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martedì 10 febbraio 2026

DA CRONOS A EPSTEIN


La guerra comincia 

sempre 

dai bambini


-di Alessandro D’avenia

 

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L'orrore dell'archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell'infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. 

In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell'età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. 

In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l'infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. 

Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato... Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo. 

 In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l'inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). 

Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall'alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. 

Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani. All'inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell'originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l'ultimo. 

Si può quasi dire che l'essere cristiani si manifesta nell'essere difensori dei bambini. Io l'ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l'accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell'altro. 

Non è un caso che l'olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell'agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l'anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l'abisso. 

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt'altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l'abbandono era considerato infanticidio e l'infanticidio come il parricidio. 

L'episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell'era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. 

Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni. Da qui bisogna partire per una società diversa. 

Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. 

Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli - presenti nell'archivio Epstein - abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 14 novembre 2025

LA MORALE SESSUALE E I POTENTI DEL MONDO

SCANDALI 
IN 
CORSO



di Giuseppe Savagnone 


Un nuovo scandalo a carico del presidente

La pubblicazione di alcune email, scambiate da Jeffrey Epstein, con la sua collaboratrice ed ex amante Ghislaine Maxwell e con l’opinionista Michael Wolff, ha dato nuovo impulso a un dibattito che coinvolge la figura del presidente Trump e che già da tempo si prolungava, in modo strisciante, sui media  statunitensi.

Oggetto della polemica sono i rapporti di Trump col finanziere miliardario Jeffrey Epstein, arrestato, il 6 luglio 2019, per abusi sessuali e traffico internazionale di minorenni e morto in carcere presso il Metropolitan Correctional Center di New York il successivo 10 agosto.

Secondo la versione ufficiale, si sarebbe suicidato impiccandosi, ma una serie di elementi ha giustificato inchieste successive sulla possibilità che in realtà sia stato strangolato.

In un’email del 2011 a Maxwell – poi condannata anche lei a vent’anni di carcere per il suo ruolo nell’adescamento e reclutamento delle vittime –  il finanziere scriveva che Trump aveva «passato ore» a casa sua con una delle ragazze che la squallida coppia, dopo averne abusato, cedeva come oggetti di piacere a personaggi potenti e danarosi. 

Sembra si trattasse di Virginia Giuffre, che nel recente passato ha denunciato gli abusi subiti, quando ancora aveva 17 anni, da Jeffrey Epstein e dal principe Andrea, secondogenito di Elisabetta II, (per questo poi spogliato di tutti i suoi titoli dalla Corona inglese), senza peraltro riuscire a liberarsi dei propri fantasmi, visto che ha concluso la sua disgraziata esistenza suicidandosi, a 41 anni, nell’aprile scorso.

In un’altra email, questa volta indirizzata, nel gennaio del 2019, pochi mesi prima dell’arresto, a Wolff, Epstein dice che il presidente – ormai giunto alla Casa Bianca due anni prima, nel gennaio 2017 – «ovviamente sapeva delle ragazze poiché ha chiesto a Ghislaine di smettere».

I democratici chiedono ora la piena divulgazione dei cosiddetti “Epstein files”, i documenti che potrebbero contenere nomi, contatti e registri delle frequentazioni del miliardario con esponenti del mondo politico, economico e culturale. Proposta cui la Casa Bianca continua a opporsi fermamente, ma che invece viene appoggiata da un numero sempre maggiore di deputati e senatori repubblicani.

Non si tratta, peraltro, del primo scandalo in cui Trump si trova coinvolto, anche se il fatto che in questo caso si tratti di minorenni costituisce un’aggravante dal punto di vista sia etico che giuiridico.

Che la sua vita sessuale, fuori del matrimonio, fosse movimentata era noto. Ma a evidenziare il suo approccio al mondo femminile era stato, nel 2016, prima ancora del suo primo mandato, un fuori onda di Access Hollywood, in cui Trump illustrava con un linguaggio volgare la sua visione del sesso e parlava dei palpeggiamenti a cui, forte del suo potere economico, usava sottoporre le donne.

Ma il caso che con più clamore ha portato alla luce lo stile del Tychoon è stato quello della pornostar Stormy Daniels che Trump, allora sessantenne, più volte divorziato e da poco sposato con Melania, aveva incontrato nel 2006, avendo con lei per un certo periodo frequenti rapporti sessuali. 

Durante le elezioni presidenziali del 2016, la pornostar aveva minacciato di rendere pubblica questa storia e Trump, per tacitarla, aveva pagato il suo silenzio con 130.000 dollari – fattile avere tramite il proprio avvocato Michael Cohen – sottratti illegalmente ai finanziamenti destinati alla campagna elettorale repubblicana.

Quando la vicenda è emersa, a elezioni avvenute, Cohen si è dichiarato colpevole e, nel dicembre 2018, è stato condannato a tre anni di prigione. L’incriminazione di Trump è arrivata, più tardi, nel marzo 2023, e ha portato a un processo penale conclusosi il 30 maggio 2024, quando la giuria popolare lo ha dichiarato colpevole di tutti i 34 capi d’imputazione di cui era accusato. La sentenza finale è stata emessa il 5 gennaio 2025. Ma il condannato era stato appena eletto, a novembre, presidente, cosicché il giudice ha stabilito che, – pur avendo ora la fedina penale macchiata dalla condanna – non sarebbe andato in prigione e non avrebbe dovuto pagare alcuna multa.

La coerenza di Trump

Siamo davanti, dunque, a un personaggio che, nella più blanda delle possibili valutazioni, non è certo un modello di moralità. Nulla di eccezionale, a dire il vero, se non fosse che il personaggio di cui parliamo è stato assunto dalla destra religiosa – soprattutto evangelica, ma in parte anche cattolica – degli Stati Uniti come il simbolo della difesa dei valori cristiani e in qualche caso addirittura investito dell’aura del messia

A dire il vero, ci sono anche altri e più gravi motivi per mettere in discussione questa pretesa, dalla sospensione degli aiuti ai paesi poveri alla deportazione dei clandestini, in modalità particolarmente violente ed umilianti, al sostegno dato a Netanyahu nella sua politica di sterminio sistematico nella Striscia di Gaza, col dichiarato intento di sfruttare questo territorio per costruirvi un resort di lusso.

Significativo anche il fatto che dopo la sua elezione a presidente Trump abbia chiamato a guidare il Faith Office, un dipartimento che  esisteva dal 2001, una telepredicatrice milionaria, Paula White, adepta della “teologia della prosperità”, movimento religioso fondato da Oral Roberts che ritiene che più un fedele prega più otterrà benefici economici.

Siamo agli antipodi del vangelo e i vescovi americani, che pur erano stati in gran parte favorevoli all’elezione di Trump – per reazione alla campagna dei Kamala Harris, incentrata tutta sulla libertà di aborto – , alla fine ne stanno prendendo atto

Ma nella tradizione cristiana il sesto comandamento – «Non commettere adulterio» (Es 20,14) – ha sempre avuto un particolare valore simbolico. E chiudere gli occhi sui trascorsi di Trump è stato difficile per la base dell’elettorato Maga (l’acronimo di Make again great America), che ha accettato solo davanti alla promessa che, un volta rieletto, il Tychoon avrebbe portato alla luce e smantellato la rete di magnati e personaggi pubblici che gravitavano intorno ad Epstein.

Ora invece si trova di fronte a nuove prove del coinvolgimento di Trump in questa rete e – ciò che forse agli occhi degli americani è ancora più grave (come ha dimostrato il Watergate al tempo di Nixon) – al tentativo di nasconderlo e negarlo. Anche in questo caso, infatti, la portavoce della Casa Binca Karoline Leavitt ha dichiarato che «queste email non dimostrano assolutamente nulla, se non il fatto che il presidente non ha fatto nulla di sbagliato».

E non si tratta solo della sua persona: tra i suoi sostenitori, c’è la sensazione che Trump, più che se stesso, stia cercando di proteggere personaggi ricchi e famosi, contraddicendo platealmente il principio fondamentale della fede Maga, che è la lotta alla casta dei privilegiati. Da qui un malessere che ormai rischia di diventare una frattura.

Trump e Berlusconi

La fede nel presidente americano sembra invece intangibile presso la destra italiana. Troppo forte è il legame che si è stabilito fra lui e Giorgia Meloni, basato non solo su una sintonia ideologica, ma anche su un reciproco apprezzamento, più volte ribadito pubblicamente da entrambi.

Del resto, che il problema dell’immoralità sessuale dei politici non impressioni più di tanto la nostra premier lo dimostra la sua disponibilità a fare di Silvio Berlusconi il “padre” ispiratore del suo governo.

Dalla proclamazione del lutto nazionale per la sua scomparsa, prolungato per una settimana, alla dedica della recente riforma della giustizia, questa “beatificazione” del cavaliere è stata una costante in questi tre anni. Per non parlare del temerario accostamento – ricorrente nei discorsi del vicepremier Tajani – tra la sua figura a quella di De Gasperi, che invece era davvero un cristiano.

L’associazione che viene spontaneo fare è invece fra Berlusconi e Trump, entrambi imprenditori scesi in politica con il chiaro intento di tutelare e promuovere interessi personali, entrambi pervenuti al successo in una battaglia contro il “comunismo” dei loro oppositori ed entrambi tutt’altro che restii a esibire loro spregiudicatezza nell’ambito sessuale, malgrado i loro legami coniugali.

Nel caso di Berlusconi, più che in quello di Trump, il successo sessuale – si vantava di non accontentarsi di una donna per notte –  è stato addirittura, insieme quello economico e a quello politico, un fattore importante del fascino che ha esercitato su milioni di italiani, molti dei quali hanno visto in lui la proiezione dei loro sogni. E anche il cavaliere, come Trump, ha ampiamente fatto ricorso al suo potere e al suo denaro per soddisfare i propri impulsi sessuali, creando un vero e proprio harem di escort.

Anche lui non ha disdegnato le minorenni, come dimostra il caso che nel maggio 2010 lo vide intervenire presso la questura di Milano per il rilascio della diciassettenne marocchina Karima El Mahroug, soprannominata “Ruby Rubacuori”,  sostenendo che si trattava della nipote del presidente egiziano Mubarak.

Resta agli atti della storia del nostro parlamento la mozione, approvata dalla maggioranza di destra, in cui non si negava che il cavaliere avesse approfittato del suo ruolo pubblico per ottenere il proprio scopo, ma ci si diceva certi che lo avesse fatto perché davvero convinto che ci fosse il pericolo di una crisi internazionale.

È inevitabile il confronto tra questa esaltazione di un personaggio  indiscutibilmente responsabile di una condotta sessuale gravemente immorale, con ricadute pubbliche, e le continue dichiarazioni della destra al governo di voler difendere a tutti i costi la tradizione cristiana, con particolare riferimento ai valori della famiglia.

In un discorso tenuto a Budapest nel settembre del 2023 Meloni ha ricordato una sua dichiarazione precedente a questo proposito: «Con il mio discorso ormai celebre “sono una donna, una madre, sono cristiana” volevo dire che viviamo in un’era in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco e questo è pericoloso per la nostra identità nazionale di famiglia e di religione. Senza questa identità siamo solo numeri».  E ha parlato della necessità di «una grande battaglia» per «difendere la famiglia», perché questo significa «difendere Dio, la nostra identità e tutto quello che ha contribuito a costruire la nostra civiltà».

Sono Trump e Berlusconi i modelli di questa “difesa”? Posto che il problema del sesso non è il centro della questione e che anche per il governo italiano si possono citare altri elementi, ancora più significativi, che evidenziano la sua lontananza dalla prospettiva di un umanesimo ispirato cristianamente – dalla politica migratoria al favore nei confronti dei ceti privilegiati al sostegno a Netanyahu – ,  resta il fatto che la coniugazione tra sesso, denaro e potere, di cui sono simboli le figure di Trump e di Berlusconi, è il contrario di ciò a cui un vero rinnovamento del nostro paese e dell’Occidente deve mirare.

Attendiamo con speranza dei leader che nella loro vita privata – ormai inevitabilmente destinata ad essere anche pubblica – esprimano la rottura con questo modello squallido.

www.tuttavia.eu

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giovedì 2 maggio 2024

I GIOVANI, IL CORPO, GLI AFFETTI

 


L’amore vero 

salva dagli abusi

- di Emanuela Vinai

 

«E questo mi induce a interrogarmi sulle emanazioni del corpo rappresentate dalla figura, dall’andatura, dalla voce, dal sorriso, dalla calligrafia, dalla gestualità, dalla mimica, uniche tracce lasciate nella nostra memoria da coloro che abbiamo davvero guardato». Quanta verità in questo passaggio di «Storia di un corpo» di Daniel Pennac. L’amore si riconosce da quel che si nota, e resta impresso, dell’essere amato, nella sua totalità: nel suo muoversi nel mondo, nei suoi atteggiamenti, nella luce dello sguardo, in quei piccoli difetti che diventano le perfette imperfezioni, in quella indivisibile unità tra il corpo nella sua fisicità e chi quel corpo lo fa vivere. Se è così, quanto può essere riduttivo, limitante, ristretto, un (ab)uso del corpo, considerato come disgiunto dalla persona?

 Il tema della corporeità e dell’affettività, soprattutto quando parliamo di giovani e ai giovani, è qualcosa che deve interpellarci nel saper trovare parole nuove, con radici antiche, che raccontino della bellezza di una relazione sana, improntata sul rispetto reciproco e sull’importanza, necessaria, di scoprire i limiti della persona. Quando parliamo dell’esperienza dell’affettività, facciamo riferimento a una dimensione relazionale cui va riservata un’attenzione speciale, uno spazio prezioso che occorre costruire, coltivare, custodire. L’apporto educativo della tutela dei minori passa anche attraverso l’educazione a un corpo che sia soggetto e non oggetto, a un’esperienza serena dell’affettività.

 Oggi il pensiero dominante, spinto da una certa pubblicistica che troppo spesso propone modelli di guadagno facile connessi alla svendita del corpo, è quello che si lega alla soggettività assoluta, in cui l’imperativo è la centratura su sé stessi e sul soddisfacimento dei propri desideri, senza dare valore e riconoscimento all’altro e nemmeno, paradossalmente, alla preziosità del sé. C’è una nuova generazione che cresce a contatto diretto con modi di pensare e di relazionarsi con la corporeità molto diretti, disintermediati, che nel tempo corrono il rischio di diventare rapporti di abuso, perché non c’è rispetto dell’altro. Quanto è importante individuare con precisione il valore del consenso e dell’essere consenzienti? Se ogni cosa è consumo, mercificazione, prestazione basata sull’aumento del gradimento, nel meccanismo perverso dei like, quanto può essere davvero libera la scelta di mettersi in vista a tutti i costi?

 I meccanismi dell’abuso passano anche attraverso lo sfruttamento delle fragilità, delle insicurezze, degli smarrimenti che sono connaturati al nostro essere umani e che negli anni dell’adolescenza e della giovinezza sentiamo ancora più forti. Chi sono io? Cos’è questo corpo che si trasforma, cosa sono questi sentimenti contrastanti che si agitano nel mio animo e a cui non so dare un nome? Cosa determina la mia fame di volere essere amato, visto, riconosciuto?

 Un progetto educativo che abbia a cuore una crescita autentica deve partire dalla persona, dalla sua dignità intrinseca. Chi abusa che visione ha della persona? Vede solo un essere, una cosa, che può utilizzare a suo piacimento. Nell’assenza totale di empatia e di incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni si ritrova una visione nociva della sessualità e della corporeità, mentre il primo principio di una relazione sana è quello del non usarsi e non usare, impegnandosi in scelte coerenti e corrispondenti.

 Nella formazione un tema insistito è relativo alla presa di consapevolezza degli abusi. Se le segnalazioni di comportamenti ambigui (o abusanti) stanno pian piano emergendo, è perché attraverso la divulgazione delle linee guida, l’ascolto sul territorio, le pubblicazioni dei sussidi, si comprende che esistono “le parole per dirlo”. E che non abbiamo timore di usarle. La visione sistemica del fenomeno degli abusi spinge su quattro leve fondamentali: formazione, vigilanza, contrasto, accompagnamento. E tutto questo è reso possibile dal coinvolgimento della comunità tutta, perché il primo tassello di un ambiente sicuro è ruolo del contesto, che è la comunità.

 La Chiesa, nelle parole di chi se ne è allontanato, è percepita come quell’entità slegata dall’attualità, che vuole soltanto proibire. Al contrario, va reso evidente che le buone prassi aiutano a vigilare su noi stessi e gli altri per riconoscere il male in tempo. I no danno fastidio, ma dovrebbero essere pronunciati a favore di quella ricerca della felicità che approfondisce il perché, il significato di ciò che è. Per questo la prevenzione non è né accusatoria né oppositiva, ma propositiva e dinamica.

 I giovani hanno fame di queste cose, il problema è che trovano nutrimenti sbagliati. Scontiamo, a fronte di infiniti dibattiti, una preoccupante lacuna nella presenza di interlocutori e accompagnatori adeguatamente formati su temi su cui i ragazzi sono tanto sensibili quanto facilmente disorientati.

 E allora, se ci chiediamo quale contributo possiamo dare come Servizio per la tutela dei minori a quello che è il progetto educativo di una pastorale dedicata ai giovani, la prima domanda è: in che cosa possiamo lavorare insieme? La prospettiva giusta è nel camminare su un percorso comune, aiutandosi reciprocamente con quella sinergia positiva del formare e informare comunità e persone, in cui si è d’accordo che fare certe cose non è un bene. Puntiamo a un modo più bello e più sano di relazionarsi, all’essere testimoni credibili del vivere relazioni buone, in cui tutti si sentano bene. E al sicuro.

 www.avvenire.it

 

venerdì 18 novembre 2022

VIOLENZE SUI MINORENNI, REATI IN CRESCITA

 IL RAPPORTO NAZIONALE SULLE VIOLENZE AI MINORENNI

 I dati della Polizia: 

in aumento i casi a scuola e sul web

 -di ALESSIA GUERRIERI

 Sono soprattutto i minorenni il bersaglio degli abusi in Italia, in particolar modo nella fascia 14-17 anni. Nel 2021 infatti i reati commessi nel nostro Paese sono aumentati del 5% rispetto all’anno precedente (36.498 delitti nel 2020 rispetto ai 38.188 del 2021), mentre nel parziale dei primi sei mesi del 2022 c’è stata una diminuzione del 10% rispetto allo tesso periodo del 2021 (dai 19.431 delitti commessi nel primo semestre 2021 si passa ai 17.475 dell’analogo periodo del 2022). Al netto di questo dato comunque “positivo”, le buone notizie finiscono qui, stando al report realizzato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale del ministero dell’Interno.

In particolare, nel 2021 aumentano quasi tutti i reati presi in esame, mentre subiscono una diminuzione solo quelli di adescamento di minorenni (-10%), pornografia minorile (-25%) e violazione degli obblighi di assistenza familiare (-11%) e violenza sessuale di gruppo (18%). Diverso il trend registrato da gennaio a giugno 2022, dove emerge invece una sensibile discesa di tutti i reati in esame, tranne che per le fattispecie di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (+3%), violenza sessuale e violenza sessuale aggravata perché commessa presso istituti di istruzione, che fanno registrare un aumento del 19% nel primo caso, attestandosi a 2.196 casi in sei mesi, e del 54% nel secondo caso. E per questa ultima fattispecie, con una tendenza in salita del 58% tra le vittime. Vittime che nella maggior parte dei casi sono femmine, con un’età anagrafica intorno ai 14 anni, mentre nell’identikit tipo l’autore dei reati nei confronti dei minori è uomo in età compresa tra 35 e 64 anni (62%).

Il maggior “canale” dove avvengono i reati in Italia resta il web, dove raddoppiano le vittime di “sextortion”, il ricatto a sfondo sessuale per estorcere denaro. Nel 2021 c’è stato infatti un aumento del 94% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, su questi dati - secondo il rapporto del Viminale - potrebbe impattare anche il fatto che «la vergogna impedisce ai ragazzi di chiedere aiuto ai genitori o ai coetanei». Nel 2021 i casi sono stati un centinaio: 77 hanno riguardato la fascia 14-17 anni e 23 quella 10-13. Non meno preoccupante sono i pericoli in rete relativi al cyberbullismo e l’adescamento online; fenomeni che hanno visto un aumento costante ancor prima del 2020. In particolare, i dati sull’adescamento online nel 2021 hanno registrato una crescita del 33% rispetto all’anno precedente. In questo caso la fascia più a rischio è quella dei giovani tra 10 e 13 anni, con un aumento del 38% dei casi trattati. Sul fronte del cyberbullismo l’incremento è stato del 13% tra il 2020 e il 2021, soprattutto nella fascia di età tra i 14 e i 17 anni.

www.avvenire.it

 

sabato 29 gennaio 2022

UN'ONDATA DI INDIGNAZIONE


-         di Giuseppe Savagnone *

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La recente pubblicazione dell’inchiesta sugli abusi sessuali – almeno 497, di cui il sessanta per cento riguardanti minori tra gli 8 e i 14 anni di età – consumati nella diocesi di Monaco di Baviera, ha rinnovato nell’opinione pubblica l’ondata di indignazione che già si era levata, nell’ottobre del 2021, in occasione dell’analoga indagine, commissionata dall’episcopato francese.

Il report, commissionato dalla stessa arcidiocesi di Monaco, è stato presentato dallo studio Westpfahl-Spilker-Wastl il 20 gennaio scorso e riguarda gli anni tra il 1945 e il 2019. Particolare impressione ha suscitato il coinvolgimento nelle accuse di connivenza, o almeno di tolleranza, nei confronti dei membri del clero colpevoli di quei crimini, del papa emerito, Benedetto XVI, che fu arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982.

In particolare, a Ratzinger viene attribuita la responsabilità di aver partecipato, il 15 gennaio 1980, a una riunione in cui si era discussa la destinazione all’attività pastorale di un sacerdote – peraltro proveniente da un’altra diocesi, Essen – di cui erano note le tendenze sessuali e che era stato mandato a Monaco proprio per un trattamento terapeutico.

Benedetto ha fatto sapere di aver partecipato effettivamente a quella riunione, spiegando però che in essa ci si era limitati ad accogliere la richiesta del sacerdote di avere fornito un alloggio nel periodo di permanenza nella città. Il problema della gravità e delle conseguenze di queste denunzie tuttavia rimane. Intanto esse mettono in luce una situazione gravissima di corruzione del clero: nella sola arcidiocesi bavarese, nell’arco di poco più di settantanni, 173 preti e 9 diaconi.

Ne può costituire un’attenuante il fatto che comunque, secondo tutte le statistiche, il numero maggiore di abusi sui minori avvenga nella famiglia e non sia perciò addebitabile al celibato ecclesiastico. Resta il fatto che la Chiesa pretende di costituire una realtà alternativa alle logiche del mondo e che da essa si deve esigere una testimonianza di coerenza che questi episodi smentiscono.

Non è una sorpresa

In realtà, non si tratta di una sorpresa. Già nel giugno del 2021, il cardinale Reinhard Marx, che dal 2007 è vescovo di Monaco, aveva rassegnato le sue dimissioni – peraltro subito respinte da papa Francesco – proprio in riferimento a questa situazione: «Sostanzialmente», aveva dichiarato, «per me si tratta di assumermi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e sistematico».

Ma più gravi erano state le sue considerazioni ulteriori, che suonano come una denunzia non solo del passato, ma del presente: «Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la colpa dell’istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale. Io la vedo decisamente in modo diverso».

Il problema sollevato dal card. Marx va oltre la questione delle responsabilità personali dei colpevoli degli abusi e di coloro che li hanno in qualche modo protetti o comunque non li hanno sanzionati adeguatamente. Su questo punto, bisogna prendere atto che proprio papa Ratzinger ha inaugurato, durante il suo pontificato, una linea di assoluto rigore, implicante la denunzia dei responsabili alla giustizia penale dei rispettivi Stati, e che papa Francesco lo ha seguito, indicendo nel febbraio del 2019 un summit sulla pedofilia in cui ha parlato della necessità di non limitarsi alle condanne verbali, preannunciando «misure concrete».

Su questa linea, nel 2021, il Codice di diritto canonico – la legge della Chiesa – è stato modificato, ridefinendo i casi di abuso sessuale non più, come era prima, in rapporto agli obblighi dei consacrati, ma alla violazione della dignità della persona, e introducendo il reato di omissione della denuncia.

Il problema del potere

Tuttavia, parlando di «un fallimento istituzionale e sistematico», l’arcivescovo di Monaco ha accennato a qualcosa che va oltre la questione della coerenza etica delle singole persone e della trasparenza. Ne aveva parlato già in occasione del summit in Vaticano del 2019.

In quell’occasione il cardinale aveva spiegato che «gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione. A tale riguardo, l’amministrazione non ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile». 

Il problema che sembra emergere da queste parole va oltre la questione sessuale: in discussione è la logica del potere, che è la grande tentazione del mondo e che finisce col nascondersi anche nelle strutture della Chiesa. Una eccessiva concentrazione della “sacra potestas» nelle mani dei pastori – parroci e vescovi – finisce per rendere incontrollabili e inappellabili le loro scelte, mantenendo alla Chiesa di fatto una struttura verticistica che il Concilio, privilegiando la categoria del «popolo di Dio» su quella della piramide gerarchica, aveva cercato di ridimensionare.

È il potere, non il sesso, il nemico più insidioso della rivoluzione evangelica di cui la Chiesa deve esser custode e interprete. Esso sta dietro anche agli abusi sessuali, ma non si limita a questi. E la comunità cristiana potrà essere veramente alternativa al mondo solo se saprà rimettersi in discussione su questo punto.

Un’occasione importante per farlo potrà essere il Sinodo – quello dei vescovi a livello mondiale, quello delle Chiese d’Italia per il nostro Paese –, a patto che davvero si dia spazio ai problemi di fondo, in un libero confronto, e non ci si limiti a riempire questionari.

Intanto bisogna dare atto alla Chiesa francese e alla diocesi di Monaco di avere commissionato – proprio loro! – le due inchieste che le hanno messe sotto accusa e di averne accettato i risultati con un pubblico atto penitenziale. Non è questo lo stile del potere politico, sotto tutte le latitudini.

Sono segnali importanti di una sincera volontà di cambiamento in senso evangelico. Non bisogna fermarsi, però, al pentimento. Sono necessarie delle profonde trasformazioni. Perché Cristo non debba più vergognarsi di ciò che noi facciamo della sua Chiesa.

 *  Scrittore ed Editorialista. Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo

 www.tuttavia.eu

 

  

venerdì 19 novembre 2021

MINORI E PORNOGRAFIA


 Lʼimpero 

del porno online

 e la piaga dei minorenni

Ci sono temi legati al digitale (e non solo) dei quali non si parla quanto si dovrebbe. Uno di questi è la pornografia online. Eppure basta guardare una qualsiasi classifica dei siti web più visitati per scoprire numeri impressionanti. Secondo Similarweb, il sito per adulti più visto al mondo raccoglie da solo 3,3 miliardi di visite al mese (al mese!). E i primi cinque insieme raccolgono oltre 10 miliardi di accessi al mese. L’Italia non fa eccezione. Nella top ten dei siti più visitati ce ne sono ben due che offrono video pornografici.

La maggior parte dei siti porno fa capo ad un’unica società, la MindGeek, con sede nel paradiso fiscale del Granducato di Lussemburgo.

Alla MindGeek non amano farsi notare. E si autodefiniscono «gruppo internazionale di information technology specializzato in siti web ad alto traffico». Difficile sapere il loro fatturato.

Eppure, secondo il Financial Times, nel 2018 (cioè ben prima della pandemia che ha aumentato moltissimo le visite a questo tipo di siti) «MindGeek ha fatturato oltre 460 milioni di dollari». Mentre l’intero impero varrebbe 20 miliardi di dollari.

Poco si sa anche del suo principale proprietario,  che si nasconde dietro alcune società di comodo. Secondo il Financial times, si chiama Bernd Bergmair (ma in alcuni documenti apparirebbe come Bernard Bergemar), è nato nel 1968 e vive a Hong Kong, lontano da occhi indiscreti.

Un anno fa, nel dicembre 2020, MindGeek è stata al centro di un enorme scandalo. Il New York Times l’ha accusata di ospitare sui suoi siti «filmati di abusi sui minori e di rapporti non consensuali». Alcune vittime hanno intentato una causa alla società per 40 milioni di dollari e Mind Geek è corsa ai ripari cancellando milioni di video. Nel frattempo le sono piovute addosso decine di cause. Quando la società pensava che la tempesta fosse in parte passata, è stata citata in giudizio da una ragazza canadese. «Da bambina sono stata abusata da un familiare – ha raccontato J.D. all’agenzia canadese CityNews – e quando è morto pensavo di potermi liberare da quell’incubo». Invece un suo ex compagno di scuola le ha mandato un messaggio con un link, segnalandole che l’aveva riconosciuta in un filmato pornografico. «Mi fa star male e mi fa schifo sapere che il mio abuso sessuale da bambina è stato visto decine e decine di migliaia di volte e scaricato su migliaia di computer, e quindi non sparirà mai definitivamente. Avevo 12 anni». J.D. ha quindi deciso di guidare una class action contro MindGeek da 600 milioni di dollari. Se MindGeek è il colosso della pornografia online,

dall’altra parte ci sono milioni di utilizzatori, molti dei quali minorenni. La Gran Bretagna è stata una delle poche Nazioni che, nel 2019, ha cercato di imporre la verifica dell’età per l’accesso ai siti web wer adulti, ma per ora ha perso «per i troppi problemi legati alla privacy».

Nel frattempo i nostri ragazzi imparano la sessualità dai video porno, mentre gli adulti fanno finta che sia normale. Un altro problema che fingiamo di non vedere è quello legato alla dipendenza dal porno. Ma sta facendo grandi danni. Così grandi che ora una società britannica ha deciso di lanciare un servizio via app, chiamato Remojo, per liberarsi in 90 giorni dalla dipendenza dalla pornografia. Come ha raccontato l’ideatore a Tech Crunch, «ho deciso di crearlo dopo avere scoperto che solo sul social Reddit oltre 1 milione di persone denunciava di avere problemi con gli effetti della pornografia».

 

www.avvenire.it 

 

sabato 20 febbraio 2021

MINORI: ABUSI E ADESCAMENTO ON LINE


Paradossale scontro 
tra tutela della privacy

 e contrasto alla pedopornografia


-di ANTONIO  NICITA

L’allarme lanciato dallo European Network of Ombudspersons for Children( Enoc), e rilanciato da 'Avvenire', è serio e grave: dalla data di entrata in vigore del nuovo Codice di comunicazioni elettroniche europeo, il 21 dicembre scorso, le segnalazioni relative a immagini pedopornografiche e tentativi di adescamento online sono crollate del 46%. Ciò avviene nello stesso momento in cui, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, aumenta il tempo trascorso online, anche da parte degli adolescenti. La pandemia, secondo molte misurazioni, incluse quelle svolte in Italia dall’osservatorio Agcom, ha fatto esplodere in realtà molte tipologie di violazioni online, come ad esempio le truffe che riguardano acquisti di beni o bonifici online dai conti bancari. Molte di queste violazioni utilizzano forme sofisticate di adescamento, quali l’utilizzo di numerazioni telefoniche fittizie realizzate attraverso l’impiego di «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero». Se molti adulti, caduti vittime di queste truffe, non riescono a comprendere la vera natura del mittente, spesso 'camuffato', non c’è da meravigliarsi che molti adolescenti cadano nella rete di finti amici o di finti enti, associazioni, imprese. È un tema grave e complesso cui la Commissione europea intende porre attenzione con una serie di azioni e iniziative, assicurando anche strumenti tecnologici adeguati per l’individuazione del pericolo e la prevenzione dei rischi. Ma ciò avverrà in un tempo troppo lungo. Oggi occorre assicurare continuità alle azioni e alle migliori esperienze già sperimentate, su base anche volontaria, da operatori di comunicazioni elettroniche e dai fornitori dei cosiddetti «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero». Il mancato coordinamento temporale tra il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche, che appunto è ufficialmente entrato in vigore lo scorso dicembre, e il regolamento e-Privacy, approvato come proposta ma che entrerà in vigore assai più avanti, crea un vuoto normativo proprio nella disciplina dei «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero» e nelle azioni che possono essere adottate, anche di tipo ispettivo, per l’individuazione e la prevenzione delle violazioni. Ciò perché il Codice delle comunicazioni elettroniche rinvia proprio alla nuova e-Privacy la definizione di alcune caratteristiche di fondo di questi servizi e delle modalità con le quali approntare forme di ispezione nel contemperamento tra tutela dei dati personali e tutela dei minori. Una soluzione immediata, come già anticipato su queste pagine, potrebbe essere quella, già avanzata da un folto gruppo di parlamentari europei, di derogare a quanto previsto dal Codice delle comunicazioni in modo da procrastinare il vecchio regime.

In realtà, a oggi, gran parte degli Stati membri europei, compresa l’Italia, è in ritardo nella trasposizione del Codice delle comunicazioni elettroniche, al punto che la Commissione europea ha avviato la procedura d’infrazione. Questo ritardo, negativo per altri aspetti, oggi può rappresentare un importante grimaldello per coprire il vuoto normativo. Ciò significa che lo spazio per una deroga può accompagnarsi anche ai processi nazionali di trasposizione in attesa del completamento dell’iter del regolamento e-Privacy e dell’integrazione di meccanismi idonei al contrasto della pedopornografia online con riferimento ai «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero ». È un tema da porre, in Italia, al nuovo governo Draghi e al Parlamento. Resta sullo sfondo il tema a lungo discusso al Parlamento europeo sulla eccezione che la tutela dei minori impone rispetto alle diverse discipline di tutela della privacy. Ma è una questione che va forse affrontata mettendo al centro le opportunità tecnologiche di inspection e identificazione più recenti, proprio al fine di immaginare strumenti di intervento selettivi in funzione di specifiche allerte. È una strada che occorre esplorare al più presto.

 

www.avvenire.it

 

 

domenica 20 settembre 2020

ABUSI MINORI. ATTENZIONE E PREVENZIONE

 Caffo: proteggere dagli abusi richiede un attento lavoro di coordinamento

La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha concluso ieri due giorni di lavoro in plenaria. A Vatican News, uno dei componenti, Ernesto Caffo, invoca un “cambio di cultura”: gli abusi sessuali e di potere chiedono un intervento precoce, altrimenti i “rischi che ricadono sulle persone che stanno in silenzio diventano drammatici”

 Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

 La pandemia non ha arrestato il fenomeno degli abusi ma, come in altri ambiti, ha fatto riconsiderare in positivo le potenzialità dell’“aiuto digitale”. Ernesto Caffo, fondatore e presidente di “Telefono Azzurro”, fa il punto sulla plenaria svoltasi dal 16 al 18 settembre, che ha visto anche diversi membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sfruttare le piattaforme web per condurre i lavori. Quattro i binari del confronto – divulgazione, studio, ricerca e istruzione online – e diverse le opportunità di valutare esperienze di salvaguardia sperimentate nel mondo ecclesiale. Fra gli altri, spiega un comunicato della Commissione, spicca un panel condotto in Brasile tra vittime di abusi e consultori, che ha dato impulso alla creazione di ufficio di supporto alla Task force istituita in febbraio, per volontà di Papa Francesco, con il compito di assistere Conferenze episcopali e realtà ecclesiali in materia di tutela dei minori.

Vademecum e nuovi strumenti

Una sottolineatura la Commissione pontificia ha voluto farla sul Vademecum pubblicato lo scorso 16 luglio da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, definito un contributo al “"rafforzamento dell'amministrazione della giustizia” che “chiarisce meglio come debbano essere ascoltati coloro che hanno subito abusi”. Il Vademecum si aggiunge al complesso di normative che, afferma Ernesto Caffo, rendono più incisivo il lavoro della Commissione:

R. – Da una parte, avendo strumenti così importanti occorre declinarli in azioni concrete, in una formazione di tutti coloro che sono coinvolti, partendo ovviamente dalle Conferenze episcopali a tutte le varie Congregazioni, cercando di trovare il modo di spiegare secondo il Vademecum come attuare scelte legate a nuove competenze che devono maturare, sapendo bene che ci sono tantissime aree di difficile interpretazione che vanno lette guardando anche alle diverse culture. Quindi questo è stato ed è lo sforzo un po' di tutta la Chiesa oggi, e anche della nostra Commissione, di trasformare questa notevole mole di strumenti normativi in azioni. Anche perché i bisogni che vediamo emergere di tutela dei minori aumentano, quindi dobbiamo assolutamente trovare modalità ancora più efficaci e più adeguate ai tempi.

Secondo lei, manca ancora qualcosa a livello normativo per affrontare compiutamente il fenomeno degli abusi?

R. – Credo che uno dei temi maggiori sia il coordinamento tra tutte le iniziative e tutte le diverse componenti della Chiesa per affrontare questo tema, che deve essere visto sia all'interno e sia all'esterno della Chiesa – anche nei movimenti laici – perché possa in qualche modo essere efficace. Ci deve essere un cambio anche di cultura per comprendere che attorno al tema degli abusi sessuali c'è tutta una serie di tematiche legate per esempio all’abuso di potere e tutto quello che è il tema di non rispetto dei diritti. È molto interessante vedere come stiano maturando idee anche posizioni all'interno della Chiesa che possono essere di grande aiuto.

Nel corso dell'estate si sono tenuti una serie di webinar sulla tutela dei minori e delle persone vulnerabili durante il Covid-19, iniziativa che si è svolta in collaborazione con l'Unione nazionale delle superiori generali (Uisg). Che risultati ha prodotto questo lavoro?

R. – È emerso un grande bisogno di confronto e anche, devo dire, l’esigenza di poter avere risposte ai grandi temi che sono quelli legati alla tutela dei più fragili. La cosa interessante è stata la presenza globale in tante persone che da tutte le parti del mondo si interrogavano e questo ci porta ovviamente a cogliere quest'opportunità come uno stimolo per andare avanti, però con una grande voglia da parte di tutti di potersi confrontare cercando di utilizzare le best practices, le conoscenze a disposizione, rendendole fruibili a tutti. E le nuove tecnologie sicuramente hanno prodotto un grande vantaggio per tutti e questo va mantenuto e va sviluppato ulteriormente tra Commissione e Usg in questa direzione.

L’Associazione “Telefono Azzurro” che lei presiede è da tanti anni il “termometro”, in particolar modo in Italia, delle voci delle vittime di abusi e delle loro famiglie. Qual è la situazione oggi?

R. – Sicuramente questo periodo di Covid ha facilitato l'accesso a sistemi di aiuto che possono essere anche quelli digitali. Noi abbiamo visto emergere molte violenze familiari e tanti disagi che prima erano presenti sotto il profilo mentale che poi diventano anche violenze quando molte volte non c'è un supporto adeguato alla famiglia. Quello di cui c'è bisogno oggi sono modalità per chiedere aiuto, ma questo vale anche per quanto riguarda la Chiesa, cioè sui temi che le diocesi italiane hanno attivato di ascolto delle vittime, di ascolto delle famiglie fragili, tutto questo è molto importante perché dobbiamo dare voce a chi ha bisogno. E questo è un po' un percorso che riteniamo vada ancor più sviluppato e su questo vedo la Chiesa molto sensibile e molto attenta, come devo dire lo sta diventando parte del mondo delle istituzioni. Perché se non interveniamo precocemente, i rischi che ricadono sulle persone che stanno in silenzio e che non chiedono aiuto a nessuno diventano drammatici.

  Ecco il vademecum sulle procedure nel trattare i casi di abuso sui minori



Vatican News

 

lunedì 5 agosto 2019

SANTA SEDE - INCONTRO SUL TEMA DEGLI ABUSI

Dal Golgota 
alla profezia

Dedicato al tema degli abusi sessuali l’incontro annuale del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita con associazioni e movimenti ecclesiali


 Eleonora, Susan, Renate. Dietro questi tre nomi fittizi si nascondono — forse sarebbe meglio dire: si rivelano — tre persone concrete, tre storie tremendamente vere, tre dolori profondi che, grazie alla forza delle vittime, dopo anni di sofferenza sono emersi squarciando il velo del silenzio. Tre donne che, appartenenti a diverse associazioni cattoliche di fedeli, proprio lì dove credevano di trovare e vivere la salvezza, sono state vittime di abusi di potere, di coscienza, sessuali. «In queste esperienze di abuso — spiega una di loro — posso dire che è stato seminato nella mia anima e nella mia persona intera qualcosa che è dell’ordine della morte».
Il confronto con questa tragica realtà ha segnato con la sua dura e cruda concretezza l’incontro annuale del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita con le associazioni e i movimenti ecclesiali, che si è svolto lo scorso 13 giugno presso la Curia generalizia dei gesuiti. Il Dicastero infatti, ha detto il cardinale prefetto Kevin Farrell, ottemperando al proprio ruolo di vigilanza e accompagnamento, si è fatto «interprete della premura e urgenza secondo cui il Santo Padre, Papa Francesco, ci chiede di agire, in tutti i contesti sociali, ecclesiali, uscendo allo scoperto, guardando in faccia la realtà in modo onesto, chiamandola per nome con parresia, procedendo alla necessaria purificazione e predisponendo un’adeguata prevenzione». E per questo  ha convocato oltre un centinaio tra moderatori, responsabili e delegati dei movimenti ecclesiali e delle associazioni internazionali riconosciute dalla Santa Sede per riflettere sul tema:  «Prevenzione degli abusi sessuali: l’impegno delle associazioni e dei movimenti ecclesiali». Il tema, ha sottolineato il porporato all'inizio dei lavori, «raccoglie una sfida che la Chiesa e la società civile, dovunque nel mondo, si trovano a dover fronteggiare».
Fondamentali anzitutto, ha spiegato il cardinale Farrell, sono  l’esercizio della verità, la conoscenza e la consapevolezza di «un crimine storicamente diffuso in maniera trasversale in tutte le culture e società», e la volontà di superare la pericolosa tentazione della sottovalutazione. «Solo affrontando questo fenomeno, studiandolo, si sta operando un cambiamento della mentalità e della sensibilità nell’opinione pubblica»: infatti «fino a poco tempo fa esso era considerato un tabù e ancora oggi lo è per molte persone, per molti cattolici, uomini e donne di Chiesa». Un tabù che, nella Chiesa, «ha fatto sì che molti sapessero» ma «nessuno parlasse». E così, ha spiegato il prefetto, si è aggiunto dolore a dolore, ingiustizia a ingiustizia: «Si è operato un duplice abuso: agli abusi perpetrati si aggiungeva infatti un silenzio che, inevitabilmente, si è fatto complice dei crimini e ha consentito che essi si moltiplicassero indisturbati». Tanto che gli stessi dati statistici non riescono a restituire la reale entità del fenomeno, ma sono solo «la punta di un iceberg».
Soprattutto va sempre ricordato, ha aggiunto il porporato, che dietro i numeri e le tabelle che descrivono il fenomeno ci sono le persone: «le persone coinvolte, le vittime e i loro abusatori, hanno un nome e un cognome, un volto, una storia personale e familiare, sociale ed ecclesiale, hanno ferite impresse nella mente, nel cuore, nella carne».
In occasione di questo incontro annuale, il cardinale ha voluto coinvolgere direttamente le realtà convocate, ricordando loro come  la piaga degli abusi sessuali non risparmi le associazioni di fedeli e i movimenti ecclesiali e invitandoli a farsi carico della corresponsabilità ecclesiale che è loro propria e che li invia a essere protagonisti e testimoni di «quella necessaria conversione, che non distoglie lo sguardo, ma affronta e previene questi gravi crimini che sono gli abusi sessuali». E ha dato delle indicazioni precise: «anzitutto occorre che purifichiate le relazioni che vivete tra voi, come anche con i destinatari del vostro impegno evangelizzatore». È poi necessario stabilire «relazioni sane in ambienti sani, in cui sarà difficile che si insinuino dominio, asservimento, dipendenza, violazione della libertà, violazione della coscienza, abuso di potere, abuso sessuale». Occorre, infine, «coltivare la necessaria formazione umana, morale, intellettuale e spirituale».
Il prefetto facendo riferimento alla lettera inviata dal Dicastero nel maggio 2018 alle associazioni e ai movimenti in cui si chiedeva di redigere regole e procedure volte alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, ha spronato i presenti: «Occorre che vi attrezziate adeguatamente e, senza perdere tempo, assumiate le responsabilità che vi competono, rendendo conto di quanto vi è affidato, senza distogliere lo sguardo dalle piaghe inferte al Corpo di Cristo che è la Chiesa nei nostri fratelli, prendendovi cura delle persone ferite e operando affinché gli abusi non abbiano più a verificarsi».
La consapevolezza della responsabilità condivisa, come membra del corpo della Chiesa, in forza del battesimo e dell’impegno proprio dei movimenti ecclesiali, ha caratterizzato l’intervento di Linda Ghisoni, sotto-segretario del Dicastero. È nelle sue parole che hanno trovato spazio le testimonianze di Eleonora, Susan e Renate, dalle quali è emersa con evidenza la stretta interconnessione esistente tra abusi di potere, di coscienza e sessuali.
Ghisoni ha innanzitutto richiamato l’incontro svoltosi lo scorso febbraio  in Vaticano  e dedicato alla protezione dei minori nella Chiesa: occasione importante per alimentare una consapevolezza che è purtroppo ancora insufficiente e che fa riflettere. «Con quale coraggio — ha detto — una vittima, che si fa mille remore prima di parlare, si rivolgerà a uomini di Chiesa che negano a priori?».
Il metodo per affrontare il problema è quello indicato in quell’occasione e parte necessariamente da un atteggiamento di ascolto  delle vittime. Ascoltare le vittime permette di superare l’approccio “perbenista” che tende solo a considerare il “fenomeno”  e dimentica la vita concreta delle persone.
E come è accaduto nell’incontro di febbraio, il confronto diretto con le parole delle vittime ha scosso le coscienze. Il sottosegretario ha condiviso con i presenti le confidenze delle vittime, le «manipolazioni psicologico-spirituali» alle quali sono state sottoposte da alcuni sacerdoti  con il fine di imporre loro la violenza. Agghiacciante il passaggio in cui Eleonora spiega: «Mi ripeteva che faceva questo solo per il mio bene...».
Ghisoni ha quindi invocato la necessaria distinzione tra ambito della coscienza e ambito di governo nelle aggregazioni ecclesiali, illustrando i rischi che si annidano in relazioni non libere a causa di contesti sovrastrutturati o sottostrutturati. Riferendosi alle vittime citate, ha concluso: «Eleonora, Susan, Renate: sono donne di tre diverse associazioni di fedeli. Donne che, come tutte le vittime di abuso di potere, di coscienza, sessuale, hanno vissuto il Golgota, protratto talora per anni, un Golgota non a cielo aperto, ma rinserrato in quattro mura, spesso a luce fioca, consumato nei ricatti, per comprare quel loro silenzio che le ha pervase di sensi di colpa. Gli abusi le hanno inchiodate a una croce che nessuno poteva vedere, proprio perché innalzata in un Golgota segreto. E talvolta anche i terzi che sapevano o immaginavano erano a loro volta vittime o complici, elevando in tal modo a sistema gli abusi fisici, morali, psicologici, spirituali. Scoperchiamo questi Golgota bui. Il Dicastero è al vostro fianco nel consigliarvi e sostenervi in questa responsabilità ecclesiale condivisa». E ha proseguito: «Questa è la profezia che, in virtù del battesimo e del nostro essere membra vive della Chiesa, ci è consegnata. Agiamo come Chiesa, come madre, che non prostituisce i propri figli, non allestisce nuovi Golgota, ma previene, con consapevolezza, con prudenza, investendo in una adeguata formazione. Ce lo chiedono donne come Susan, che ha nel frattempo intrapreso un lungo percorso di guarigione, come esprime in una recente lettera: “Se è vero che le ferite non vanno in prescrizione, è anche vero che credo, per fede, che Gesù Risorto è capace di trasfigurarle e di renderle gloriose come le sue. Più che ‘vittima’ ora mi sento una ‘sopravvissuta’ al potere della morte, perché nel mio orizzonte c’è una pietra rotolata e una tomba vuota. In quel giardino incontro Gesù Risorto, il mio Maestro e Signore, che ogni giorno mi chiama teneramente per nome”».
Non è mancata, nella mattinata, una dettagliata illustrazione degli strumenti giuridici di cui la Chiesa dispone per far fronte ai casi di abuso sessuale sui minori e sulle persone vulnerabili, curata da Philip Milligan, responsabile dell’Ufficio giuridico del Dicastero, che si è soffermato in particolare sul recente motu proprio Vos estis lux mundi  spiegandone la definizione di “persona vulnerabile”, nella quale è ricompresa ogni persona che, anche occasionalmente, è privata di fatto della libertà personale ed è limitata nella propria capacità di resistere all’offesa.   Le numerose domande poste dai presenti ai relatori hanno rivelato l’interesse, la partecipazione e l’urgenza della tematica affrontata.
Nel pomeriggio è stato il gesuita Hans Zollner, presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università Gregoriana, a esortare i presenti a raccogliere la sfida educativa per una prevenzione adeguata, che consenta di proteggere i più piccoli e vulnerabili evitando i crimini degli abusi sessuali. Parlando della «condizione sistemica» che attanaglia le nostre società, una condizione che non si può sottacere e che pone sotto scrutinio la Chiesa, Zollner ha altresì insistito nel non ripetere errori già commessi da altri, come a volte accade: ha esortato, pertanto, a imparare gli uni dagli altri, facendo tesoro dei percorsi altrui, sia quanto alla prevenzione degli abusi di ogni genere, sia per affrontare adeguatamente quelli già commessi.
Non sono mancate le coraggiose e molto apprezzate testimonianze di due responsabili di altrettante associazioni di fedeli che si sono trovate a dover affrontare casi di abuso sessuale al loro interno.
La giornata è stata moderata da don Giovanni Buontempo, responsabile del Dicastero per i rapporti con i movimenti e le associazioni, che ha esortato i presenti a sentirsi parte attiva nel processo di consapevolezza che deve coinvolgere tutto il popolo dei fedeli, approfittando soprattutto della rete di relazioni tra gruppi e famiglie che si instaura all’interno dei movimenti, al fine di informare, formare e prevenire.
Nella sessione conclusiva il cardinale Farrell ha rivolto ai presenti un accorato appello ad agire con responsabilità, dotandosi di ogni mezzo, così come richiesto e indicato dal Dicastero mediante l’apposita lettera circolare del maggio 2018, per riconoscere gli abusi, contrastarli e prevenirli, facendo leva sul potenziale formativo che è un compito proprio delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Il prefetto ha assicurato ai presenti: «La Santa Sede vi accompagna, è al vostro fianco in questa rinnovata chiamata a essere profetici, affinché nelle famiglie, nella società, nei luoghi ricreativi, nei contesti ecclesiali non abbiano più a insinuarsi e tantomeno a coprirsi comportamenti abusivi di alcun genere e si stabiliscano relazioni autenticamente evangeliche. Per adempiere a questa sfida educativa, non possiamo accontentarci di buone intenzioni. Occorre che ciascuna delle vostre associazioni riconosciute dalla Santa Sede predisponga gli strumenti necessari, formi persone idonee, competenti, costituisca un ufficio apposito, che sia reso noto a tutti, e di cui sia informato il Dicastero, affinché vi sia chi è in grado di ricevere le eventuali segnalazioni di abuso, di ascoltare le vittime, di indirizzare opportunamente ogni domanda, con la dovuta riservatezza, libertà e competenza».