La
paradossale speranza di Dio
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3° Domenica di Avvento (anno C) - 15 dicembre 2024
LETTURE Sof
3,14-18 Is 12 Fil 4,4-7 Lc
3,10-18
COMMENTO
di Alberto Vianello
La
terza domenica di Avvento è sempre caratterizzata dal tema della gioia. Nella
prima Lettura, il profeta invita Gerusalemme a gioire, perché Dio, «in mezzo a
te, è un salvatore potente». La presenza di Dio è sempre benefica: al limite
può prendersela con il peccato, ma mai con il peccatore.
Ma l'invito di Sofonia non è a una gioia spensierata: facciamo finta che i
problemi non esistano… Perché problemi ce n'erano, eccome! Basta leggere i
primi versetti del stesso cap. 3 dal quale è tratta la Lettura di questa
domenica: sono una precisa e circostanziata accusa dei peggiori mali compiuti
nella città santa. Infatti vi si viveva una grave realtà di idolatria, di
ingiustizia, di materialismo diffuso; a cominciare proprio dagli ambienti
religiosi. La parola del profeta vuole scuotere, ma non atterrire o creare
pessimismo.
Allora la gioia che annuncia è una possibilità nuova. Sempre, quando c’è Dio,
c'è una nuova opportunità, una nuova terra buona e bella verso la quale
mettersi in cammino. Una possibilità che sta davanti proprio perché Dio «sta in
mezzo» (due volte in questo breve brano) a questo popolo, a questa gente.
Il Natale rischia sempre di essere un'attesa della venuta che poi
"passa": una volta arrivata la festa, passiamo oltre, e ci
dimentichiamo che questo arrivo del Signore è per rimanere, per essere sempre
«in mezzo» a noi, come «salvatore potente».
Certo,
ci risulta "impotente" questo Dio del Natale, se pensiamo in termini
di miracoli. Il miracolo c'è, anche se è ben altro, come vedremo nel Vangelo: è
la conversione del cuore e della vita, nel concreto delle situazioni umane che
viviamo. Per questo, Sofonia parla sì della gioia, ma è quella del Signore:
«Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di
gioia». Che l'uomo possa davvero cambiare, questa è la gioia del Signore.
Davvero una gioia paradossale: che Dio l'onnipotente non trovi altra gioia che
nel piccolo e povero uomo. Ed è paradossale che Dio, che ben conosce l'uomo e
ha sperimentato sempre il contrario nella storia, creda ancora e sempre
possibile la sua conversione al bene.
Per noi, questa speranza di gioia per Dio, diventa un invito a non lasciarsi
invecchiare, di non pensare che se non sono cambiato finora non cambierò più:
«Ti rinnoverà con il suo amore».
Anche
la seconda Lettura invita alla gioia nella prospettiva della vicinanza del
Signore: il cristiano è chiamato a riconoscere ciò che, in definitiva, prevale
su tutto, cioè proprio il Signore con la sua grazia.
«La vostra amabilità sia nota a tutti»: nel testo greco il termine ha più il
significato di «mansuetudine», che Paolo usa innanzitutto per il Cristo (cfr.
2Cor 10,1). Mentre il debole è rinchiuso nella sua condizione e desidera il
potere e l'affermazione, questo termine esprime la mansuetudine di chi crede e
si affida alla potenza di Dio, che è la potenza dell'amore; e quindi non cerca
di imporsi con le proprie forze. Così la mansuetudine che qui Paolo raccomanda
è quella relativa all’attesa dell'intervento benefico e trasformante
dell'attenzione e della cura del Signore per la storia degli uomini.
Quindi
Paolo invita ad evitare l'affanno e la preoccupazione e, invece, ad essere
assidui nella preghiera come modalità di rivolgersi a Dio. Anche in questo caso
il testo letterale e più pertinente: non dice «fate presenti a Dio le vostre
richieste», ma «riconoscete come note presso Dio le vostre richieste». Le
preghiere non servono a informare Dio delle nostre situazioni di bisogno, come
Lui non le conoscesse o fosse "distratto". La preghiera serve a
cambiare noi, non Dio: in essa prendiamo coscienza che Dio è vicino, conosce la
nostra realtà, ci sostiene e ci accompagna.
Da qui «la pace di Dio» che diventa il custode dei cuori e delle menti:
talmente si afferma dominante, per chi ha imparato a vivere nella mansuetudine
e nella preghiera.
Nel
Vangelo, la gioia è presente nell'attività che, per Luca, sintetizza il
ministero di Giovanni Battista: «Evangelizzava il popolo». È il
portare «la buona notizia», il lieto annuncio. Esso si concretizza
nella disponibilità alla conversione, che, negli esempi che leggiamo nel testo,
comporta operare concretamente un cambiamento della propria vita. Ma è una
conversione che non significa cambiare mestiere, ma cambiare modo di compierlo.
Sono
appelli al cambiamento che ci coinvolgono tutti. «Chi ha due tuniche ne dia a
chi non ne ha». È l’invito alla conversione come capacità di vivere la
condivisione: ovvero a non considerare solo il proprio diritto, la propria
libertà, il proprio bisogno, ma anche quelli delle altre persone, soprattutto
se povere. Fare parti con gli altri, non tenendo per sé i beni, ma riconoscendo
il grande bene della relazione. È un vivere non più per sé, ma insieme
all'altro.
Ai
pubblicani (iniqui e impuri esattori delle tasse), Giovanni dice: «Non esigete
nulla di più di quanto vi è stato fissato». Vuol dire non porsi
nell'atteggiamento della pretesa nei confronti degli altri, nel rapportarsi a
partire da un potere da esercitare su di loro. Evitare di esigere dagli altri,
come se essi ci "dovessero" tutto questo. Bisogna, invece, vivere
l'umiltà, accettando veramente e concretamente la propria realtà e quella degli
altri.
Ai
soldati Giovanni dice: «Non maltrattate e non estorcete, accontentatevi delle
vostre paghe». Esiste una violenza quotidiana, domestica, sottile: è quella che
deriva dal conoscere la debolezza e la vulnerabilità dell'altra persona, e di
far leva su queste usando così violenza nei loro confronti.
In definitiva, Giovanni Battista ci rivela un livello quotidiano di
conversione. Bisogna farsi carico della propria umanità e di quella degli
altri, di mettere una misura alle proprie pretese sugli altri, di assumere le
proprie fragilità e di misurare la propria libertà nell'armonia con la libertà
degli altri.
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È
la domenica della letizia e se Paolo fosse qui, con tutte le esortazioni che ha
fatto sull’essere lieti, sai quante tozze darebbe in giro?! A me poi più di
tutti. Ce n’è ragione perché una delle contraddizioni dei cristiani, al solo
vederli, è l’aspetto quaresimale, deluso, angustiato. Parola di Papa. Al
contrario, come splende l’amabilità in chi mostra gratitudine!
Nel
brano del vangelo il focus è su Giovanni, l’austero profeta vestito di peli di
cammello. Luca osserva le categorie di persone che vanno da lui: soldati,
esattori delle tasse, poveri e benestanti, gente di città come gli scribi e dei
villaggi. Perché? Passi il clima di attesa spirituale e politica diffuso in
Palestina in quegli anni, ma che agitava il cuore di quella gente che possiamo
capire anche noi? Succede di sentire certe volte che le cose personali non sono
a posto. Per lo più ci fumiamo una sigaretta su e tiriamo avanti. Solo i più
accorti si chiedono in cosa devono cambiare. Pochi cercano risposte negli studi
degli psicologi. Meno ancora chiedono consiglio ad un prete.
La terapia consigliata da Giovanni è senz’altro pragmatica, c’è poco da
spiegare coi traumi infantili e le compensazioni successive: la risposta parla
di comportamenti che devono essere improntati a giustizia. Se hai rubato fai
basta e rimedia. Se rubare, ma è solo uno dei divieti, ti toglie la pace, un
comportamento riparativo te la restituisce. Gli scrupoli servono a poco. Se la
coscienza dell’errore ci condanna è l’occasione per arricchirsi del cuore di
Dio, dopo di che non abbiamo più nulla che ci rimproveri o di che vergognarci.
Tutto
questo si fa per ritrovare il centro di sé stessi, l’anima. E non è che sia una
cosa semplice conoscere il proprio cuore, implica relazione massima con la
verità come modo di essere, di porsi e di agire. Geremia dice (17,9): “Più
fallace di ogni altra cosa è il cuore è difficilmente guaribile, chi lo può
conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori”. Il salmo 138
rilancia questa corrispondenza fra il cuore e il Signore quando prega:
“Scrutami o Dio e conosci il mio cuore, vedi se percorro una via di menzogna e
guidami sulla via della vita”.
Che
dobbiamo fare per ritrovare noi stessi o per essere pronti alla venuta del
messia? Ecco la domanda che quelle folle rivolgevano a Giovanni.
Se diciamo che Gesù è il nostro cuore non si intende un’emozione devozionale.
Gesù è davvero il nostro cuore, talché se desideriamo conoscere, riprendere
contatto con la verità, redire in seipsum, ritornare in sé stessi come diceva
sant’Agostino, desideriamo essere Cristo.
Ancora sant’Agostino spiega che il
nostro cuore è inquieto, (dell’inquietudine che spingeva militari, esattori,
scribi da Giovanni ed oggi i clienti dagli psicologi) finché non riposa in te,
Signore. Si tratta comunque di un’inquietudine salutare. Il sacramento della
penitenza e della riconciliazione a questo tende: a ridurre la distanza tra
l’io e il sé, tra la mente e il cuore, tra l’uomo e Dio, che in Gesù ci è
possibile riconoscere come la nostra vera icona.
Valerio
Febei e Rita
MONASTERO DI MARANGO