Visualizzazione post con etichetta sapienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sapienza. Mostra tutti i post

domenica 19 luglio 2026

IL GRANDE MAGO

 


ARMONAUTA


"Volevo essere un grande mago”

Abbiamo moltiplicato le nozioni 

e smarrito la sapienza.


-        - di Francesco Cicione

Dotti e potenti si affannano come i maghi d’Egitto: soluzioni effimere, poi la resa.

«Volevo essere un grande mago», cantava, autobiograficamente, Claudio Baglioni in uno degli album più belli della storia della musica italiana: Oltre.

Al vertice della sua (e non solo sua) scrittura musicale e letteraria.
Con gli arrangiamenti immortali del compianto Celso Valli.

«Volevo essere un grande mago / incantare le ragazze ed i serpenti / mangiare fuoco come un giovane drago / dar meraviglie agli occhi dei presenti … uno che sa stralunare la luna / polsi di pietra e cuore alato…»

Incantare le ragazze e i serpenti, mangiare fuoco come un giovane drago, dare meraviglie agli occhi dei presenti, stralunare la luna.

In Baglioni quel sogno ha dapprima il volto luminoso dello stupore.
È il desiderio dell’artista, del saltimbanco, del cantastorie che vuole incantare non per soggiogare, ma per donare meraviglia.

E soprattutto per raggiungere coloro che la vita ha lasciato ai margini: i tristi ed i picchiatelli, gli sfortunati ed i dimenticati, quelli che il mondo considera strani.
Vorrebbe rovesciarne il destino, dare loro ciò che non hanno avuto, inventare per ciascuno una felicità.

Una potenza tutta al servizio della bellezza e degli altri: fare della propria arte un dono, e del proprio prodigio una carezza.

Ma la canzone non si ferma alla luminosa onnipotenza del sogno.
A poco a poco il grande mago scopre il limite della propria magia.

Vorrebbe riparare ogni torto, guarire ogni tristezza, riscattare ogni solitudine; comprende, però, che neppure l’arte può abolire il dolore o rifare il mondo.
Può stupire, consolare, accompagnare; non può salvare.

Per riuscirvi occorrerebbe compiere l’impossibile: far cadere acqua dalla luna.
È qui che il sogno infantile si fa coscienza adulta, e la canzone rivela la sua malinconia più profonda.

 La “magia” buona dell’artista non consiste nel vincere ogni limite, ma nel continuare a donare bellezza pur sapendo di non essere onnipotente.

Noi, invece – ed è qui che il canto si rovescia – abbiamo sviluppato la presunzione d’esser maghi di ben altra specie.

Non più prestigiatori che incantano per dare gioia, ma apprendisti stregoni che pretendono di ingannare l’umanità e la storia, piegandole a un’illusione di onnipotenza.


“Accorrete pubblico!”.

Così, chi più chi meno, ci riduciamo tutti a prometeici e ingannevoli prestigiatori del destino.
Illusi di poter comandare al sole e alla pioggia, alla morte e alla nascita, alla natura dell’uomo e alla sua verità, alla storia e all’Eternità.

Convinti che non vi sia soglia che il sapere non possa varcare, né mistero che la tecnica non possa dissolvere.

Non vogliamo più conoscere il mondo: vogliamo possederlo.
Non più abitarlo ma dominarlo.

E qui si annida l’inganno più sottile e perverso, divenuto ormai un alibi. Perché la magia del nostro tempo è abbagliante, e il suo bagliore ci acceca.
I prodigi della tecnica sono reali, i suoi frutti tangibili, le sue conquiste innegabili.
Ed è proprio questo splendore a persuaderci che l’illusione non sia illusione, che l’onnipotenza sia a portata di mano, che nulla ormai ci sia precluso.
È il grande inganno.

L’alibi perfetto per non guardare più in profondità, per non interrogare più il senso, per scambiare la potenza con la sapienza e il possesso con la pienezza.
Ma non è oro tutto quello che luccica.
E se scaviamo sotto la superficie luminosa – sotto i numeri apparentemente trionfanti, sotto i prodigi esibiti – non troviamo un semidio: troviamo, invece, un uomo smarrito.
Un uomo che ha moltiplicato i mezzi e perduto i fini, che sa tutto del come è nulla del perché.
Un mago che, dietro il mantello sfavillante, non sa più chi è.
E quello smarrimento ha un volto sociale prima ancora che interiore.
Quel volto sociale ha i tratti del grande paradosso del nostro tempo: mai tanto benessere, mai tante disuguaglianze.

Mai l’umanità fu, nel suo insieme, così ricca; mai la ricchezza fu così concentrata e le disuguaglianze e le ingiustizie così radicali.

Il prodotto globale ha raggiunto vette che nessuna generazione precedente avrebbe osato immaginare.

E tuttavia, una piccolissima porzione dell’umanità detiene una quota della ricchezza mondiale spropositata rispetto a quella lasciata alla moltitudine.

Già nel 1973 – l’anno in cui gli fu conferito, insieme a Karl von Frisch e Nikolaas Tinbergen, il Nobel per la medicina – Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, consegnava all’Europa un piccolo, folgorante libro-monito, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: vi denunciava il paradosso di un progresso che, moltiplicando il benessere materiale, andava erodendo le radici stesse dell’umano – la sovrappopolazione, la devastazione della terra, la corsa acquisitiva, il raffreddamento dei sentimenti. Un’umanità tecnicamente potentissima e spiritualmente impoverita.

Laboriosamente intenta a procurarsi da sé la propria rovina.

E l’anno successivo, il 1974, dal versante opposto – quello dell’economia – giungeva un’attestazione convergente. L’economista e demografo americano Richard Easterlin formulava quello che sarebbe passato alla storia come il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità.

Analizzando i dati del lungo boom statunitense del dopoguerra, osservava che, superata una certa soglia, la crescita del reddito cessava di accrescere la felicità delle persone.
Anzi, oltre quel punto, la curva tendeva a piegarsi verso il basso.

Il benessere materiale aumentava senza sosta; la soddisfazione di vivere, no.
Da allora la scienza economica ha dovuto riscoprire ciò che la sapienza antica già sapeva: che la ricchezza, da sola, non produce la felicità, e che il Prodotto Interno Lordo non misura che rende la vita degna di essere vissuta.

Mezzo secolo dopo, quel duplice paradosso non si è sciolto: si è dilatato.
E non è questione soltanto di denaro.

La disuguaglianza economica è la punta emersa di una disuguaglianza più profonda: di potere, di riconoscimento, di speranza, di futuro.

È la frattura antropologica di cui la frattura sociale è sintomo.
L’Uomo definalizzato – privato del suo fine, ridotto a produttore e consumatore, a dato tra i dati – costruisce società irrimediabilmente artificiali che riproducono, amplificandola, la sua stessa perdita di misura.

Perché il metron greco, quell’equilibrio tra essere e avere, tra possesso e dono, tra limite e dismisura, è andato smarrito.

E dove si smarrisce la misura, prospera la tirannia.

Quello smarrimento, però, ha una radice ancora più profonda, che è dell’intelligenza prima che della società: non vi fu mai epoca tanto ricca di conoscenza e tanto povera di sapienza. Sappiamo tutto, e non comprendiamo nulla.

Accumuliamo dati come i faraoni accumulavano grano, ma non sappiamo più farne pane.
La biblioteca infinita è a portata di dito, e il senso ci sfugge come acqua tra le dita.
Dall’età dei Lumi – con la sua promessa splendida e legittima di emancipare l’Uomo dalle tenebre della superstizione – abbiamo moltiplicato le nozioni fino alla vertigine, e abbiamo smarrito il fine. La ragione, che doveva illuminare, ha finito col separarsi dalla verità che doveva servire.

Così la scienza si è emancipata dalla sapienza.

Già Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingueva l’epistéme – la scienza del necessario – dalla phrónesis, la saggezza pratica che sa deliberare sul bene dell’Uomo, e dalla sophia, la sapienza che contempla le realtà più alte.
Sapere non è essere sapienti.

La nozione informa; la sapienza forma.

L’una riempie la mente; l’altra ordina la vita.

E Leibniz, agli albori della modernità, sognava una scientia generalis, una characteristica universalis capace di ricondurre ogni verità al calcolo, ogni disputa a computo: «calculemus», calcoliamo.

Ma quel medesimo Leibniz sapeva – e questo lo dimentichiamo – che ogni verità di ragione rinvia a una Ragione ultima, a quella raison suffisante che non è nel mondo, ma lo fonda.

Col passar del tempo, questa prospettiva è andata smarrita.

E così, di secolo in secolo – dal razionalismo al positivismo, dallo scientismo trionfante del secondo Ottocento fino all’attuale idolatria dell’algoritmo – abbiamo costruito una civiltà prodigiosamente capace di fare e disperatamente incapace di essere.
È il punto d’approdo di una lunga deriva.

L’estropianismo

La sua forma più estrema è l’estropianismo: quella corrente del pensiero tecno-utopico che, rovesciando l’entropia in «estropia», promette di infrangere ogni limite dell’Uomo – la malattia, l’invecchiamento, la morte stessa – mediante il potenziamento illimitato della tecnica.

È il sogno di un’umanità che non conosce più confine, che si illude di potersi auto trascendere nel postumano, che scambia l’eternità promessa per un’immortalità fabbricata.
Non più sapere che consola: sapere che pretende di sostituirsi al Creatore.
È la conoscenza che, cessando di vivificare, ambisce a divinizzare.

E, divinizzando, disumanizza.

L’umanità sembra, allora, senza soluzioni.

Dinanzi ai drammi della contemporaneità – le guerre che divampano, si sopiscono e riardono, le migrazioni bibliche, la terra febbricitante, le solitudini di massa, le democrazie logore – i dotti, i potenti, i sapienti del secolo appaiono stranamente inermi.
Promettono, annunciano, convocano vertici, redigono agende.
E poi, dinanzi all’incessante procedere della Storia, tacciono. 
O si arrendono.

Assomigliano, questi nostri sapienti, ai maghi d’Egitto dinanzi al Faraone. Ricordate?
Quando Mosè e Aronne compiono i primi segni, i maghi di corte – i sapienti, gli indovini, i tecnici del sacro – riescono dapprima a imitarli con le loro arti occulte.
Trasformano anch’essi le acque, evocano anch’essi le rane.
Ma viene il momento in cui la prova li supera, e allora sono costretti a confessare, dinanzi alla piaga delle zanzare: «È il dito di Dio!» (Esodo 8,15).
Nell’ebraico originario – ʾetsbaʿ ʾelōhîm, אֶצְבַּע אֱלֹהִים – e così, alla lettera, nel greco dei Settanta: δάκτυλος θεοῦ, il dito di Dio.

Il loro potere si arresta a una soglia; oltre quella soglia, la loro scienza balbetta.
Sono capaci di replicare il prodigio, non di comprenderlo; di imitare la potenza, non di possederla.

O assomigliano ai sapienti di Nabucodonosor – i maghi, gli astrologi, i caldei di Babilonia – convocati dal re perché gli rivelino il sogno che lo tormenta e il suo significato.
E la loro risposta è la confessione stessa di ogni potenza umana quando urta il proprio limite: «Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re…
La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dèi la cui dimora non è tra gli uomini» (Daniele 2,10-11).
È la resa dell’intelligenza che ha misurato ogni cosa e non può nulla dinanzi al mistero.
Il loro è un parlare vano: molto sapere, nessun potere.

Si racconta che negli anni della grande siccità francese una vignetta ritrasse il Ministro dell’Agricoltura mentre, dall’alto della sua autorità, intimava al cielo l’ordine di obbedire: «Sole, esca dalla mia agricoltura!».

Ecco l’immagine perfetta dell’impotenza umana travestita da comando. Ieri come oggi.

L’Uomo del potere che ingiunge all’astro di ritirarsi, che decreta contro la canicola, che firma ordinanze contro il firmamento.

Il sole, naturalmente, non obbedì. Continuò il suo corso millenario, indifferente ai decreti e alle gazzette.

E la terra rimase riarsa.

È la figura esatta dell’Uomo senza Dio dinanzi all’incessante procedere della Storia: un magistrato che intima all’eternità, un burocrate che convoca l’infinito, un mago che pretende di stralunare la luna. Grida, gesticola, promulga.
E la Storia – sovrana, paziente, inarrestabile – prosegue.

Non per crudeltà, ma per ammaestrare. Perché essa è maestra.

È lo strumento della misericordia che, di fallimento in fallimento, vuole ricondurci alla nostra verità più autentica.

Nei suoi accadimenti più drammatici essa ci pone dinanzi ai nostri limiti, e ci ricorda che c’è qualcosa di più grande di noi.

Che c’è qualcosa – Qualcuno – che va oltre, che è oltre.

Il potere, quello vero, quello che regge le sorti e scioglie i nodi e apre i sentieri, non appartiene ai prìncipi di questo mondo.

Il potere è di Dio.

E abbiamo disimparato a riconoscerlo.

Anche noi cristiani, spesso, siamo maghi che ingannano con una verità diluita, parziale e secolarizzata. Un cristiano mago è rovina per la storia.

Riconoscere, invece, che tutto è da Dio non è confessione di debolezza: è conquista di verità.

Poiché Egli è il Signore della Storia, non un orologiaio in pensione che abbandona il mondo al proprio ingranaggio, ma la Presenza che nella trama degli eventi tesse una promessa.
È il Dio che «si ricorda», che «fa cadere i potenti dai troni e innalza gli umili», che scrive diritto sulle righe storte della vicenda umana.

A Lui si affida ogni problema; da Lui si invoca ogni soluzione. Con umiltà. Con responsabilità.

Perché riconoscere che il potere è di Dio non significa dimettersi dalla Storia, incrociare le braccia e sprofondare in un fatalismo inoperoso.
Significa, esattamente al contrario, assumere in pienezza la responsabilità della soluzione che ci è affidata.

Poiché l’Uomo che sa di non essere Dio è finalmente libero di essere pienamente uomo.
Libero dall’angoscia sfibrante della falsa onnipotenza, dalla pretesa esausta di dover salvare da solo un mondo che non ha creato.

E dunque libero di operare – nel suo campo, con le sue forze, dentro il suo limite – con una serenità che l’illuso non conosce.

Ora et labora

Ora et labora: prega, come chi sa che il frutto non dipende soltanto da sé; e lavora, come chi sa che quel frutto gli è stato affidato.

La fede non dispensa dall’opera: la fonda. Non spegne la responsabilità: la accende.

Perché il servo della parabola non è lodato per aver custodito il talento sottoterra, ma per averlo fatto fruttificare.

E la vigna, il Signore, la affida a chi la coltiva.

Qual è, allora, il senso della Storia?

A che vale questo tempo finito, con il suo carico di fatica e di attesa, di cadute e di rinascite?
La risposta più alta ci viene dalla grande tradizione sapienziale, da Agostino a Tommaso, da chi ha pensato il tempo non come prigione ma come grembo.
La Storia del tempo finito è un dono d’amore.

Un dono paziente e pedagogico.

Ci è data – con le sue prove e i suoi limiti, con le sue siccità e i suoi maghi impotenti – perché impariamo a riconoscere ciò che siamo: creature e figli, non signori e creatori.
È la scuola dell’umiltà e, insieme, la pedagogia della speranza.

Ogni limite che tocchiamo è un dito che indica l’Oltre; ogni impotenza che sperimentiamo è una porta socchiusa sull’Onnipotente.

Lo aveva compreso Agostino, che nella Città di Dio legge l’intera vicenda umana come il pellegrinaggio di due amori e di due città, protese verso un compimento che non è nel tempo, ma oltre il tempo.

E che nelle Confessioni, interrogando il mistero più arduo – «che cos’è, dunque, il tempo?» – riconosce che l’anima nostra è distesa tra memoria e attesa, inquieta finché non riposa in Colui che il tempo non lo subisce ma lo dona: «inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te».

Il tempo, per Agostino, non è il carcere della creatura: è la distensio animae verso l’eterno, la corda tesa tra il già e il non ancora.

E lo aveva compreso Tommaso, distinguendo con lucidità adamantina il tempo dell’Uomo dall’aevum degli angeli e dall’aeternitas di Dio – quella «interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio», il possesso insieme totale e perfetto di una vita senza termine, che egli riprende da Boezio.

Il tempo scorre

Il tempo scorre, misura di ciò che muta; l’eterno permane, presente indiviso.
E la creatura temporale è fatta, in ultimo, per l’eterno: ordinata, nel suo intimo, a quella beatitudine che nessun bene finito può saziare, poiché – come insegna l’Aquinate – la volontà umana non trova quiete se non nel Bene infinito.
È questo, in definitiva, il segreto che i maghi non sanno e che i miti conoscono.
Il tempo finito non ci è dato per fare di noi dei piccoli dèi, ma per prepararci a godere dell’eternità senza fine.

Non per erigere torri che sfidino il cielo, ma per riconoscere il Cielo che ci chiama.
Non per comandare al sole, ma per lasciarci illuminare.

L’Uomo che accetta di non essere Dio scopre di essere, finalmente, figlio. E il figlio non teme la Storia: la attraversa. Perché sa in quali mani essa riposa.

Deponiamo, dunque, il mantello del mago onnipotente.

Non quello dell’artista che dona meraviglia pur conoscendo il proprio limite, ma quello dell’apprendista stregone che pretende di rifare il mondo e salvarlo da sé.
Rinunciamo all’illusione stanca dell’onnipotenza, che è la più sottile delle disperazioni.

Armonauti

E torniamo – dotti e potenti, piccoli e miti – a quella sapienza che sa trasformare la conoscenza in sapere vivificante, il calcolo in discernimento, il potere in servizio.
Torniamo, da buoni Armonauti, a fare quanto ci è possibile e ad affidare l’impossibile a Colui che solo può far cadere acqua dalla luna.

Perché la fede comincia proprio dove il grande mago di Baglioni depone, malinconicamente, la sua bacchetta: nel riconoscimento che l’Uomo può donare bellezza e consolazione, ma non può salvarsi da sé.

E assumiamo, insieme, con umiltà operosa, la piena responsabilità della vigna che ci è affidata.

www.avvenire.it


 

 

sabato 4 gennaio 2025

IL VERBO SI E' FATTO CARNE


 La gloria di Dio 
che risplende 

nella debolezza 

di un uomo



 «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». 

Giovanni 1,12

 Commento di don Gianni Carozza*

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone alcuni testi di grande spessore teologico perché, dopo l’aspetto emotivo e semplice del Natale impariamo ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato, per cogliere in profondità la ricchezza di ciò che adoriamo. Il libro del Siracide (24,1-4.8-12), che ci propone il cantico della Sapienza, alludendo all’azione dei profeti attraverso i quali la parola di Dio si era comunicata agli uomini, dice che la Sapienza divina ha preso Gerusalemme come sua residenza.

L’espressione che adopera il Siracide, parlando della sapienza, è la stessa che adotta l’evangelista Giovanni (1,1-18), parlando del Logos di Dio, cioè il suo pensiero – ancora di più della parola – la sua logica, la sua sapienza ha piantato la tenda nell’umanità: si è accampato nella nostra situazione precaria; ha preso dimora e abitazione nella nostra esperienza umana, per condividere la nostra umanità, per farci dono della sua divinità. Con Gesù noi siamo arrivati pienamente a Dio o, meglio, Dio è arrivato per primo e pienamente a noi. Attraverso Gesù riceviamo il «potere di diventare figli di Dio»: ecco la rivelazione della nostra segreta identità.

Dio è in noi. Non in pochi privilegiati, ma in ogni fratello che vive. È in noi nonostante la nostra miseria, fisica e morale, per dirci: «Io ti amo come un figlio. Amo la tua solitudine, la tua ricerca inappagata, le tue debolezze, le tue lacrime, la tua disperazione. Non c’è nulla nella tua vita che mi possa lasciare indifferente. Io ti amo. Voglio essere come l’istinto positivamente più bello e più profondo del tuo cammino».

«Il Verbo si è fatto carne». Gesù è la rivelazione di Dio, ma  è una rivelazione che avviene nella «carne», cioè in una forma velata. In Gesù Dio ha manifestato la sua gloria, ma non bisogna dimenticare che quella gloria risplende nella fragilità e nella debolezza di un uomo che per amore finirà sulla croce.

Se il Verbo si è fatto carne per amore, per accoglierlo occorre una risposta amorosa, u n ’ i n t e l l i g e n z a amante. Per questo Gesù un giorno dirà: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). «Ai piccoli»: a quelli che hanno la sapienza del cuore.

È un dono, questo, dello Spirito da chiedere continuamente, come ci invita a fare l’apostolo Paolo nella seconda lettura, in un bellissimo passo della Lettera agli Efesini (1,3-6,15-18): «Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi» (1,17-18).

 

Famiglia Cristiana

 *Gianni Carozza

Gianni Carozza è biblista e presbitero della diocesi di Chieti-Vasto. Dopo la maturità classica ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana e conseguito la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Attualmente insegna greco biblico e letteratura giovannea presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti e scienze bibliche presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “G. Toniolo” di Pescara. È attivo sia nella formazione biblica sia come animatore di esercizi spirituali. Ha pubblicato: La Parola è più dolce del miele (Padova 2019) e Il cammino che sorprende. Il mistero di Gesù in Marco (Padova 2020).

Immagine


 

sabato 16 novembre 2024

NON SIATE STERILI

 LA SCUOLA VERDE


        Domenica 17 Novembre 2024
Commento al brano del Vangelo di: Mc 13, 24-32


Commento di p. Ermes Ronchi


Scene apocalittiche, nel vangelo come nella storia nostra.

In quei giorni il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo.

Un mondo che va alla deriva? Guarda più a fondo, con occhi di profeta: in realtà è un mondo che rinasce.

Dalla pianta di fico imparate: quando il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi della realtà, in fondo, coincidono.

Il fico è la pianta più citata nelle scritture. Più del grano, più della vite. Era l’albero piantato davanti casa, la cui ombra e i cui frutti rimandavano alla serenità del vivere, alla dolcezza della Parola, alla presenza di qualcuno che, dentro casa, manda avanti e cura la vita.

Imparate dalla sapienza degli alberi: l’intenerirsi del ramo, la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali, è una sorpresa che non dipende da te. Uno stupore ogni volta nuovo.

Così anche voi sappiate che egli è vicino, è alle porte. Dio è qui; e dice vita, dice primavera.

Da una gemma di fico, piccola realtà incamminata verso la sua pienezza, imparate il futuro del mondo: il mondo non è finito, concluso così com’è; il creato è una realtà germinante.

Da una gemma imparate Dio: tra i suoi cento nomi c’è anche ‘germoglio’ (inôn, sl 72,17): “il suo nome è perennità, in faccia al sole. Inôn è il suo nome”. Non la perennità fissa della pietra, bensì quella dell’alba, del rinascere. Una perennità di germogli.

Mi mette pace, allegria, speranza, buon umore, immaginare e pensare Dio come germinazione a primavera; non un ramo secco, un legnetto da ardere nel fuoco, ma un tralcio verde.

E sopra si aprono gemme come occhi, come stelle verdi.

Passeranno i cieli e la terra ma le mie parole non passeranno. Passano il sole e la luna, si sbriciola la terra, ma le mie parole sono un sole che non tramonta, perché scolpite nel cuore dell’uomo.

Gesù ci convoca tutti a dare fiducia al futuro, a credere che il cammino della storia è, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza.

Il Vangelo parla di stelle che cadono, il Profeta Daniele parla di stelle che salgono a ripopolare il cielo: “Uomini giusti e donne sante salgono nella casa delle luci, dove risplenderanno come stelle”.

Cercali, guardali, ringraziali i giusti e i limpidi che vivono attorno a te, i profeti di oggi, che si sono impregnati di luce, per te.

Germogli benedetti, imbevuti di cielo, intrisi di Dio, oasi di speranza. Sono tanti, e “ognuno è un proprio momento di Dio” (Turoldo), ognuno sillaba del Verbo, ognuno consonante di quella “speranza che è il presente del nostro futuro” (Tommaso d’Aquino).

Il mondo non finirà nel fuoco, ma nella suprema bellezza.

 

Cercoiltuovolto

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

 

giovedì 25 luglio 2024

GIOVANI E ANZIANI, UNA RICCHEZZA PER TUTTI

Il Papa: una società fraterna si costruisce con l’alleanza tra giovani e anziani

Sul suo account X, il Pontefice indica nel dialogo intergenerazionale una base imprescindibile per imparare “la bellezza della vita”. Il post è stato pubblicato pochi giorni prima della memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna e della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, domenica 28 luglio. Date speciali per ricordare alcune riflessioni dei Pontefici sulla terza età.

 -         di Amedeo Lomonaco - Città del Vaticano

-          “Abbiamo bisogno di una nuova alleanza tra giovani e anziani, perché la linfa di chi ha alle spalle una lunga esperienza di vita irrori i germogli di speranza di chi sta crescendo. Così impariamo la bellezza della vita e realizziamo una società fraterna”. Il post di Papa Francesco pubblicato oggi sull’account X, @Pontifex, precede due date significative: la memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna, i genitori della Beata Vergine Maria, e la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, in programma domenica 28 luglio.

I nonni di Gesù

Il 26 luglio ricorre dunque la memoria dei nonni di Gesù. È stato san Papa Paolo VI a riunire i nonni di Gesù nella medesima festività, nel 1969, in occasione della riforma del nuovo calendario liturgico. Prima, infatti, erano ricordati in giorni separati. Per Anna la ricorrenza era uguale all’odierna, mentre quella di Gioacchino cadeva il 16 agosto. “I santi Gioacchino ed Anna - ha detto Papa Francesco all’Angelus il 26 luglio del 2013 durante il viaggio apostolico a Rio de Janeiro - fanno parte di una lunga catena che ha trasmesso la fede e l’amore per Dio, nel calore della famiglia, fino a Maria che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio e lo ha donato al mondo, lo ha donato a noi”. Alla loro casa, ha aggiunto in quella occasione il Pontefice, si lega “il valore prezioso della famiglia come luogo privilegiato per trasmettere la fede”.

Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, indulgenza plenaria per chi la celebra

Giornata mondiale di nonni e anziani

Il tema scelto quest’anno da Papa Francesco per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, “Nella vecchiaia non abbandonarmi” (cfr. Sal 71,9), intende sottolineare come la solitudine sia, purtroppo, l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto. Nell’anno di preparazione al Giubileo, che il Santo Padre ha scelto di dedicare alla preghiera, il tema della Giornata è tratto dal Salmo 71, l’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio. La celebrazione della Giornata, valorizzando i carismi dei nonni e degli anziani e il loro apporto alla vita della Chiesa, vuole favorire l’impegno di ogni comunità ecclesiale nel costruire legami tra le generazioni e nel combattere la solitudine, consapevoli che - come afferma la Scrittura - “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Nel messaggio per questa Giornata, il Papa sottolinea che “Dio non abbandona i suoi figli, mai”. “Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale”.

Giovanni Paolo I: pensiamo al cuore dei nostri vecchi

I Pontefici, in più occasioni, si sono soffermati sul ruolo degli anziani nella società. Papa Giovanni Paolo I durante l’udienza generale del 6 settembre 1978 ha ricordato in particolare un episodio legato al suo ministero episcopale:

Giovanni Paolo I: "non basta il cibo, c'è un cuore"

“Io, vescovo di Venezia, andavo qualche volta, nelle case di ricovero. Una volta ho trovato un'ammalata, un'anziana: «Come va Signora?» - «Beh, da mangiare, bene! Caldo? Riscaldamento? Bene» - «Allora è contenta Signora?» - «No» - si è messa quasi a piangere. «Ma perché piange?» - «Mia nuora, mio figlio non vengono mai a trovarmi. Vorrei vedere i nipotini». Non basta il caldo, il cibo, c'è un cuore; bisogna pensare anche al cuore dei nostri vecchi. Il Signore ha detto che i genitori devono essere rispettati e amati, anche quando sono vecchi”. 

Giovanni Paolo II: essere anziani è un privilegio

Anche le ultime fasi della vita sono dense di valore, significato, dignità. Nel discorso rivolto il 23 marzo del 1984 ai gruppi della terza età, Giovanni Paolo II sottolinea che essere anziani è un privilegio: Voi carissimi fratelli e sorelle, siete entrati a far parte della categoria degli anziani, costituita da uomini e donne provenienti da tutte le classi sociali e da ogni livello di cultura. Così, cancellate le differenze di facciata, si è unicamente affratellati nella propria dignità di persona. L’ingresso nella terza età è da considerarsi un privilegio: non solo perché non tutti hanno la fortuna di raggiungere questo traguardo, ma anche e soprattutto perché questo è il periodo delle possibilità concrete di riconsiderare meglio il passato, di conoscere e di vivere più profondamente il mistero pasquale, di divenire esempio nella Chiesa a tutto il popolo di Dio.

Benedetto XVI: la sapienza degli anziani è una ricchezza

Accogliere gli anziani significa accogliere la vita. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI, il 12 novembre 2012, durante la visita alla Casa famiglia “Viva gli anziani”:

Benedetto XVI: "chi accoglie gli anziani accoglie la vita"

Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!

Nella nostra società, sempre più colpita dalla cultura dello scarto, gli anziani sono spesso messi da parte, abbandonati nella loro solitudine. Non manca poi chi approfitta delle loro debolezze. Molte persone, nella cosiddetta terza età, sono vittime di imbrogli e vengono raggirate. Il loro grido di dolore, fiaccato anche dall'esperienza della malattia, molte volte non viene ascoltato. Ma sono proprio queste pietre vecchie e fragili, come ci ricorda Papa Francesco, le fondamenta su cui poggia il futuro della società.

 

MESSAGGIO DEL PAPA




martedì 21 maggio 2024

LO STUDIO E' L'ARTE DELLA PACE

 


Sentiamo di vivere in un mondo sull'orlo del precipizio e sentiamo bene: siamo sull'orlo del precipizio. Non lo siamo però a causa di quanto pensiamo immediatamente, ma perché è fuggita dal mondo la sapienza.

 

-         di Vito Mancuso

-          

Con questo non intendo minimizzare i problemi di oggi nella loro concretezza quali il cambiamento climatico, l'oscuro futuro cui ci consegna la tecnologia, l'imperversare delle guerre, la lacerazione del tessuto sociale, le massicce migrazioni e le conseguenti reazioni identitarie. Sono consapevole del fatto che le testate atomiche negli arsenali di alcuni Stati sono in numero tale da distruggere più volte questo nostro piccolo pianeta blu, meraviglia assoluta nel nero dello spazio cosmico. So bene, inoltre, che l'umanità non ha mai vissuto tempi felici, mi ricordo bene l'incipit di Kant nel saggio sul male radicale: «Il mondo va di male in peggio: è questo un lamento antico quanto la Storia». Proseguiva: «Secondo questa prospettiva, noi oggi (un oggi che però è antico quanto la Storia) viviamo nel tempo estremo: l'ultimo giorno e la fine del mondo sono alle porte». Era il 1793, ma ancora oggi ognuno può cantare con Mina «Sono ancora qui» e con Vasco Rossi «Sono ancora qua».

Potere e giustizia

Il precipizio allora dov'è? Nel fatto che un tempo si aveva un punto fermo a cui appellarsi per iniziare a tacere e poi forse ragionare, e questo conferiva la speranza di poter sempre ricominciare. Non a caso Kant poteva scrivere negli stessi anni un saggio sulla pace (Per la pace perpetua del 1795) nel quale ipotizzava un mondo in cui il potere si sarebbe inchinato alla giustizia, alla politica al diritto, e su questa base, uscendo dalla logica della forza ed entrando in quella del diritto internazionale, costruire effettivamente la pace. Il punto fermo della mente lo si poteva chiamare Dio, Ragione, Socialismo, eccetera: rimaneva il fatto che l'umanità lo possedeva e quindi era capace, a un certo punto, di tacere, ascoltare, pensare e accordarsi. Vi era la possibilità di un esercizio pubblico della sapienza. Uno diceva «in nome di Dio», o «in nome della Costituzione» e tutti ascoltavano.

 La sapienza è fuggita dal mondo

Oggi il punto fermo è scomparso e per questo dico che la sapienza è fuggita dal mondo: tra noi non vi è più nulla di comune a cui tutti insieme appellarsi. Ne viene che ognuno è pronto a dire all'altro cosa deve fare, ma nessuno sa più ascoltare le ragioni dell'altro. Gli ecologisti dicono agli economisti e agli imprenditori quello che devono fare, ma non ascoltano le ragioni degli economisti e degli imprenditori; viceversa, gli economisti e gli imprenditori mirano al profitto e a come contrastare la concorrenza senza curarsi del pianeta e delle condizioni disastrose denunciate giustamente dagli ecologisti. I pacifisti dicono ai governanti e alle forze armate quello che devono e soprattutto non devono fare, ma non ascoltano le ragioni dei militari che chiedono ai governi ancora più armi per non far vincere la tirannide; viceversa, i militari non si curano granché delle vittime civili, della progressiva distruzione di interi territori e del pericolo crescente di una guerra mondiale, oggetto della giusta denuncia dei pacifisti e probabile ultimo atto della storia dell'umanità.

Volere e sapere dialogare

 A cosa possa portare il non-ascolto dell'altro lo manifesta nel modo più tragico il conflitto israelopalestinese. Esso si è ormai così incancrenito che essere oggi per lo Stato palestinese significa volere la distruzione dello Stato di Israele e ritrovarsi con chi insulta la Brigata ebraica della Resistenza e con chi reprime la libertà delle donne e degli omosessuali; e viceversa stare dalla parte di Israele significa negare la terra ai palestinesi alimentando il progressivo furto di territorio da parte di quei signori di solito chiamati coloni ma il cui vero nome è ladri (quando non assassini: ricordarsi sempre dell'assassinio di Ytzhaq Rabin il 4 novembre 1995, io piansi), oppure ritrovarsi accanto all'attuale governo israeliano che si accanisce a tal punto contro i civili di Gaza che se non è genocidio poco ci manca.

 A questo conduce l'incapacità di ascolto delle ragioni dell'altro per la mancanza di un punto fermo comune e della sapienza, e gli esempi si potrebbero moltiplicare. Persino il Papa da un lato predica al mondo la pace, dall'altro non è capace di praticarla veramente a casa sua e continua ad attaccare i cardinali, la Curia e padre Georg.

Sapienza ed equanimità

 Ebbene, all'interno di questo quadro abbastanza deprimente ogni tanto ci chiediamo cosa possiamo fare noi. La mia risposta è: cercare di capire esercitando la sapienza e l'equanimità. L'esercizio della sapienza consiste anzitutto nel desiderarla, per farla tornare almeno nel nostro cuore. E quando la sapienza ritorna, il primo dono che porta è l'equanimità, cioè il saper ascoltare le ragioni dell'altro.

 Aristotele insegnava la "via di mezzo" quale criterio per condurre la mente perché è trovando il centro tra due polarità che si ottengono le virtù, tra cui spicca la sapienza. Lo stesso insegnavano il Buddha e Confucio. È la soluzione per tutti i problemi? Ovvio che no, ma non si deve mai dimenticare il precetto posto da Ippocrate a fondamento della medicina: "Primum non nocere", "Primo non nuocere". A volte, volendo guarire, si peggiora la situazione, mentre bisognerebbe prendere atto che non si può guarire ma solo curare. Fuor di metafora: a cosa serve essere pacifisti invocando la pace, se lo si fa con parole violente ricolme di odio che alimentano le radici della guerra? A cosa serve richiedere la creazione di uno Stato per un popolo, se lo si fa aspirando alla distruzione di uno Stato per un altro popolo? Se non si capisce come servire effettivamente la pace, molto meglio astenersi dal prendere posizione. La bandiera della pace ha i colori dell'arcobaleno a significare di voler contenere tutti, se diventa di una parte sola fallisce.

 Per altri conflitti è più facile capire perché risulta chiaro chi aggredisce e chi è aggredito, chi combatte per invadere e chi per scacciare l'invasore, e allora si prende posizione appoggiando chi si difende dalla tirannide. Ovvio che mi riferisco alla guerra di difesa dell'Ucraina, a proposito della quale fin dall'inizio non ho avuto dubbi sull'opportunità di inviare aiuti, anche militari. Ma perché allora quando sento il presidente francese parlare di inviare i soldati, avverto un chiaro no nella mia mente? Paura? Sì, penso sia paura, e la paura è qualcosa di molto serio, è la prima delle sei emozioni universali, su di essa occorre sempre saggiamente riflettere. Hans Jonas giunse a scrivere di "euristica della paura": intendeva dire che la paura, se viene riconosciuta e non negata (perché a nessuno piace ammettere di averla), può aiutare a trovare. Euristica significa questo: metodo della scoperta («Eureka!», gridò Archimede dopo la famosa scoperta).

Essere pace

 Insomma, quando si ha il privilegio di non essere nella mischia si tratta di vincere la tentazione di immischiarsi e di farsi guidare da queste parole di Spinoza: «Mi sono impegnato a fondo non a deridere, né a compiangere, né tanto meno a detestare le azioni degli uomini, ma a comprenderle». La pace inizia nella mente che studia. Non ci può essere pace senza studio. E dallo studio della situazione apparirà una volta l'opportunità di agire, un'altra quella di non agire; una volta sarà giusto cedere, un'altra resistere. La saggezza, esercizio pratico di sapienza, è l'arte del discernimento.

 Il mio naturalmente non è un programma politico, perché non si rivolge ai molti né tantomeno ai popoli, ma al singolo nella sua solitudine. Ha scritto Etty Hillesum ad Amsterdam sotto occupazione nazista: «In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità». Queste parole di una giovane donne ebrea scritte prima di essere deportata ad Auschwitz ci insegnano ancora oggi che il primo atto a favore della pace si compie nella mente: per liberarla dall'odio e studiare con equanimità raccogliendo la sapienza che ne deriva.

Chi lo fa, capisce che, se è bene manifestare per la pace, si tratta prima ancora di "essere pace".  

 

alzogliocchiversoilcielo


venerdì 13 ottobre 2023

UNA PREZIOSA VIRTU'


 UMILTA' 
- di José Tolentino Mendonça

- Con la sapienza che gli viene riconosciuta, sant’Agostino ricorda che «né il nostro timore, né il nostro amore sono stabili e sicuri». Il suo punto di partenza è l’imperfezione delle valutazioni che noi facciamo, così spesso incapaci di andare al di là di uno sguardo inconsapevolmente approssimativo o anche del tutto errato, relativamente a persone, avvenimenti e cose. «Quale uomo, infatti, è in grado di giudicare?».

La domanda dell’autore delle Confessioni merita di diventare oggetto della nostra riflessione. È una briciola di saggezza offerta ai nostri discorsi forse troppo assertivi, alle nostre considerazioni probabilmente troppo sicure di sé, alle nostre quotidiane sentenze che si lasciano andare a un tono implacabile e ferreo, anche quando mascherato con i tic giudiziosi della buona educazione.

La verità è che facciamo fatica a discernere e, per dirlo senza mezzi termini, vederci chiaro non è una delle nostre qualità più immediate. Per altro verso, nemmeno la vita resta lì immobile ad aspettare di essere fotografata dal nostro giudizio: è mobile, in perpetua mutazione, attraversa stagioni diverse, si lascia meglio raccontare con le virgole che con frettolosi punti fermi.

 Nella Prima lettera ai Corinzi san Paolo scrive che «ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12), e aveva ragione.

 Rendercene conto ci aiuta a entrare nella scuola dell’umiltà.

 www.avvenire.it




lunedì 9 ottobre 2023

NON SO

 ELOGIO 

DEL NON SO 

- di José Tolentino Mendonça

Il tempo non è l’avversario con cui più sentirsi a proprio agio sul ring, dato che in fondo ben sappiamo che sarà lui, alla fine, a vincere.

Anche noi siamo fatti di tempo, siamo impastati della sua argilla, ci percepiamo come attraversati da substrati temporali in tensione, da tempi di natura differente che, a modo loro, ci misurano e ci spiegano.

Siamo un istante in transito fra passato, presente e futuro. Ma del tempo noi sappiamo soltanto una briciola.

Questa coscienza ci sfida a guardare con occhi riconciliati a ciò che ignoriamo. Ho riletto nei giorni scorsi il discorso che Wisława Szymborska pronunciò alla cerimonia di consegna del Nobel, nel 1996. All’epoca non mancarono i commenti che si era trattato del discorso più corto mai ascoltato dall’Accademia Svedese, ma la verità è che la sapienza che esso mostra è enorme.

Che cosa propone Szymborska? L’elogio del «non so». Ricorda che i dittatori, i fanatici e i demagoghi di ogni specie «sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte».

Quello che non sanno, però, è che, quando la conoscenza cessa di produrre nuove domande perde quella temperatura che conserva in sé il torrenziale flusso della vita.

Così la scrittrice controbatteva: «Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”.

Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra».

www.avvenire.it

giovedì 4 maggio 2023

SALVIAMO IL NOSTRO SAPERE


-  di Enzo Bianchi

Sempre di più siamo consapevoli che il sapere oggi, soprattutto con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, viene colpito nelle sue due principali funzioni: la ricerca intesa come quaerere e la trasmissione della conoscenza. Lo profetizzava già Jean François Lyotard: “L’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso … Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto e consumato e dunque per essere scambiato: si arriverà alla mercificazione del sapere”. Dunque l’insegnamento tenderà a formare competenze piuttosto che ideali e il rapporto con il sapere non sarà più una via di realizzazione della vita interiore, di umanizzazione.

Perciò è necessario e urgente riflettere nuovamente sull’insegnare innanzitutto in senso assoluto, senza specificazione dell’oggetto, per mettere in evidenza che l’insegnamento è un atto generato da una persona che ha l’exousía, l’autorevolezza e la conseguente umiltà di mettersi in relazione. Siccome ha imparato, le è stato insegnato, è capace di insegnare. Insegnare significa infatti “fare segno”, e designa il compito di persone che si fanno portatori, datori e trasmettitori di segni. L’insegnante consegna simboli, chiavi ermeneutiche per interpretare la realtà e la vita: è colui che indica l’orizzonte, che “orienta”, cioè aiuta a trovare l’“oriente”, il luogo dove sorge la luce della vita.

È significativo che secondo la tradizione sapienziale ebraica la sapienza è l’arte del dirigere la vita e il sapiente è colui che sa anche orientare gli altri nella vita, colui che tiene saldamente il timone della nave e la sa guidare. Sta scritto nel Libro dei Proverbi: “L’uomo sapiente tiene saldo il timone” e in Qohelet “Esperto della vita, avrà parole che saranno come pungoli”, cioè stimoli all’indagare, alla ricerca, all’approfondimento, e “pietre miliari”, cioè indicatori di via e argini che segnalano il limite. Suggeriscono, non impongono, non tacciono ma non gridano. Come l’oracolo di Delfi, attraverso il quale il dio non dice, non nasconde: fa segno (Eraclito f. 93).

Sì, gli insegnanti sono chiamati a porre gesti espressivi, gesti carichi di senso e di vita, dove il senso va inteso nella sua triplice accezione di significato, di direzione, di sapore, senza tralasciare la dimensione estetica nella quale la bellezza dà compiutezza a ogni senso.

In questa relazione tra l’insegnante e il destinatario dell’insegnamento, chiamato discepolo, il rapporto non deve certo essere asettico perché l’insegnare ha sempre un aspetto generante e come ogni generazione deve essere intriso di “eros”, di capacità affettiva.

 Così si educa in modo serio e fecondo, come suggerisce il verbo educere, “condurre fuori da… verso…”: facendo uscire, ispirando un esodo da se stessi e accettando il rischio della libertà connesso alla vita. L’insegnante diventa così anche un passeur, un traghettatore che fa passare il giovane ad altre rive. Certo il rapporto educazione-insegnamento non è facile, infatti “non si può educare senza, allo stesso tempo, insegnare; e l’educazione senza insegnamento è vuota e degenera facilmente in una retorica emozionale e morale. Ma si può facilmente insegnare senza educare e si può continuare a imparare fino alla fine dei propri giorni senza mai però educarsi”, scrive Hannah Arendt, che osserva anche: “L’educazione è il punto in cui si decide se noi amiamo abbastanza il mondo per assumerne la responsabilità, per salvarlo dalla rovina inevitabile senza il rinnovamento delle nuove generazioni!”.

www.repubblica.it