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venerdì 5 giugno 2026

APPRENDIMENTO E MEMORIA

 

La memoria 

non nasce

 dalla ripetizione

 meccanica, 

come apprendono

 davvero i bambini?

 Cosa dicono

le neuroscienze?



-di Bruno Lorenzo Castrovinci

Per molto tempo la scuola ha immaginato l’apprendimento come un processo lineare. L’insegnante spiegava, l’alunno ascoltava, studiava, memorizzava e infine restituiva le informazioni attraverso una verifica. Oggi le neuroscienze cognitive mostrano una realtà molto più complessa e profondamente umana. Il cervello dei bambini non funziona come un contenitore da riempire, ma come un organismo dinamico che costruisce continuamente connessioni attraverso l’esperienza, le emozioni, il movimento, le relazioni e il significato.

Apprendere non significa semplicemente accumulare nozioni, ma modificare la struttura stessa del cervello. Ogni nuova esperienza significativa produce cambiamenti nelle reti neurali e, quando un bambino comprende davvero qualcosa, il suo cervello si riorganizza. È questo il cuore della neuroplasticità, uno dei concetti più importanti delle neuroscienze contemporanee.

Per insegnanti e famiglie questa scoperta cambia profondamente il modo di guardare all’apprendimento. Non basta chiedersi che cosa insegnare, ma occorre domandarsi come il cervello dei bambini riesca realmente a imparare.

L’emozione è la porta dell’apprendimento

Le neuroscienze hanno dimostrato che emozione e cognizione non sono separate. Per anni si è pensato che imparare significasse mettere da parte la dimensione emotiva per privilegiare la razionalità. In realtà il cervello apprende meglio quando si sente coinvolto emotivamente.

Un bambino che prova curiosità, interesse, sicurezza e fiducia attiva aree cerebrali che facilitano attenzione, memoria e comprensione. Al contrario, paura, ansia e umiliazione producono un aumento del cortisolo che interferisce con i processi cognitivi. Questo significa che un ambiente scolastico percepito come minaccioso non favorisce l’apprendimento profondo.

Molti insegnanti lo osservano ogni giorno: alcuni bambini, durante una verifica, sembrano dimenticare improvvisamente tutto ciò che avevano studiato. Non sempre ciò dipende da una preparazione insufficiente; talvolta è il carico emotivo della situazione a bloccare le risorse cognitive.

Per questa ragione, il clima educativo non è un elemento secondario. La qualità della relazione con l’insegnante influisce concretamente sui processi di apprendimento e un bambino impara meglio quando si sente accolto, riconosciuto e ascoltato.

L’attenzione dei bambini non è infinita

Uno degli errori più frequenti consiste nel chiedere ai bambini tempi attentivi superiori alle loro possibilità neurologiche. Il cervello infantile non riesce a mantenere un’attenzione costante e prolungata per molte ore consecutive, soprattutto se l’attività è passiva e poco coinvolgente.

Le neuroscienze spiegano che l’attenzione funziona come una risorsa limitata. Dopo un certo periodo di tempo il cervello necessita di pause, cambiamenti di attività, movimento e stimoli differenti per recuperare energia cognitiva.

Questo non significa trasformare la scuola in un luogo caotico o continuamente spettacolarizzato. Significa però comprendere che la lezione esclusivamente frontale e statica non può essere l’unico modello didattico. I bambini apprendono meglio quando alternano ascolto, dialogo, esperienza pratica, manipolazione, cooperazione e attività corporee.

Anche il movimento ha un ruolo fondamentale. Muoversi non distrae necessariamente dall’apprendimento; al contrario, favorisce ossigenazione cerebrale, regolazione emotiva e consolidamento delle informazioni. Per questo motivo molti bambini riescono a concentrarsi meglio dopo un’attività motoria o durante esperienze che coinvolgono attivamente il corpo.

La memoria non nasce dalla ripetizione meccanica

Molti adulti sono cresciuti con l’idea che imparare significhi ripetere molte volte le stesse informazioni. Le neuroscienze mostrano invece che la memoria stabile nasce soprattutto dalla rielaborazione significativa.

Il cervello ricorda meglio ciò che comprende, collega e utilizza. Quando un bambino costruisce connessioni tra nuove conoscenze ed esperienze già presenti, l’apprendimento diventa più duraturo. La semplice memorizzazione passiva produce spesso apprendimenti fragili e temporanei.

Anche l’errore assume una funzione diversa. In molte classi l’errore viene ancora vissuto come una colpa o come il segno di un’incapacità. Dal punto di vista neuroscientifico, invece, sbagliare è parte integrante dell’apprendimento. Il cervello apprende proprio attraverso il confronto tra previsione ed errore. Ogni volta che un bambino corregge un’informazione, rafforza le proprie reti neurali.

Per questo motivo le classi nelle quali si ha paura di sbagliare rischiano di bloccare la partecipazione autentica. Un bambino che teme continuamente il giudizio tende a esporsi meno, a evitare il rischio cognitivo e spesso a rinunciare alla curiosità.

Ogni bambino apprende in modo diverso

Le neuroscienze confermano ciò che molti insegnanti sanno da sempre attraverso l’esperienza quotidiana: non esistono due cervelli identici. Ogni bambino possiede tempi, modalità attentive, sensibilità emotive e strategie cognitive differenti.

Alcuni apprendono rapidamente attraverso il linguaggio verbale. Altri necessitano di immagini, esperienze concrete, manipolazione o tempi più lunghi di consolidamento. Ci sono bambini che hanno bisogno di silenzio e altri che pensano meglio attraverso il confronto.

Questo non significa sostenere rigidamente l’idea degli “stili di apprendimento” come categorie fisse, teoria oggi molto discussa scientificamente. Significa piuttosto riconoscere che la diversità cognitiva è reale e che la scuola non può pretendere uniformità assoluta nei percorsi di apprendimento.

La personalizzazione didattica non rappresenta, quindi, una concessione o un privilegio, ma una necessità educativa coerente con il funzionamento del cervello umano.

Il ruolo decisivo della motivazione

Le neuroscienze mostrano che la motivazione attiva i circuiti cerebrali della ricompensa e rende l’apprendimento più efficace. Un bambino motivato presta maggiore attenzione, persiste più a lungo nelle difficoltà e consolida meglio ciò che apprende.

La motivazione più profonda, però, non nasce dal premio o dalla paura del voto. Nasce dal significato. I bambini imparano meglio quando percepiscono che ciò che fanno ha senso, quando possono sentirsi competenti, quando vedono riconosciuti i propri progressi.

Questo cambia anche il modo di valutare. Una valutazione esclusivamente centrata sull’errore rischia di spegnere motivazione e autostima. Al contrario, un feedback costruttivo aiuta il bambino a comprendere dove si trova e come può migliorare.

Molti bambini non smettono di impegnarsi perché sono pigri, ma perché iniziano a convincersi di non essere capaci.

La relazione educativa modifica il cervello

Tra le acquisizioni più affascinanti delle neuroscienze vi è la scoperta che le relazioni influenzano direttamente lo sviluppo cerebrale. Un adulto significativo può diventare un vero fattore di protezione emotiva e cognitiva.

L’insegnante non trasmette soltanto contenuti disciplinari. Attraverso il tono della voce, lo sguardo, le parole e il modo di gestire gli errori contribuisce a costruire l’immagine che il bambino svilupperà di sé stesso come persona capace o incapace di apprendere.

Ci sono frasi che restano nella memoria per anni. Alcune aprono possibilità interiori, altre diventano ferite silenziose. Questo accade perché il cervello infantile è profondamente relazionale e sensibile al riconoscimento sociale.

Le neuroscienze non chiedono alla scuola di diventare un luogo permissivo o privo di regole. Invitano però a riconoscere che autorevolezza ed empatia non sono in contrapposizione. Un bambino può apprendere anche attraverso la fatica, ma difficilmente riuscirà a farlo in modo efficace all’interno di un clima costante di paura o svalutazione.

Una scuola più vicina al funzionamento umano

Le neuroscienze non offrono formule magiche né ricette semplici. Non basta inserire qualche attività laboratoriale o utilizzare strumenti digitali per migliorare automaticamente l’apprendimento. Ciò che emerge con chiarezza è però la necessità di una scuola maggiormente coerente con il funzionamento reale del cervello umano.

I bambini apprendono attraverso relazioni significative, emozioni positive, curiosità, esperienza attiva, tempi rispettati e possibilità di sentirsi competenti. Hanno bisogno di adulti che sappiano guidarli senza ridurli a numeri o prestazioni.

In fondo le neuroscienze stanno restituendo alla scuola qualcosa che i grandi educatori avevano già intuito molto tempo fa. Si apprende davvero soltanto quando ci si sente vivi dentro ciò che si sta imparando.

Orizzonte Scuola

 

domenica 10 novembre 2024

LA CULTURA DELLA CURIOSITA'


Il Papa: le ideologie, nemiche dell'educazione.
 Impariamo dalla curiosità dei bambini

Francesco riceve i partecipanti al V Simposio Globale Uniservitate “Service-Learning e Patto Educativo Globale”, ricordando un aneddoto d'infanzia per esortare a coltivare "l'arte di fare domande". Cita poi il "colpo di scena" del film “L’attimo fuggente” con gli studenti che salgono sui banchi per cambiare il loro punto di vista: sono esempio di un’educazione che trasforma la vita e non ridotta a sola “trasmissione di contenuti”

-          di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Lo ha detto un grande saggio: “cultura della curiosità”, che non è lo stesso della cultura del chiacchiericcio, no, niente a che vedere l’una con l’altra. Cultura della curiosità, valorizzando l’arte di fare domande. È quello che ci insegnano i bambini nell’età dei perché. L’età dei perché. “Papà, perché? Papà, perché? Mamma, perché?”

A conclusione del V Simposio Globale Uniservitate, dal titolo "Service-Learning e Patto Educativo Globale", Papa Francesco riceve una delegazione di partecipanti nella mattinata di oggi, 9 novembre nel Palazzo Apostolico vaticano ai quali raccomanda di "parlare con il cuore" a questo "mondo liquido" e soprattutto di stare attenti e difendersi dalle "ideologie di turno", il "peggior nemico" del cammino di maturazione.

"Apprendimento nel servizio"

Il Papa esordisce riconoscendo il “particolare interesse per la Chiesa” suscitato dall’incontro, volto a promuovere il “metodo pedagogico del “del service-learning, o ‘apprendimento nel servizio’, coltivando la responsabilità comunitaria degli studenti attraverso progetti sociali, che fanno parte integrante del loro percorso accademico”.

Uniservitate, i frutti dello studio nel servizio solidale

Si è aperto a Roma il V Simposio Globale Uniservitate, l'incontro che promuove l'apprendimento nell'educazione superiore cattolica. Assegnati i Premi 2024 a progetti realizzati nei ...

Il colpo di scena de "L'attimo fuggente"

A tal proposito, Francesco ricorda la celebre scena del film “L’attimo fuggente” nella quale gli studenti di un rinomato liceo del New England vengono invitati dal loro nuovo, “molto originale” professore di letteratura (interpretato da Robin Williams) a “salire sui banchi e a guardare la classe da un altro punto di vista”. Un vero e proprio “colpo di scena”, nota il Papa. 

L’episodio rivela che cosa dovrebbe essere l’educazione: non solo trasmissione di contenuti - questa è una sola cosa - ma trasformazione della vita. Non solo ripetizione di formule - come i pappagalli - ma addestramento a vedere la complessità del mondo. Questo deve essere l’educazione

Il metodo d'insegnamento di Gesù

Uno stile pedagogico affine a quello di Gesù, riconducibile ad “una delle sue forme d’insegnamento più ricorrenti, le parabole”. Un mezzo “semplice ed accessibile a tutti” - "e tutti capiscono... tutti" - aggiunge Francesco - che permette “a chi ascolta di entrare nella narrazione coinvolgendosi e confrontandosi con i personaggi”.

Gesù mira a far sì che l’ascoltatore non rimanga solo destinatario del messaggio, ma si metta in gioco in prima persona.

 Non si appiattisca il sapere

Il Papa oppone questo stile all'"appiattimento su determinati programmi spesso asserviti a interessi politici ed economici" causati dalla "globalizzazione attuale". Tale "uniformità nasconde forme di condizionamento ideologico che falsificano l’opera educativa, rendendola strumento per fini ben diversi dalla promozione della dignità umana e dalla ricerca della verità".

L’ideologia rimpicciolisce sempre, non ti permette di svilupparti. Sempre rimpicciolisce. Per questo, state attenti a difendervi dalle ideologie di turno

Le iniziative di Uniservitate

Contro “l’appiattimento” del sapere, Il Papa loda le attività della “rete Uniservitate, del Centro Latinoamericano de Aprendizaje y Servizio Solidario”, il cui scopo è proprio quello di promuovere il service-learning nell'istruzione superiore cattolica. Un titolo, quest’ultimo, non puramente “onorifico”, da cui deriva “l’impegno a coltivare un caratteristico stile pedagogico e una didattica coerente con gli insegnamenti del Vangelo”.

Non è ideologia evangelica. No. È umanesimo, umanesimo secondo il Vangelo.

"Costruiamo un villaggio dell'educazione"

La missione di Uniservitate aderisce pienamente al Patto Educativo Globale, l’iniziativa lanciata da Francesco nel settembre del 2019 volta a “ravvivare l’impegno per e con le nuove generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione”. Ciò è possibile, nota il Papa, solo corrispondendo al proverbio africano  da lui spesso citato che afferma come “per educare un bambino” serva “un intero villaggio”.

Patto educativo globale: le religioni a confronto. Il Papa: un’alleanza educativa per far crescere la fraternità

Ospiti: Marta Brancatisano, docente alla Pontificia Università della Santa Crocee Svamini Hamsananda, V

Oltre le aule e le biblioteche

Se di villaggio e comunità si parla, è chiaro come l’istruzione diventi attività che travalichi le “aule scolastiche” o le biblioteche. Essa “continua nella vita, continua negli incontri e sulle strade che percorriamo ogni giorno. Ascoltare l’altro, riflettere sul dialogo: questa è la strada dell’istruzione". L’alleanza auspicata da Francesco genera “pace, giustizia ed accoglienza”, favorendo “il dialogo tra le religioni e la cura della nostra casa comune.”

Siamo consapevoli che il compito non è facile, ma è appassionante! Educare è un’avventura, è una grande avventura.

Il Papa riceve i partecipanti al Simposio Universitario Service-Learning e Patto Educativo Globale

Studenti in relazione con la realtà

Per sostenere le iniziative comune alle scuole cattoliche, Francesco propone due principi contenuti nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: “la realtà è superiore all'idea” e “il tutto è superiore alla parte”. I progetti pedagogici dovranno mettere in relazione gli studenti “con la realtà che li circonda”, così che “imparino a trasformare il mondo non per proprio tornaconto, ma con spirito di servizio”.

Contatto con la realtà per non cadere nell’idea.

Uniservitate, studio e solidarietà per cambiare dal di dentro il mondo degli atenei

Alla vigilia del Simposio annuale dedicato al programma per l’Apprendimento e Servizio solidale, la direttrice della Scuola di Alta Formazione della Lumsa Maria Cinque parla del ...

La "cultura della curiosità"

Riguardo la "cultura della curiosità! e "l'arte di fare domande" tipica dei bambini, Francesco aggiunge a braccio un suo aneddoto d'infanzia. Un intervento alle amigdale, quando non c'era ancora l'anestesia "e si faceva in un modo molto pratico: l’infermiere ti prendeva in mano, ti teneva così, e tu non potevi muoverti, ti mettevano un apribocca, e con due forbici, ciukk. E finita la storia. E lì dopo ti davano il gelato, un gelato per fare la coagulazione." All'uscita, il Papa e il padre tornano a casa in taxi. "Il giorno dopo, quando potevo parlare, gli dico: 'Papà perché hai pagato?' 'Eh, perché…' E mi spiegò cos’era il taxi. 'Ma papà, tutte le macchine della città, non sono tue?' 'No…' E fu una grande delusione… perché papà non era padrone di tutte le macchine.

Ma il perché dei bambini tante volte nasce da una delusione, da una curiosità. Ascoltare le domande dei bambini, e imparare noi a farne. Questo ci aiuta tanto. E questa io chiamo cultura della curiosità. I bambini sono curiosi, sono curiosi, nel buon senso della parola. L’arte di fare domande.

Aiutare le nuove generazioni

In questo, Francesco chiede di sostenere i giovani nell’esplorazione “di sé e del mondo” senza ridurre “la conoscenza”, in questo caso alla sola “abilità della mente”, bensì “completandola con la destrezza di mani operose e con la generosità di un cuore appassionato”. Un'educazione, quindi, fatta di "mente", "cuore" e "mani".

Dobbiamo imparare a pensare quello che sentiamo e facciamo, a sentire quello che facciamo e pesiamo, a fare quello che sentiamo e pensiamo. Questa è l’educazione: i tripli linguaggi.

La strada per il "compito tanto urgente"

Il Papa conclude il suo messaggio proponendo “una buona strada per riuscire in un compito tanto urgente”, tratta dall’enciclica Dilexit nos. “In un mondo liquido, è necessario parlare di nuovo con il cuore”, spiega Francesco, poiché “solo a partire dal cuore le nostre comunità riusciranno a unire le diverse intelligenze e volontà e a pacificarle affinché lo Spirito ci guidi come rete di fratelli”.

Oggi il nemico, forse il più grande, nel cammino di maturazione, sono le ideologie. Le ideologie non ci fanno crescere, ideologie di qualsiasi segno. Sono nemiche della maturazione.

 

Vatican News

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martedì 19 settembre 2023

ASCOLTO, STUPORE E CURIOSITA'

 


Le tre chiavi d’accesso 

a un mondo plurale 

 

- di Renato Zilio*


«Vedi, ho buttato via l’orologio – mi fa, mostrandomi l’avambraccio sinistro – ho imparato dagli africani. Qui in Africa, si vive solo il presente, ma intensamente». Parola decisa, quella di padre Pierre, missionario. In terra africana, infatti, non si è preoccupati del dopo, di ciò che viene in seguito, come da noi... e che ci fa esclamare: «Presto, ho altro da fare!». Questo missionario, così, ha cambiato ritmo, ha cambiato campo. Quando incontra qualcuno prende tutto il tempo che serve, lasciando perdere il nostro gioiello al polso, l'orologio! Mi viene da sorridere al paragone, pensando quando – in vacanza nella mia terra veneta – mi presento alla porta di una parrocchia. «Scusami, stavo proprio uscendo!» mi fa a volte il prete e... scompare! Non prende neppure il tempo di estrarre l’agenda e fissarmi un appuntamento per un altro giorno, come succede all’estero. «Il Signore bussa alla nostra porta», direbbe sant’Agostino «ma noi siamo spesso fuori casa!». In Africa, invece, l’incontro – anche quello imprevisto – è sacro. Oscar Wilde commenta: «Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano». Tempo fa, ascoltavo estasiato, padre Michel, in Marocco da anni, che mi confessa: «Dormo poco, sai, ma nella notte, quando mi sveglio, mi metto in ginocchio davanti all’armadio. Naturalmente, dopo averlo aperto: dentro c’è il Santissimo!» In un Paese dove la preghiera è costante e onnipresente, lo trovo per davvero un bell'esempio, per dire, di inculturazione. Qui, infatti, ti può sorprendere dietro un’auto parcheggiata, qualcuno su un tappeto in preghiera... o il bigliettaio della stazione dei bus scomparso brevemente per lo stesso motivo.

 Viviamo spesso al giorno d’oggi in uno spazio interculturale. Dove mondi differenti, modi di vivere diversi si incontrano, si scontrano, si osservano, si imitano o si intrecciano. «I sistemi si oppongono, gli uomini si incontrano» afferma giustamente una massima. Ma quale è la regola d'oro per vivere in un mondo così complesso e plurale? Fare lo stesso lavoro delle api, suggeriva Antonio Perotti, grande esperto di sociologia. Di un viaggio, un incontro, un’idea differente, un’esperienza nuova... si coglie e si raccoglie il meglio. «Come le api fanno con i fiori – concludeva –, così io di tutto quello che incontro faccio il “mio” miele!». La differenza, in questo modo, arricchisce per davvero! «La nostra ricchezza è fatta dalla nostra diversità – spiegava il biologo francese Albert Jacquard – l’altro ci è prezioso nella misura in cui ci è diverso». Ma per entrare in un mondo fatto di tante differenze, per arricchirsi in fondo dell'altro, quali sono le chiavi? 

La prima è l'ascolto. Il decentrarsi. Uscire da sé e dal proprio mondo. Prestare attenzione a ciò che è unico nella vita degli altri. «Ricordando sempre che tu sei unico – sottolinea qualcuno – esattamente come tutti gli altri!». Si diventa persone migliori facendo proprie le conoscenze, i risultati, le conquiste degli altri che si incontrano quotidianamente.

 Altra chiave è lo stupore. Cioè, rimanere nell'immobilità, come in attesa, in suspense, senza ombra di condanna di fronte alla diversità dell’altro. Attitudine questa che gli antichi chiamavano “epochè” sospensione del giudizio. «Non giudicare sbagliato ciò che non conosci – ripeteva Pablo Picasso, immerso nel mondo dei colori –, cogli l’occasione per comprendere».

 Altra ancora, l'arte della curiosità. A lungo considerata un comportamento negativo la curiosità è oggi sinonimo di cammino intelligente, di un sentimento che non si arresta davanti al reale, ma guarda le cose diversamente. Come un rabdomante che cerca la sorgente d'acqua, la curiosità cerca il senso sotterraneo, il “perché“ di un comportamento, di una tradizione differente o di un gesto. Per questo essa è tolleranza, apertura alla diversità. La curiosità semina dubbi. E il dubbio porta alla certezza, compresa quella che si esprime attraverso una grande scoperta scientifica. L'unico modo, così, per andare a fondo delle cose oltre l'apparenza è interrogarsi: cosa, come, perché, quando, quanto, in che senso... «La curiosità e i problemi sono gli allenatori del pensiero». (M.Trevisan) Infine, una chiave importante è sempre provare qualcosa di nuovo. Essere aperti ad altri punti di vista, assaporare cibi differenti, esotici, accogliere opinioni diverse dalle proprie, accettare che una risposta inaspettata possa rivelarsi preziosa. Essere, infine, disposti a cambiare la vostra stessa idea o atteggiamento. Se necessario.

 In tutto questo una grande umiltà, lo spirito del dialogo, il gusto del raccontarsi sanno essere alleati formidabili. Per entrare in una nuova, promettente dinamica: la cultura dell’integrazione, “il rendere normale domani quel che ieri era impossibile”.

 *Missionario in Marocco

www.avvenire.it

 

giovedì 16 giugno 2022

GUARDARE o VEDERE '


 Non basta insegnare a guardare, 

occorre aiutare gli  studenti  a  "vedere”

 - Gianluca Zappa

Cosa rimane di un anno scolastico che si è concluso? Bellezza e domande. 

Anche su senso dell’insegnare, sul come non lasciar soli gli studenti

L’anno scolastico si chiude con tante belle istantanee che restano lì, inchiodate nella memoria. Una lezione fatta all’aperto, senza le maledette mascherine, all’ombra di un pino mentre tutto intorno è un caldo canicolare. Le ultime due ore dell’anno passate a guardare insieme The Truman Show e poi a discutere, senza nemmeno accorgersi che la campanella è suonata. Il saluto dei tuoi ragazzi, che ti fa capire che qualcosa è accaduto, anche se tu non stai sempre lì a pretendere il feedback. Si potrebbe continuare. Magari con la grande festa di una scuola paritaria: tutti insieme, genitori, insegnanti, figli, in una sorta di sagra paesana che ti fa sentire dentro una grande famiglia… La scuola è finita, ma non “è finita!”, cioè non con un grido liberatorio come quello di chi evade da una prigione. E pensare di ricominciare tra qualche mese non è una nube minacciosa all’orizzonte.  

Però qualche istantanea è anche triste. Come quella degli occhi di un ragazzo in difficoltà e che quando parla con te guarda nel vuoto, perché sta girando a vuoto. I suoi occhi non vedono nulla. E ti viene in mente quella breve lirica di Pirandello, Gli occhiali: “Avevo un giorno un pajo/ d’occhiali verdi; il mondo/ vedevo verde e gajo,/e vivevo giocondo.// M’abbatto a un messer tale/ dall’aria astratta e trista./ — ‘Verdi? — mi dice./ Ti sciuperai la vista.// Sú, prendi invece i miei:/ vedrai le cose al vero!’ —/ Li presi. Gli credei./ E vidi tutto nero.// Ristucco in poco d’ora/ d’un mondo cosi fatto,/ buttai gli occhiali, e allora/ non vidi nulla affatto”.  

Gli occhi che guardano, ma non vedono nulla sono uno spettacolo davvero doloroso. Specie se quegli occhi tu li hai conosciuti quando vedevano verde. E adesso invece… Come Frodo, il piccolo hobbit di Tolkien, noi docenti abbiamo il privilegio tremendo di portare su di noi il male degli altri e ci dobbiamo per forza fare i conti. Siamo chiamati ad essere punti di riferimento, maestri e guide, oggi più che mai. Siamo esposti allo sguardo altrui, agli occhi affamati di senso e di speranza dei giovani che incontriamo. Riusciremo ad essere quello che dobbiamo essere? O, domanda ancor più cruda, riusciremo a non essere almeno la causa di quel male? 

Gira in questi giorni una frase che qualche mamma, in cerca di ispirazione per un regalo carino da fare ai professori, ha trovato sul web. È la frase di una certa Alexandra K. Trenfor, che poi è una perfetta sconosciuta, un personaggio virtuale di cui non si sa niente, nemmeno se esista davvero. Però la mamma di cui sopra non si è peritata di andare a verificare: la frase le sembrava bella e ha fatto copia-incolla. Dice così: “I migliori insegnanti sono quelli che vi mostreranno dove guardare, ma non vi diranno cosa vedere”. C’è del vero, perché l’insegnante “migliore” è quello che rappresenta per il giovane un invito a guardare. C’è della menzogna, perché il “cosa vedere” è importante, è fondamentale e deve essere mostrato e visto e riconosciuto. Altrimenti si rischia di diventare come il “messer tale” di Pirandello che rovina la vista agli altri. 

Nell’inferno quotidiano, scriveva Calvino, è importante saper riconoscere chi e cosa non è inferno, e farlo durare e dargli spazio. Gli occhi di Dante avevano bisogno di incontrare qualcuno nel “gran deserto” della selva oscura, di vedere, affidarsi e seguire. Quindi avevano anche bisogno che qualcuno li guardasse. Il vero maestro non solo indica dove guardare e cosa guardare, ma è colui che sa guardare negli occhi il discepolo. Tutto il viaggio di Dante non è che un imparare a guardare seguendo le indicazioni di chi vede meglio di lui. Ma la frase di cui sopra carica il giovane di un peso schiacciante, pretendendo da lui uno spontaneismo e un’autonomia che diventa facilmente presunzione e si rovescia poi in disperazione. Il “maestro migliore” non lascia mai solo il discepolo che gli è stato affidato, non si ritira indietro quando c’è da indicare il cammino. Perché il vero problema non è il dove guardare, ma proprio il cosa vedere. E, aggiungerei, il come guardare. 

La frasetta della fantomatica Trenfor, che suona bene e viene anche stampata sui gadget, è dunque menzognera, proprio come l’identità dell’autrice. Non risponde al bisogno autentico di quegli occhi di cui parlavo prima, quegli occhi che non vedono più nulla e che hanno bisogno di vedere qualcosa. Dimentichiamola, dunque, e passiamo ad altro.

Ad un lampionaio, per esempio. Quello del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, quell’individuo modesto e un po’ patetico che intenerisce il cuore del protagonista della vicenda. Quello che resta fedele alla consegna che gli è stata data come compito, anche se ogni giorno si fa più faticosa, perché il mondo si è messo a girare troppo velocemente, è diventato come una trottola impazzita, una macina che trita tutto e tutti ad un ritmo vorticoso ed innaturale. A fronte di questa velocità da matti, c’è la consegna che è sempre la stessa. La consegna che è una responsabilità eccezionale: “Quando accende il suo lampione, è un po’ come se facesse nascere un’altra stella, o un fiore”. 

Accendere una stella o un fiore… è come accendere un essere umano che si è spento. È come sorridere a Dante dandogli la mano prima di fargli affrontare la fatica e il dolore del cammino; è come portarselo sulle spalle quando il sentiero è dirupato e non ce la fa più; come condurlo lungo la natural burella a “riveder le stelle”; come invitarlo, stimolando la sua libera adesione, a salire in Paradiso, dove potrà vedere finalmente Beatrice. Perché Virgilio, la guida di Dante, sa cosa deve vedere colui che gli è stato affidato e non lo lascia mai solo. Per più di sessanta canti in modo costante, pervicace, instancabile, sorregge quello che a un certo punto chiama “figlio”, finché, quando è giunto alla certezza che può procedere da solo, lo sollecita a comportarsi da uomo libero. C’è un “maestro migliore” di questo? 

Il mondo gira male e troppo velocemente. Lo sguardo si perde, gli occhi non vedono più nulla. Ma quando vedono, allora sì che è possibile rinascere, ritrovare voglia e speranza! E non parliamo qui solo degli occhi di chi ci è affidato: siamo noi stessi che abbiamo bisogno di vedere! Siamo noi ad avere bisogno di istantanee che rimangono inchiodate nella memoria. Virgilio si fa umilmente discepolo degli occhi belli e addolorati di Beatrice. Senza avere incontrato quello sguardo, la sua presenza sarebbe stata inefficace. In fondo inutile. Chi sostiene davvero è a sua volta sostenuto. Chi sa dare forza e speranza è perché, se ne renda conto o no, quei doni li ha ricevuti. Chi insegna a vedere è perché è stato guardato.

Il Sussidiario

 

sabato 7 maggio 2022

TENERE GLI OCCHI APERTI


 SCUOLA
 Tra orsi, armadi e pregiudizi: così si impara a tenere gli occhi bene aperti

 In una scuola di Bucarest, nell’ora di narrativa, leggendo Buzzati e Lewis, i ragazzi hanno imparato a tenere gli occhi bene aperti

 -         Di Giulia Sponsa

-     Si avvicina, con giugno, la fine dell’anno scolastico e anche qui, alla scuola “Aldo Moro” di Bucarest, è d’obbligo tirare le somme del cammino percorso in questi mesi. Per me, che dopo parecchio tempo ho ripreso ad insegnare, si è trattato di un’esperienza davvero significativa tanto che i risultati sono tangibili.

Tra le numerose proposte rivolte ai ragazzi, l’ora settimanale di narrativa è stata forse la più stimolante.

Premetto che, durante tutta la mia carriera di insegnante, ho privilegiato sempre questo spazio, attribuendogli un valore altamente pedagogico. Fin dai primi anni di lavoro, avevo concepito la struttura di quest’ora in forma molto semplice: io leggevo e i ragazzi ascoltavano. Due le regole da rispettare: nessuno studente poteva disporre del libro che solo io avevo il compito di “gestire”; nessuno studente poteva interrompere la “magia” della lettura, salvo che per chiedere il significato di un vocabolo fino a quel momento a lui sconosciuto. Mai ho pensato di esigere dagli alunni la compilazione di schede con attività predefinite o, peggio, che producessero un qualche riassunto sul contenuto del libro in corso di lettura. Quell’ora doveva rappresentare un puro “piacere”. Ciascuno era chiamato poi a verificare se davvero era stata mantenuta la promessa: che cioè leggere poteva considerarsi un’avventura seria e che cominciare un libro era come varcare il confine di un territorio incontaminato nel quale inoltrarsi con curiosità e desiderio. Vietato mancare all’appuntamento!

È pur vero che, nel corso degli anni, il disamore per la lettura è cresciuto esponenzialmente, complice il dilagare della tecnologia; così i libri hanno perso, insieme alla carta, il loro fascino antico. Quand’ero piccola io, leggere veniva considerato un rito: il libro si toccava, si annusava, si sfogliava, ci si stupiva delle figure e dei disegni disseminati tra le pagine e destinati tutti a sollecitare l’immaginazione e la fantasia del lettore.

 

Potrà sembrare incredibile ma quest’anno, nella mia classe, è successo qualcosa di simile: intendo dire che la lettura ha rappresentato un’esperienza “gratuita”. La scelta è caduta su due testi perfettamente calzanti ad una prima media. Nei mesi autunnali, ci ha accompagnato Dino Buzzati con La famosa invasione degli orsi in Sicilia, nota fiaba che racconta della guerra tra il Granduca di Sicilia e re Leonzio, sovrano degli orsi. Con l’opzione successiva de Il leone, la strega e l’armadio, l’autore inglese C.S. Lewis ha saputo trasportarci nel mondo incantato della fantasy.

Se è vero come è vero che l’educazione è un rischio, anche in questo caso ho avuto modo di riscoprirlo: perché, mi sono chiesta, hai deciso di leggere proprio questi libri? Che ipotesi intendi verificare durante la lettura in classe? Dove vuoi portare i tuoi studenti senza necessariamente forzarli a guardare quello che tu hai già visto, ma lasciandoti piuttosto sorprendere da quello che loro saranno in grado di vedere?

Con queste domande e un po’ di trepidazione, siamo partiti…

E così, partecipando alle avventure degli orsi, abbiamo scoperto insieme quanto dannoso sia trincerarsi dietro il pregiudizio. Ogni pagina del libro puntualmente lo documentava: se nei primi capitoli, in forza del pregiudizio che gli umani nutrivano verso gli orsi, erano questi ultimi le vittime designate, col procedere degli eventi i ruoli si andavano via via capovolgendo ed era il popolo degli orsi che, conquistato il potere, assumeva nei confronti della realtà un approccio pregiudiziale. Riscontrare poi in classe, nei rapporti tra compagni, posizioni analoghe e poterle insieme riconoscere e giudicare è stata l’occasione per un ulteriore arricchimento.

Anche il libro di Lewis non ha tradito le aspettative: sfidare la mentalità dominante sull’uso della ragione è un rischio che prima o poi si deve correre. I due dialoghi che – in apertura e in chiusura del libro – intrattiene il professore con i quattro giovani protagonisti della storia, sono stati una pista preziosa per accorgersi di come anche il mondo della fantasia possa, a pieno titolo, riguardarci: il regno di Narnia che esiste oltre l’armadio rappresenta l’orizzonte sconfinato del proprio cuore: dopo averlo per la prima volta scoperto, capiterà, un domani, di ritornarci: “Non cercate di andarci di proposito – raccomanda il professore –. Vi capiterà di tornarci quando meno ve lo aspettate. Non parlatene troppo neanche tra voi quattro; agli altri non dite nulla a meno che non vi succeda di incontrare quelli che hanno avuto avventure simili alle vostre. Come farete a riconoscerli? Lo capirete subito e il segreto verrà fuori da solo. Tenete gli occhi bene aperti!”.

Tenere dunque bene aperti gli occhi: un’indicazione di metodo che conosciamo. Chissà se, conservando tale attenzione, diventeremo capaci un giorno di metterci noi al “seguito” degli studenti, fino ad “annotare”, di loro, quello che, imprevedibilmente, ci fa sobbalzare.

 Il Sussidiario

mercoledì 15 maggio 2019

PER VINCERE LA SOLITUDINE ......

Gratitudine, ascolto, curiosità... 
Le «doti» per non restare soli

In attesa che l’isolamento delle persone diventi un punto di attenzione per la comunità, vi sono strategie individuali utili per incontrare gli altri.
Esistono centinaia di decaloghi, ma conta di più l’impegno quotidiano degli uomini e delle donne a non chiudersi in sé: ad esempio ricercando una felicità aperta agli altri Ci si accosta al prossimo anche rinunciando ad atteggiamenti individualistici e praticando la gentilezza.

di Marco Trabucchi

In vari Paesi del mondo (dall’Inghilterra agli Stati Uniti alla Danimarca) in questi anni si sono sviluppate campagne per incrementare la sensibilità individuale e collettiva riguardo alla solitudine, perché da fattore di sofferenza del singolo e delle comunità diventi un diffuso punto di attenzione. Diverse sono state le modalità di approccio, che vanno dall’intervento personale alle terapie di gruppo, nel corso delle quali l’individuo è indotto non solo ad aprirsi per ricevere un aiuto, ma anche a diventare capace di offrire a sua volta supporto. Le diverse metodologie non si sono dimostrate l’una superiore alle altre; diversissime sono le storie individuali, le esperienze, i supporti ricevuti, gli abbandoni. Nessuno vuole vivere da solo, ma spesso si trova in bilico su un confine pericoloso, lungo il quale non riesce a compiere scelte precise. Talvolta, addirittura rinforza la propria condizione di distacco e di solitudine. Gli interventi educativi sono ancora poco diffusi e riservati a situazioni caratterizzate da una forte motivazione e dalla precisa sensazione di poterne trarre vantaggio per la vita futura. L’area è ancora aperta a studi e approfondimenti seri e metodologicamente corretti; nell’attesa, l’atteggiamento di apertura e generosità del singolo verso il proprio vicino, parente, amico rappresenta l’unico approccio che abbia indiscutibilmente dimostrato una potenziale efficacia. V sono situazioni particolari, molto delicate che meritano forte attenzione. Si pensi alla coppia caregiver- malato di demenza, condizione nella quale un legame forte può trasformarsi in una trappola se non è accompagnato e lenito da affetti, vicinanze, impegni di supporto. Chi chiude il proprio raggio vitale solo al rapporto con un altro, che non potrebbe farne a meno, ha diritto di essere accompagnato, capito, aiutato, perché svolge una funzione insostituibile verso chi è bisognoso. In questi casi si costruisce una catena umanissima di aiuto, con il risultato finale di realizzare comunità fondate su reti di empatia viva. Vincere la solitudine della coppia caregiver-persona da assistere costruisce un inizio di dinamiche che si possono moltiplicare, senza grandi progetti, ma con l’impegno di ogni giorno ad aiutare chi è solo, attraverso l’ascolto, l’aiuto concreto (si pensi ad azioni piccole ma di grande efficacia, come preparare un pasto caldo per chi non ha tempo di dedicarsi alla cucina, come spesso avviene nel caso di persone completamente dedite alla cura del proprio caro colpito da una demenza), il sostituirsi per qualche ora, permettendo all’altro di riallacciare relazioni soffocate dalla mancanza di tempo. Spesso questo aiuto non viene chiesto, perché nemmeno pensato da chi è tutto dedito alla cura, chiuso in una sofferenza indicibile. Esistono centinaia di decaloghi per indurre a combattere la solitudine; alcuni ridicoli, altri banali, altri ancora inutili. Invece dei decaloghi, vi sono alcuni atteggiamenti che più di altri portano a ridurre lo spazio della solitudine. Non sono formule magiche, perché la donna e l’uomo non vivono di magia, ma di un impegno severo e sereno per tutti i giorni. Ecco questi atteggiamenti positivi.
Gratitudine. È l’attitudine di chi riconosce che ciò che si è ottenuto non lo è stato solo per i propri meriti, ma anche per la benevolenza altrui, anche se è difficile ammetterlo a causa dell’orgoglio. La gratitudine è andare incontro, rico- noscendosi debitori, camminare verso l’altro per intrecciare un abbraccio. Per combattere la solitudine è necessario esprimere questo sentimento anche quando può essere faticoso per l’ipertrofia dell’io; se l’altro percepisce una naturale, reale disposizione alla gratitudine sarà più facile costruire efficaci momenti di relazione.
F elicità. Qual è la felicità che cerchiamo e come, da questa ricerca possiamo arrivare a sistemi di relazioni sociali che corrispondano alle nostre più autentiche esigenze? È una felicità generosa, aperta agli altri, che trova nella comunità il modo migliore per esprimersi, perché così riceve risposte adeguate. Una felicità assoluta, slegata da relazioni, è il patrimonio di qualche santo che vive il sentimento in relazione con il Signore; tutti noi, invece, abbiamo bisogno della felicità indotta dal donare, anche se talvolta il nostro gesto non riceve compensi adeguati.
Ascolto. Viviamo troppo spesso parlando di noi, svilendo l’ascolto dell’altro. Viviamo come se fossimo soli nell’universo. Il non essere ascoltati crea risentimento negli altri, che chiudono orecchie e cuori. La solitudine modifica le risposte all’ambiente umano circostante, il più delle volte aumentando la negatività e l’aggressività e quindi riducendo la possibilità di creare assieme qualche cosa di rilevante per tutti. È un circolo vizioso, che si può rompere imponendosi l’ascolto, per comprendere il punto di vista degli altri; ma se si sente il dovere dell’ascolto significa che gran parte del percorso verso la relazione è già stato compiuto e la solitudine sconfitta.
Curiosità. È ritenuta una dote ambivalente, ma ha il grande pregio di costringere a guardare dentro nella vita degli altri, in modo da identificare gli spazi sui quali impostare una relazione. Mediamente chi è curioso non è mai solo, perché comprende dove può avvenire l’incontro tra la propria vita, aspirazioni, attese, speranze e quelle dell’altro. Possono essere possibili incomprensioni e chiusure, ma non giustificano una scelta generale. La curiosità come premessa per costruire rapporti deve essere un atteggiamento stabile nella vita, in qualsiasi condizione; quando l’individuo va in palestra, ad esempio, gli esercizi fisici dovrebbero essere altrettanto importanti che l’attenzione ai vicini, per comprenderne attitudini e attese, desideri di relazione o chiusure. La curiosità è strutturale alla persona intelligente; solo uno stato depressivo può tarparla e farla sembrare inutile.
Rinuncia ad atteggiamenti individualistici. L’attenzione, sempre più diffusa negli ultimi anni, verso fitness, atteggiamenti di autocura, preoccupazioni alimentari, in generale verso particolari atteggiamenti salutisti, polarizza l’attenzione su fatti personali; sono vissuti come atti che dovrebbero garantire la salute in maniera distaccata da quella degli altri. Sono talvolta il frutto di frustrazioni egocentriche che si approfondiscono nel tempo e impediscono rapporti aperti e generosi. Ogni persona è libera di scegliere propri modelli di vita, gestendone le conseguenze; non può però essere trascurato che tra queste ultime vi sono incomprensioni che rallentano la relazione con altri.
GentilezzaTutte le caratteristiche indicate sopra hanno un denominatore comune per essere esercitate; è una dote dell’animo che caratterizza la scelta di fondo di porsi davanti all’altro con la volontà di ascoltare ed essere ascoltati senza prevaricazione, insistenza, desiderio di potere. Chi è gentile è sempre attento a come l’altro si avvicina e pronto a modificare il proprio atteggiamento per farsi accettare, compiendo piccoli atti che assumono grande importanza quando l’altro è solo. Chi è gentile potrà talvolta essere incompreso e dolersene, però il suo atteggiamento contribuisce sempre ad aprire strade per la relazione che allontana la solitudine. In alcuni casi la gentilezza è premessa per la dolcezza, modo di essere che, ad esempio nella famiglia, permette di continuare nel tempo rapporti di affetto che aiutano anche a superare le crisi.