fortemente agricolo e non uniforme. Quello che è successo quest’anno col Po in secca è dato dal contesto, ma anche dalla povertà di infrastrutture.

Il rapporto tra società e acqua è al centro del suo libro.

Il mio è un libro fondamentalmente storico. Rivela come la nostra società abbia nel proprio codice la stratificazione di generazioni che nel tempo hanno risposto a tutte le domande sull’acqua. Credo sia utile per meglio comprendere come si muove l’acqua intorno a noi.

In questi mesi spesso si è parlato di guerra per l’acqua. È un rischio?

 La verità è che nessuno sa davvero per cosa scoppino le guerre, e comunque non è mai solo per un’unica ragione. Anzi, potrebbe essere vero l’opposto: esistono esempi nel mondo di luoghi in conflitto, i cui pochi rapporti di dialogo sono proprio nella gestione delle acque che condividono. Per cui credo sia una semplificazione parlare di guerre per l’acqua, perché ogni situazione ha molteplici fattori di cui tenere conto.

 www.avvenire.it

 

domenica 21 marzo 2021

GIORNATA MONDIALE DELL'ACQUA


 “Troppi fratelli, tanti, tanti fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata!

                                                                                                                                             (Papa Francesco)

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 da ANSA:

In tempi di pandemia si è compreso quanto sia preziosa l'acqua per le nostre vite. Lavarsi le mani è fondamentale per contenere la diffusione del Covid-19 e di molte altre malattie infettive. Eppure quasi tre miliardi di persone in tutto il mondo non hanno questa possibilità. Una persona su tre, secondo i dati dell'Onu diffusi oggi nella Giornata mondiale dell'acqua, non ha infatti accesso all'acqua pulita e la situazione peggiorerà, senza interventi efficaci, tanto che si stima che entro il 2050 saranno 5,7 miliardi a vivere in zone con carenza idrica per almeno un mese all'anno.

Oltre due miliardi di persone al mondo vivono in paesi con problemi di approvvigionamento idrico. Quattro miliardi di persone vivono in aree che soffrono di grave carenza d'acqua almeno un mese all'anno. Circa 1,6 miliardi di persone hanno a che fare con una scarsità d'acqua "economica": l'acqua sarebbe fisicamente disponibile, ma mancano le infrastrutture per farla arrivare alle persone, osserva l'Onu. La capacità di stoccaggio dell'acqua negli invasi si riduce dell'1% ogni anno, per l'aumento della popolazione e i sedimenti nei depositi. L'utilizzo di acqua potabile continua a crescere dell'1% l'anno dal 1980. L'agricoltura impiega in media il 69% dell'acqua dolce per usi umani (in alcuni paesi questa percentuale sale al 95%). L'industria assorbe il 19%, le città il 12%. Nel periodo fra il 2009 e il 2019, la siccità ha colpito 100 milioni di persone al mondo, uccidendone 2000 e causando 100 miliardi di dollari di perdite. La Banca Mondiale stima che le regioni affette da carenza d'acqua possano vedere calare il loro Pil del 6% al 2050.

Dare l'accesso all'acqua potabile a 140 stati a medio e basso reddito entro il 2030 (l'obiettivo 6 dell'Agenda 2030 dell'Onu sulla sostenibilità) costerebbe 114 miliardi di dollari all'anno nei prossimi dieci anni. E' quanto si legge nel "Rapporto mondiale sullo sviluppo dell'acqua 2021" dell'Onu, diffuso oggi in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua.

La situazione nel complesso è aggravata dall'aumento degli eventi meteorologici estremi che hanno causato oltre il 90 per cento dei grandi disastri nell'ultimo decennio. Inoltre, entro il 2040, la domanda globale di energia dovrebbe aumentare di oltre il 25% e la domanda di acqua crescere di oltre il 50%. Dunque, secondo gli esperti, è necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali, per ridurre del 50% lo stress idrico indotto dal clima. Ciò potrebbe salvare la vita di oltre 360.000 neonati ogni anno.

L'Onu invita quindi a riflettere sul significato e sul vero valore di questa risorsa vitale per imparare a proteggerla meglio. ''Il valore dell'acqua supera di gran lunga il suo prezzo, è un valore incalcolabile per la nostra casa, la cultura, la salute, l'istruzione, l'economia o l'integrità del nostro ambiente naturale. Se trascuriamo anche uno di questi aspetti, rischiamo di gestire male questa risorsa limitata che è insostituibile'' aggiunge l'Organizzazione delle Nazioni unite.
"L'acqua è un bene universale, di difficile accesso per più di due miliardi di persone nel Pianeta. È un problema globale che deve investirci come decisori politici e come singoli cittadini" rileva il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, ricordando che "l'acqua è un bene che va preservato a tutti i livelli, a cominciare dalla rete idrica che nel nostro Paese disperde il 42% dell'acqua erogata". "La Transizione ecologica deve migliorare e proteggere le nostre risorse idriche" prosegue Cingolani spiegando che "con il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) stiamo lavorando su questa tematica, per mettere in sicurezza l'infrastruttura, i bacini idrici e gli alvei naturali". "L'oro blu, come viene definito - conclude il ministro - deve diventare un bene accessibile a tutti, in particolare ai Paesi del sud del mondo che ne soffrono la scarsità".

Quella dell'acqua pubblica è una questione  "fondamentale. Il Parlamento deve varare una legge e stabilire principi certi in base al referendum ed al senso degli italiani perché ci sia una gestione completamente pubblica" ha detto il presidente della Camera Roberto Fico. "La Giornata mondiale dell'acqua ricorda alle istituzioni di tutto il mondo la necessità di preservare una risorsa che sta diventando sempre più scarsa. L'accesso all'acqua costituisce un diritto fondamentale per tutelare la salute e assicurare il rispetto della dignità di esseri umani" afferma il presidente della Camera in un videomessaggio diffuso per la Giornata mondiale dell'Acqua. Oltre alla necessità di "far comprendere che l'acqua non è una risorsa inesauribile", Fico sostiene che "il tempo a nostra disposizione è finito: occorre una riconversione radicale in senso sostenibile dei modelli di sviluppo. Una riconversione che deve essere realizzata attraverso una strategia a 360 gradi e politiche mirate, ma che deve essere accompagnata anche da un cambiamento dei comportamenti individuali di ciascuno di noi. Esiste poi il tema del quadro normativo nel nostro Paese: con le proposte di legge bloccate da tempo nelle commissioni competenti. Nel rispetto delle differenze dei punti di vista sono convinto serva uno sforzo comune per definire un perimetro che realizzi pienamente il principio dell'acqua pubblica". Il presidente della Camera chiede anche di "investire risorse sulle infrastrutture idriche". "Mi auguro che si proceda in questa direzione. Ma è importante che questo avvenga nell'ambito di una gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrato dell'acqua, in grado di garantirne un accesso universale, sostenibile e solidale. E in questa prospettiva il Piano nazionale di ripresa e resilienza potrà imprimere una vera e propria svolta, quella di cui abbiamo bisogno", conclude.

"Sono passati ormai dieci anni dal referendum popolare sull'acqua pubblica del 2011 con cui ben il 57% dei cittadini italiani che si recarono alle urne decretarono con oltre il 95% dei sì la vittoria dell'Acqua Bene Comune e lo stop alla mercificazione e alla gestione da parte dei privati di questa risorsa vitale per persone ed ecosistemi. Non è ammissibile che ad oggi quel risultato storico per la democrazia diretta e i Beni Comuni rimanga ancora disatteso, anche nella nostra regione" scrive la neo assessora alla transizione ecologica del Lazio, Roberta Lombardi (M5s). "Per questo m'impegno a riprendere il dossier sull'acqua pubblica, con tutti i relativi provvedimenti il cui iter sembrerebbe arenatosi in questi anni, e a portarlo al tavolo della Giunta affinché si possa uscire finalmente da questa fase di stallo e vedere applicata la volontà popolare espressa dall'esito referendario. Confido nel fatto che anche tutti gli altri assessori, a prescindere dalla loro competenza in materia, sposino questa battaglia di civiltà e di amore per lo sviluppo sostenibile e la democrazia", assicura.

 ANSA