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mercoledì 9 settembre 2026

UNA SCUOLA COME IL MONDO

 


C’è una scuola grande come il mondo.


Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.


Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.


Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno puo’ fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.


Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.


Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso!

Gianni Rodari


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sabato 16 maggio 2026

PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

www.avvenire.it

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martedì 6 gennaio 2026

IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

giovedì 28 agosto 2025

NON MI RIGUARDA !

“Guerre, soprusi, menzogne: vediamo tutto, niente ci scuote. Ma perché?”

Viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile, eppure nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore. Eppure, la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più.

 

-       -di Paolo Venturi

-        

La guardiamo, ma non ci guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce.

È come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo più niente.

Non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva.

Un ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro.

Non siamo diventati cinici, ma stanchi. È la stanchezza, la fatica di restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili.

Pier Paolo Pasolini aveva visto tutto questo con una lucidità dolorosa.

Parlava di una “mutazione antropologica”: l’uomo nuovo del consumismo, privo di radici, scollegato da ogni legame comunitario, incapace di sentire davvero.

Un uomo libero, sì – ma di una libertà svuotata.

Una libertà ridotta a spazio privato, astratto, senza relazione.

Non più promessa di vita piena, ma pretesa individuale, diritto senza dovere, espressione senza responsabilità.

Il desiderio si è trasformato così in desiderio di consumo, le relazioni in competizione, l’amicizia in management.

Il pensiero, sempre più tecno-oligarchico, ha convertito ogni respiro comunitario in agency individuale, ogni legame in branding personale.

E la realtà, privata della sua densità simbolica e affettiva, diventa inconsistente.

Invisibile.

Se non ci tocca, semplicemente non esiste. Numeri, statistiche, breaking news.

Ma senza carne, senza volto, senza tempo.

A luglio, l’Unicef ha riportato che oltre 18.000 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza. È un numero spaventoso. Eppure, cosa sentiamo davvero?

Che cosa ci resta dentro, dopo aver letto una cifra così? Ma cosa accade a una società che non riesce più a sentire?

Che ha smarrito il senso del limite, che rimuove la fragilità, che censura perfino la morte, come fosse uno scandalo?

La vera posta in gioco, oggi, è la libertà.

Non quella vuota e gridata, ridotta a diritto di dire qualunque cosa o a difesa dei propri confini identitari.

Ma la libertà autentica. Quella che crea legami. Che riconosce l’altro.

Che costruisce futuro.

Una libertà che non si accontenta di essere liberi da, ma che sceglie di essere liberi per.

Liberi per… cambiare le cose. Per non accettare la disuguaglianza come destino.

Per abitare i conflitti invece di negarli. Per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori.

Per dare voce a chi non ha voce. Per scegliere l’umano, ogni volta che ci viene chiesto di scegliere tra l’umano e il funzionale, tra il giusto e l’utile, tra la verità e la convenienza.

Ma la libertà, per esistere, ha bisogno di relazione...

Non può fiorire nell’individualismo e neppure nell’utilitarismo.

L’impotenza di fronte alla realtà nasce da una condizione impaurita di isolamento: le persone in cerca di protezione si isolano, e così facendo, paradossalmente – come ricorda Robert Castel – aumentano la loro insicurezza.

Un circolo vizioso che rende la persona più fragile, la rende impermeabile rispetto a ciò che succede, e depotenzia la sua capacità di azione e attivazione.

La desertificazione della relazione sottrae alla società il dono.

Il dono – cosa ben diversa dalla donazione – nel suo senso più profondo, è relazione.

È pedagogia per riscoprire la realtà, quell’atto che rompe la solitudine, che crea comunità, che ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande di noi.

Il dono, come relazione, esercitato tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, in quella economica come in quella istituzionale, è ciò che manca e che sarebbe in grado di rigenerare il rapporto con il reale, trasformando la percezione individuale in un’esperienza collettiva.

Come sottolineato da Arrow (1999): «Gran parte della ricompensa derivante dalle relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione stessa».

Per vivere, e non semplicemente sopravvivere, in un tempo di anestesia morale, non basta più costruirsi una percezione della realtà: occorre avere un rapporto reale con essa.

Non basta più muoversi come singoli: occorre commuoversi – nel vero senso etimologico: muoversi insieme verso…

Riscoprire la nostra inquietudine e la nostra natura relazionale, come ha affermato papa Leone XIV ai giovani durante il Giubileo, diventa così non solo un atto profondamente umano, ma anche un atto politico.

 www.avvenire.it

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martedì 26 agosto 2025

ALLA RICERCA DELLA BELLEZZA

 


Durante la nostra esistenza 

siamo alla ricerca di un messaggio

 che dia direzione e valore. 

Nella natura, nel mondo e nella vita 

sembra esserci qualcosa 

capace di darci delle risposte.


-       -di Vito Mancuso

Dal cosmo, dall’evoluzione della vita sulla terra, dalla storia, dalla quotidianità, emerge un messaggio per dare direzione e valore all’esistenza? 

Vi sono quattro possibili risposte: 

1) sì ed è rivelato: così sostengono le religioni; 

2) no, nessun messaggio: così l’ateismo nichilistico; 

3) sì, ma non lo sapremo mai: così l’agnosticismo; 

4) sì, ma occorre scoprirlo con la propria interpretazione: è la posizione definibile “fede filosofica” per differenziarla dalla fede rivelata, ed è la mia. 

Il messaggio che io giungo a cogliere nel dispiegarsi del mondo è la bellezza: della natura, del mondo, della vita. Penso sia qualcosa di universale: c’è qualcuno insensibile alla bellezza? Se dicessi Dio, anima, libertà, giustizia, bene, verità si potrebbe dubitare. 

Persino dell’esistenza dell’amore si dubita; non però, credo, della bellezza. 

La bellezza nel mondo e del mondo è un dato di fatto. Essa, dice Platone, è l’unica “idea visibile”, la luce che l’essere talora manifesta, l’indispensabile aiuto per la coscienza smarrita. Nella selva oscura in cui camminiamo la bellezza costituisce il sentiero … 

La bellezza non è definibile perché la sua azione peculiare è esattamente contraria al definire: è “infinire”, aprire all’infinito. Quando siamo al suo cospetto, ci sentiamo attratti e siamo spinti a uscire fuori di noi e per questo, se dobbiamo dire che cos’è, ci mancano le parole. Le più intense esperienze di bellezza sono sempre apofatiche, cariche di silenzio. L’esperienza estetica è sempre anche un’esperienza estatica. 

Ciononostante della bellezza noi parliamo, lo facciamo fin da bambini dicendo “che bello!” oppure “che brutto!”, e per questo vi sono una serie di termini che tentano di circoscriverla: armonia, arte, cosmo-cosmesi, eleganza, estetica, fascino, forma, gloria, grazia, gusto, meraviglia, proporzione, splendore, stile, sublime. 

Perché ci attrae la bellezza? Perché ci fermiamo a raccogliere sassolini e conchiglie, foglie e fiori? Perché un volto umano ci può persino ipnotizzare? La fisica ci insegna che ogni oggetto materiale è il risultato di un’aggregazione di elementi: di molecole costituite da atomi, e di atomi costituiti da particelle subatomiche. Considerando tali particelle alla base dei fondamenti dell’essere, non si ha più a che fare con la solidità della materia ma con la vibrazione dell’energia, così che l’essere appare come una grande onda che vibra e che vibrando produce aggregazioni sempre più complesse, e ogni cosa si rivela come un pacchetto o, meglio, come un accordo, di onde. 

Se quindi tutto è il risultato di una vibrazione, ne consegue che l’esperienza estetica può essere descritta come l’entrare in sintonia della vibrazione costitutiva dell’oggetto con la vibrazione costitutiva di noi in quanto soggetto. La vibrazione dell’oggetto si lega alla nostra vibrazione, e tale risonanza è esattamente l’esperienza estetica. 

“La bellezza salverà il mondo”, scrisse Dostoevskij tramite il celebre protagonista dell’Idiota, il principe Miškin, e io penso che mai come ora la coscienza avverta la necessità di qualcosa che salvi la nostra vita. Ma per sostenere il valore salvifico della bellezza, occorre essere consapevoli dell’ambiguità che la circonda. Occorre quindi chiarire da che cosa salva la bellezza. 

Io penso che la bellezza ci salvi da tre minacce che incombono sulla nostra esistenza, delle quali due sono strutturali alla condizione umana, mentre una è legata alla particolare congiuntura storica: 

·        La prima è l’aggressività, la rabbia, la violenza, la sete di dominio mediante la logica del branco; in una parola sola la cattiveria. 

·  La seconda è la depressione, l’assenza di significato, il collasso interiore, il nulla nichilistico; in una parola sola la paura. 

·  La terza è la tecnocrazia incombente che può derivare dall’immenso potere della tecnologia; in una parola sola l’estinzione della libertà. 

Dalla prima minaccia la bellezza ci salva perché l’incontro con essa ci fa uscire dalla angusta logica del branco. Se amo la bellezza, infatti, la saprò riconoscere ovunque, anche in chi sento come nemico, con il risultato che egli non sarà più tale. Molto spesso ciò che dà identità a un essere umano è anche ciò che lo divide da tutti quelli che non condividono tale sua identità, e questa logica imprigionante fa sì che la più forte identità generi spesso anche la più forte intolleranza. Ebbene, è da questo nesso identità-violenza che la bellezza può salvare con il suo potere trasfigurante che dilata l’io spingendolo a superare il proprio ristretto orizzonte. 

Dalla seconda minaccia che è la paura di vivere la bellezza salva perché l’incontro con essa riempie la vita di meraviglia e quindi sconfigge il non-senso e il nichilismo che deprimono l’istinto vitale. Fare esperienza di bellezza significa ricevere una specie di rivelazione che, a partire dalla bellezza di quaggiù, ci parla di un’altra più vera Bellezza che, come dice Platone, ci “mette le ali”: così la vita acquista slancio, direzione, significato, sapore. La bellezza è quindi una rivelazione: è l’annuncio del vero mondo al quale apparteniamo e possiamo ritornare. 

Oggi, infine, la bellezza può essere salvifica rispetto alla tecnocrazia. Il mondo perfetto che la tecnologia ci sta preparando potrà essere più comodo e più efficiente, ma certo non sarà più bello; anzi, è probabile che lo sarà di meno, perché vi mancherà quell’elemento costituivo della bellezza naturale che è l’irregolarità, l’unicità, la singolarità irripetibile. 

Come insegna la natura, la vera bellezza esiste solo dove si dà imperfezione e disordine, ovviamente in concordanza con la legge opposta della perfezione e dell’ordine. Come per ogni altro fenomeno, anche per la bellezza vale infatti la formula: Caos + Logos. Senza caos nulla è vero ed è bello, così come non lo è senza logos. 

Perché le città costruite artificialmente di punto in bianco per volontà governativa, per quanto progettate dai migliori architetti, quanto a bellezza non valgono una sola piazza di Roma o un solo canale di Venezia? Perché la vera bellezza è sempre “fatta a mano”, e il fare a mano richiede tempo e lascia spazio all’irrompere del caos. La macchina con la sua velocità può imitare la bellezza, ma con le sue molte riproduzioni tutte perfette alla fine la serializza, e quindi la consuma, l’estenua, l’esaurisce. Annotava Marco Aurelio molti secoli fa: “Mentre il pane si cuoce alcune sue parti si screpolano e queste venature che vengono così a prodursi, e che in un certo senso contrastano con il risultato che si prefigge la panificazione, hanno una loro eleganza e un modo particolare di stimolare l’appetito. Ancora: i fichi pienamente maturi si presentano aperti. E nelle olive che dopo la maturazione sono ancora sulla pianta è proprio quell’essere vicine a marcire che aggiunge al frutto una particolare bellezza”. Queste parole dell’imperatore-filosofo ci consegnano la forma della vera bellezza, che non è mai solo il risultato della logica ma vive dell’intreccio di logos e caos. Il che è esattamente la legge della vita. 

 Vedete, io, a essere sincero, non so se la bellezza salverà il mondo. Sono però sicuro che può salvare quel piccolo pezzo di mondo che è ognuno di noi. Nutrendosi di bellezza, il nostro io a poco a poco si libera dalle sue ristrettezze e dalla sua volontà appropriativa, nonché dalle sue paure e dalle sue ansie. Per questo Platone fa dichiarare alla misteriosa straniera di Mantinea: “È questo il momento nella vita che più di ogni altro è degno di essere vissuto da un essere umano: quando contempla il bello in sé”.

 La Stampa

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sabato 8 febbraio 2025

QUESTO IMMENSO MONDO




 Piccolo trattato sull'immensità del mondo 



di Sylvain Tesson (Autore), Anna Faro (Traduttore)

 

A metà tra diario di viaggio e pamphlet filosofico, il "Piccolo trattato sull’immensità del mondo" raccoglie le impressioni, i pensieri e le avventure di Sylvain Tesson durante le sue molte peregrinazioni.

Tesson è innanzitutto un nomade dei tempi moderni, e i suoi viaggi sono un inno alla libertà: all’avventura nelle steppe asiatiche, in Tibet, nelle foreste di Francia, si arrampica a mani nude sulle grandi cattedrali europee.

Perlopiù cammina o cavalca, bivacca sopra un albero o sotto un ponte, vaga in cerca della meraviglia e della gioia e invita il lettore a fare altrettanto – a scoprire i piaceri del nomadismo e del vagabondaggio.

Il suo "Piccolo trattato" è al contempo un antidoto alla società digitale e un’ode a un’esistenza spesa nella natura, un elogio della lentezza e un diario romantico contro l’ordine costituito.

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mercoledì 18 dicembre 2024

ARMONIA PER SALVARE IL MONDO

 


 "L’armonia è la chiave per salvare il mondo, solo così possiamo sognare giustizia e bellezza"

-         


di  Vito Mancuso

 La leva dell’intelligenza ci ha innalzati come teorizzava Archimede, ma serve una fede a cui appoggiarsi. Filosofia, religione o politica offrono una soluzione a patto di non crederle immobili, perché nulla lo è.

Immaginatevi (com’è capitato a me) di dover esporre pubblicamente quale sia la vostra filosofia di vita, la vostra scala di valori, il punto di appoggio della vostra mente per orientarvi nel mondo: quale sia insomma il vostro “ubi consistam”. L’espressione latina è tratta dalla frase pronunciata da Archimede dopo aver scoperto il principio della leva: “Da ubi consistam et terram caelumque movebo”, “Datemi un punto d’appoggio e solleverò la terra e il cielo”. Qui però non è in gioco un punto di appoggio materiale, quanto piuttosto il punto di appoggio immateriale necessario alla coscienza per non smarrirsi nel labirinto della vita. Ebbene, come rispondereste? 

 Ad Archimede nessuno fu in grado di dare il punto di appoggio fisico richiesto e il mondo proseguì nel suo corso regolare. E fu proprio questa regolarità cosmica a costituire lungo i secoli il punto di appoggio mentale degli esseri umani. Così Shakespeare illustrava la situazione: “I cieli, i pianeti, e questa terra ch’è centro di ogni cosa, rispettano grado, priorità, rango, stabilità, corso, proporzione, tempo, forma, dovere e fedeltà col massimo rigore” (Troilo e Cressida, I,3). Su questa cosmologia si appoggiavano la religione e la politica, l’etica e l’estetica, producendo ciò che nella sua bellissima autobiografia intitolata “Il mondo di ieri” Stefan Zweig definiva “il mondo della sicurezza” … 

 Oggi le cose sono cambiate. La leva dell’intelligenza umana è effettivamente riuscita a sollevare il mondo come sognava Archimede. Da qui lo scardinamento dell’antica cosmologia, della religione, dell’ideologia politica, dell’etica, dell’estetica, della socialità. Tutto il mondo di ieri, oggi, non esiste più. Si trattava di un lavoro che andava fatto? Penso di sì, ma la conseguenza è che noi ora siamo rimasti privi di punti fermi che ci consentano di avere un terreno comune su cui costruire anche solo un minimo di comunità. Il mondo di ieri faceva pagare la sicurezza e l’unità conferite negando libertà e diritti dei singoli, il mondo di oggi assicura libertà e diritti ai singoli ma lo fa sgretolando i valori e generando solitudine e insicurezza. Siccome però il primo bisogno della mente è la sicurezza (avvertita più urgentemente anche della libertà), da tale insicurezza deriva un malessere generale il cui nome più preciso è: paura.

La paura conosce diverse gradazioni: preoccupazione, inquietudine, timore, agitazione, ansia, tremore, smarrimento, sgomento, spavento, fobia, orrore, panico, terrore. Ma una cosa è certa: essa si vince ritrovando sicurezza, e la sicurezza necessita di un punto fermo archimedeo su cui sollevare non dico il mondo, ma se stessi rispetto al mondo. Ovvero: datemi un punto fermo e mi solleverò dal mondo. E una volta lassù con la mia mente, il mondo mi farà meno paura e il mio respiro tornerà normale. Ma esiste un punto fermo a cui la mente si possa appoggiare? 

 L’atto di fede costituisce la posizione di un punto fermo per esercitare su di sé il movimento della leva. Ci si appoggia a quel punto e si solleva se stessi. Forse è la missione più importante della vita: sollevare se stessi e così vincere le proprie paure. 

Esattamente come scriveva Etty Hillesum: “In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità”. 

Solo dalla serenità interiore infatti scaturisce una vita autenticamente capace di bene, di giustizia, di vera bellezza. 

 Ma in che cosa avere fede? Qui il discorso si fa strettamente personale, si può avere infatti una fede religiosa, una fede filosofica, una fede politica o ancora di altro tipo. Un tempo si cercava il punto fermo in cui avere fede pensando che qualcosa (Dio, il partito, la scienza…) potesse essere immobile, o, teologicamente parlando, infallibile, poi però si è capito che in realtà nulla sta fermo e nessuno è infallibile. Anche quando siamo fermi, ci troviamo su un pianeta che gira su di sé a una velocità di 1700 km/h e che ruota attorno al sole alla velocità di centomila. Nei nostri corpi poi è tutto un continuo movimento: cellule che nascono, cellule che muoiono, microrganismi del nostro microbiota che ora combattono ora collaborano, e mille altri incontrollati processi. Nulla sta fermo fuori di noi, nulla sta fermo dentro di noi. Noi quindi oggi possiamo onestamente ottenere un punto d’appoggio per la nostra fede solo a condizione di non ricercare un punto fermo che sia immobile, perché non c’è nulla che lo sia (e se, ciononostante, lo facciamo, cadiamo nel dogmatismo e nella durezza ideologica). Un punto fermo si può dare solo a patto che non sia immobile: ecco la condizione per avere un punto di appoggio per noi postmoderni. 

 Per questo la mia fede, che riprendendo Jaspers definisco “fede filosofica”, è fede nell’armonia quale logica complessiva del mondo e della vita. Il mio punto fermo ma non immobile è dato dall’armonia e dalla sua ricerca. In tutto questo incessante mutamento che produce spaesamento io tento come posso con la mia vita e il mio lavoro di inserire in me e fuori di me energia positiva finalizzata alla costruzione di armonia. Più c’è armonia, più c’è vita sana: questa è la mia verità. 

 A proposito di verità, un giorno mi colpì il fatto che in latino il termine verità (veritas) ha la medesima radice del termine primavera (ver). Non credo sia una mera coincidenza. 

Anzi, a mio avviso questo legame tra verità e primavera attesta che originariamente il concetto di verità non aveva a che fare con la mera esattezza (verità scientifica) né con un’immutabile dottrina (verità religiosa), ma con il dinamismo naturale che fa fiorire e rifiorire la vita: cioè, con l’armonia in quanto capacità di aggregazione. Per questo, inoltre, il colore primaverile per eccellenza venne denominato “verde” (in latino virĭdis). 

Si tratta di un dato che va attentamente considerato: le radici della nostra lingua ci consegnano la radice “vr” connessa alla primavera e alla verità, la quale perciò non va intesa come formula o come dottrina, ma come energia e informazione che fa fiorire e rifiorire la natura. Come armonia. 

 Ora scusatemi, ma invito chi ha letto fin qui a pronunciare ad alta voce la radice “vr” di veritas; anzi, la seguente sequenza: “vr vr vr vr vr”. Non sentite come il suono di un motore che cerca di mettersi in moto? Che cos’è questo motore? Io credo che qui abbiamo a che fare con la riproduzione, intuita dalla mente archetipale, della vibrazione originaria dell’essere come motore che genera vita, dell’essere come energia. Energia etimologicamente significa “al lavoro”, in questo caso potremmo dire “in moto”. 

Mediante la radice vr la mente antica della nostra civiltà giunse a cogliere l’energia che mette in moto e produce lavoro e così a esprimere l’armonia. Noi siamo all’interno di questo processo e più saremo conformi alla sua logica relazionale servendone la fioritura, più a nostra volta fioriremo. Ecco il mio “ubi consistam”. 

 Il punto fermo ma non immobile dell’armonia quale logica profonda della vita è stato colto da tutte le grandi civiltà dell’antichità e denominato in vari modi tra cui “logos, dharma, tao, hochmà, maat”. Per me il nome più bello è “sophia”, e per questo vivo il mio “ubi consistam” come philo-sophia: come servizio amorevole della logica più profonda della vita.

 Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 19 novembre 2024

BEATI I MITI

 


LA MITEZZA

 PER 

ANTICIPARE

 UN MONDO 

MIGLIORE


«La mitezza consiste nel lasciar essere l'altro quello che è».

È il contrario della protervia e della prepotenza.

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. Ma la mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione, il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti.

Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito.

Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore.

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata.

Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale».

 #NorbertoBobbio, Elogio della mitezza, 1994

domenica 17 novembre 2024

IL MALE DELLA SCUOLA


 Il male della scuola? 

Essere 

“un mondo a parte”


 La scuola non è ancora riuscita a collegare ciò che si impara fra le sue mura con il mondo fuori. Anzi, pretende di lasciare fuori dalla scuola pezzi di vita, per esempio gli smartphone. È lecito immaginare che alcuni ragazzi facciano fatica a sostenere questa schizofrenia temporale che gli chiediamo di vivere? Che soffrono di più questa distanza tra il dentro e il fuori? Una rilettura dell'abbandono scolastico che non si limita a dare la colpa ai ragazzi che se ne vanno

 

-di Giuseppe Moscato

 I giovani e la scuola sono tra gli argomenti meno affrontati dai media mainstream, in particolare si parla pochissimo di “drop-out”, ossia dei ragazzi che abbandonano la scuola prima di concludere gli studi: un fenomeno in realtà piuttosto diffuso.

Su VITA, nella veste di genitore di un ragazzo con sindrome di Down, ho già riflettuto sulla “pratica dell’inclusione”, ovvero sull’efficacia dell’apprendimento che si realizza attraverso l’esperienza concreta e condivisa. Questo tipo di approccio non riguarda solo le persone con disabilità intellettiva, ma anche moltissime ragazze e ragazzi che semplicemente fanno fatica a stare sui banchi di scuola.

Partiamo da un presupposto: la scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori.

 Il sogno degli anni Ottanta

All’inizio della mia carriera come docente della scuola primaria, verso la fine degli anni Ottanta, scoprii l’esistenza di tutto un filone di sperimentazione didattica basata su modelli collaborativi, un filone nato in Italia attorno agli anni Sessanta e che conta nomi prestigiosi come don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Loris Malaguzzi e prima ancora Maria Montessori. In quegli anni, durante l’esperienza di ricerca con il professor Roberto Maragliano dell’allora Laboratorio Tecnologie Audiovisive dell’Università Roma 3, insegnavo come maestro nel quartiere di Tor Bella Monaca a Roma e il mantra era proprio questo: i contenuti della scuola devono essere trattati attraverso una didattica che consenta di relazionarsi col mondo di fuori, per poterci stare dentro. All’epoca le tecnologie digitali iniziavano a entrare tra le nostre abitudini quotidiane ed eravamo convinti che anche la scuola doveva rinnovarsi.

La scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori. Ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza

Nonostante gli sforzi di tutto un movimento di docenti della scuola e delle università, ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza tra la scuola e il mondo che la circonda. Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out.

 I drop out e l’insostenibilità della “doppia vita”

Questi studenti spesso finiscono nel “paese dei dimenticati”, catalogati nel macro-contenitore della “dispersione scolastica”. Spesso sono ragazzi che non essendo stati accompagnati in modo adeguato dalla famiglia, vivono la scuola come mondo “altro” dal loro quotidiano. In molti casi la scuola definisce inadeguati questi ragazzi, spesso addossando le colpe ai loro genitori. Ed è qui a mio parere che il ragionamento deve prendere un’altra piega: invece di cercare la colpa dovremmo cercare la causa che alla fine dei conti condanna questi ragazzi.

Fra i giovani, specialmente nelle periferie delle grandi città, compaiono ogni giorno nuove manifestazioni di insofferenza che non trovano ancora un nome nel mare delle neuroscienze. Ragazzi e ragazze che non hanno riferimenti, che ricercano comunque e come possono un’identità dentro e fuori la scuola. Tra le varie problematiche comportamentali un esempio ormai diffuso è il disturbo oppositivo provocatorio, che si riferisce a coloro che si oppongono a quasi tutte le attività proposte dagli insegnanti. Ma non ci sono solo comportamenti definiti aggressivi: ci sono anche ragazzi, specialmente tra gli adolescenti, che non parlano mai, si isolano e per questo sono anche soggetti a fenomeni di bullismo. Fino a qualche tempo fa i ragazzi o le ragazze per cui veniva richiesto un insegnante di sostegno avevano una diagnosi, ma oggi le segnalazioni e le richieste aumentano anche in relazione a casi difficili, casi che spesso hanno a che fare con un comportamento che non si allinea con quello della maggior parte degli alunni della classe. Davvero non c’è nulla da fare per questi ragazzi?

Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out. Davvero non c’è nulla da fare?

Quanto può essere vera la famosa frase di don Milani quando definisce la scuola come «un ospedale che cura i sani e respinge i malati»? Ma poi sono davvero malati questi studenti?

 La responsabilità della didattica

Al di là degli studi che vengono fatti per identificare le cause di tali comportamenti, vorrei porre l’attenzione innanzitutto sui modelli didattici proposti e che almeno in parte potrebbero avere un effetto benefico su tutti i ragazzi, sia per quelli definiti bravi, sia per quelli definiti meno bravi.

Cosa differenzia la didattica moderna da quella del passato? Detta in modo semplice, nel passato l’apprendimento si sviluppa quasi esclusivamente attraverso azioni esecutive e ripetitive. C’è un’immagine sintetizza quel modello: l’insegnante in cattedra che spiega, indica gli esercizi da fare e gli studenti che possono intervenire solo se interpellati (le interrogazioni). Nella didattica moderna al centro della classe sono gli studenti che in piccoli gruppi studiano e ricercano secondo modalità collaborative, soluzioni ai problemi (problem solving) che il docente pone loro. Lavorare per piccoli gruppi vuol dire anche mettere insieme studenti e studentesse con caratteristiche e capacità di apprendimento diverse: in questo modo non solo si impara a studiare insieme, ma si mette in pratica un atteggiamento fortemente inclusivo.

Nel nostro paese però la scuola è per lo più ancorata al passato e la conferma più evidente l’abbiamo nelle strutture edilizie fatiscenti: scuole vecchie per una didattica vecchia. Avere davanti i nostri occhi lo stesso scenario, lo stesso ambiente, la stessa aula di cento anni fa ci fa credere che l’unica immutabile realtà della scuola sia quella. Moltissimi dei nostri figli frequentano nel 2024 una scuola di cento anni fa. Come è possibile che un ragazzo o una ragazza possano vivano quotidianamente in due dimensioni temporali distinte? È lecito supporre che non tutti gli studenti riescano a governare agevolmente questa doppia dimensione?

 C’è un altro elemento che complica le cose: la socializzazione. Se da un lato la scuola rifiuta la tecnologia o al massimo la ripropone secondo il vecchio modello (la Lim, percepita come uno strumento nelle mani dell’insegnante), dall’altro i ragazzi comunicano quotidianamente a distanza attraverso gli smartphone, usando per un verso un linguaggio povero, essenziale (ad esempio con la messaggistica), ma per altri versi molto complesso grazie ad altre forme comunicative come il video, l’audio e l’Intelligenza Artificiale. Ma se non c’è cultura e conoscenza si diventa vittime di un flusso incontrollato di informazioni: sono la conoscenza e la cultura che possono invece aiutarci a cercare il bandolo della matassa. Non si tratta quindi di “vietare” uno strumento come lo smartphone, ma di imparare a gestirlo. Moltissime informazioni oggi passano da Internet e la scuola non può esimersi dall’usare strumenti che permettono di attingervi, piuttosto deve adottare nuove strategie per elaborarle.

 I dati che mancano

Dei tanti studi statistici che vengono fatti e portati all’attenzione pubblica, mancano numeri aggiornati dei ragazzi che abbandonano la scuola. Mancano i numeri dei risultati ottenuti nelle poche scuole dove invece viene praticata una didattica moderna verso le scuole che sono ancorate ad una didattica tradizionale. Mancano a livello nazionale i numeri collocati nel tempo di studenti e studentesse con problemi che usufruiscono di un insegnante di sostegno e dell’evoluzione del loro percorso. La comunicazione di massa si occupa di altro. Domandarsi cosa fanno i più giovani non è considerato tema di interesse. I giovani non sono valorizzati e i più capaci, con le idee chiare, sono costretti ad andare fuori dall’Italia. Non mi stupisco se i più giovani hanno una bassa considerazione degli adulti, d’altra parte loro imparano dagli adulti: gli adulti per primi non “ascoltano” i più giovani. Fare autocritica non va più di moda, eppure l’autocritica è il passpartout per entrare in contatto con un mondo diverso da quello che conosciamo oggi.

 *Giuseppe Moscato è docente di scuola primaria, ex comandato dal 2005 al 2024 presso Indire

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