Visualizzazione post con etichetta tu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tu. Mostra tutti i post

venerdì 1 maggio 2026

TRA IL TE E IL ME

 


Tra il “te” e il “me” c’è lo spazio del “noi”.


È lì che i cuori imparano a camminare insieme.

Il “me” rappresenta i nostri desideri, le nostre idee, le nostre volontà.

Il “te” porta con sé un’altra storia, un altro modo di vedere il mondo, altri sentimenti.

Quando ognuno rimane chiuso in se stesso, nasce la distanza.

Ma quando c’è apertura, nasce l’incontro.

Trovare il “noi” significa unire le differenze con rispetto e amore.

È in questo spazio che nasce la vera comunione, sia tra amici, nella famiglia o nella vita in associazione e comunità.

Il “noi” trasforma due sentieri separati in una strada condivisa.

Forse la grande sfida della vita sia proprio questa: 

uscire dall’“io solo” e imparare a vivere il “noi”.


(Apollonio Carvalho Nascimento)

Immagine

venerdì 26 luglio 2024

L'ILLUSIONE DIGITALE

 

QUANDO IL TU E' L'IO

I social network hanno trasformato il web in un grande supermercato 

Ora il profilo di una persona ha smesso di essere rappresentazione dell’essere ed è diventato un prodotto a tutti gli effetti

Si afferma la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza con il contesto sociale e anche nelle dimensioni tecnologiche

 

-        - di  EUGENIO GIANNETTA


La gamification

Sempre più spesso oggi si parla di salute mentale, si discute di differenti approcci psicoterapeutici come il cognitivo comportamentale, il sistemico-relazione, la psicoanalisi, ma si parla ancora poco di come il digitale stia influendo su queste diverse pratiche, cambiando non solo l’approccio ma il setting stesso della terapia; hanno però affrontato l’argomento in un libro uscito per Mimesis – Il narcisismo del You. Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata (pagine 270, euro 23,00) – Riccardo Marco Scognamiglio, psicoterapeuta, membro dell’International College of Psychosomatic Medicine e della Society for Psychotherapy Research e fondatore nel 1996 dell’Istituto di Psicosomatica Integrata (che ha 30 anni di vita), Simone Matteo Russo, membro dell’Istituto e responsabile della sua équipe educativa, e Matteo Fumagalli, socio dell’Istituto e membro del Gruppo Infanzia, Adolescenza e Parentalità dell’Association Européenne de Psychopathologie de l’Enfant et de l’Adolescent, nonché formatore dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche. Il libro (che ha la prefazione di Miguel Benasayag) sostiene che il narcisismo del You non riguardi la grandiosità dell’Io e nemmeno la sua vulnerabilità, bensì l’assorbimento dell’Io nell’onnipotenza del Web. Il volume, scandito da esempi clinici, chiarisce la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza col contesto sociale. A questo proposito abbiamo dialogato con gli autori per approfondire una serie di concetti come la volontà dell’algoritmo digitale, la gamification intesa come nuova sperimentazione del reale, ma anche il tema della società dell’immagine e il passaggio dalla terza alla prima persona nei social, partendo da una frase dell’antropologo Viktor von Weizsäcker: «Niente di organico è senza senso, niente di psichico è senza corpo», ma anche dal precedente libro, sempre di Mimesis,

Adolescenti digitalmente modificati:

«Questo libro – spiega Scognamiglio – è stato costruito nel confronto tra generazioni di terapeuti, per capire il fenomeno digitale, che non nasce oggi ma circa 30 anni fa. L’idea è quella di raccontare una nuova terra tecnologica, con le fenomenologie complesse che si porta dietro».

I nuovi sviluppi, l’intelligenza artificiale, hanno infatti portato a un cambiamento radicale nella posizione del paziente, ma come è cambiato il contesto sociale, come sta influenzando le categorie diagnostiche e cliniche, come mutano i pattern cognitivi? «L’oggetto digitale – risponde Fumagalli – è un oggetto invisibile, mimetizzato, e nel libro utilizziamo il concetto di Iperoggetto del filosofo fenomenologo Timothy Morton, provando ad andare oltre al modello causa-effetto più lineare. Per esempio: vedo l’uso del cellulare ma non vedo una corrispondenza in termini psico-patologici; per noi questo è un errore epistemologico, perché il digitale lo vediamo da un punto di vista macro che ci avvolge tutti. Se non vediamo tutto questo, non vediamo gli effetti pervasivi del digitale e ci troviamo di fronte a uno strumento che non è ad uso dell’uomo, ma ha invece creato un ambiente virtuale che ha avvolto quello reale, modificando in termini netti il pensiero».

Il metapensiero

Lo sforzo, invece, è ancora quello di creare un metapensiero: «Questa – interviene Russo – era una questione che aveva già chiarito il massmediologo McLuhan nel ’64 con Gli strumenti del comunicare, quando parlava di come la tecnologia ci cambiasse dall’interno, senza che ce ne accorgessimo. Per questa ragione questo libro ha un’esigenza clinica, perché la sofferenza è già cambiata, ma il disagio è talvolta mascherato da un efficientismo tecnologico. Non è ancora così chiaro che questi siano strumenti della gestione dell’angoscia, dell’ansia, sintomi che oggi vediamo in una grossa percentuale di pazienti». La tecnologia oggi ci permette di “stare bene” senza passare dalla relazione; è questa la grande rivoluzione nella società dell’immagine? «Quando ti rivolgi a Word – spiega Scognamiglio – ti dice “bentornato”. È un esempio di marketing in cui c’è una relazione speculare Io-Tu, non voluta ma inserita in sistemi che ci parlano; però questa è una grande illusione», parte di un cambiamento epocale: «Internet – continua Fumagalli – è cambiato moltissimo. Abbiamo avuto l’illusione che il web potesse rappresentare una fratellanza universale, ma presto sono arrivate le aziende, e i social si sono trasformati in un grande supermercato. Il profilo allora ha smesso di essere una rappresentazione, ed è diventato un prodotto». Su questa linea prosegue Russo, con un’ulteriore riflessione: «L’oggetto internet che cambia è un oggetto che ha un’intelligenza che si attiva, e questo non è mai accaduto prima; nei fenomeni di dipendenza è una novità, perché internet stesso ha un suo desiderio e ci rende oggetti, per questo parliamo di clinica senza soggetti, che sono mossi dalla rete». Come se ne esce, perciò, da questi meccanismi? Risponde Scognamiglio: «Prima di tutto non deve pensare in termini di pessimismo, ma fenomenologici.

Cosa fare?

Citando Benasayag: alla domanda “cosa fare?”, dovremmo rispondere chiedendoci cosa siamo diventati, come siamo fatti, qual è la nostra sostanza. Quando diciamo che l’Io è sostituito da un You parlato dallo schermo e dall’algoritmo, avviamo una rivoluzione in termini ontologici. L’Io, che dall’Umanesimo in poi abbiamo creduto fosse al centro, non lo è più, tanto che il concetto di narcisismo conosciuto fino agli anni ’70, è mutato: nel 1971 lo psicanalista americanizzato Kohut inizia a ribaltare tutto questo, dichiarando che il cambiamento è determinato dai mutamenti sociali; l’Io, che è sempre più eroso e lui inizia a chiamare Sé, soffre di una frammentazione progressiva. Questo capovolgi-mento ci invita a pensare che questo secolo sia la fine dell’antropocene, come dice Benasayag, ma non ce ne stiamo accorgendo». Come rispondere quindi a un soggetto che non c’è più? «Il paziente va in terapia – continua – ma è come se fosse parlato, ed il ritirato sociale è il paradigma di questo svuotamento di soggettività». Per affrontare questa nuova clinica, è spiegato nel libro, si è quindi dovuta allargare l’osservazione ad aspetti prima trascurati dalla psicoterapia, come per esempio l’influenza del contesto sociale e del corpo: «Tutto questo – conclude Fumagalli – impatta con i nostri corpi, che diventano sempre più desensibilizzati, con un’attenzione costante all’esterno, al flusso, all’assorbimento del web, che non ci fa più sentire cosa proviamo, per esempio, quando siamo in relazione, sia con i dispositivi digitali, sia con le persone. In terapia, diventa allora fondamentale una domanda: cosa stai sentendo nel corpo?». Il vero cambiamento potrebbe risiedere, perciò, in un ritorno al corpo, come una sorta di risposta al tempo in cui viviamo, per cercare «la singolarità del vivente – dice Benasayag –, contro la potenza infinita della macchina», in una situazione di possibile ibridazione.

www.avvenire.it

 immagine

sabato 15 gennaio 2022

IO, TU, L'ALTRO


- LA SFIDA DELLA FEDE 

E' DIVENTARE 

IL TU DELL'ALTRO -

- di Johnny Dotti

- Darsi il tu è impegnativo, noi facciamo come gli americani ma sbagliamo.

Il tu è una cosa seria.

La tradizione non era stupida nell’arrivare gradualmente al tu. La riduzione che c’è stata a causa dell’individualismo negli ultimi 80 anni è proprio una riduzione della ricchezza dei pronomi personali. Ogni persona è sei pronomi, ciascuno di noi è sei pronomi. Invece noi finiamo per giocare tutto tra l’io e il tu, peraltro immaginando che il tu è sempre l’altro. 

Mentre la sfida della fede è diventare il tu dell’altro.  Per me il Vangelo è tutto qui, in questa scommessa.

E va notato un altro elemento. Immaginiamo che la parte plurale – il noi, il voi, il loro – siano ‘persone’ e invece no: sono ‘persona’.  In lingua italiana, ma anche in quella tedesca, quella francese, inglese, cinese, eccetera, i pronomi personali sono ‘persona’.

Persona

La nostra persona è declinata in sei pronomi e questo, a ben vedere, è già scritto anche nella nostra biografia: abbiamo un nome e un cognome, il cognome è un ‘noi’, è un plurale.

Più vado avanti con gli anni più ho dei dubbi sull’io, perché l’esperienza concreta che facciamo nella vita è quella di essere il tu di qualcuno, o il ‘lei’ di qualcuno, o il ‘noi’ di qualcuno. L’individualismo ha ribaltato tutto e l’identificazione dell’uomo e della donna con l’individuo è una ferita mortale per l’umanità.

Noi abbiamo un’individualità, non siamo individui. E per questo la parola che io dono come gemma è tre. Tre è la struttura fondamentale della realtà.  Non è né uno né due, la realtà è uno e tre. La realtà della persona, la realtà della natura, la realtà di Dio è tre, cioè relazione radicale. Un papà e una mamma si danno già per un figlio, che ci sia o non ci sia biologicamente.

L’immaginario di un uomo e di una donna è quello di un figlio.  L’uomo senza il cosmo e senza Dio non esiste.  Oppure, antropologicamente, noi siamo intelletto, sentimento e spirito.

Torna il tre.

Questa è la tradizione cristiana e noi la stiamo completamente dimenticando. Viviamo in un tempo gnostico-manicheo, un tempo binario. Gli algoritmi, che hanno questa straordinaria potenza, sono binari. Sono 0 e 1.

La grande sfida per il cristiano è stare dentro questo mondo gnostico-manicheo, che è binario, che è bene e male, che è buono e cattivo, che è bianco e nero. E la nostra scelta deve sempre essere «o … o…». Scommettere sul tre è l’opposto, vuol dire «e… e…».

La Trinità è un «e…e…», la tensione tra il Padre e il Figlio genera lo Spirito.  È ciò che poi chiamiamo amore. La tensione tra un uomo e una donna genera un figlio.

Nella Genesi la tensione tra Dio e il cosmo genera l’uomo: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente».

Questa grandissima tradizione cristiana oggi è muta e oggi siamo finiti a immaginare che noi siamo il nostro io.  No! Un uomo non è il suo io.

Se fosse così non starebbe in piedi la Resurrezione, ad esempio. Chiediamocelo: ma noi forse resusciteremo con il corpo di quando avevamo 2 anni o 16 o 40? Quello che resuscita è il mistero di te.

Ciascuno è un mistero relazionale.

Infatti nel Vangelo nessuno riconosce Gesù ‘fisicamente’ dopo la Resurrezione.

I quadri del Rinascimento ci hanno ingannato rappresentando il Gesù Risorto simile al Gesù Crocifisso, questo ha cambiato il nostro immaginario. Nel Vangelo non accade così: la Maddalena non lo riconosce, Pietro non lo riconosce e neanche Giovanni.

Gesù Risorto viene riconosciuto solo nel momento relazionale, quando parla.

Non lo riconoscono in quanto individuo, ma in quanto persona. Gesù era radicalmente il tu dell’altro, e questa esperienza la si fa attraverso la parola, cioè attraverso l’amore.

Quando Gesù si manifesta come tu, lo riconoscono. Non sto parlando in astratto, questo discorso è «concreto», parola che è l’analogia di cattolico. In senso etimologico «concreto» è cum-crescere, far crescere insieme le cose.

Le dimensioni della realtà crescono insieme, in relazione.

La preghiera e il discernimento sono ciò che ci aiuta a sfuggire alla trappola della logica binaria. Possiamo anche definirla “esperienza radicale della propria fragilità”, questo è il discernimento quotidiano ed è ciò che fa dire a San Paolo: Quando sono debole è allora che sono forte. (2 Cor, 12,10). Fuori da una dinamica relazionale queste parole non hanno senso. Sono da matti, come anche felix culpa.

Cosa significano allora?  San Paolo dice che è esattamente il limite dell’io (debole) che dà la possibilità di accedere alla libertà del tu (forte).

Noi siamo il tu di Dio, questo è il punto di forza.

Anche Dante è uno che ha fatto questa esperienza spirituale e poi gli ha dato una forma incastonata nel tre: ha scritto tre cantiche, ciascuna composta di canti in terzine.

La tensione amorosa con Beatrice non era binaria, era un «e…e..». È l’essere capaci di stare dentro una relazione senza consumarla. Dovremmo impararlo anche nel matrimonio, a non ridurre tutto a un «o…o…».  C’è l’idea che il matrimonio sia l’incontro di due io, ma è una svista clamorosa perché due io si uccidono a vicenda.

Le tre tentazioni che Gesù vive nel deserto mettono alla prova proprio questo aspetto radicale. Sono le tentazioni fondamentali del figlio.

Il male non è da superare come prova di resistenza o di forza, ma proprio come tentazione che cerca di riportarti solo e soltanto al tuo io.  Lo scopo del male è mettere in discussione la figliolanza con Dio, che è relazione. Il male tenta di riportati solo e soltanto al tuo io.

Noi siamo un tu e siamo la libertà di essere il tu di Dio, il tu dei nostri fratelli, il tu di tua moglie, il tu dei tuoi figli, il tu degli amici e anche il tu del nemico.

Gesù è stato anche il tu del nemico. Vivere così è un pellegrinaggio spirituale bellissimo. Nel mondo binario, gnostico e manicheo, questo non è previsto. 

Anche rispetto a questo, insisto sul fatto che questa scommessa non è astratta, ma esperienziale.

Io vivo in una piccola comunità di famiglie da 35 anni e non abbiamo chiavi in casa.

Non è una scelta ideologica e neppure para-religiosa.  L’idea è che l’altro ti possa raggiungere in qualsiasi momento, perché l’altro ti salva.  È l’ospitalità.

L’ospite

Pensiamo a quello che accade nella Bibbia, Sara resta incinta quando Abramo ospita.  Quando usciamo da noi stessi, ci salviamo.  E non è un atto moralistico, è un atto di vita.

Se non ti apri all’altro, diventi rigido e immagini di essere l’artefice di te stesso.

L’ospite è il portatore dell’invisibile. Per il cristiano l’invisibile è addirittura più reale del visibile. Oggi nessuno ci crede più, perché ci limitiamo ad assorbire lo sguardo scientifico che osserva solo il visibile e ne dà informazioni basate su quantità e proporzioni. L’ospite invece porta l’imprevisto, l’impossibile, il non controllabile, la novità.

Siamo in relazione con questo mistero al punto che nella lingua italiana “ospite” si riferisce sia a chi ospita sia a chi è ospitato.  E qui ritorno alla persona che non è solo io-tu-egli, la nostra persona è anche noi-voi-essi.

Noi siamo una relazione radicale di pronomi, cioè di qualcosa che costituisce il nostro nome. La nostra libertà non è la libertà di scegliere, questo è un altro imbroglio del periodo post cartesiano. La libertà è essere ciò che si è chiamati a essere, è vocazione, è sentire che stai aiutando a venire al mondo il mistero di te. Libertà è mettersi nella condizione affinché Dio possa metterti al mondo.

È bellissimo!

Vivere, quindi, è nascere continuamente e quindi anche morire continuamente, cioè lasciar andare. Nella nostra tradizione il percorso esistenziale di tutte le preghiere è quella del pellegrinaggio.

Attorno abbiamo un sistema di pensiero che ci spinge alla consistenza, mentre invece la vita è esistenza, è un pellegrinaggio. C’illudiamo di consistere, e abbiamo rimosso il pensiero della morte. In questo senso la pandemia è un’apocalisse, cioè può essere una rivelazione. Dalle mie parti a Bergamo abbiamo visto migliaia di morti, non abbiamo potuto eludere l’incontro con sorella morte.  Noi crediamo che la morte vada combattuta, non è vero. Va combattuta la sofferenza, la miseria. Ma la morte è una compagnia, perché non c’è altra via per resuscitare.

Noi siamo vita, morte, resurrezione, eccoci di nuovo alla sfida cristiana del tre.