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mercoledì 22 luglio 2026

PEDAGOGIA AL FEMMINILE

 


Pubblicato il Dossier 

“Pedagogie al femminile: 

dialogo 

tra le istituzioni culturali”

 

Il n.8/2026 della collana 

"Storie dell'educazione"


 a cura di Pamela Giorgi

di Valentina Pedani

Il dossier N. 8 della Collana dell’Archivio Storico INDIRE “Storia dell’Educazione” raccoglie i contributi della tavola rotonda “Pedagogie al femminile: dialogo tra le istituzioni culturali” che si è tenuta all’M9 – Museo del ’900 di Mestre l’8 settembre 2025 e che ha visto la partecipazione delle studiose e degli studiosi delle istituzioni culturali ed educative che hanno collaborato alla realizzazione della mostra multimediale immersiva “La scuola come laboratorio: pedagogie al femminile” promossa e organizzata da INDIRE in occasione delle celebrazioni per il suo Centenario (1925-2025).

I contributi sono stati organizzati in due sezioni che pongono l’attenzione su due importanti questioni che la mostra e la tavola rotonda intendevano restituire e diffondere: da una parte, ribadire la necessità del mantenimento e della conservazione del patrimonio storico-educativo per la Public History, per la divulgazione, per la didattica e per fare della scuola un ‘laboratorio’ di emancipazione individuale e collettiva e uno spazio dinamico per nuove esperienze di crescita personale; dall’altra, valorizzare il contributo che figure femminili come maestre e pedagogiste hanno offerto allo sviluppo educativo e formativo del sistema scolastico italiano.

 

Il dossier è scaricabile gratuitamente al link: 

https://www.indire.it/patrimonio-storico/ricerca-storica/dossier-di-storia-delleducazione/storia/

 

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sabato 9 maggio 2026

DONNE E PATRIARCATO

 

 "Se il patriarcato biblico torna di moda"

In gergo giornalistico li chiamano «titoli civetta» perché devono attirare l’attenzione e spingerti a leggere l’articolo intero. È questo l’effetto che mi ha fatto il tiolo di un pezzo uscito pochi giorni fa su Il Post: «Una famiglia, un voto: quello del marito» (bit.ly/3QIJk3h). Per noi che, in Italia, celebriamo quest’anno l’80° anniversario dell’introduzione del suffragio universale, un titolo così non passa facilmente inosservato.

di Marinella Perroni 


Nel nostro paese le donne hanno votato per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946 e, poco dopo, al referendum istituzionale e per l’Assemblea costituente del 2 giugno. Anche se noi donne sappiamo bene che la nostra storia ha sempre avuto un andamento carsico, difficile pensare che in questo nostro paese si possa tornare indietro da quel punto di non ritorno che è l’esercizio del suffragio universale. 

 La sfida della King’s Way Reformed Church 

 E, in effetti, l’articolo in questione si riferisce a una piccola Chiesa riformata di Prescott in Arizona – la King’s Way Reformed Church, fondata solo pochi anni fa da un pastore quarantenne –, che riunisce poco più di un centinaio di persone. Si può a buon diritto ritenere, perciò, che si tratti di stravaganza americana di ben poco interesse per chi ormai da 80 anni vede le donne esercitare il diritto di voto sia attivo sia passivo ed essere inserite a pieno titolo nel tessuto della vita politica del proprio paese. 

 E invece, due cose non sono affatto da sottovalutare. La prima viene messa in luce dall’articolo stesso: «Nuove famiglie costantemente si uniscono ogni anno alla Chiesa di Prescott e il suo pastore, Dale Partridge, ha un ampio seguito sui social media, prende parola di frequente contro le femministe o le persone LGBTQ+, parla dell’immigrazione come di un «suicidio nazionale», dice che l’islam o l’induismo sono «demoniaci» e, soprattutto, predica il ritorno al «patriarcato biblico», cioè a un patriarcato giustificato dal volere di Dio, che come parte dell’ordine da lui creato avrebbe stabilito ruoli di genere distinti e gerarchici per l’uomo e la donna”. 

 Si tratta di una proposta promossa dagli attivisti di estrema destra nella «maschiosfera», ma rilanciata, tra gli altri, perfino dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth

 Sappiamo bene che la breccia che ha consentito alla rivoluzione femminista di penetrare anche nelle Chiese è stata proprio una nuova interpretazione del testo biblico: alla fine del XIX secolo e all’interno della battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donneElizabeth Cady Stanton (1815-1902) e il suo gruppo di suffragette avevano capito molto bene che solo una seria revisione dell’interpretazione biblica avrebbe potuto favorire il sovvertimento sociale legato al suffragio universale, senza che questo comportasse però la messa in discussione delle radici cristiane della società statunitense. 

 L’assetto patriarcale delle nostre società occidentali, infatti, molto deve al patriarcato biblico sul quale ha trovato fondamento e dal quale ha ricevuto legittimazione. Sappiamo bene del resto che, se letto a-criticamente, il testo biblico consente di motivare qualsiasi nefandezza in nome di Dio, fino al genocidio di interi popoli. 

 Grande è la responsabilità del fondamentalismo biblico ebraico e cristiano nell’attuale disordine mondiale e nella crescente messa in discussione, perfino nelle democrazie occidentali, di quei diritti delle donne e delle minoranze LGBTQ+ che sembravano ormai acquisiti. 

 Un compito per i cattolici: il rapporto tra sesso e potere 

 La seconda cosa da non sottovalutare è che la Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, è ancora quanto mai in ritardo nel confrontarsi seriamente e a tutto campo con temi e problemi che hanno a che fare con la sessuazione umana, si tratti dell’esercizio della sessualità o dei ruoli di genere. 

 Dato che il controllo della sessualità è strettamente connesso con l’esercizio del potere, noi credenti non possiamo che essere grati a George Orwell per averci attestato, con il suo romanzo 1984, che il «grande fratello» che tiene sotto controllo l’intera vita degli uomini e delle donne che appartengono a una collettività, anche quella che si svolge nell’intimità di una camera da letto, non sono soltanto regimi religiosi d’ogni tipo, ma anche poteri politici a pretesa totalitaria. 

 Per questo, sempre più le donne dovrebbero essere attente alla valenza politica del rapporto sesso-potere. Ben sapendo che il termine «sesso» rimanda a un intreccio di dimensioni e di possibilità che decidono della qualità della vita umana di un individuo o di una collettività. Un intreccio in cui la dimensione politica dei corpi come quella dei rapporti riceve spesso poca attenzione ed è, invece, quanto mai decisiva. 

 In contesti democratici, il legame tra differenze sessuali e accesso ai diritti è criterio e metro di misura della qualità valoriale della vita sul piano ideologico-politico e socio-religioso nonché morale e spirituale di una società come di una Chiesa

 La proposta della King’s Way Reformed Church, allora, deve far riflettere seriamente: va considerata, più che una stravaganza, un appello alla vigilanza. 

 Fonte: Il Regno delle donne



 

 

martedì 14 aprile 2026

DONNE CHE RESTANO

 Grazie alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, associazioni, imprese, semplicemente sapendo «restare» quando tutto attorno traballa e crolla.

-di Luigino Bruni

È ormai qualche decennio che la teoria economica ha iniziato a interessarsi alle dimensioni specifiche di genere, cioè allo studio delle eventuali caratteristiche specifiche e salienti del modo di agire nella sfera economica e sociale delle donne rispetto agli uomini. 

Esistono ormai interi corsi di studi intitolati alla «Gender Economics», che, sulla base di un crescente numero di dati empirici, mettono in luce alcune tendenze e costanti comportamentali. Le donne (in media e su grandi numeri), ad esempio, amano meno la competizione dei loro colleghi maschi. Sono invece più capaci di cooperazione, danno una maggiore importanza ai beni relazionali e alle dimensioni affettive-emotive dei rapporti, un punto di forza che, ovviamente, diventa anche una maggiore vulnerabilità e complicazione nella gestione dei rapporti di lavoro e in genere nelle relazioni che spesso si inceppano per attriti emozionali. Su questa linea voglio sottolineare un aspetto della dimensione femminile, non particolarmente analizzato dagli studi nelle scienze sociali. Mi riferisco al diverso atteggiamento, o alla diversa cultura, con la quale le donne gestiscono le crisi nelle comunità – ripeto: si tratta di tendenze –. Prendo in considerazione in particolare le comunità religiose o carismatiche, ma molte di queste considerazioni possono essere estese anche ai luoghi di lavoro, alle associazioni civili e alla famiglia. 

In questi anni ho scritto molto sulle crisi nelle comunità e Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), ne ho osservato centinaia alle prese con grandi processi di cambiamento. E ho riscontrato alcuni aspetti, relativamente costanti. 

La sintesi di quanto appreso potrebbe essere così formulata: le donne e gli uomini rispondono diversamente alle crisi comunitarie. 

Mentre noi maschi siamo in genere e spesso molto occupati ad analizzare le ragioni delle crisi, a discutere sulle diagnosi e a ipotizzare terapie possibili, a dare grande peso alle idee e alle ideologie, lasciandoci prendere molto dai dibattiti su ciò che non va, le donne hanno un rapporto più vitale e carnale con la realtà, con la vita, e sono più interessate alle cose che vanno, pur vedendo i problemi. 

Ho visto intere comunità religiose e movimenti non sprofondare dopo grandi crisi perché alcune donne hanno semplicemente continuato a vivere la loro vita mentre attorno tutto andava a rotoli. 

A recitare la liturgia delle ore, ad aprire la mensa ai poveri, a pulire una stanza e un bagno, a cucinare, ad annunciare la parola e a vivere il proprio carisma. Invece di intrattenersi in infinite discussioni sulle cause della crisi, su che cosa fosse ancora vivo del carisma, sulle possibilità di futuro, erano ancorate al presente, e non permettevano che la vita, appunto, presente fosse divorata dal peso del passato e dai dubbi sul futuro incerto. 

Piantate coi piedi per terra, le donne «stavano», sapevano stare – stabat… – in lunghi venerdì e sabati santi. Ciò non è espressione di una minore capacità di astrazione delle donne (come si pensava, purtroppo, in passato anche nella Chiesa), ma dipende da una vocazione diversa alla vita e alla concretezza, che rende vera e viva per loro in un modo speciale quella frase tanta cara a papa Francesco«La realtà è superiore all’idea».

 Per loro nessuna idea è più concreta della realtà, anche le idee migliori e più luminose. E l’idea-logos buona è quella che diventa carne. Grazie, allora, alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, imprese, semplicemente sapendo «restare» quanto tutto attorno traballa e crolla.

«Messaggero di sant'Antonio»! 



martedì 7 aprile 2026

DONNE DELLA PASQUA

TREMORE

 ED 

ESTASI

 A Pasqua troviamo le donne sotto la croce e poi davanti a un sepolcro: il primo annuncio pasquale, in tutti i vangeli, passa attraverso di loro, lo sappiamo bene, anche se si stenta a tradurre pienamente questo elemento della Rivelazione in un ministero appropriato.

 -di Emanuela Buccioni 

 Per secoli, fra sospetti e ironie, si è scherzato sulle “donne chiacchierone” che per questo tratto sarebbero state coinvolte così da diffondere rapidamente la buona notizia. 

 Tuttavia il più antico dei racconti, quello di Marco, si chiude con una frase enigmatica che la liturgia pasquale dell’anno B omette (!) e che gli agiografi si sono premurati di completare aggiungendo delle sintesi tratte dagli altri vangeli successivi. 

 La frase controversa è: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). 

 È l’ultimo versetto del vangelo nella sua forma più originale. Nessuna apparizione del Risorto, nessun incontro rassicurante. Solo donne che fuggono e tacciono. 

  Il silenzio di Marco 

 Il testo greco è più denso di quanto sembri, Marco parla infatti di tromos kai ekstasis, «tremore e estasi». Quest’ultimo termine non indica semplice stupore, ma appunto uno “stare fuori di sé”, la stessa parola usata per descrivere esperienze di rivelazione che sconvolgono le categorie abituali. Non è paura codarda, ma spaesamento teofanico. 

 Anche il verbo phobeomai (“avevano paura”) non designa soltanto timore psicologico. Nelle Scritture il “timore” è spesso la reazione alla manifestazione del divino. È la soglia tra l’evento e la sua comprensione. Marco non sta screditando le donne: sta descrivendo l’istante in cui l’irruzione di Dio rompe il linguaggio disponibile. 

 Il silenzio, allora, non è negazione dell’annuncio, ma la sua gestazione. Come scriveva R.M. Rilke, «le cose, tutte, non sono così facili da afferrare o da dire, come di solito ci si vuol far credere; le esperienze, per lo più, sono indicibili, e si compiono in uno spazio in cui nessuna parola si è mai inoltrata» (Lettere a un giovane poeta, I lettera). Anche la Pasqua, in Marco, appare come un evento che chiede di essere custodito prima di essere detto. 

 Il vangelo finisce così, con un vuoto narrativo. Se la buona notizia è giunta fino a noi, significa che quel silenzio non è stato definitivo, ma Marco ci costringe a sostare nella frattura tra evento e parola. 

  Matteo e Luca: il silenzio interpretato 

 Gli altri evangelisti non sopportano quella sospensione e integrano con altre informazioni. Matteo racconta che le donne «corsero a dare l’annuncio» e che, lungo la strada, incontrarono Gesù e «gli abbracciarono i piedi» (Mt 28,9). Il verbo è krateō, che può significare “afferrare, trattenere”. È un gesto di riconoscimento, ma anche il segno di un attaccamento comprensibile: l’amore vorrebbe fermare ciò che ha perduto. 

 Luca, dal canto suo, le presenta come annunciatrici fedeli, anche se «quelle parole parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11). L’annuncio è rallentato per l’incredulità maschile. Il problema non è il silenzio femminile, ma l’incapacità di ascolto dei discepoli. 

 In entrambi i casi, il silenzio di Marco non viene negato: viene superato. L’amore che ha accompagnato Gesù fino alla croce diventa, gradualmente, parola pubblica. 

 Non è irrilevante che proprio questo dettaglio – le donne come prime testimoni – sia oggi richiamato anche dagli studiosi come esempio del cosiddetto “criterio di discontinuità” o di imbarazzo, uno degli argomenti utilizzati per valutare la storicità delle tradizioni evangeliche. Nel contesto giudaico del I secolo in cui la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico, difficilmente una comunità che avesse voluto costruire un racconto apologetico efficace avrebbe scelto di affidare l’annuncio fondativo della propria fede a figure considerate marginali. Proprio questa “scomodità” narrativa – donne legalmente inattendibili, impaurite, non immediatamente credute – diventa così un indizio a favore dell’autenticità della memoria trasmessa. Il Vangelo poi non idealizza le sue protagoniste: conserva l’imbarazzo, il tremore, la fatica del passaggio alla parola. Forse è proprio questa franchezza a rendere il racconto pasquale tanto disarmante quanto credibile. 

  L’amore che spinge 

 Il passaggio decisivo è quello dall’emozione all’annuncio. Qui la tradizione paolina offre una chiave preziosa: «L’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Il verbo greco synechei non indica possesso nel senso di dominio, ma una forza che stringe, che tiene insieme, che spinge. È lo stesso termine usato per la febbre che “opprime” la suocera di Pietro o per la folla che “stringe” Gesù. L’amore di Cristo mette in movimento. 

 Le donne al sepolcro vivono esattamente questo passaggio: non trattengono il Risorto, anzi, sono da lui inviate. Il loro amore non è fusione né nostalgia del corpo perduto, ma fedeltà che diventa testimonianza. Una volta compresa la posta in gioco, l’affetto non si trasforma come conseguenza degli eventi pasquali in devozione spirituale, ma si converte in urgenza missionaria. In ogni caso l’amore autentico non elimina il tremore, cioè non finge sicurezza immediata, e nemmeno evita il silenzio iniziale. 

 Marco, con il suo finale spiazzante, ci ricorda che tra l’esperienza e l’annuncio esiste sempre una soglia e che il Vangelo – almeno quello orale – nasce non da una calma certezza, ma da un amore che, pur tremando, sceglie di parlare. Se oggi la Chiesa continua a proclamare Cristo risorto, è perché quel silenzio iniziale non è rimasto tale. Forse ogni autentico annuncio pasquale nasce ancora così: da un amore che prima tace, poi si lascia spingere, e infine trova le parole giuste. 

  Silenzi e parole 

 Il silenzio delle donne di Marco non è – letteralmente – l’ultima parola. Non lo è stato allora, non deve esserlo oggi. In molte parti del mondo donne che vivono sotto le bombe, nei territori occupati, in regimi che reprimono il dissenso, conoscono bene il peso di un silenzio imposto. Tuttavia continuano a custodire parole di vita: madri che proteggono i figli nelle città assediate, insegnanti che mantengono aperta una scuola clandestina, credenti che pregano e trasmettono speranza in contesti dove parlare può costare caro. Non sempre la loro voce trova orecchi disponibili, figuriamoci microfoni; spesso resta fragile, sommessa, perfino inaudibile. Eppure è da lì che la storia può ripartire. Come al sepolcro, la Pasqua non comincia con un proclama trionfale, ma con un amore che attraversa la paura e prepara la parola. Anche oggi il Vangelo rinasce così: dove qualcuno, pur tremando, sceglie di custodire e poi di dire che la vita è più forte della morte.

 Rocca 

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martedì 25 novembre 2025

LA VIOLENZA SULLE DONNE

 


Fermare 

la violenza 

sulle donne, 


qual è il ruolo 

degli uomini?


«Gli uomini hanno un ruolo centrale», dicono i cartelloni nella metropolitana milanese in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il 25 novembre è importante guardarlo anche dalla parte degli uomini: come si lavora con chi ha compiuto un reato? Cosa è davvero efficace in ottica educativa e preventiva? Qual è la cosa più urgente da fare oggi per realizzare un vero cambiamento? Un dialogo con tre esperti: Paolo Giulini, presidente e fondatore del Centro italiano per la promozione della mediazione, Stefano Ciccone, tra i fondatori di Maschile plurale e Luca Milani, professore di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione all'Università Cattolica

di Ilaria Dioguardi

Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è importante ovviamente parlare del supporto alle vittime di violenza, ma anche del ruolo che hanno gli uomini. Senza quel cambiamento, nulla cambierà. È un passaggio di prospettiva che traspare anche nelle frasi della campagna di sensibilizzazione promossa nella metropolitana milanese da Atm e dalla Rete antiviolenza del Comune di Milano: l’anno scorso la campagna puntava sulla conoscenza del numero d’emergenza dedicato 1522, con il claim «Diamo alle donne i mezzi per combattere la violenza» cancellato a pennarello da una mano anonima alla fermata di Porta Romana e sostituito con la scritta «Diamo agli uomini la capacità di non essere violenti!». Quest’anno la campagna gioca su slogan costruiti attorno ai nomi delle fermate: Duomo diventa l’occasione per dire «Scegli che tipo d’uomo essere», Isola invita a «Isola chi fa violenza, non chi la subisce» e Centrale scandisce a chiare lettere che «Gli uomini hanno un ruolo centrale».

Ma come lavora chi lavora con uomini maltrattanti? E quali sono le priorità della prevenzione, per fare in modo che si attui un vero cambiamento? Reti, cambiamento come opportunità e alleanza intergenerazionale sono le tre parole chiave per tre esperti della materia.

Stefano Ciccone, tra i fondatori di Maschile plurale, spiega che «occorre costruire il desiderio di cambiamento maschile. Bisogna vedere il cambiamento non come una minaccia o una perdita per gli uomini, ma come un’opportunità». Paolo Giulini, presidente e fondatore del Centro italiano per la promozione della mediazione dice che serve «una grande capacità di costruire reti, di gestire collaborazioni tra centri antiviolenza e chi si occupa degli uomini maltrattanti e violenti è assolutamente la ricetta necessaria per contrastare questo fenomeno e per minimizzarne i danni». Luca Milani, professore ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano punta invece su «un’alleanza generazionale tra la generazione X e i ragazzi, che – diversamente da quel che si pensa – non sono meno sensibili agli stereotipi del maschile. Anzi, sui social e nei testi di tante canzoni c’è un ritorno di un certo “maschilismo di cartone”».

VITA

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giovedì 13 marzo 2025

HOPE VOICE OF WOMAN


Una celebrazione dell'empowerment

 e della resilienza femminile

 

  - di Vito Luca Scozzari

         Il 13 marzo 2025, si è tenuto l'evento online "Hope voice of woman", celebrazione della Giornata Internazionale della Donna, che ha visto la partecipazione di scuole, associazioni e relatori provenienti da varie parti del mondo, offrendo un'occasione speciale per riflettere sui diritti, la forza e il ruolo fondamentale delle donne nella società, con un focus particolare sull'empowerment e la resilienza femminile. Le classi partecipanti da oltre una settimana si sono preparate, con ricerche e dibattiti sul problema.

All'iniziativa, organizzata in collaborazione con l'Unione Mondiale degli Insegnanti UMEC-WUCT, sono intervenuti testimoni, oltre che italiani, del Burkina Faso, del Congo, della Romania e dell’Ucraina, nonché il rappresentante dell’UNESCO di Parigi. Varie culture, varie voci e varie lingue che hanno evidenziato i problemi delle donne nelle varie nazioni.  Gli studenti sono stati protagonisti. L’introduzione è stata curata da Antonino Ingoglia e da Andrea Caracci dell'I.S.S. G.B. Ferrigno-V. Accardi di Castelvetrano. Antonino Ingoglia ha aperto l'evento sottolineando l'importanza di ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche delle donne e di riflettere sulle sfide che ancora affrontano. Andrea Caracci ha celebrato la resilienza, il coraggio e la potenza delle donne, richiedendo un maggiore impegno per un futuro di uguaglianza di genere.

Le prof. Carlino e Mastrantoni hanno dato il via agli interventi, seguite dalla Dirigente Prof.ssa Maria Luisa Simanella, che ha presentato il lavoro svolto dall'I.C. Nosengo con la proiezione del video "Video-Hope-voice-of-Woman-I.C.-G. Nosengo.

Giovanni Perrone (Special Advisor dell’UMEC-WUCT) ha portato il saluto dell’Unione e del suo presidente (il prof. Jan De Groof) evidenziando l'impegno educativo che l'UMEC-WUCT (Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici) ha nei vari Paesi del mondo e i gravi problemi che tante donne vivono in certe realtà, ad esempio in Afghanistan, ove le donne non hanno nemmeno il diritto di parlare. Danila Ioan, alunna del Roman Catholic College di Bucarest, ha offerto un approfondimento sulla figura di Marie Curie e l'opera educativa che la sua scuola svolge a favore della valorizzazione delle donne e del dialogo e del reciproco rispetto. 

Kateryna Chernyavska, presidente dell’Associazione “Pro Ucraina” ha offerto una riflessione toccante sulla resilienza delle donne ucraine di fronte alla violenza della guerra, ricordando anche le donne che subiscono violenza in contesti diversi, i bambini scomparsi, i mariti in trincea, la fame e la paura, le migliaia di morti …. Ha chiesto un pensiero e una preghiera per le donne che vivono situazioni di incertezza, povertà e anche morte.

La Prof.ssa Ornella Valerio, presidente regionale AIMC della Lombardia, insieme ai suoi alunni, ha presentato il lavoro di preparazione svolto in classe e un video sulla canzone "Imagine all the people".

Giusy Cavarretta, Presidente Fidapa-BPW-Sezione di Castelvetrano, ha illustrato l’impegno della sua federazione per la promozione delle donne.  Mme Solene Tshilobo, della Repubblica Democratica del Congo, Presidente dell'ONG ADEPESIDI, ha parlato dell'emancipazione delle donne e delle ragazze, sottolineando i progressi compiuti e le sfide ancora da affrontare, come la parità salariale e la violenza contro le donne. In questo periodo ha detto, purtroppo, la guerra che ha coinvolto il suo Paese, sta provocando gravi problemi, principalmente alle donne.

Cristina Boffelli, Presidente dell'Associazione C.H.I.A.R.A., ha offerto un altro contributo significativo sull’impegno dell’associazione per l’aiuto alle donne, specialmente quelle in difficoltà.

Sabine OUARME (Burkina Faso) ha evidenziato la situazione in cui vivono molte donne nella sua nazione (povertà, violenze, ecc.) ma anche il generoso impegno di coloro che operano per il progresso delle donne e la parità tra donne e uomini. Padre Albert Kabuge, rappresentante per l’UNESCO, nel portare il saluto dell’organismo internazionale, ha illustrato le recenti iniziative a favore delle donne svoltesi a Parigi, in quest’ultimo periodo, invitando le scuole a visitare la sede mondiale dell’Unesco.

Vito Luca Scozzari, consigliere nazionale dell’AIMC, coordinatore dell’iniziativa e referente per il sostegno dell’Istituto Ferrigno, ha ringraziato i partecipanti e ha sottolineato l'importanza di continuare a promuovere una didattica innovativa che aiuti le giovani generazioni a superare stereotipi, pregiudizi e varie forme di violenza.

Maria Luisa Simanella, dirigente dell’Istituto, ha concluso l'evento, esprimendo entusiasmo per il successo dell'iniziativa e ringraziando tutti per la partecipazione attiva e attenta. “Hope voice of woman" si è confermato un momento di riflessione e celebrazione, che ha dato voce alle speranze e alla resilienza delle donne di tutto il mondo, promuovendo un futuro più giusto e inclusivo. Ha auspicato che iniziative simili possano essere organizzate nel futuro.

L'evento ha favorito il dialogo interculturale e il confronto tra culture, generazioni e istituzioni diverse.  ha sottolineato l'importanza di approfondire la conoscenza dei diritti delle donne, sviluppare competenze digitali e di comunicazione per promuovere una società migliore in cui, sin dalla vita in famiglia, si promuova la cultura del rispetto e della reciproca collaborazione.

Per tutti il saluto è stato “a rivederci”, con l’intento di proseguire il confronto e la collaborazione tra istituzioni diverse. Da evidenziare lo stupore e l'interesse dei numerosi alunni che hanno seguito l'iniziativa e si sono trovati, in gran parte, a confronto con coetanei e adulti di varie nazioni.

  https://www.facebook.com/share/18AAZ3sjCP/

 




venerdì 7 marzo 2025

DONNE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA'


 
 
Tra passi avanti 
e resistenze


 Poco tempo fa ho accompagnato delle classi a un’esperienza interessante a Roma: l’Italian model of United Nations (Imun), in cui adolescenti di tutta Italia si immedesimano per alcuni giorni nel lavoro dei delegati Onu dibattendo in inglese di problemi e risoluzioni.

Una piccola finestra su un mondo possibile, con giovani che studiano le situazioni di Paesi lontani, in atteggiamento inclusivo, responsabile, attivo verso le più grandi sfide del mondo, sebbene in modo simulato. Le delegazioni erano assolutamente equilibrate dal punto di vista del genere, una in particolare, che simulava la Commissione sulla condizione delle donne (Csw), organo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), doveva approfondire strategie per implementare la parità di genere e l’avanzamento dei diritti delle donne.

Questa commissione è il principale organismo intergovernativo globale e si dedica alla verifica della realizzazione dei punti della Dichiarazione di Pechino (1995) dedicata alla promozione delle donne e dell’uguaglianza di genere. Approfondendo tali tematiche delle giovani donne potrebbero farsi delle domande rispetto alla distanza di molte posizioni ecclesiali da quelli che vengono considerati diritti da promuovere.

 TANTI PASSI AVANTI

Il cammino delle donne verso una piena e paritaria partecipazione nella società e nella Chiesa è uno dei grandi temi del nostro tempo. È un percorso segnato da conquiste significative. Come un fiume che scorre verso il mare, questo movimento ha conosciuto rapide impetuose e anse placide, ha incontrato dighe e deviazioni, ma non ha mai smesso di avanzare.

Guardando indietro, non possiamo non riconoscere i passi da gigante compiuti nelle ultime decadi. Nelle società occidentali, le donne hanno conquistato diritti fondamentali: dal voto all’istruzione, dall’accesso alle professioni alla tutela contro le discriminazioni. Oggi vediamo donne ai vertici di aziende, in parlamento, nelle aule dei tribunali e nei laboratori scientifici. La cultura stessa si è evoluta, mettendo in discussione stereotipi di genere radicati da secoli.

Un esempio significativo di progresso legislativo recente è la Direttiva Ue sulla trasparenza salariale, approvata nel 2023. Questa legge obbliga le aziende con più di 100 dipendenti a fornire informazioni sulla differenza retributiva tra uomini e donne, imponendo misure correttive in caso di divario superiore al 5%.

Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che il cammino sia compiuto. Le statistiche ci ricordano impietosamente che la parità salariale resta un miraggio in molti settori. La violenza di genere continua a essere una piaga sociale, alimentata da pregiudizi duri a morire. Molte donne si trovano ancora costrette a scegliere tra carriera e famiglia, in un sistema che fatica a riconoscere il valore sociale della paternità e della cura.

Volgendo lo sguardo alla Chiesa, il quadro si fa ancora più complesso.

Papa Francesco ha compiuto gesti significativi, nominando donne in ruoli di responsabilità mai ricoperti prima all’interno della Curia Romana. Il dibattito sul diaconato femminile, riaperto dal Pontefice, è segno di una Chiesa che si interroga e cerca nuove strade.

In Svizzera, la diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha nominato nel 2021 Marianne Pohl-Henzen come vicaria episcopale, la prima donna a ricoprire questo ruolo di alta responsabilità nella Chiesa cattolica svizzera. Con tale incarico ha un’autorità significativa nella gestione pastorale e amministrativa della diocesi.

Fuori dall’Europa, in Amazzonia, suor Laura Vicuña Pereira Manso è stata nominata nel 2022 amministratrice ecclesiastica della Prelatura di São Félix do Araguaia in Brasile, in assenza di un vescovo. Questo ruolo le conferisce la responsabilità di guidare la prelatura, ruolo tradizionalmente riservato al clero maschile.

IL FRENO A MANO ANCORA TIRATO

Tuttavia, non possiamo ignorare le resistenze che ancora persistono. Certe mentalità tradizionaliste faticano ad accettare un ruolo più incisivo delle donne nella governance ecclesiale. Nel campo della teologia e dell’insegnamento, se pur con notevoli eccezioni, la voce femminile stenta ancora a trovare piena cittadinanza.

Che fare, dunque? La strada da percorrere è ancora lunga, ma non impossibile. Nella società, è necessario continuare a lavorare per una vera parità di opportunità, che passi attraverso politiche concrete di sostegno alla genitorialità, di contrasto alla violenza, di promozione dell’educazione. Servono leggi, certo, ma ancor più serve un cambiamento culturale profondo, che riconosca nella diversità una ricchezza e non una minaccia.

Nella Chiesa, il cammino sinodale, seppure con varie disillusioni, è ancora un’occasione preziosa per smuovere le acque. Si tratta di riconoscere i carismi affidati alle donne come agli uomini come dono dello Spirito per l’intera comunità e, dunque, nei casi opportuni, da rendere ministeri stabili. La sfida è quella di una Chiesa che, almeno alle nostre latitudini, si fa numericamente più piccola, ma dove la corresponsabilità tra uomini e donne è vissuta come espressione autentica del Vangelo e ricerca di autenticità e pienezza umana. Come ci ricorda Papa Francesco, “l’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere la regia della società nel suo complesso” (Amoris Laetitia, 201).

Beati quelli e quelle che con pazienza e determinazione sapranno riconoscere i pregiudizi che ci abitano nel profondo, affrontare con coraggio le resistenze e accogliere con umiltà il nuovo: saranno testimoni e artefici di una cultura del vero rispetto e della valorizzazione reciproca.

IMPLICAZIONI PER IL FUTURO

Ogni volta che una donna viene riconosciuta per le sue capacità e non per il suo genere, ogni volta che un uomo si fa carico della cura familiare senza sentirsi sminuito, ogni volta che nella Chiesa si ascolta con rispetto la voce profetica di una donna, facciamo un passo avanti verso il «tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28) che annuncia Paolo.

Le implicazioni teologiche di una maggiore partecipazione femminile nella Chiesa sono profonde. La teologia femminista ha già arricchito la riflessione ecclesiale, offrendo nuove prospettive sull’interpretazione delle Scritture e sulla comprensione dei dogmi.

La stessa immagine di Dio in prospettiva femminile si arricchisce di sfumature. Se sia l’uomo che la donna sono creati a immagine di Dio, come possiamo riflettere più pienamente questa realtà nelle strutture e nei ministeri ecclesiali? Si tratta di riconsiderare la natura dell’autorità nella comunità cristiana e questo si riflette anche in una nuova visione dell’umano all’interno dell’intera creazione.

La questione tocca il cuore della nostra comprensione dei sacramenti e dei ministeri, compresi quelli ordinati alla cura e guida della comunità, a partire dal sacerdozio battesimale, ancora concetto misterioso per molti fedeli.

Il cammino verso una piena partecipazione delle donne nella Chiesa e nella società è un segno dei tempi che non possiamo ignorare. Ciascuno di noi, uomo o donna, si senta interpellato a fare la propria parte, con fiducia e speranza, per costruire una Chiesa e una società più giuste, più inclusive, più conformi al sogno di Dio per l’umanità.

 

Rocca

 

 

venerdì 5 luglio 2024

LA CHIESA E LE DONNE


SMASCHILIZZARE LA 

CHIESA



Una Chiesa materna - quante volte ci siamo sentiti dire che la Chiesa è madre? - ha bisogno delle donne. Allora è necessario ascoltarle e riconoscere le loro ragioni. La reciprocità donna – uomo è necessaria anche nella Chiesa, per un mondo a misura dell’umanità intera.


 - di Paola Bignardi


Le ventenni abbandonano la comunità cristiana a un tasso maggiore dei maschi. Il motivo? L'esclusione dalle decisioni e dal fatto di essere poco valorizzate nelle loro risorse originali

 Una recente pubblicazione ha posto all’attenzione delle comunità cristiane l’esigenza di “smaschilizzare la Chiesa” (e “Avvenire” ha avviato una discussione con alcuni interventi già pubblicati). L’aspetto forse più interessante: si tratta del resoconto di una riflessione sollecitata dallo stesso Papa Francesco e proposta alla sua presenza. Annosa, anzi secolare questione, che ogni tanto viene agitata senza che su di essa si facciano significativi passi avanti; è vero che la Chiesa si è espressa con importanti documenti - basti pensare alla Mulieris dignitatem (1988) o alla lettera Alle donne (1995) di Giovanni Paolo II - o a qualche discorso di Papa Francesco, ma non si vedono all’orizzonte cambiamenti degni di nota. Nel frattempo, le giovani donne abbandonano la Chiesa in misura sempre più massiccia.

Nel 2012 il teologo Armando Matteo pubblicava un saggio dedicato alla fuga delle quarantenni; ora, poco più di dieci anni dopo, bisognerebbe parlare della fuga delle ventenni. La velocità del loro abbandono della Chiesa è superiore a quella dei loro coetanei maschi.

 Nel 2013 le giovani donne che si sono dichiarate appartenenti alla religione cristiana cattolica erano il 61,2%; nel 2023 sono diventate il 33% (Fonte: Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo). Un cambio che non può non far pensare e preoccupare e che invoca una presa in considerazione urgente della situazione. «Alla Chiesa interessano le donne? – si chiede una giovane -. A me sembra proprio di no. Negli ultimi anni, pur con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso, stiamo assistendo a una sempre maggiore presa di coscienza da parte della società nei confronti delle questioni di genere e delle difficoltà che le donne hanno in tutti gli ambiti. Se ne parla a tutti livelli: politico, sociale, lavorativo, scolastico, sanitario... ma nella Chiesa? La questione femminile all'interno della Chiesa continua ad essere un grande tabù e sembra che a nessuno interessi».

 Con questo contributo vorrei dare voce alle donne concrete, quelle che non si occupano di questioni teoriche, ma che sono alle prese con le soddisfazioni e le fatiche della vita quotidiana e che vorrebbero esprimere il loro sentire, i loro pensieri, il loro disagio, la loro esperienza. La distanza che le giovani stanno prendendo dalla Chiesa, almeno all’inizio, è tutta interna alla Chiesa, riguarda la fede solo in un secondo tempo, e talvolta non la tocca nemmeno, ma la trasforma: da fede comunitaria, condivisa con un popolo, a esperienza intima, personale, privata, solitaria.

L’allontanamento delle giovani donne dalla Chiesa è diverso da quello dei loro coetanei maschi; lo segnalano i numeri ma soprattutto le ragioni con cui le giovani spiegano le loro scelte. È un fatto che chiama in causa la condizione femminile nella Chiesa: richieste di impegno pastorale molto più dei loro coetanei, eppure marginali perché escluse dalle decisioni; spesso giudicate con superficialità, poco valorizzate nelle loro risorse originali. «Le donne - afferma una giovane - sono presenti e indispensabili in ogni ufficio religioso, ma è un po’ come se fossero entrate dalla porta di servizio».

 In una Chiesa che si esprime con linguaggi desueti, che fa proposte da cui non si sentono interpretate, che ha uno stile che non lascia spazio al dialogo e al confronto, le giovani si sentono estranee. Sentono che quello non può essere un mondo che le riguarda e che in esso non sono libere di portare le loro domande e le loro inquietudini, le loro obiezioni e il loro desiderio di vita. Scrive una donna: «Come possiamo sentirci parte di una Chiesa che esclude da venti secoli l’altra metà del cielo, e nemmeno piange? che si sta perdendo una ricchezza enorme, e non piange? Come posso sentirmi parte di una Chiesa immobile, fissa, sempre uguale a se stessa, se io sono diversa ogni giorno? di una Chiesa monotona, grigia, monocorde, mentre il mondo è variopinto? di una Chiesa che pretende di leggere il vangelo, sempre contemporaneo, mentre lei contemporanea non lo è?». Parole molto forti che dicono di una sofferenza grande, anzi di un pianto, quello che questa donna vorrebbe vedere nella Chiesa.

 Le donne se ne vanno dalla comunità cristiana perché non vedono in essa quei cambiamenti che ritengono necessari e che riguardano tutti perché toccano la qualità dell’esperienza ecclesiale e che loro, con la loro storia e la loro sensibilità, reclamano con maggiore forza. Il vero cambiamento riguarda la Chiesa tutta, il suo stile di vita e di relazione, l’esigenza di una nuova apertura a questo tempo, la sua disponibilità a lasciarsi interpellare e provocare da un mondo che cambia sempre più rapidamente ed è in cerca di nuove speranze. Le donne non chiedono potere, non chiedono posti. Chiedono molto di più: una Chiesa diversa, evangelica, umana, accogliente, misericordiosa, attenta ai poveri, senza potere; dialogica, capace di ascoltare. Vivesse così, nelle sue espressioni quotidiane, parrocchiali o locali, la Chiesa mostrerebbe che il messaggio che annuncia non solo è bello, ma è possibile, nella sua paradossalità e nella follia del suo radicalismo.

Questo è il sogno che le donne hanno sulla Chiesa. Potremmo dire che questo è il sogno di tutti (forse anche quello di Dio!), ma le donne che se ne vanno così rapidamente stanno dicendo che il tempo è scaduto: il tempo per mostrare che questo sogno non è utopia. Una delle critiche che le giovani fanno alla Chiesa è quella di essere fredda, distaccata, anonima, impersonale... e per loro, che sono sensibili alle relazioni, questo è un aspetto critico, che le mette in crisi quando nella comunità cristiana sperimentano atteggiamenti di giudizio, di freddezza, di distacco. Si sentono estranee in assemblee eucaristiche dove le persone stanno una accanto all’altra come statue, ognuna per sé. Una somma di individui non fa una comunità, anche se partecipano tutti alla stessa Eucaristia. La critica va oltre se stessa, a invocare una Chiesa di persone che si parlano, che si sorridono, che condividono una vita. I linguaggi ecclesiali - quello liturgico e anche quelli della vita quotidiana - hanno un sapore di antico.

Hanno bisogno di trovare casa in un contesto di calore e di bellezza.

 Le donne nella Chiesa cercano bellezza, perché una delle loro tensioni di oggi è verso l’armonia: di sé, dentro di sé, con il creato, con gli altri.

Cercano anche nella Chiesa l’armonia, per sentirsi a casa, anzi, in quella casa che il Vangelo e la fraternità che origina dal Vangelo rende più bella e più accogliente di qualsiasi altra casa. Ad una Chiesa umana le donne chiedono calore, accoglienza. Non possono capire questo aspetto le persone che ritengono che essere cristiani significa semplicemente credere con la testa che Dio esiste, che Gesù Cristo è esistito, e qualche altra verità contenuta nel catechismo. Le donne, che pensano anche con il cuore, sentono che la fede è una vita; o inserisce in una trama di relazioni calde, o non è fede: è dottrina, è ideologia, con tutto quello che ne consegue. E la prima di queste relazioni è con Dio, che non è un’idea né un articolo del credo, ma una Persona con cui stare in relazione.

 Ciò che le giovani donne non sopportano della Chiesa è il modo perentorio con cui propone i suoi insegnamenti e dà le sue indicazioni. Per qualcuno questo è un ostacolo decisivo rispetto alla possibilità di un riavvicinamento: «Mi farebbe avvicinare una chiesa che si pone in discussione, espone i suoi problemi, ha la volontà di rinnovarsi, di essere fattore di sviluppo non solo per la comunità ma per la società intera». Le giovani avvertono che le indicazioni della Chiesa sono senza ascolto della vita, e della storia concreta delle persone. Il Sinodo è una preziosa occasione. È il segno che si sta iniziando a comprendere che la Chiesa deve scendere dalla cattedra e farsi attenta alla vita, in ascolto di essa.

 Le donne vorrebbero che la Chiesa credesse in loro, tenesse conto del fatto che hanno un punto di vista originale sulla vita, un modo proprio di vedere le cose, di prendere decisioni, di affrontare le situazioni, diverso da quello degli uomini; un punto di vista di cui la comunità cristiana ha bisogno, anche per realizzare in pieno il suo essere madre. Molte sono le donne che operano nelle comunità. Credere nelle donne, per la Chiesa, significa far loro percepire concretamente che c’è bisogno non solo delle loro braccia o del loro tempo, ma della loro testa, del loro cuore, della loro vita. Che c’è bisogno di loro per una più piena comprensione della fede e dell’esperienza di Dio.

 Una Chiesa materna - quante volte ci siamo sentiti dire che la Chiesa è madre? - ha bisogno delle donne. Allora è necessario ascoltarle e riconoscere le loro ragioni. La reciprocità donna – uomo è necessaria anche nella Chiesa, per un mondo a misura dell’umanità intera.

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