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mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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domenica 29 settembre 2024

VERO o FALSO ?


 Quel ricordo falso

 che genera verità


Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, studia i modi in cui si formano i dejà-vu di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero.

Questi meccanismi possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come è accaduto in numerosi casi giudiziari

 

-         di EUGENIO GIANNETTA

 La psicologa Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, esperta di “falsi ricordi”, da decenni studia i modi in cui si formano ricordi di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero. I falsi ricordi sono molto potenti e oltre a rivelarci preziose informazioni sul funzionamento della nostra memoria, possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come per esempio è accaduto in numerosi casi giudiziari. In occasione della XXII edizione del festival di divulgazione scientifica Bergamo-Scienza, sabato 5 ottobre alle ore 17 Loftus terrà una lectio dal titolo L’illusione della memoria: come nascono (e che conseguenze hanno) i falsi ricordi. È a partire dal concetto della manipolazione dei ricordi che l’abbiamo intervistata: «È emerso – ci spiega – che gli scienziati della memoria si sono resi conto che questa non funziona come un dispositivo di registrazione. Non basta registrare l’evento e riprodurlo in seguito. Il processo è più complesso. In realtà, quando cerchiamo di ricordare qualcosa, stiamo costruendo o ricostruendo un’esperienza. Quindi prendiamo pezzi di esperienza da tempi e luoghi diversi e li mettiamo insieme per produrre quello che sembra un ricordo. Quindi, ci piace dire che la memoria è costruttiva o ricostruttiva, e una delle conseguenze di questo è che le cose che accadono dopo che un evento è completamente finito – le suggestioni, la disinformazione – hanno perciò anche il potenziale di contaminare la memoria, di cambiare i ricordi delle persone per le loro esperienze passate».

 Quindi, quando può essere manipolata una memoria?

 «Quando una persona ha un’esperienza; quando, per esempio, assiste a un crimine o a un incidente stradale, e in seguito viene esposta a informazioni fuorvianti. Potrebbe accadere quando parla con altri testimoni. Può accadere quando viene interrogata da un investigatore che magari ha un’ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto e può inavvertitamente contaminare l’interrogatorio. Può accadere quando le persone sono esposte a copertura mediatica di qualche evento che hanno vissuto personalmente. Avviene, quindi, quando il potenziale di contaminazione è reale. E nel mondo reale siamo esposti alla disinformazione regolarmente».

 C’è qualche pericolo nell’insinuare falsi ricordi?

 «Se si tratta di un piccolo dettaglio che non ha importanza no, ma a volte può avere molta importanza quando, ad esempio, si tratta di un caso giudiziario e le informazioni false fanno credere a una persona che sia accaduto qualcosa che in realtà non è successo, o che qualcuno abbia commesso un crimine quando non è così».

 Ma è possibile distinguere un falso ricordo da un ricordo vero?

 «Quando ascoltiamo qualcuno parlare della sua memoria, spesso ci crediamo. Ci crediamo perché viene espresso tutto con sicurezza, o perché vi sono dettagli, o ancora perché vengono mostrate emozioni nel racconto della storia, ma i falsi ricordi possono avere le stesse caratteristiche. Nel lavoro scientifico abbiamo scoperto che i falsi ricordi possono essere descritti con estrema sicurezza, molti dettagli e altrettante emozioni».

 E come si controlla tutto questo? Esiste una sorta di comitato etico?

 «Ci sono molte questioni etiche che sorgono. Una delle cose che abbiamo dimostrato è che si può contaminare la memoria di qualcuno e forse permettergli di vivere una vita più sana o felice. In alcuni dei nostri lavori abbiamo dimostrato, per esempio, che, se instilliamo un falso ricordo che da bambino ti sei ammalato mangiando un cibo che fa ingrassare, allora non sarai più interessato a mangiare quel cibo. Quindi, forse si potrebbero usare alcune di queste tecniche per far sì che le persone abbiano un falso ricordo e permettere loro di avere conseguenze positive. Eticamente ci chiediamo: dovremmo farlo? Sarebbe una buona idea indurre le persone con falsi ricordi a mangiare meno cibi grassi o a bere meno alcolici? Non spetta a me, in quanto scienziato della memoria, decidere, ma alla società. Dal punto di vista scientifico però crediamo sia importante conoscere la malleabilità dei ricordi per comprenderla e difendersi da essa, oppure sfruttarne il potenziale».

 C’è anche qualcosa che possiamo fare per migliorare i nostri ricordi?

 «Esistono molte tecniche che gli psicologi hanno sviluppato per consentire di ricordare meglio le cose. Se si incontra qualcuno e si vuole ricordare il suo nome, ci sono alcune cose che si possono fare per massimizzare le possibilità di ricordare il nome di quella persona. Ad esempio, ripetere il nome ad alta voce, ma non solo».

 Pensa sia possibile anche reprimere i ricordi di eventi traumatici?

 « Non c’è dubbio che possiamo dimenticare le cose e ricordarcele. Si possono persino dimenticare cose molto sconvolgenti e ricordarle. Questo è un normale dimenticare e ricordare, ma l’idea di una repressione mirata, che si possa prendere una collezione di traumi orribili, bandirla nell’inconscio, dove è murata dal resto della vita mentale, e che si debba andare lì e togliere questo velo di repressione e diventare consapevoli di queste esperienze in qualche modo nella loro forma incontaminata, per tutto questo non c’è alcun supporto scientifico credibile. Quindi, credo sia triste il fatto che talvolta siano state perseguite persone o citate in giudizio in cause sulla base di questa ipotesi scientifica non supportata».

 Il tema di BergamoScienza quest’anno è l’intelligenza. Come si interseca questo tema con quello dei falsi ricordi?

 « A volte le persone mi chiedono: “Ci sono differenze individuali nella suscettibilità di avere o meno un falso ricordo?”. Una delle variabili di differenza individuale che è stata esaminata è il punteggio standard in un test di intelligenza; si è scoperto che le persone con capacità cognitive un po’ più elevate sono un po’ più resistenti a questo tipo di manipolazioni. Ma dico un po’ perché le correlazioni possono essere statisticamente significative, ma non enormi, ed è vero che anche le persone più intelligenti, istruite ed esperte, sono suscettibili alla manipolazione dei ricordi».

www.avvenire.it



venerdì 26 luglio 2024

L'ILLUSIONE DIGITALE

 

QUANDO IL TU E' L'IO

I social network hanno trasformato il web in un grande supermercato 

Ora il profilo di una persona ha smesso di essere rappresentazione dell’essere ed è diventato un prodotto a tutti gli effetti

Si afferma la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza con il contesto sociale e anche nelle dimensioni tecnologiche

 

-        - di  EUGENIO GIANNETTA


La gamification

Sempre più spesso oggi si parla di salute mentale, si discute di differenti approcci psicoterapeutici come il cognitivo comportamentale, il sistemico-relazione, la psicoanalisi, ma si parla ancora poco di come il digitale stia influendo su queste diverse pratiche, cambiando non solo l’approccio ma il setting stesso della terapia; hanno però affrontato l’argomento in un libro uscito per Mimesis – Il narcisismo del You. Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata (pagine 270, euro 23,00) – Riccardo Marco Scognamiglio, psicoterapeuta, membro dell’International College of Psychosomatic Medicine e della Society for Psychotherapy Research e fondatore nel 1996 dell’Istituto di Psicosomatica Integrata (che ha 30 anni di vita), Simone Matteo Russo, membro dell’Istituto e responsabile della sua équipe educativa, e Matteo Fumagalli, socio dell’Istituto e membro del Gruppo Infanzia, Adolescenza e Parentalità dell’Association Européenne de Psychopathologie de l’Enfant et de l’Adolescent, nonché formatore dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche. Il libro (che ha la prefazione di Miguel Benasayag) sostiene che il narcisismo del You non riguardi la grandiosità dell’Io e nemmeno la sua vulnerabilità, bensì l’assorbimento dell’Io nell’onnipotenza del Web. Il volume, scandito da esempi clinici, chiarisce la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza col contesto sociale. A questo proposito abbiamo dialogato con gli autori per approfondire una serie di concetti come la volontà dell’algoritmo digitale, la gamification intesa come nuova sperimentazione del reale, ma anche il tema della società dell’immagine e il passaggio dalla terza alla prima persona nei social, partendo da una frase dell’antropologo Viktor von Weizsäcker: «Niente di organico è senza senso, niente di psichico è senza corpo», ma anche dal precedente libro, sempre di Mimesis,

Adolescenti digitalmente modificati:

«Questo libro – spiega Scognamiglio – è stato costruito nel confronto tra generazioni di terapeuti, per capire il fenomeno digitale, che non nasce oggi ma circa 30 anni fa. L’idea è quella di raccontare una nuova terra tecnologica, con le fenomenologie complesse che si porta dietro».

I nuovi sviluppi, l’intelligenza artificiale, hanno infatti portato a un cambiamento radicale nella posizione del paziente, ma come è cambiato il contesto sociale, come sta influenzando le categorie diagnostiche e cliniche, come mutano i pattern cognitivi? «L’oggetto digitale – risponde Fumagalli – è un oggetto invisibile, mimetizzato, e nel libro utilizziamo il concetto di Iperoggetto del filosofo fenomenologo Timothy Morton, provando ad andare oltre al modello causa-effetto più lineare. Per esempio: vedo l’uso del cellulare ma non vedo una corrispondenza in termini psico-patologici; per noi questo è un errore epistemologico, perché il digitale lo vediamo da un punto di vista macro che ci avvolge tutti. Se non vediamo tutto questo, non vediamo gli effetti pervasivi del digitale e ci troviamo di fronte a uno strumento che non è ad uso dell’uomo, ma ha invece creato un ambiente virtuale che ha avvolto quello reale, modificando in termini netti il pensiero».

Il metapensiero

Lo sforzo, invece, è ancora quello di creare un metapensiero: «Questa – interviene Russo – era una questione che aveva già chiarito il massmediologo McLuhan nel ’64 con Gli strumenti del comunicare, quando parlava di come la tecnologia ci cambiasse dall’interno, senza che ce ne accorgessimo. Per questa ragione questo libro ha un’esigenza clinica, perché la sofferenza è già cambiata, ma il disagio è talvolta mascherato da un efficientismo tecnologico. Non è ancora così chiaro che questi siano strumenti della gestione dell’angoscia, dell’ansia, sintomi che oggi vediamo in una grossa percentuale di pazienti». La tecnologia oggi ci permette di “stare bene” senza passare dalla relazione; è questa la grande rivoluzione nella società dell’immagine? «Quando ti rivolgi a Word – spiega Scognamiglio – ti dice “bentornato”. È un esempio di marketing in cui c’è una relazione speculare Io-Tu, non voluta ma inserita in sistemi che ci parlano; però questa è una grande illusione», parte di un cambiamento epocale: «Internet – continua Fumagalli – è cambiato moltissimo. Abbiamo avuto l’illusione che il web potesse rappresentare una fratellanza universale, ma presto sono arrivate le aziende, e i social si sono trasformati in un grande supermercato. Il profilo allora ha smesso di essere una rappresentazione, ed è diventato un prodotto». Su questa linea prosegue Russo, con un’ulteriore riflessione: «L’oggetto internet che cambia è un oggetto che ha un’intelligenza che si attiva, e questo non è mai accaduto prima; nei fenomeni di dipendenza è una novità, perché internet stesso ha un suo desiderio e ci rende oggetti, per questo parliamo di clinica senza soggetti, che sono mossi dalla rete». Come se ne esce, perciò, da questi meccanismi? Risponde Scognamiglio: «Prima di tutto non deve pensare in termini di pessimismo, ma fenomenologici.

Cosa fare?

Citando Benasayag: alla domanda “cosa fare?”, dovremmo rispondere chiedendoci cosa siamo diventati, come siamo fatti, qual è la nostra sostanza. Quando diciamo che l’Io è sostituito da un You parlato dallo schermo e dall’algoritmo, avviamo una rivoluzione in termini ontologici. L’Io, che dall’Umanesimo in poi abbiamo creduto fosse al centro, non lo è più, tanto che il concetto di narcisismo conosciuto fino agli anni ’70, è mutato: nel 1971 lo psicanalista americanizzato Kohut inizia a ribaltare tutto questo, dichiarando che il cambiamento è determinato dai mutamenti sociali; l’Io, che è sempre più eroso e lui inizia a chiamare Sé, soffre di una frammentazione progressiva. Questo capovolgi-mento ci invita a pensare che questo secolo sia la fine dell’antropocene, come dice Benasayag, ma non ce ne stiamo accorgendo». Come rispondere quindi a un soggetto che non c’è più? «Il paziente va in terapia – continua – ma è come se fosse parlato, ed il ritirato sociale è il paradigma di questo svuotamento di soggettività». Per affrontare questa nuova clinica, è spiegato nel libro, si è quindi dovuta allargare l’osservazione ad aspetti prima trascurati dalla psicoterapia, come per esempio l’influenza del contesto sociale e del corpo: «Tutto questo – conclude Fumagalli – impatta con i nostri corpi, che diventano sempre più desensibilizzati, con un’attenzione costante all’esterno, al flusso, all’assorbimento del web, che non ci fa più sentire cosa proviamo, per esempio, quando siamo in relazione, sia con i dispositivi digitali, sia con le persone. In terapia, diventa allora fondamentale una domanda: cosa stai sentendo nel corpo?». Il vero cambiamento potrebbe risiedere, perciò, in un ritorno al corpo, come una sorta di risposta al tempo in cui viviamo, per cercare «la singolarità del vivente – dice Benasayag –, contro la potenza infinita della macchina», in una situazione di possibile ibridazione.

www.avvenire.it

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sabato 2 settembre 2023

LA DROGA DEI NUOVI ZOMBIE


- di Massimo Recalcati

Alcuni la chiamano droga-zombie. Ne avevo sentito parlare da diverso tempo, ma non avevo mai potuto osservare in presa diretta i suoi effetti. Nel nostro Paese, da quello che mi risulta, non circola ancora. Mi è capitato questa estate in una Seattle dall’aria triste e abbandonata di incontrare le sue vittime in piena downtown. Quello che colpisce è la postura bloccata dei corpi, come colpiti da una paralisi inquietante; corpi sospesi, vivi ma senza vita, marmorizzati, imprigionati in un denso e infernale torpore, immobilizzati, specie di sculture morte, ripiegate su se stesse, accartocciate in posizioni irreali. Come i corpi pietrificati di Pompei in fuga dalla incandescenza della lava: corpi irrigiditi in una sorta di ultimo spasmo di vita, corpi senza scampo, senza più vie di fuga. 

Un micidiale mix

La sostanza è un mix chimico micidiale di due molecole: la xilazina utilizzata per lo più nella medicina veterinaria come prodotto sedativo per animali di grossa mole e il fentanyl, un oppioide sintetico con effetti analgesici. Questi nuovi tossicomani li chiamano zombie. Nei film horror gli zombie appaiono per lo più nella forma dei morti che riprendono imprevedibilmente vita, che ritornano spettralmente dal mondo buio dell’oltretomba alla ricerca di vita umana da sbranare. Nel centro di Seattle, invece, questi giovani zombie apparivano solamente come vite già morte. Non dunque come vite morte che ritornano spettralmente vive, ma come vite vive che appaiono già intaccate dalla morte. Davvero impressionante anche per uno psicoanalista abituato ad avere a che fare anche con le forme più gravi della sofferenza umana. 

Degrado sociale

Lo sfondo il degrado sociale e la povertà, la vita esclusa, schiacciata nell’angolo, lasciata cadere. Quanto è diversa questa droga da quelle che abbiamo già conosciuto? Negli anni Settanta del secolo scorso l’eroina si era configurata come il paradigma trasgressivo dell’intossicazione. L’estasi, il paradiso artificiale, la fuga dalla realtà, ma anche la contestazione nei confronti del sistema, il suo ripudio radicale, la sua condanna senza appello. Distruggersi per non fare parte di un mondo i cui valori erano anarchicamente rifiutati. Quel primo paradigma trasgressivo dell’intossicazione implicava la dissociazione dal conformismo della vita borghese e l’illusione che potesse esistere una vita differente, svincolata dall’ideologia dei consumi e dalla violenza del capitalismo. Abbiamo poi conosciuto un paradigma completamente diverso. È quello iperattivo che trova nella cocaina la sua sostanza ideale. Abbiamo tutti in mente la sulfurea figura di The Wolf of Wall Street di Scorsese, interpretata da uno straordinario Di Caprio. In questo caso la contestazione del sistema ha lasciato il posto alla sua più estrema assimilazione. In primo piano non è più il flash del godimento eroinomane come via di accesso (illusoria) ad un altro mondo, ma l’avidità senza scrupoli e senza tregua di un godimento pienamente omogeno alla pulsione neo-libertina del capitalismo finanziario.

L'illusione

 Il consumo della cocaina non dissocia la vita dal sistema, ma la rende competitiva, rafforza il principio di prestazione, amplifica la volontà di potenza del proprio Io. Mentre l’illusione del paradigma trasgressivo dell’eroina consisteva nel raggiungere una forma di vita alternativa a quella del consumatore borghese, quella sostenuta dalla cocaina si definisce come una sorta di corsa maniacale verso un godimento senza limiti. Mentre l’eroina è una droga dell’inconscio, la cocaina è una droga dell’Io. Questo ultimo paradigma della droga-zombie sembra invece introdurci in un universo differente. La contestazione trasgressiva del sistema (eroina) e la sua assimilazione iperattiva (cocaina) ha lasciato il posto ad un altro paradigma. 

L'intossicazione

Quello che la droga zombie mette in luce è che la finalità ultima della droga è sempre una finalità mortifera. Freud aveva parlato a questo proposito del principio del Nirvana: azzerare le tensioni della vita, estinguere la spinta del desiderio, condurre la vita verso lo zero assoluto. La droga zombie dichiara in modo inequivocabile questa finalità ultima dell’intossicazione. Nessun paradiso artificiale, nessuna trasgressione, nessuna critica al sistema. Ma anche nessun potenziamento narcisistico del proprio Ego, nessuna volontà di potenza, nessun godimento neo-libertino. 

Una vita spenta

Quello che resta è solo la vita che rigetta la vita, la vita già morta, la vita bloccata, immobilizzata, la vita senza alcuna avvenire di vita. Si tratta dell’anima più propria dell’intossicazione, della sua vocazione più profondamente nirvanica. È la faccia in ombra della maniacalità neo-libertina. Mentre questa si consuma nella sua spinta avidamente illimitata di consumo, il drogato-zombie ha gettato la spugna, si è ritirato dalla gara perpetua di tutti contro tutti, punta solo ad annientarsi, a ridursi alla dimensione minerale di una scultura senza anima.

 La Repubblica