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sabato 13 dicembre 2025

PREPARATE LE VIE DEL SIGNORE

 DOMENICA 14 DICEMBRE

Testo del Vangelo (Mt 11,2-11): In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».


«Giovanni era una voce provvisoria. Quando gli fu chiesto: ʽChi sei?ʼ Rispose: ʽIo sono la voce che grida nel deserto: Spianate il cammino del Signore!ʼ. Cosa significa: ʽSpianate il camminoʼ, se non: ʽPensate con umiltàʼ?» (Sant’Agostino)


Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

«Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista»

Oggi, come la domenica scorsa, la Chiesa ci presenta il personaggio di Giovanni Battista Questi aveva molti discepoli ed una dottrina chiara e distinta: per i pubblicani, per i soldati, per i farisei e sadducei...Il suo impegno era quello di preparare la vita pubblica del Messia. Prima mandò Giovanni e Andrea, oggi manda altri affinché lo conoscano. Vanno con una domanda: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro» (Mt 11,3) Giovanni sapeva bene chi era Gesù. Lo afferma lui stesso: «Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo» (Gv 1,33). Gesù risponde con i fatti: i ciechi vedono e gli zoppi camminano...

Giovanni era di carattere fermo nel suo modo di vivere e nel restare nelle Verità, cosa che pagò con il carcere ed il martirio. Anche in carcere parla esitosamente con Erode. Giovanni ci insegna ad unire la fermezza di carattere con l’umiltà «Non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,27); «Lui deve crescere io, invece, diminuire» (Gv 3,30); se ne compiace al sapere che Gesù battezzi più di lui, perché si considera solamente “amico dello sposo” (cf.Gv 3,26).

Per dirla in breve, Giovanni ci insegna a prendere sul serio la nostra missione sulla terra: essere cristiani coerenti, che sanno di essere ed agiscono come figli di Dio. Dobbiamo domandarci: -Come si saranno preparati Maria e Giuseppe alla nascita di Gesù? Come preparò Giovanni l’insegnamento di Gesù? Come ci prepariamo noi per commemorarlo per la seconda venuta del Signore alla fine dei tempi? Come, dunque, diceva san Cirillo di Gerusalemme: «Noi annunciamo la venuta di Cristo, non solo della prima, ma anche della seconda, molto più gloriosa della prima; giacché la prima stette impregnata dalla sofferenza, ma la seconda porterà la corona della gloria divina».

Evangeli.net

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sabato 6 dicembre 2025

PREPARATE LE VIE DEL SIGNORE

 

Voce di uno che grida nel deserto: 

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!


7 dicembre 2025

II Domenica d’Avvento A

Mt 3,1-12

 

Commento del Patriarca di Gerusalemme,  Card. Pizzaballa

 Sia il tempo di Avvento che quello della Quaresima portano con sé un urgente invito alla conversione.

I due inviti, però, hanno una sfumatura diversa: il tono della Quaresima è più penitenziale, rimanda alla lotta interiore, ed indica pratiche come il digiuno, l’elemosina e la preghiera. È la conversione del cuore, che ha bisogno di lasciarsi trasformare dall’amore pasquale, un amore che vince il peccato e la morte.

La conversione che ci viene proposta nel tempo dell’Avvento riguarda innanzitutto lo sguardo: vuole aiutarci a fare attenzione, a saper riconoscere il Signore che viene. È una conversione “escatologica”, un gioioso apprendimento a vivere fin d’ora come cittadini del Regno che viene.

La conversione è il tema centrale anche del brano di Vangelo di questa seconda domenica di Avvento (Mt 3,1-12). E proprio questo brano ci aiuta ad approfondire il rapporto tra Avvento e conversione.

Protagonista è Giovanni, il Battista, che è nel deserto e da lì invita tutti alla conversione (Mt 3,1-5).

La sua figura, austera, rimanda a quella del profeta Elia, e quindi suscita in chi lo vede e lo ascolta l’attesa della venuta imminente del Messia. Il profeta Malachia, infatti, aveva legato il ritorno di Elia alla venuta del Messia, e questa credenza era comune in quel tempo. (“Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri” - Mal 3,23-24). La predicazione del Battista creava proprio questa atmosfera di attesa. L’eco della sua parola è forte: in molti scendono al Giordano e si fanno battezzare, confessando i propri peccati (Mt 3,5-6).

Le sue parole scuotono tutti, ma soprattutto quei molti “farisei e sadducei” (Mt 3,7) che si lasciano richiamare da Giovanni e che si sentono apostrofare “razza di vipere”: Giovanni denuncia la possibile ipocrisia di coloro che si accontentano di una religiosità esteriore, e non si aprono invece ad una reale conversione del cuore.

L’invito, per tutti, è quello di entrare in un atteggiamento penitenziale, per essere pronti ad accogliere Colui che sta venendo e che Giovanni descrive come uno più forte di Lui, che battezzerà in Spirito Santo e fuoco, che giudicherà tutti con giustizia (Mt 3,11-12).

Due sono dunque i poli di questo processo di rinnovamento che Giovanni cerca di innestare: da una parte la conversione e dall’altra l’attesa. Sono due poli fondamentali per la vita di fede, e vanno tenuti insieme.

Perché senza conversione, l’attesa rischia di essere sterile: un sogno vago, una speranza che non incide nella vita concreta. Ma senza attesa, la conversione rischia di diventare moralismo, un esercizio ascetico chiuso in se stesso, che non apre all’incontro con l’Altro.

Giovanni Battista, invece, tiene insieme questi due atteggiamenti, e lo dice da subito: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2). La vicinanza del Regno è la ragione, il motore della conversione, che diventa così un volgere lo sguardo verso Colui che viene, verso Colui che si attende.

Per conversione non si intende lo sforzo volontaristico di chi cerca di migliorarsi, di non commettere più errori. La conversione, sempre rimanendo nelle immagini usate da Giovanni, assomiglia piuttosto al lavoro del contadino, che si prende cura delle sue piante.

Giovanni usa l’immagine agricola per due volte in questo brano: prima, quando chiede a farisei e sadducei di fare frutti degni della conversione (“Fate dunque un frutto degno della conversione” - Mt 3,8); poi, subito dopo, al v. 10, quando afferma che la scure è posta alla radice degli alberi, e che ogni albero che non dà buon frutto sarà tagliato (“La scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” -Mt 3,10).

La conversione di cui parla il Battista, dunque, non consiste nel fare uno sforzo temporaneo, che solitamente si esaurisce in breve tempo, o di darsi uno stile moralistico. Si tratta invece di fondare la vita, di mettere le proprie radici in ciò che, poco alla volta, costruisce una vita piena e grata: la relazione con Dio. Nell’ascolto perseverante della Parola di Dio, e lasciandosi trasformare il cuore dall’attesa di Colui che viene per amore della nostra vita, perché la nostra vita porti frutti.

 + Pierbattista

 Patriarcato latino di Gerusalemme

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venerdì 13 dicembre 2024

LA SPERANZA DI DIO


 La paradossale speranza di Dio


- 3° Domenica di Avvento (anno C) - 15 dicembre 2024

 


LETTURE   Sof 3,14-18   Is 12   Fil 4,4-7   Lc 3,10-18

 COMMENTO di Alberto Vianello

 La terza domenica di Avvento è sempre caratterizzata dal tema della gioia. Nella prima Lettura, il profeta invita Gerusalemme a gioire, perché Dio, «in mezzo a te, è un salvatore potente». La presenza di Dio è sempre benefica: al limite può prendersela con il peccato, ma mai con il peccatore.

Ma l'invito di Sofonia non è a una gioia spensierata: facciamo finta che i problemi non esistano… Perché problemi ce n'erano, eccome! Basta leggere i primi versetti del stesso cap. 3 dal quale è tratta la Lettura di questa domenica: sono una precisa e circostanziata accusa dei peggiori mali compiuti nella città santa. Infatti vi si viveva una grave realtà di idolatria, di ingiustizia, di materialismo diffuso; a cominciare proprio dagli ambienti religiosi. La parola del profeta vuole scuotere, ma non atterrire o creare pessimismo.
Allora la gioia che annuncia è una possibilità nuova. Sempre, quando c’è Dio, c'è una nuova opportunità, una nuova terra buona e bella verso la quale mettersi in cammino. Una possibilità che sta davanti proprio perché Dio «sta in mezzo» (due volte in questo breve brano) a questo popolo, a questa gente.
Il Natale rischia sempre di essere un'attesa della venuta che poi "passa": una volta arrivata la festa, passiamo oltre, e ci dimentichiamo che questo arrivo del Signore è per rimanere, per essere sempre «in mezzo» a noi, come «salvatore potente».

 Certo, ci risulta "impotente" questo Dio del Natale, se pensiamo in termini di miracoli. Il miracolo c'è, anche se è ben altro, come vedremo nel Vangelo: è la conversione del cuore e della vita, nel concreto delle situazioni umane che viviamo. Per questo, Sofonia parla sì della gioia, ma è quella del Signore: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». Che l'uomo possa davvero cambiare, questa è la gioia del Signore. Davvero una gioia paradossale: che Dio l'onnipotente non trovi altra gioia che nel piccolo e povero uomo. Ed è paradossale che Dio, che ben conosce l'uomo e ha sperimentato sempre il contrario nella storia, creda ancora e sempre possibile la sua conversione al bene.

Per noi, questa speranza di gioia per Dio, diventa un invito a non lasciarsi invecchiare, di non pensare che se non sono cambiato finora non cambierò più: «Ti rinnoverà con il suo amore».

 Anche la seconda Lettura invita alla gioia nella prospettiva della vicinanza del Signore: il cristiano è chiamato a riconoscere ciò che, in definitiva, prevale su tutto, cioè proprio il Signore con la sua grazia.

«La vostra amabilità sia nota a tutti»: nel testo greco il termine ha più il significato di «mansuetudine», che Paolo usa innanzitutto per il Cristo (cfr. 2Cor 10,1). Mentre il debole è rinchiuso nella sua condizione e desidera il potere e l'affermazione, questo termine esprime la mansuetudine di chi crede e si affida alla potenza di Dio, che è la potenza dell'amore; e quindi non cerca di imporsi con le proprie forze. Così la mansuetudine che qui Paolo raccomanda è quella relativa all’attesa dell'intervento benefico e trasformante dell'attenzione e della cura del Signore per la storia degli uomini.

 Quindi Paolo invita ad evitare l'affanno e la preoccupazione e, invece, ad essere assidui nella preghiera come modalità di rivolgersi a Dio. Anche in questo caso il testo letterale e più pertinente: non dice «fate presenti a Dio le vostre richieste», ma «riconoscete come note presso Dio le vostre richieste». Le preghiere non servono a informare Dio delle nostre situazioni di bisogno, come Lui non le conoscesse o fosse "distratto". La preghiera serve a cambiare noi, non Dio: in essa prendiamo coscienza che Dio è vicino, conosce la nostra realtà, ci sostiene e ci accompagna.

Da qui «la pace di Dio» che diventa il custode dei cuori e delle menti: talmente si afferma dominante, per chi ha imparato a vivere nella mansuetudine e nella preghiera.

 Nel Vangelo, la gioia è presente nell'attività che, per Luca, sintetizza il ministero di Giovanni Battista: «Evangelizzava il popolo». È il portare «la buona notizia», il lieto annuncio. Esso si concretizza nella disponibilità alla conversione, che, negli esempi che leggiamo nel testo, comporta operare concretamente un cambiamento della propria vita. Ma è una conversione che non significa cambiare mestiere, ma cambiare modo di compierlo.

 Sono appelli al cambiamento che ci coinvolgono tutti. «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha». È l’invito alla conversione come capacità di vivere la condivisione: ovvero a non considerare solo il proprio diritto, la propria libertà, il proprio bisogno, ma anche quelli delle altre persone, soprattutto se povere. Fare parti con gli altri, non tenendo per sé i beni, ma riconoscendo il grande bene della relazione. È un vivere non più per sé, ma insieme all'altro.

 Ai pubblicani (iniqui e impuri esattori delle tasse), Giovanni dice: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Vuol dire non porsi nell'atteggiamento della pretesa nei confronti degli altri, nel rapportarsi a partire da un potere da esercitare su di loro. Evitare di esigere dagli altri, come se essi ci "dovessero" tutto questo. Bisogna, invece, vivere l'umiltà, accettando veramente e concretamente la propria realtà e quella degli altri.

 Ai soldati Giovanni dice: «Non maltrattate e non estorcete, accontentatevi delle vostre paghe». Esiste una violenza quotidiana, domestica, sottile: è quella che deriva dal conoscere la debolezza e la vulnerabilità dell'altra persona, e di far leva su queste usando così violenza nei loro confronti.

In definitiva, Giovanni Battista ci rivela un livello quotidiano di conversione. Bisogna farsi carico della propria umanità e di quella degli altri, di mettere una misura alle proprie pretese sugli altri, di assumere le proprie fragilità e di misurare la propria libertà nell'armonia con la libertà degli altri.

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È la domenica della letizia e se Paolo fosse qui, con tutte le esortazioni che ha fatto sull’essere lieti, sai quante tozze darebbe in giro?! A me poi più di tutti. Ce n’è ragione perché una delle contraddizioni dei cristiani, al solo vederli, è l’aspetto quaresimale, deluso, angustiato. Parola di Papa. Al contrario, come splende l’amabilità in chi mostra gratitudine!

 Nel brano del vangelo il focus è su Giovanni, l’austero profeta vestito di peli di cammello. Luca osserva le categorie di persone che vanno da lui: soldati, esattori delle tasse, poveri e benestanti, gente di città come gli scribi e dei villaggi. Perché? Passi il clima di attesa spirituale e politica diffuso in Palestina in quegli anni, ma che agitava il cuore di quella gente che possiamo capire anche noi? Succede di sentire certe volte che le cose personali non sono a posto. Per lo più ci fumiamo una sigaretta su e tiriamo avanti. Solo i più accorti si chiedono in cosa devono cambiare. Pochi cercano risposte negli studi degli psicologi. Meno ancora chiedono consiglio ad un prete.

La terapia consigliata da Giovanni è senz’altro pragmatica, c’è poco da spiegare coi traumi infantili e le compensazioni successive: la risposta parla di comportamenti che devono essere improntati a giustizia. Se hai rubato fai basta e rimedia. Se rubare, ma è solo uno dei divieti, ti toglie la pace, un comportamento riparativo te la restituisce. Gli scrupoli servono a poco. Se la coscienza dell’errore ci condanna è l’occasione per arricchirsi del cuore di Dio, dopo di che non abbiamo più nulla che ci rimproveri o di che vergognarci.

 Tutto questo si fa per ritrovare il centro di sé stessi, l’anima. E non è che sia una cosa semplice conoscere il proprio cuore, implica relazione massima con la verità come modo di essere, di porsi e di agire. Geremia dice (17,9): “Più fallace di ogni altra cosa è il cuore è difficilmente guaribile, chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori”. Il salmo 138 rilancia questa corrispondenza fra il cuore e il Signore quando prega: “Scrutami o Dio e conosci il mio cuore, vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita”.

 Che dobbiamo fare per ritrovare noi stessi o per essere pronti alla venuta del messia? Ecco la domanda che quelle folle rivolgevano a Giovanni.

Se diciamo che Gesù è il nostro cuore non si intende un’emozione devozionale. Gesù è davvero il nostro cuore, talché se desideriamo conoscere, riprendere contatto con la verità, redire in seipsum, ritornare in sé stessi come diceva sant’Agostino, desideriamo essere Cristo. 

Ancora sant’Agostino spiega che il nostro cuore è inquieto, (dell’inquietudine che spingeva militari, esattori, scribi da Giovanni ed oggi i clienti dagli psicologi) finché non riposa in te, Signore. Si tratta comunque di un’inquietudine salutare. Il sacramento della penitenza e della riconciliazione a questo tende: a ridurre la distanza tra l’io e il sé, tra la mente e il cuore, tra l’uomo e Dio, che in Gesù ci è possibile riconoscere come la nostra vera icona.

 Valerio Febei e Rita

MONASTERO DI MARANGO


 

sabato 16 dicembre 2023

TU CHI SEI ?


*
  Vangelo: Gv 1,6-8.19-28 - Terza Domenica di Avvento.
 

 - Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne per una testimonianza, per essere testimone della luce, perché tutti credessero per mezzo di essa. Non era lui la luce, ma doveva essere testimone della luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i capi dei Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io, voce di uno che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? ». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dietro a me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

 Commento di Enzo Bianchi

Nel tempo dell’Avvento Giovanni il Battezzatore e Maria di Nazaret ci accompagnano con la loro attesa perseverante, la loro fede salda e la loro obbedienza risoluta al Signore Veniente. La presenza di Giovanni nel IV Vangelo si caratterizza innanzitutto come quella di chi annuncia la venuta del Regno e del Messia, e questo suo ministero viene qualificato come “testimonianza”: Giovanni appare come il testimone inviato da Dio “per rendere testimonianza alla luce” (Gv 1,7) e per condurre i figli di Israele a riconoscere il Messia. Di fronte all’accoglienza della sua predicazione da parte di molti giudei, l’autorità religiosa legittima di Israele – rappresentata dai sacerdoti e dai leviti di Gerusalemme – si reca a incontrare Giovanni nel deserto e gli chiede conto della sua missione: “Chi sei tu? Sei il Cristo, il Messia che attendiamo? Sei l’Elia annunciato dal profeta Malachia per gli ultimi tempi (cf. Mal 3,23-24)? Sei il profeta escatologico uguale a Mosè che ci è stato promesso (cf. Dt 18,18; 34,10)?”. E Giovanni per tre volte risponde: «No! Non lo sono!», confessando di non essere ciò che altri pensano di lui. Egli non guarda a se stesso, non pretende attenzione alla propria persona; è soltanto uno che fa segno, un dito teso a indicare un altro.

 Non a caso, quando usa l’espressione: “Io sono”, lo fa solo per definirsi “voce”: “voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore” (cf. Is 40,3), voce che deve testimoniare ciò che vede, voce che deve obbedire senza indugio, voce prestata a chi l’ha mandato. Nessun attentato alla signoria di Gesù: è lui il Messia, è lui il Profeta! Nei vangeli sinottici è Gesù stesso ad affermare che Giovanni il Battezzatore era “l’Elia venuto e non riconosciuto” (cf. Mt 17,12-13), mentre qui Giovanni non proclama di sé neppure ciò che in realtà è. Sì, Giovanni è voce obbediente alle Sante Scritture, alla profezia di Isaia che egli adempie puntualmente, tramite la richiesta della conversione (cf. Mt 3,2.8), cioè di un impegno fattivo a raddrizzare le strade per andare incontro al Signore Veniente (cf. Mc 1,3 e par.). Giovanni non ha neppure un messaggio suo: rinnova l'invito profetico e anticipa la predicazione di colui innanzi al quale è stato mandato da Dio.

 E quando sacerdoti e leviti, insistendo nell’interrogarlo, gli chiedono conto del suo gesto profetico, l’immersione nell’acqua di chi vuole convertirsi, egli risponde che il suo gesto prepara la venuta ormai imminente, anzi l’apparizione, di uno che è già presente nel mondo eppure non è conosciuto. È qualcuno che sta alla sua sequela, cammina dietro a lui come un discepolo, eppure Giovanni non è degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali. Ecco la testimonianza di Giovanni, la rivelazione del mistero: il Messia Veniente è già presente, in modo nascosto, ma sta per essere manifestato proprio da lui, che tuttavia non è neppure degno di compiere il servizio dello schiavo: qui sta la grandezza di Giovanni, nella sua capacità di farsi piccolo, di «diminuire affinché Cristo cresca» (cf. Gv 3,30).

 Ancora oggi occorre guardare all’umiltà autentica di Giovanni: a questo sono chiamati in particolare quanti, come lui, hanno la missione di annunciare Gesù Cristo: Giovanni ammonisce la chiesa e tutti gli evangelizzatori a non esigere sguardi su di loro, a non parlare di se stessi, a non trattenere presso di sé chi deve essere condotto solo a Cristo! In questo tempo di narcisismo religioso, un tempo in cui abbondano quelli che “raccontano se stessi per dare testimonianza” o che, in nome dei carismi ricevuti, ostentano senza pudore la propria persona agli occhi del mondo, Giovanni il Battezzatore è una memoria che interroga e giudica senza tregua…

Cercoiltuovolto


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sabato 9 dicembre 2023

LE VIE DEL SIGNORE


- II Domenica d’Avvento, B

-  Vangelo: Mc 1, 1-8

  



Commento del card. GB Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

Nei momenti difficili, quando si attende e si spera in un aiuto che in qualche modo verrà, c’è sempre qualcuno che vede per primo la via della salvezza.

 Qualcuno che ha affinato lo sguardo del cuore, che ha attinto da parole che vengono da lontano e per questo solo capaci di illuminare un nuovo tratto di strada.

 Costui ha un compito preciso e fondamentale: avvisare tutti di ciò che sta avvenendo, perché anche quelli che ancora non vedono, possano rendersi conto, aprire gli occhi, svegliarsi dal loro torpore. Possano risvegliare l’attesa che portano in sé.

 Il suo compito è determinante, come quello del portinaio di cui parlava il Vangelo di domenica scorsa (Mc 13,34): vede per primo il ritorno del padrone, e avvisa tutti quelli che sono nella casa.

 La storia della salvezza è costellata da queste figure, da questi profeti che annunciano il ritorno di Dio che rinnova l’alleanza con il suo popolo. Spesso non hanno vita facile, perché aprirsi alla novità richiede una presa di coscienza profonda di ciò che ci abita, che può non essere compresa dagli altri. Per questo molti di loro sono stati rifiutati, esclusi; alcuni anche uccisi.

 Nel Vangelo di oggi (Mc 1, 1-8) questo “portinaio” è Giovanni. Siamo proprio all’inizio del Vangelo di Marco, ed è un inizio che richiama il primo inizio della storia della salvezza. La prima parola, infatti, è proprio “inizio”, “principio” (Mc 1,1).

 La novità vera, infatti, parte sempre da un ritorno a ciò che era in principio, a ciò che sta alle fondamenta: è questo che i profeti sono chiamati ad indicare.

 Qual è questo fondamento, su cui poi costruire tutta la casa? Il fondamento è la Parola che Dio ha pronunciato nei secoli e che ora si compie.

 Non una parola qualsiasi, ma la combinazione di tre brani biblici evocati e composti insieme, per dire tutta la novità che sta accadendo: c’è il Libro dell’Esodo (Es 23,20), dove è presentato l’angelo che Dio invia al suo popolo per accompagnarlo e guidarlo nel cammino verso la terra promessa; c’è l’evocazione di un versetto del profeta Malachia (Ml 3,1), che ricorda che il popolo è in cammino non solo verso la terra promessa, ma anche verso il giorno grande e terribile del giudizio finale. E poi c’è davvero il profeta Isaia (Is 40,3), che annuncia la liberazione dalla schiavitù e l’inizio di un nuovo esodo, che riporterà il popolo alla terra promessa.

 Tutto questo, dunque, definisce la missione di Giovanni, che deve aprire la porta ad una novità, ad una svolta definitiva della storia di Dio con il suo popolo: l’annuncio di libertà che è risuonato nei secoli sta per compiersi, e non bisogna perdere l’occasione, quel “kairos” di cui parlavamo domenica scorsa.

 Giovanni deve “solo” ascoltare la Parola e farla risuonare, farsi portavoce dell’annuncio che ha ricevuto.

 Dove fa questo?  Pur essendo di una famiglia sacerdotale, Giovanni non va a predicare nel tempio, ma si sposta nel deserto (Mc 1,3): non i riti, non i sacrifici daranno la salvezza, ma la nudità di un cuore che ascolta e che si pente, la fiducia di un cuore che tutto attende da Dio.

 E se domenica scorsa la parola chiave era “casa”, oggi la parola che più ritorna è quella che indica il sentiero, la via, la strada: in pochi versetti (Mc 1, 2-3) ritorna 3 volte.

 Per dire che l’invito del Battista è quello di rimettersi in cammino, proprio come fanno gli abitanti della Giudea e di Gerusalemme (Mc 1, 5), che accorrono verso il Giordano. È un cammino fisico, il loro, ma anche un cammino interiore, quello di chi scende nel profondo del proprio cuore e scopre la necessità e la possibilità di pentirsi.

 E forse, proprio questo pentimento è il modo per “raddrizzare” (Mc 1,3) le vie del Signore.

 Quando in una città arrivava l’imperatore, o un personaggio importante, si preparavano le strade e, se era necessario, se ne facevano di nuovo: e si facevano strade dritte, non tortuose, perché il venire del re fosse più celere e più solenne.

 Questo è l’invito del Battista, che anche oggi sembra dirci: non un re, ma il Signore stesso sta venendo.

 Egli viene non come gli altri potenti, che vengono per esigere e per prendere: Lui, al contrario, ci donerà il suo stesso Spirito.

 Preparategli dunque le strade, sapendo che per farlo non serve operare grandi cose, ma semplicemente ritrovare il principio, il fondamento, ovvero il dialogo con il Signore, che viene a rivelarci la sua via di misericordia, per aprirci la via della conversione a Lui.

Alzogliocchiversoilcielo

martedì 5 dicembre 2023

UN VERO EDUCATORE

 


GIOVANNI, IL BATTISTA



- di don Giuseppe Grampa

 

Nella chiesa ambrosiana stiamo vivendo il tempo di Avvento e un personaggio ci accompagna: Giovanni il Battista. Guardo a Lui come ad un vero educatore. Perché? Più volte nelle pagine evangeliche affiora il contrasto tra Giovanni e Gesù.

 Sono i discepoli di Giovanni che alimentano il confronto preoccupati che la gente si rivolga sempre più a Gesù abbandonando il Battista. Ma Giovanni ribadisce: “Non sono io il Cristo… Sono l’amico dello Sposo… Lui deve crescere io invece diminuire” (Gv 3,22ss.).

Con questa definizione di sè, Giovanni ribadisce la sua totale relatività a Cristo: non è a me che dovete guardare ma a Gesù, lo Sposo.  Con felice intuizione i pittori raffigurano il Battista con il dito indice che, appunto, indica Gesù. Giovanni Battista è tutto in quel suo dito: é totalmente relativo a Gesù, mette sulla strada dell'incontro con Gesù. 

Per questo Giovanni è modello di vero educatore.

L'educatore non deve essere preoccupato di richiamare su di sè l'attenzione dell’educando, ma piuttosto indicare la strada, aiutare a crescere, rendere libero e autonomo chi è affidato alla sua cura. Deve quindi, in un certo senso, rendersi progressivamente inutile.

Quel grande ed esigente educatore che è stato don Lorenzo Milani ha scritto: "Stanotte ho pensato che fosse meraviglioso veder sgorgare dalla mia scuola un virgulto vigoroso e diverso con tutti i suoi segreti gelosi, con una infinità di ideali in comune con me e con un'infinità di segreti suoi che non spartisce con nessuno. Che era meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia”.

Da Giovanni anche la Chiesa deve essere educata. La Chiesa non ha altra ragion d'essere se non quella di svelare sempre più nitidamente il volto di Gesù. Anche la Chiesa può incorrere nella sottile tentazione di mettersi al centro dell'attenzione, mentre deve essere  segno che potentemente ed efficacemente indica Gesù.

Come Giovanni anche la Chiesa non ha altra ragion d'essere che diminuire perché Lui solo cresca.

 R/S SERVIRE

Immagine:Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

sabato 14 gennaio 2023

ECCE AGNUS

 
+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

- Commento di Paolo Curtaz

 Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui.

È la prima azione che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni. Gesù cammina, è il viandante deciso a condividere con ogni uomo un tratto di strada. E viene incontro, viene verso Giovanni il Battista, viene verso di me.

Come abbiamo celebrato in questo breve tempo di Natale appena trascorso, per ricordarci che Dio si è fatto vicino, ci raggiunge, ci insegue.

Noi cerchiamo colui che ci cerca. Ma non ce ne accorgiamo. Perciò necessitiamo di battisti che ce lo indichino. Perciò la Chiesa è (dovrebbe tornare ad essere) la comunità di battisti che indica ad altri il Signore che passa. Perciò, colmi di gratitudine, salutiamo nel suo percorso Benedetto Papa, riservato e forte cercatore di Dio, credibile testimone di Cristo.

Giovanni battezzatore vede Gesù che viene verso di lui e riconosce in lui non solo più il penitente che si mischia alla folla, il solidale che condivide la condizione di fragilità e pena di ogni umano. Vede il lui l’agnello che porta su di sé il peso del peccato.

Ecce agnus

Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo. La voce, ora, è a servizio della Parola. Gesù è l’agnello. Non un leone, non un drago, non una vipera.

Un agnello mite e senza pretese. E tutte le idee di Dio che lo mostrano come un orribile mostro sono visoni demoniache da cancellare e dimenticare.

Un agnello come i tanti sacrificati duranti gli olocausti al tempio. Come i tanti agnelli ancora oggi sacrificati nei nuovi templi dell’interesse, dell’odio, della sopraffazione. Milioni di vittime innocenti. Solidale per sempre, Gesù si schiera al fianco di chi è solo. E toglie, cancella, elimina il peccato del mondo.

Il sacrificio, nelle religioni, consiste nell’immolare qualcosa a Dio. Qui, invece, è Dio ad immolarsi per noi. Non chiede sacrifici (cosa che continuiamo a pretendere da chi amiamo), ma rende sacro (da sacrum facere) ogni gesto.

L’uomo non riesce ad evitare il male, la parte oscura e meschina di sé, la asseconda, se ne fa affascinare, ne resta impigliato.

L’agnello porta il peccato, lo toglie, lo cancella, lo redime. Non i peccati, quelli piccoli o grandi che possiamo commettere e che inevitabilmente commettiamo. Ma il peccato. Quella distanza che ci allontanava inesorabilmente da Dio. Il peccato non esiste più. Nulla ci può più separare da Dio. Perché questa distanza è stata colmata. Qualunque cosa accadrà in questo anno appena iniziato, Dio la userà per salvarmi.

Ignoranza

Io non lo conoscevo, ripete per due volte un assorto e stupito Giovanni Battista. Ha passato la vita a preparare la strada al Messia, al giustiziere, al vendicatore e restauratore. Ma ora la sua idea su Dio è stravolta. Ammette di non sapere. Di non avere compreso.

Credeva di sapere, credeva di credere, credeva di conoscere. Tutta la sua vita si era consumata intorno a quell’attesa, a quella preparazione, a quell’incontro. Tutta la sua credibilità, che attirava folle dalla lontana Gerusalemme, che sapeva tenere testa alle spie inviate dal Sinedrio per metterlo in difficoltà, era fondata su quella coerenza radicale, quasi indisponente, brutale.

L’ultimo dei profeti, il più grande, il più epico, il più irraggiungibile, ora è spiazzato. Perché solo i grandi uomini accettano di farsi mettere in discussione anche quando credono di sapere. E magari sanno veramente.

Eppure, ammette, non gli importa di apparire stolto e di esplicitare un errore o una debolezza.

Io non lo conoscevo.

Ammette che esiste un prima, un avanti che il Nazareno conosce e lui non ancora.  Così è la nostra vita di ricerca. Così inizia questo tempo donato da Dio.Senza sapere. Anche se già sappiamo. Senza sederci sulle certezze acquisite, sulle cose donate e imparate, senza voler apparire arrivati o sapienti. La vita di fede è un già e non ancora. Una caccia al tesoro iniziata qui e spostata nell’Eterno. Dio sa stupirci, se lo lasciamo fare.

Ho visto.

La conoscenza di Dio nasce sempre da un’esperienza. il vedere non è solo un distratto guardare estetico, curioso, superficiale. È l’atteggiamento di chi si pone davanti alla vita con mille domande, ma non per il piacere di ascoltare il suono della propria voce, ma nella consapevolezza che o siamo cercatori o non siamo.

Ho visto, dice Giovanni. Abbiamo visto un Dio che diventa bambino, che ribalta le nostre prospettive, che colma le nostre stalle, che si rivolge agli sconfitti della storia. Abbiamo visto, se non ci siamo lasciati sopraffare dall’inutile buonismo che emoziona e non converte, se non ci siamo lasciati avvelenare dalla disperazione di chi ha vissuto questo giorni da solo.

 È questo il cristianesimo: lo stupore di un Dio che prende l’iniziativa, che annulla le distanze, senza porre condizioni, senza chiedere nulla in contraccambio.

 Ho visto e ho testimoniato.

Nel vangelo di Giovanni, il cui autore, è bene ricordare, era uno dei due discepoli del Battista che ha seguito il Maestro, il profeta non è un precursore ma un testimone.

Possiamo testimoniare solo se sperimentiamo, non per sentito dire. Possiamo testimoniare solo se ammettiamo di non conoscere e ci poniamo all’ascolto, se ammettiamo di non conoscere a sufficienza. Giovanni testimonia che ha scoperto in Gesù il Figlio di Dio.

Non il Messia vendicatore, non un grande uomo, non un profeta o un guru, non un autore spirituale. Il Figlio di Dio, qualunque cosa questa affermazione significhi. La comunità cristiana nascente che racconta questo episodio, mentre Giovanni scrive, ancora non ha sviscerato le conseguenze di questa affermazione. Dell’alta montagna ancora intravvede solo l’alta cima innevata. Ancora deve salire. Ma la direzione è quella. E il Gesù Figlio di Dio è colui che papa Benedetto ha costantemente annunciato, lontano dal cedimento alla logica del mondo, lontano da chi pensa di rendere gradevole il cristianesimo dilavandolo.

Io vi rendo testimonianza. Io, Paolo. Irrequieto per grazia. Cercatore per passione.

Ho visto e ho testimoniato nella mia vita intensa, complessa, contradditoria, densa, misteriosa, che Gesù è il Figlio di Dio. E ancora vivo per capire la profondità di ciò che ho visto e che ancora devo capire.

 Paolo Curtaz

domenica 11 dicembre 2022

MASCHERE DA TOGLIERE

 Il Battista ci insegna 

a togliere la maschera

+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».


Commento di  Salvatore Mazza

Brutto, sporco e cattivo. San Giovanni Battista è senz’altro una delle figure di spicco nella storia della salvezza. Di più, anzi, una figura centrale. Ma, nonostante questo, non si può dire che abbia mai goduto di una buona stampa, per modo di dire. Citato in mille romanzi e in innumerevoli film, è stato sempre, o quasi sempre, ritratto come un mezzo esaltato, uno con qualche rotella fuori posto, un po’ suonato, un fondamentalista, si direbbe oggi. E, questo, lasciando perdere che il “piatto forte” della narrazione della sua vicenda, quello più gettonato, è comunque sempre lo stesso: la sua testa servita su un piatto d’argento da Erode alla capricciosa Salomè. Così alla fine, tra le figure del Vangelo, quella di Giovanni Battista forse è la più distorta. Eppure, come disse nel 2012 Benedetto XVI, «se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che nulla è impossibile a Dio». Figlio di Zaccaria e di Elisabetta, parente di Maria, i genitori non credettero subito a quella gravidanza ormai insperata. Quando nacque il bambino, gli «dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa “il Signore fa grazia”... E quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio». Ma la missione di San Giovanni Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, infatti, «gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente».

Quando, come nel Vangelo di domenica scorsa, Giovanni Battista viene descritto come una persona che «portava un vestito di peli di cammello», che il «suo cibo erano locuste e miele selvatico» e che invitava tutti alla conversione, gli stereotipi accennati all’inizio non possono che tornare in mente. Certo il Battista, ha spiegato Papa Francesco domenica scorsa, all’Angelus, è «un uomo austero e radicale, che a prima vista può apparirci un po’ duro e incutere un certo timore. Ma allora ci chiediamo: perché la Chiesa lo propone ogni anno come principale compagno di viaggio durante questo tempo di Avvento? Cosa si nasconde dietro la sua severità, dietro la sua apparente durezza?». In realtà il Battista, ha spiegato Francesco, «più che un uomo duro, è un uomo allergico alla doppiezza. Ad esempio, quando si avvicinano a lui farisei e sadducei, noti per la loro ipocrisia, la sua “reazione allergica” è molto forte, e ci fa riflettere. Non siamo anche noi a volte un po’ come quei farisei? Magari guardiamo gli altri dall’alto in basso, pensando di essere migliori di loro, di tenere in mano la nostra vita. Dimentichiamo che soltanto in un caso è lecito guardare un altro dall’alto in basso: quando è necessario aiutarlo a sollevarsi; l’unico caso, gli altri non sono leciti». L’Avvento, così, è «un tempo di grazia per toglierci le nostre maschere – ognuno di noi ne ha – e metterci in coda con gli umili; per liberarci dalla presunzione di crederci autosufficienti, per andare a confessare i nostri peccati, quelli nascosti, e accogliere il perdono di Dio, per chiedere scusa a chi abbiamo offeso».

www.avvenire.it

 

sabato 3 dicembre 2022

CONVERTITEVI !

IL REGNO DEI CIELI E' VICINO 

- Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

 - Commento di M. Augé B.

 - Se la domenica scorsa ci invitava a vivere in attesa vigilante del Signore che viene, oggi siamo incoraggiati a rendere significativa questa attesa con una vita che sia già ora e qui espressione dei valori del regno di Dio che viene.

La prima lettura ci presenta l’immagine di una società perfetta, in apparenza utopica. Isaia la descrive con accenti toccanti: “il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà...” Queste e altre raffigurazioni, che ci ricordano le favole ed i cartoni animati della nostra infanzia e che sono in contrasto con la realtà faticosa e spesso violenta che distingue la nostra vita quotidiana, vogliono esprimere una società in cui i contrasti vengono composti armonicamente e dove regna indisturbata la giustizia e la pace. Questa società, secondo il profeta Isaia, è quella inaugurata dal Messia sul quale “si poserà lo Spirito del Signore” per deporre nella storia di questo mondo un seme nuovo di giustizia e di pace.

Nel brano del vangelo ascoltiamo san Giovanni Battista che annuncia la venuta del Messia, il quale ci “battezzerà in Spirito Santo e fuoco”, il fuoco che brucia la pula e annienta i peccatori. Perciò il Precursore invita i suoi ascoltatori alla conversione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” E’ quindi colui che viene, il Messia, a rendere visibile la vicinanza del Regno. La società perfetta, profetizzata da Isaia, è dono dello Spirito del Messia ma esige anche la nostra operosità. Il regno messianico non diventa una realtà nel mondo senza la nostra conversione. La 3a ant. dell’Ufficio di letture ribadisce lo stesso insegnamento quando afferma: “Purifichiamo i nostri cuori, per camminare nella giustizia incontro al Re: egli viene, non tarderà”.

Nella seconda lettura, san Paolo dando uno sguardo rapido all’insieme delle Scritture prende atto che esse convergono sul mistero di Cristo e tracciano la via della salvezza che il cristiano è chiamato a percorrere per rimanere perseverante, trovare consolazione e tenere viva la speranza. Ma non è solo una speranza emotiva, bensì una relazione viva con il Cristo. La società perfetta di cui abbiamo parlato, è possibile solo se abbiamo “gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù” e, in questo modo, impariamo a vedere nei nostri simili i fratelli e le sorelle figli dello stesso Padre.

La celebrazione eucaristica è segno efficace di questo regno di giustizia e di pace, di cui attendiamo la piena realizzazione. Nell’assemblea eucaristica, infatti, si attua l’unità degli uomini in Cristo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17). Perciò stesso l’eucaristia ci insegna “a valutare con sapienza i beni della terra e a tenere fisso lo sguardo su quelli del cielo” (preghiera dopo la comunione).

 

MUNUS

 

sabato 16 gennaio 2021

LE QUATTRO DEL POMERIGGIO

     


Videro dove dimorava

 e rimasero con lui.

 + Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,35-42

 In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 Commento  a cura di Paolo Curtaz.

 Siamo amati da Dio. Bene-amati, perché si può amare male, malissimo.

Ma Dio ama bene: senza ricatti, senza suscitare attese o sensi di colpa, senza porre condizioni. Ama perché è l’Amore puro, assoluto, totale e totalizzante.

Riscoprendo il nostro Battesimo, la nostra identità profonda, scopriamo di essere figli di Dio, figli del gran Re. Dio è contento di noi. È contento di te. Di me.

Siamo noi che stentiamo ad amarci come ci ama Dio. O ci svalutiamo o ci sopravvalutiamo.

Ma per Dio siamo unici, irripetibili. Tutta la nostra vita, allora, consiste nello scoprire e nell’assecondare ciò che siamo agli occhi di Dio, per diventare ciò che Dio vede: un capolavoro. È un cammino che richiede libertà interiore, forza, costanza, che dura tutta la vita, ma che parte da una chiamata, dall’iniziativa di Dio. Siamo tutti vocati, chiamati a diventare capolavori. Allora né fame, sete, pandemia, paura, carattere, ostacoli, niente ci può separare dall’amore di Cristo che ci permette di compiere questo cammino.

Nel tempio

Samuele è figlio di una donna sterile, Anna, come spesso accade nella Bibbia. Nella gioia di avere un figlio inatteso, la madre decide di affidarlo alle cure di Eli, il sacerdote. Samuele diventerà un profeta straordinario, colui che consacrerà i primi re di Israele.

Sta nel tempio, Samuele, assiste alle liturgie, ha un’ottima guida spirituale. Ma ancora non conosce Dio. Possiamo frequentare il tempio senza “conoscere” Dio là dove la conoscenza, nella Scrittura, indica un approccio intimo e totalizzante. Incontro che avviene nel cuore della notte.

Solo se sappiamo ritagliare degli spazi di quiete e di silenzio possiamo “conoscere” Dio. E quanto mancano questi spazi alle nostre vite, alle nostre città! Ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire: Eli, come il Battista, come Paolo, è una buona guida che indirizza a Dio, non a se stesso. Così Samuele incontra Dio. E alla luce di questa scoperta scopriamo il senso delle cose e delle nostre vite, e impariamo a vedere noi stessi e gli altri con uno sguardo illuminato.

Giovanni e Andrea

Non nel tempio ma nel deserto Giovanni e Andrea incontrano Dio. Hanno seguito il carisma del Battista, hanno lasciato tutto per seguirlo, anche la loro pelle è stata riarsa dal sole e dal vento del deserto di Giuda. Ora il loro maestro sa che è finito il suo tempo. È fermo, statico, mentre Gesù passa. È finito il suo tempo, e lo sa. E indica Gesù, mischiato fra i penitenti. È lui, ora, che devono seguire.

Lo chiama agnello di Dio, come l’agnello immolato la notte di Pasqua, come l’agnello immolato che porta il peccato del popolo nel giorno di Yom kippur, come l’agnello sacrificato al posto di Isacco, come l’agnello mansueto del profeta Isaia. Forse il Battista vede nel Nazareno l’ombra della sofferenza e la determinazione del dono di sé. Certamente la vede l’evangelista che riporta l’incontro. Che bello avere un maestro che indica il Maestro, che si fa da parte, che conduce al vero pastore.

Che volete?

È la prima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni: che volete? Non cerca discepoli, non li blandisce o si congratula con loro per la scelta fatta. Chiede ragione della loro scelta. Dio non vuole discepoli a rimorchio, cristiani sbadati, cattolici per abitudine. Chiede consapevolezza. Il nostro è un Dio che chiede di seguirlo, ma da adulti. La fede non è mai un comodo rifugio che ci protegge dal mondo cattivo, il tappeto sotto cui nascondere le nostre miserie. Dio vuole uomini veri e liberi. Sono spiazzati, Giovanni e Giacomo. Troppo forte e diretta la domanda per non inquietare.

Cosa cercano? Non lo sanno ancora. Chiedono aiuto, chiedono lumi, un qualche appiglio, un punto di riferimento.

Dove abiti?

Quanto bisogno di certezze abbiamo prima di poterci fidare! Quanti “se” e “ma” mettiamo prima di dire il nostro “sì” definitivo al Signore! E lui che, allora come oggi, ci risponde: venite a vedere. Non chiedere, fidati, muoviti, fa’ diventare questa ricerca un’esperienza, investi. Più freddo e asettico, nel testo di Giovanni, l’incontro con Simone. Lui tace, non dice nulla, nessun entusiasmo, solo una grande passività: viene condotto. E Gesù se ne accorge, vede in lui una durezza, un’ostinazione, è duro come la pietra. Ma su quella pietra appoggerà la fede. Da un evidente difetto saprà trarne un grande vantaggio per i fratelli. Così accade a chi diventa discepolo.

Andare a vedere

La fede non è “fare”, “sapere” ma “conoscere”.  Noi per primi siamo chiamati ad andare a vedere, noi per primi siamo chiamati a fare l’esperienza della sequela. Ed essi andarono, videro e restarono con lui. Dopo essersi fidati restano, accettano, si lasciano coinvolgere. L’annotazione finale di Giovanni è simpaticissima: erano circa le quattro del pomeriggioQuel giorno, quell’istante, è così importante per lui che segna l’inizio di una vita nuova.  Sono passati forse sessant’anni da quell’evento e il discepolo ricorda l’ora precisa, tutto è cambiato, ormai, per Giovanni e Andrea: quel giorno è stato come l’inizio di una nuova Creazione. A questo siamo chiamati: a fare esperienza di Dio.

Un tempo poco ordinario, per la verità.

 

Cercoiltuovolto