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venerdì 17 luglio 2026

UNA GOVERNANCE CONDIVISA

 


Padre Benanti: 

«Intelligenza artificiale? 


Contro i nuovi algoritmi

 del potere 

serve una governance condivisa»

Il francescano esperto di etica delle tecnologie è intervenuto durante un incontro dedicato alla "Magnifica Humanitas". Il teologo ha sottolineato che l'enciclica mette in risalto la necessità di rendere i processi decisionali sull'Ai democratici. «Non bastano richiami generici all'etica, servono norme giuridiche adeguate»

di Salvo Ingargiola

«Quando abbiamo costruito le automobili, abbiamo messo i guardrail ai bordi della strada. La stessa cosa dobbiamo fare oggi con l’Intelligenza artificiale». È con questa immagine, semplice quanto efficace, che padre Paolo Benanti, teologo, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, sintetizza la sfida lanciata dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

L’occasione è un incontro promosso dall’Ufficio Pastorale Sociale, Lavoro e Custodia del Creato del Vicariato di Roma, dedicato proprio al nuovo documento pontificio. Siamo nel quartiere Prenestino, alla periferia della Capitale. Nonostante il caldo estivo, oltre ottanta persone affollano una piccola libreria di quartiere per discutere di intelligenza artificiale, democrazia e futuro.

L’intelligenza artificiale e i monopoli

Benanti entra subito nel merito. «Uno strumento che costa poco più di mille euro, un drone, con un semplice aggiornamento software può distruggere un carro armato Abrams, completamente rivestito d’acciaio, costato centinaia di milioni. In Ucraina abbiamo scoperto che quel codice viene aggiornato ogni cinque o sei minuti, rendendo ogni volta quell’arma completamente diversa».

Da buon francescano e allievo dei gesuiti, Benanti individua immediatamente il cuore dell’enciclica: il passaggio in cui Papa Leone XIV invita la comunità internazionale a “disarmare l’Ai”. “Vuol dire – scrive il Pontefice – rompere l’alleanza fra potenza tecnica e diritto di governare”. In altre parole, significa “sottrarla ai monopoli, impedirle di dominare l’umano”. 

Chi controlla il software controlla tutto

«Chi controlla il software controlla tutto», osserva Benanti. È il potere della software-defined reality, della realtà definita dal software. Per spiegare quanto questo tema riguardi la vita quotidiana, il professore di Etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, a Roma, e alla Seattle University, negli States, ricorre a un’altra immagine. «Se domani volete entrare all’aeroporto di Fiumicino con un’arma, non potete farlo. Con l’Intelligenza artificiale, invece, potenzialmente sì. Con tre righe di codice si potrebbe trasformare perfino uno smartphone in un’arma, modificando il funzionamento della batteria fino a provocarne l’incendio». 

Come si governa una realtà di questo tipo? È la domanda attorno alla quale ruota l’intera enciclica. La questione decisiva, infatti, non è scegliere se accettare o rifiutare l’Intelligenza artificiale, ma decidere se lasciarne il governo agli interessi di pochi oppure costruire una governance orientata al bene comune.
«Quel potere che abbiamo imparato ad addomesticare nei secoli – dall’Impero romano agli Stati moderni fino alle democrazie occidentali – oggi rischia di spostarsi nelle mani di pochi», avverte. «E non sono mani democratiche. Sono mani private che possono trasformare un giocattolo in un’arma con un semplice aggiornamento software». 

Che fare?

Durante il dibattito interviene anche Alessandra Poggiani, direttore generale del Cineca, il più grande centro di calcolo in Italia. La domanda che attraversa l’incontro è inevitabile: che cosa bisogna fare?

«Il messaggio del Papa è molto chiaro», risponde Benanti. «Davanti a una macchina che può prendere decisioni capaci di incidere sulla vita delle persone, è evidente che tali decisioni non possono essere affidate a cinque soggetti in tutto il mondo». 

Il riferimento è ai paragrafi 106, 107 e 108 di Magnifica Humanitas. Papa Leone XIV invita alla prudenza, chiede controlli rigorosi e, quando necessario, anche un rallentamento nell’adozione dell’Ai. Non per ostacolare il progresso, ma perché lo sviluppo tecnologico corre molto più velocemente della capacità delle istituzioni, del diritto e della società di comprenderne e governarne gli effetti. Per questo motivo, secondo il Pontefice, non bastano richiami generici all’etica. Servono norme giuridiche adeguate, organismi indipendenti di vigilanza, cittadini consapevoli e una politica capace di esercitare il proprio ruolo.

Condividere i processi perché siamo in democrazia

Soprattutto, non basta chiedere che l’Ai sia programmata secondo principi morali. Occorre, infatti, prima di tutto, chiedersi chi definisce quei valori e con quale legittimazione democratica. Se quei criteri vengono stabiliti da un numero ristretto di soggetti, saranno loro a imporre, spesso in modo invisibile, la propria visione del mondo attraverso gli algoritmi. «Il processo va condiviso», insiste Benanti. «Perché siamo in democrazia». 

Non tutti, però, condividono questa impostazione. «Peter Thiel, per esempio, ha reagito dicendo: “Se il Papa assume questa posizione, allora sta lavorando per i comunisti cinesi”. Lascio a voi ogni giudizio su queste parole», osserva Benanti con ironia.
Poi conclude: «o mi sento di parte. Tifo per la democrazia». Il rischio, spiega ancora, è che l’Intelligenza artificiale finisca per incidere su ogni ambito della vita: dall’accesso alle cure alla scuola, dal lavoro ai diritti fondamentali. «Per tali ragioni, questo strumento non può rimanere nascosto. Deve essere condiviso, negoziato, governato», ribadisce. 

Fondamentali infrastrutture e una Ai Factory europea

Ma oggi non tutti partono dalle stesse condizioni. Le piattaforme e le grandi infrastrutture dell’Ai sono concentrate nelle mani di pochissimi attori, anche perché gli investimenti richiesti sono enormi. In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo del Cineca, che ha ottenuto dalla Commissione europea 430 milioni di euro per la realizzazione di una Ai Factory europea.

«È fondamentale», osserva Alessandra Poggiani, «che insieme alle regole l’Europa costruisca anche una propria forza infrastrutturale, industriale e scientifica. Solo così potremo essere protagonisti e non semplici consumatori delle nuove tecnologie». 

La sfida è anche culturale. Occorrono formazione, educazione e consapevolezza. Occorre coinvolgere il decisore politico, ma anche la scuola, l’università e tutti quei corpi intermedi nei quali si costruisce la società. «Il fenomeno va governato e condiviso», insiste Benanti. «Non è più soltanto una questione tecnica ma politica».

Il problema del potere

Quando, il 15 maggio scorso, Papa Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, in occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, molti hanno colto immediatamente la portata sociale e politica del documento. Come la Rerum Novarum interpretò le trasformazioni della rivoluzione industriale, oggi l’enciclica affronta le nuove concentrazioni di potere generate dall’Intelligenza artificiale. «È un problema di potere», conclude Benanti. «E oggi quel potere risiede in luoghi diversi da quelli tradizionali, dove interessi privati iniziano perfino a sostenere che la democrazia sia un esperimento fallito». 

Serve una governance condivisa

«È il Far West, dove esiste un solo diritto: quello del più forte». L’alternativa indicata dall’enciclica è una governance condivisa dell’Intelligenza artificiale. O, per usare l’immagine di Papa Leone XIV, ricostruire una nuova Gerusalemme: una civiltà che non nasce dall’iniziativa del singolo, ma dalla comunità, dalla cooperazione e dalla responsabilità condivisa.

Vita.it

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lunedì 23 settembre 2024

IL SUMMIT DEL FUTURO


Verso il vertice Onu.

La ragione deve aiutarci 

a superare

 la logica del conflitto

 


-       -  di Mauro Magatti

-          

Nelle intenzioni del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il “Summit del futuro” ha l’ambizione di realizzare «una visione inclusiva e sostenibile del nostro pianeta attraverso l’adozione di patti e dichiarazioni strategiche in grado di orientare le politiche e le azioni globali».

I temi all’ordine del giorno (sviluppo sostenibile, pace, innovazione tecnologica, giovani, governance globale) sono tutti fondamentali.

E saranno affrontati nella prospettiva di un multilateralismo basato su cooperazione e dialogo.

Se si guarda allo stato attuale del pianeta – attraversato da gelidi venti di guerra, in fase di de-globalizzazione e sempre più incerto sugli impegni presi in tema di lotta al riscaldamento globale – il Summit può apparire una iniziativa velleitaria.

Un incontro di “anime belle” incapaci di confrontarsi con la dura realtà delle cose, che va in tutt’altra direzione.

Prova evidente di un’Organizzazione delle Nazioni Unite ormai irrilevante e che perciò si rifugia in dichiarazioni generiche, a fronte della sua incapacità di contribuire a risolvere le crisi che scuotono il mondo.

Una lettura di questo tipo non è priva di buone ragioni.

Non c’è dubbio, infatti, che le tante crisi globali sono la prova dell’inadeguatezza degli assetti istituzionali costruiti dopo la Seconda guerra mondiale.

Che vedevano proprio nell’Onu l’embrione di un una nuova forma di governance internazionale.

Una crisi che ha nell’involuzione del Consiglio di sicurezza, bloccato dai veti incrociati delle grandi potenze (Usa, Cina, Russia, Regno Unito e Francia), la sua manifestazione più evidente.

In realtà, il Summit intende sollevare proprio tale questione: come va riprogettata l’Onu di fronte alle sfide del tempo presente?

Negli ultimi novant’anni il mondo ha fatto enormi passi in avanti, tutti nella direzione di rendere ancora più urgente il rafforzamento di una governance globale.

Citiamo tre grandi trasformazioni: la possibilità della guerra atomica che minaccia l’umanità; l’integrazione tecno-economica che ha ormai tessuto un’interdipendenza da cui non ci si può più separare; l’emergere del cambiamento climatico che colpisce il pianeta nella sua interezza.

In tali nuove condizioni storiche, la linea di Guterres è quella della ragione contro la stupidità, del dialogo contro la sopraffazione.

Al contrario, è la visione del mondo che domina nelle cancellerie della maggior parte dei Paesi – tutta centrata sugli interessi nazionali e sui relativi obiettivi di potenza – a essere anacronistica e irrealistica. Il tema della guerra, ad esempio, lo avvertiamo tutti molto vicino.

Ma, come è stato ripetuto da tante voci autorevoli, nel contesto contemporaneo l’idea stessa di “vittoria” perde di significato.

A dimostrarlo l’insensato attacco di Putin all’Ucraina (con più di un milione di morti!) che ha creato una situazione disastrosa da cui ora nessuno sa più come uscire: comunque andranno le cose, il vincitore non ci sarà.

Avranno, avremo perso tutti.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’economia.

Se la globalizzazione pensata ingenuamente come panacea di tutti i problemi ha manifestato i suoi limiti, allo stesso modo l’idea di rinchiudersi in una guerra commerciale tra aree del mondo, oltre a essere senza futuro, non è neppure praticabile.

I temi dell’energia, delle materie prime, della finanza, della tecnologia riguardano necessariamente tutti.

E, d’altra parte, non ci può essere alcuna crescita economica senza continuare il processo di integrazione di quella quota di popolazione ancora esclusa dal benessere che oggi siamo in grado di generare.

Per non dire delle grandi questioni delle migrazioni e del riscaldamento climatico, questioni che possono essere affrontate solo nello spirito del dialogo e della collaborazione, cercando di trovare quei compromessi – sempre difficili, ma necessari – per andare nella direzione del bene comune, sempre più pre-condizione di ogni sviluppo locale.

Ha dunque ragione Guterres: il mondo ha bisogno di una nuova governance se non vuole sprofondare nella spirale di una “guerra civile globale”.

Affinché questa visione possa affermarsi è però necessario che l’opinione pubblica si mobiliti.

A cominciare dai giovani.

Non è vero che il mondo è andato avanti perché il più forte ha sconfitto il più debole.

La storia piuttosto insegna che si avanza perché di fronte alle sfide più difficili la ragione, nella sua integralità, è capace di illuminare la strada del futuro, animando quella speranza di un mondo migliore che letteralmente smuove le montagne.

L’auspicio, pertanto, è che nelle scuole, nelle università, nelle associazioni e nelle parrocchie si parli nelle prossime settimane dei risultati o delle mancanze di questo summit.

Aiutiamoci a sconfiggere la logica triste della potenza e del conflitto per abbracciare con speranza l’unica via che la nostra ragione ci indica per il futuro di tutti.

www.avvenire.it

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domenica 12 marzo 2023

UOMO o TECNOLOGIE ?

Le nuove tecnologie:

l’uomo e la governance

 “Non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione”: ha origine da questo assunto la riflessione che il filosofo Luciano Floridi ha condiviso con noi e che abbraccia il concetto di “gestione” della trasformazione digitale che ci ha investito.

Vittima e, insieme, carnefice di se stesso, impaurito dai cambiamenti profondi e rapidi del digitale e, allo stesso tempo, avido nel farne un uso e consumo per fini propri, l’uomo, all’interno di tale rapporto, fa mostra di comportamenti, di modi e di scopi, divenuti, in questi ultimi anni, oggetto di una riflessione dal respiro ampio, il cui nocciolo è “che cosa” vogliamo farne di quello che abbiamo creato e “come” intendiamo farlo.

In questa fase – osserva Luciano Floridi, filosofo, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, nonché direttore del Digital Ethics Lab presso l’Oxford Internet Institute dello stesso Ateneo – non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione. Non è alla digital innovation, ma è alla governance, alla “gestione” del digital, che ora dobbiamo guardare. E sottolinea:

“Arriva il quantum computing. Bene. Ma che vogliamo farci con questa potenza di calcolo dalle capacità straordinarie? È questa la domanda da porci nel XXI secolo di fronte alle tecnologie emergenti e alla loro forza. Perché, se fino a ieri, ne siamo rimasti affascinati, oggi ci sono tutta una serie di questioni aperte da affrontare, che riguardano gli impatti della trasformazione digitale sulla società, sulla politica, l’educazione, l’informazione, il lavoro, l’ambiente”

A lui la parola.

Professore, che tipo di rapporto esiste, in questo momento, tra le nuove tecnologie e l’uomo? Ritiene che l’uomo, oggi, sia al centro di tali tecnologie?

Personalmente, sono sempre stato piuttosto critico nei confronti di questa “centralità” da parte dell’uomo. Mettendo “noi” al centro, abbiamo distrutto questo pianeta. E, in epoche storiche differenti, a seconda di chi si poneva al centro, abbiamo distrutto minoranze, culture diverse. Certo, la domanda fa riferimento a un altro genere di centralità, ma è importante, a mio avviso, partire da una distinzione. Esiste una centralità “buona”, che noi tutti abbiamo a cuore e che, in un’ipotetica scelta assoluta tra tecnologia da un lato e umanità dall’altro, predilige la seconda, togliendo il primato alla tecnologia. Ma se, invece, la centralità rimanda a un utilizzo non equilibrato della tecnologia da parte dell’uomo, a un suo uso e consumo del tutto arbitrario, allora dovremmo fermarci a riflettere e cambiare indirizzo. Non lasceremo a nessuna generazione futura alcun pianeta se continuiamo a metterci esageratamente al centro. Dunque, la centralità “cattiva” dell’uomo deve essere rimossa, mentre la centralità buona deve potersi moltiplicare attraverso una maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia.

 Maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia: che cosa significa nel concreto?

Porre la tecnologia al servizio dell’umanità. In questo modo, raggiungeremmo un obiettivo duplice, ovvero avremo sradicato la centralità “cattiva” dell’uomo e avremo dato a questo il compito di utilizzare la tecnologia mettendola al servizio di tutti, di tutte le culture, di tutti i ceti sociali, al servizio del pianeta, dell’ambiente, delle generazioni presenti e future.

Perché abbiamo paura dei cambiamenti che le trasformazioni tecnologiche, inevitabilmente, implicano?

Le innovazioni, i cambiamenti importanti, spaventano da sempre. Fin dai tempi della scoperta del fuoco e della ruota. Ma oggi la questione che si pone è diversa. Il tempo di trasformazione tecnologica si è compresso di tanti di quegli ordini di grandezza, che quella paura che, in passato, si estendeva su un periodo di tempo molto dilatato, oggi è, anch’essa, compressa. Decuplicando la velocità di trasformazione, abbiamo, proporzionalmente, decuplicato anche la paura. E, aggiungo, che la paura che oggi proviamo è ragionevole. La compressione temporale, unita alla straordinaria potenza di trasformazione delle tecnologie attuali, hanno contribuito a rendere la rivoluzione digitale qualcosa per la quale “si deve” avere ragionevole preoccupazione. Stiamo trasformando quello che ci circonda così velocemente e in maniera talmente radicale che, se non agiamo con equilibrio e non rimuoviamo quella centralità cattiva alla quale ho accennato, corriamo il rischio di andare incontro a problemi molto seri. Per semplificare molto, la rivoluzione agricola ha impiegato millenni per far sentire tutti i suoi effetti, quella industriale secoli, ma quella digitale solo decenni. Non sentirsi un po’ confusi, un po’ preoccupati, un po’ in apprensione sarebbe innaturale. Ma la paura deve trasformarsi in uno sprone a capire meglio le attuali trasformazioni e a fare meglio con le straordinarie tecnologie a nostra disposizione. Non deve essere l’anticamera di qualche forma di luddismo o di rassegnazione deterministica.

Esiste, a suo avviso, una mala informazione riguardo alle nuove tecnologie?

Esiste e di questo di grandi responsabilità ai giornalisti e a chi lavora, ad esempio, nelle Università, nei centri di ricerca e nelle divisioni R&D delle grandi aziende. Purtroppo, spesso, l’atteggiamento di studiosi, ricercatori e sviluppatori tende a porre l’accento su alcuni aspetti, piuttosto che su altri, delle scoperte realizzate, delle nuove tecnologie messe a punto. E le ragioni sono diverse. Può trattarsi semplicemente in un esagerato entusiasmo, oppure del desiderio di fare carriera o di ottenere finanziamenti. Sul versante della comunicazione, c’è, invece, l’inseguire la notizia da prima pagina, il “l’ho detto prima io”, spesso senza analizzare, verificare e chiedersi se quella notizia è oggettiva oppure se è solo il risultato di un’enfatizzazione da parte del ricercatore di turno. Queste sono le due forze principali che alimentano la mala informazione. Poi c’è un altro fenomeno, che vede la cattiva informazione autoalimentarsi e avvitarsi in un circolo vizioso, in base al quale tanta più cattiva informazione c’è, tanto peggio è l’informazione successiva.

Cosa si può fare per disinnescare questo circolo vizioso?

Bisogna innescare il circolo “virtuoso” opposto, non basato sul “tanto male tanto peggio”, ma sul “tanto bene, tanto meglio”. E questo lo si ottiene con tanto lavoro e tanta buona volontà e inserendo buona informazione che scaccia quella cattiva. Riguardo a quest’ultimo punto, trovo, però, che manchino quei meccanismi in grado di facilitare tali processi. E mi riferisco, in particolare, a quei Business Model che, oggi, sul Web sembrano attrarre cattiva informazione, in un ingranaggio che premia chi fa mala informazione e punisce chi, al contrario, è autore di una buona informazione. Ecco, bisognerebbe agire su questo ingranaggio, il che significa anche intervenire sulla pubblicità presente sui media, regolamentandone la quantità e creando equilibrio, armonia, tra informazione con la “i” maiuscola – che deve prevalere – e contenuti a pagamento.

Quali sono i filoni più urgenti sui quali intervenire affinché le nuove tecnologie abbiano un esito positivo? E qual è il ruolo della politica in merito?

Tutte le questioni inerenti alla riservatezza e alla protezione dei dati personali, allo sfruttamento di tali dati da parte di terzi e all’impatto che questo fenomeno ha sulla libertà, l’autonomia e la dignità dell’individuo, rappresentano tematiche importanti, che dobbiamo costantemente presidiare. A queste aggiungo un altro argomento, a mio parere, altrettanto urgente, legato alla mancanza di competizione tra le grandi aziende del mondo digitale. Non esiste, ad oggi, un reale competitor di Google come motore di ricerca, né un vero competitor di Facebook come social newtwork. Che cosa significa questo? Che stiamo assistendo a un appiattimento dell’offerta, all’assenza di una pluralità di contenuti validi. La sana competizione, la concorrenza leale tra più offerte, ci permette di scegliere. E non esiste più libertà di scelta, quando non esiste più un menu. C’è, poi, un altro tema sul quale mi piacerebbe fare luce e che ha a che vedere col ritorno sociale di questi grandi colossi del digital. Mi domando: come utilizzano le straordinarie tecnologie che sviluppano e i loro importanti introiti per fare del bene? Fino a che punto hanno un ruolo di buona cittadinanza? E, in tutto questo, la politica con la P maiuscola può fare molto. Può trasformare queste straordinarie forze di mercato in forze buone per la società, per le persone, per l’umanità tutta.

Capitalismo di sorveglianza e perdita di libertà: corriamo realmente dei rischi? E quali?

Trovo che il problema non sia il capitalismo che ci carpisce dati e informazioni personali. Il rischio più grande che potremmo correre, stando a questo schema, è che, per mezzo dei nostri dati, ci raggiungano per proporci più t-shirt, più merendine oppure per venderci prodotti che non ci interessano affatto. Pensi che trent’anni fa, la nostra preoccupazione, il nostro vero problema, non era il capitalismo di sorveglianza, ma la sorveglianza da parte dello Stato. A quel tempo, era ancora viva la percezione di essere oggetto di un controllo politico. Ecco, quel tipo di preoccupazione era forte. Oggi, invece, il vero pericolo potrebbe derivare da una saldatura tra questi due tipi di controllo, ossia tra sorveglianza politica – come quella che esiste in Cina – e sorveglianza da capitalismo statale. Finché la sorveglianza è fatta di un capitalismo che mi deve vendere il nuovo modello di frigorifero, resto tranquillo. È la “saldatura” che mi allarma. Cambridge Analytica – società di consulenza britannica che ha utilizzato a scopi elettorali i dati social di milioni di americani – ci ha inquietato perché è stata l’esempio concreto di saldatura tra capitalismo di sorveglianza e controllo politico.

www.tech4future.info


venerdì 10 marzo 2023

PARLANO CON NOI, MA NON SONO INTELLIGENTI

Possediamo le nuove tecnologie 

e ne siamo posseduti. 


Ci fidiamo di esse quasi fossero umane, ma la loro intelligenza è sintattica e non sarà mai semantica

 

- di ADRIANO PESSINA

 Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le cosiddette Itc, hanno cambiato i nostri stili di vita. La nozione di onlife, resa popolare dagli studi di Luciano Floridi, mette in evidenza come ci troviamo in una condizione umana in cui i confini della realtà sono dilatati dagli spazi informazionali della rete. La rivoluzione digitale ha creato un nuovo ambiente culturale, forse dovremmo dire, mentale, che interagisce con il mondo empirico nel quale ci troviamo. In effetti, nella nostra vita quotidiana, il confine, il limes, tra l’on-line e l’off-line, diventa sempre più sfumato: basta possedere un cellulare per uscire dal contesto in cui siamo e immergerci in quello spazio digitale che ci porta mentalmente e sensorialmente altrove. Di fatto, il possesso delle nuove tecnologie, la possibilità di accedere alla rete informatica, fa, oggi, la differenza della stessa condizione umana. Possedere, però, a volte, si trasforma nell’essere posseduti. E ognuno sa, anche quando finge di ignorarlo, che i proprietari delle tecnologie informatiche posseggono un numero stratosferico di dati che ci riguardano, profilano i nostri gusti, le nostre relazioni, i nostri convincimenti. Così, la nostra autonomia tecnologica è l’altra faccia della nostra dipendenza. Se agli inizi del Novecento la questione della tecnica era ampiamente dibattuta sotto la categoria della sfida, noi oggi dovremmo, piuttosto, ripensarla sotto il profilo dell’addomesticamento tecnologico. Del resto, non semplicemente “usiamo” gli strumenti tecnologici, ma li “addomestichiamo”, gli attribuiamo un senso inserendoli nel nostro spazio vitale. L’aspetto amicale della tecnologia si rivela nell’allargamento delle nostre possibilità di interazione, di comprensione del mondo, di soluzione di problemi e nelle stesse parole con cui le nominiamo, definendole intelligenti.

 L’addomesticamento tecnologico è, allora, ambivalente: da una parte le macchine entrano nella domus e diventano parte della vita, dall’altra, come avviene con ogni forma di addomesticamento, noi ci dobbiamo adattare a esse, a un mondo disegnato dai nuovi software. In questo contesto, la svolta fonetica dei nuovi software ha aumentato la nostra dimensione fiduciaria nei confronti di ciò che ormai chiamiamo, indistintamente, intelligenza artificiale. Noi parliamo con le nostre macchine e le macchine ci parlano. Quando, nel 2011, la Apple ha immesso sul mercato Siri, lo ha presentato come un «assistente intelligente che ti aiuta a fare le cose semplicemente chiedendo»: ci abbiamo creduto, senza sapere come funziona, semplicemente perché funziona e risponde al nostro comando «Ehi Siri».

 La creazione delle chat-bot, che oltre a eseguire molteplici funzioni, sono in grado di stabilire una sorta di conversazione personalizzata, con il singolo utente, ha accelerato il convincimento che si sia di fronte realmente a una qualche forma di intelligenza. Le nuo-ve tecnologie, infatti, sviluppano in modo esponenziale le dimensioni simulative delle attività umane, dandoci l’idea di ottenere un servizio personalizzato, sebbene siano macchine collettive che “apprendono” ed elaborano miliardi di dati attraverso un’analisi statistica in grado di generare, sotto la supervisione dei tecnici, mappe linguistiche sempre più sofisticate.

 Il linguaggio antropomorfo con cui siamo abituati a descrivere questi processi logico-formali, a struttura statistica, rischia di farci dimenticare che, in realtà, domandare, ascoltare, capire, rispondere, obbedire, sono esperienze molto complesse che poco hanno a che fare con le operazioni attuate dalle nuove tecnologie. In realtà, le macchine non ci parlano, non ci ascoltano, non ci rispondono, semplicemente perché non sanno nemmeno che esistiamo e non capiscono che cosa ci stanno dicendo. A nessuno di noi verrebbe in mente di affermare che il semaforo rosso ci dice di fermarci o che il suono della sveglia ci dice che è ora di alzarci. Ma la simulazione della voce umana, la rimodulazione di segnali sonori che noi comprendiamo alla stregua di un dialogo, ha trasformato in modo radicale il nostro rapporto con i nuovi artefatti tecnologici e ha dilatato l’aspetto fiduciario nei confronti dei dati e dei risultati che ci forniscono. Le macchine, per semplificare al massimo, mettono insieme una sequenza di segni alfabetici che per noi sono però “parole” dense di significato e infatti siamo in grado di valutare se le risposte sono vere o false: per i sistemi tecnologici, questi termini sono però insensati, perché il loro risultato è semplicemente esatto rispetto alla coerenza formale con cui sono stati elaborati i dati acquisiti. Per questo le macchine non mentono e non sbagliano, perché non sanno e non scelgono: eseguono i diversi percorsi resi possibili dai loro programmatori. Ma per esse vale sempre l’antico adagio: se ai software si forniscono dati spazzatura, si ottengono risultati spazzatura.

 Pensare di accedere alla verità attraverso processi logico-formali è, non dimentichiamolo, il grande sogno di una parte della filosofia, che affonda le radici nella costruzione dei modelli sillogistici. Ma tradurre il linguaggio in segni univoci, formule, numeri da assemblare, per quanto utilissimo in molti contesti del sapere, ci priva della comprensione delle sfumature della realtà e della nostra esperienza, che sono il fondamento delle domande di senso dell’esistere. Un’intelligenza sintattica, come quella delle macchine, non può sostituire un’intelligenza semantica e non dovremmo mai dimenticare che i programmatori di software sono in grado di fare una traduzione della semantica in sintassi perché, in quanto uomini, possiedono entrambe le dimensioni dell’intelligere. Noi ci fidiamo dei risultati dei nostri “calcolatori” e, per usare un gioco di parole, contiamo su di essi. E abbiamo vari motivi per farlo.

 www.avvenire.it 

venerdì 12 novembre 2021

SCUOLE E PNRR. DIAMOCI DA FARE!


 Autonomia e rendicontazione: cosa fare per non “perdere” il Pnrr

Il mondo della scuola sta per essere interessato da una serie di interventi e investimenti. Ecco quali sono priorità e strumenti più utili al rinnovamento.

Il premier Draghi nel suo recente intervento agli studenti dell’Its “Caracciolo” di Bari ha affermato che “dalla formazione non dipende solo il vostro futuro, ma quello di tutti noi. Le società più prospere sono quelle che preparano meglio i loro giovani a gestire i cambiamenti”. Il sistema formativo sta per essere investito da una serie di investimenti e interventi. Che è giusto aspettarsi dal Pnrr nel campo dell’istruzione? Che ruolo possono e debbono giocare i dirigenti scolastici? Ne abbiamo parlato con Ezio Delfinopresidente dell’associazione di presidi DiSAL.

Come affrontare oggi le complessità del sistema scolastico?

Lo si fa realizzando ambienti formativi che introducano gli studenti alla “provocazione” insita nella complessità, offrendo loro un metodo che li abiliti ad essere preparati e resilienti. Si tratta poi di ricomprendere che la transizione può avvenire solo con il coinvolgimento di tutta la comunità che ruota attorno alla vita delle scuole: studenti, docenti, dirigenti scolastici e genitori, reti e istituzioni.

Quali sono le aree di investimento di cui necessitano oggi le scuole italiane?

L’investimento sull’autonomia è lo strumento privilegiato per sviluppare strategie di rinnovamento. È poi prioritaria la manutenzione della qualità dell’insegnamento, anche attraverso la definizione di un efficace modello di selezione e formazione iniziale e in servizio dei docenti e di percorsi che ne favoriscano una carriera interna. Sarà sempre più decisivo progettare metodologie didattiche elaborate da team di insegnanti impegnati in una forte reciproca collaborazione e capaci di ideare ambienti mirati ad apprendimenti personalizzati. Determinante, infine, è la necessità di riallineare la domanda e l’offerta di competenze, soprattutto per le professioni a elevata specializzazione.

Quali priorità deve perseguire prossimamente il sistema dell’istruzione per allinearsi agli obiettivi dell’Agenda 2030 in materia di sostenibilità?

La priorità sono: la qualità degli apprendimenti, con attenzione specifica alla diffusione tra tutti i giovani di competenze per l’occupabilità e per la vita; il contenimento della dispersione scolastica; l’attenzione all’inclusione; l’apprendimento permanente per tutti, anche in risposta all’evoluzione demografica; il sostegno e il potenziamento dell’educazione civica e dei temi ambientali.

Quali le principali azioni del Pnrr per le scuole?

Il Piano prevede sei riforme entro il 2022: tra queste quella degli Its, dell’orientamento, del reclutamento degli insegnanti e della riorganizzazione del sistema scolastico. Gli investimenti riguarderanno soprattutto due ambiti: l’edilizia scolastica e i contenuti della nuova didattica. Si tratta di 17 miliardi di investimenti, di cui 5 in arrivo attraverso specifici bandi entro novembre 2021 (3 per asili e scuole dell’infanzia, 400 milioni per la riqualificazione delle mense, 300 per le palestre, 800 per le scuole nuove e 500 per la messa in sicurezza degli istituti).

Entro quanto tempo devono essere varate queste azioni?

Il rispetto degli impegni è determinante per l’assegnazione dei fondi europei. È stata istituita una specifica cabina di regia per consentire di fare il punto sull’attuazione dei singoli progetti di investimento sulla scuola e di individuare gli ostacoli che possono presentarsi in modo da poter rispettare il calendario degli impegni.

Il Pnrr come va concretizzato operativamente per favorire il rilancio del sistema di istruzione?

È importante che non sia attuato implementando soluzioni dall’alto, ma secondo una logica che integri l’aspetto “trasformativo” (in termini di innovazione/cambiamento) e quello di “rendicontazione”. Occorre inoltre che i processi di riforma che riguarderanno tutti i settori della Pa siano attuati secondo una lettura integrata e armonica dei diversi sistemi, dunque anche di quello scolastico. La realizzazione del Pnrr dovrà, infine, fare attenzione ai meccanismi di governance e al ruolo delle autonomie regionali e locali – le nuove forme di sussidiarietà – e cogliere l’opportunità del rilancio delle autonomie scolastiche.

Quali sono gli strumenti che il Pnrr dovrà tenere presente, perché funzionali alla promozione di processi innovativi nelle scuole?

Occorre promuovere radicali cambiamenti di processo basati sulla rilevazione sistematica dei risultati raggiunti nell’insegnamento, che permettano continue correzioni di rotta; sull’introduzione di strumenti tecnologici e innovazioni organizzative attuati con investimenti a lungo termine; sull’individuazione di nuovi criteri di selezione, formazione e valorizzazione del merito dei docenti, che tengano conto dell’obiettivo di promuovere attraverso l’insegnamento competenze cognitive e non.

La ricerca e la letteratura attribuiscono all’investimento sulle no cognitive skills (Ncs) una nuova frontiera sulla quale le scuole dovranno puntare. Quale è il suo parere in merito?

È questo un modo nuovo di intendere i processi educativi che tiene conto della personalità dei ragazzi e punta al pieno sviluppo della loro persona. Occorre aiutare lo studente a “imparare ad imparare” attraverso una consapevolezza critica di quanto si vuole insegnare, in un chiaro quadro di riferimento teorico delle Cs, Ncs e dei loro nessi. Occorre anche potenziare metodi educativi che valorizzino l’apporto creativo e interattivo degli studenti durante e fuori dalle lezioni. Decisivo è, poi, superare un approccio individualista all’insegnamento per un incremento delle interazioni e relazioni tra docenti, dirigenti scolastici, famiglie, studenti.

Come il profilo di una dirigenza scolastica può essere all’altezza delle nuove sfide e degli investimenti previsti?

È decisiva la promozione di una governance delle scuole che promuova innovazione e sostenibilità. Occorre che i dirigenti scolastici siano formati e messi nelle condizioni di esercitare un nuovo profilo professionale le cui aree di esercizio siano quelle proprie: le modalità formative (progettazione e realizzazione della didattica); il sistema di monitoraggio delle attività della scuola; la definizione degli obiettivi, dei loro target e della loro misurazione; la gestione delle risorse umane e l’esercizio della leadership educativa.

(Marco Tedesco)

Il Sussidiario


 

 

domenica 31 ottobre 2021

E IL CUORE DIVENTO' RADICE


  La punta delle radici, avendo il potere di dirigere i movimenti delle parti adiacenti, agisce come il cervello di un animale.

Charles Darwin, Il potere di movimento delle piante

 -         di Luigino Bruni*

-          In questa epoca di urgente cambiamento ecologico ed economico, qualcuno comincia a guardare alle piante in cerca di nuove ispirazioni, per salvare noi dal pianeta e il pianeta da noi. Perché finché si pensa alla sostenibilità restando all’interno dello stesso paradigma, si ragiona come se fosse possibile risolvere i problemi con la stessa macchina che li ha prodotti. In particolare, il sistema economico capitalistico è cresciuto secondo un modello animale. L’animale homo sapiens quando ha dovuto immaginare l’economia, la fabbrica e l’azienda, le ha disegnate a sua immagine.

Abbiamo così costruito aziende e istituzioni "animali", cioè con una forte divisione e specializzazione delle funzioni, con un "cervello" e un "cuore" da cui dipendono tutti gli altri organi. Queste istituzioni-animali hanno imparato a correre molto velocemente, sono diventate sempre più efficienti, depredando e divorando risorse. E così l’economia e il Pil sono cresciuti grazie alle folli corse di imprese e consumi, producendo risultati eccelsi; un giorno però hanno superato la soglia della cosiddetta "tragedia dei beni comuni", che stiamo osservando tutti, spettatori e vittime insieme.

L’economia non ha imitato le piante – come abbiamo scritto su queste pagine: "Nel tempo della ragnatela" (5 marzo 2016). Le piante, diversamente dagli animali, sono ancorate al suolo, e per rispondere all’estrema vulnerabilità dovuta al loro star ferme, non hanno sviluppato organi specializzati come gli animali (se non puoi scappare e hai cuore e fegato, se un animale ti mangia un organo vitale ti uccide). Hanno imparato a respirare, vedere, sentire con tutto il loro corpo. Da qui la loro grande resilienza: un animale lo uccidi colpendolo al cuore, la pianta invece può sopravvivere anche se perde l’80-90% del corpo, e un tronco mozzato può conoscere un nuovo virgulto. Nella Bibbia troviamo molte volte l’immagine dell’albero, della vigna, del seme per indicare il Popolo, la Chiesa, il Regno dei Cieli.

La vita delle piante ha molto da dire anche alle comunità carismatiche. Queste nascono da uno o più fondatori/fondatrici, che danno alla comunità carismatica una forma simile all’animale. Il fondatore è necessariamente il centro (cuore), e i singoli organi e funzioni dipendono dal centro. Questa configurazione viene poi replicata in tutte le funzioni e nelle varie comunità locali, che riproducono tutte lo stesso modello centrale. Nelle comunità carismatiche, diversamente dalle organizzazioni burocratiche (cioè "governate razionalmente dagli uffici" e non dai carismi delle persone), le responsabilità e i ruoli dipendono direttamente dal fondatore. Si creano sulla base di un rapporto totalmente fiduciario, da un patto implicito di mutuo riconoscimento. Ciò consente alla comunità di correre molto velocemente nella prima fase del suo sviluppo, di volare alto come aquila.

Ma come ci ha insegnato Max Weber, l’autorità di tipo carismatico termina con la scomparsa del leader carismatico, quando iniziano la routinizzazione del carisma e l’organizzazione burocratica. Nei secoli passati, la fase carismatica dei movimenti durava in genere poco tempo, e quindi era più semplice osservare con chiarezza le differenze tra la governance della fase carismatica e quella successiva. Nel nostro tempo, invece, i fondatori restano nelle loro organizzazioni per molto tempo. Accade così che una certa burocrazia si sviluppi mentre il fondatore è ancora alla guida della sua comunità, allo scopo di rendere ordinata e razionale quella vita comunitaria. Inizia una certa burocrazia carismatica. Ed è in questa fase di proto-istituzionalizzazione del carisma dove si addensano sfide decisive per il futuro. Perché?
Finché il fondatore è in vita, l’organizzazione che nasce è inevitabilmente pensata attorno al ruolo centrale e unico del fondatore. Non potrebbe svilupparsi diversamente. I problemi però nascono perché queste prime forme organizzative ibride carisma-istituzione passano alla generazione post-fondatore come parte essenziale dell’eredità immodificabile del carisma. I primi otri e il vino diventano quasi la stessa cosa. E così quando il fondatore esce di scena, chi lo sostituisce si ritrova dentro una organizzazione pensata "da e per" il fondatore. Deve interpretare un ruolo per il quale non ha le risorse, perché semplicemente quel ruolo pensato dal fondatore è possibile soltanto per il fondatore.

Il successore si ritrova al centro di tutte le connessioni e le circolazioni della comunità, senza poter essere nelle condizioni per poterle gestire. Il fondatore aveva doti e caratteristiche spirituali e umane che erano uniche in quanto fondatore. Il suo successore, invece, non può e soprattutto non deve svolgere la stessa funzione di cuore della sua comunità – e se lo fa crea una nuova comunità. Ma se si ritrova dentro la stessa governance del fondatore, inevitabilmente iniziano i problemi. Si verificano ritardi decisionali e ingorghi gestionali vari nello svolgimento del lavoro ordinario. E la quasi totalità delle risorse viene impiegata per la gestione delle dinamiche interne e così non restano energie libere per pensare strategicamente al futuro: un oggi ingestibile si mangia il domani.

Ciò si verifica perché quando il fondatore inizia a scrivere la regola e quindi il ruolo del presidente e del governo della sua comunità, ha in mente sé stesso e il suo governo, e prende la sua esperienza di fondatore-presidente per disegnare la figura dei futuri presidenti e il futuro governo. Gli esperti gli ricordano che il futuro presidente non potrà svolgere le stesse funzioni del fondatore, e spesso è lo stesso fondatore ad averne coscienza; ma la comunità e il fondatore non hanno altro materiale che il passato e il presente. Così la regola comunitaria finisce inevitabilmente per essere una foto della realtà che la scrive.

Questa è una delle ragioni della fatica che fanno oggi movimenti e comunità a gestire la fase post-fondazione, per non riuscire a "suonare" lo spartito lasciato loro in eredità. Che fare dunque? Se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo dire che l’organizzazione generata e voluta dal fondatore in un certo senso muore il giorno dell’uscita di scena del fondatore, muore con la morte del suo cuore. È questa la prima, decisiva e inevitabile vulnerabilità dell’organizzazione-animale generata dalla prima fase. Non muore il carisma, muore solo la prima organizzazione che quel carisma aveva generato. Ma – e questo è il punto – se non muore la prima organizzazione può succedere che al suo posto muoia il carisma.


Per evitare equivoci occorre tenere ben presente che nella tradizione e spesso anche nella regola che scrive un fondatore, c’è una parte che riguarda la forma di vita della nuova personalità spirituale (individuale e collettiva) che il carisma porta sulla terra, che può cambiare nel tempo solo in aspetti molto marginali. Ma nelle tradizioni scritte e orali delle comunità spirituali (soprattutto di quelle moderne) c’è quasi sempre anche la descrizione delle regole di governance e dell’organizzazione pratica della comunità. In questa seconda parte ci sono pure dimensioni carismatiche fondative e originali che non vanno perse (una comunità carismatica ha un bisogno essenziale di una governance coerente con il carisma che l’ha generata); ma ci sono anche prassi e regole che sono state pensate sulla misura del fondatore e della sua "organizzazione-animale", e se non cambiano finiscono presto per bloccare lo sviluppo della comunità. Operazione (forse) facile a dirsi ma difficilissima a farsi, perché i discepoli del fondatore tendono per istinto a considerare intoccabile e "sacra" l’intera regola e tradizione, soprattutto se a pensarle è stato lo stesso fondatore.

Da qui la proposta. Tornando alla nostra analogia, nella fase di passaggio dal fondatore ai suoi successori, l’organizzazione carismatica dovrebbe trasformarsi da organizzazione-animale a organizzazione-pianta. Dopo il fondatore, la comunità può sostituirlo con un presidente, cambia cuore e lascia la governance di prima: questa soluzione non funziona perché non può funzionare. Ma può anche decidere di cambiare molto per salvare l’essenziale. E quindi mette mano alla parte "pratica" della regola, e crea una governance vegetale. Distribuisce le funzioni, prima addensate nel centro, in tutto il corpo, e crea una vera governance sussidiaria. Come quella delle piante, dove un attacco di un parassita su una foglia viene risolto prima dalla singola foglia, se questa non riesce subentrano le foglie vicine, poi l’intero ramo, e solo infine i rami più lontani e qualche volta gli alberi vicini. Impara a respirare, pensare, sentire con tutto il corpo. Detto per inciso, le comunità monastiche nascono simili alle piante: il loro centro non è il fondatore né, tantomeno, l’abate. La loro radice è la regola, e così molti monasteri hanno vissuto e vivono per secoli, come i grandi alberi.

Come si fa ad assicurare l’unità di una organizzazione-pianta? Anche le piante hanno un loro governo non meno efficiente di quello degli animali, ed è concentrato soprattutto nel loro codice genetico e, per certe funzioni, nelle radici. Nelle generazioni successive al fondatore, l’unità della comunità e il governo delle decisioni più importanti sono affidate al Dna e alle radici del carisma. Le comunità carismatiche possono farlo, perché diversamente dalle imprese, loro non hanno dipendenti: hanno persone con vocazioni, quindi con lo stesso Dna spirituale del fondatore (un francescano ha lo stesso "codice genetico" di Francesco, non lo impara ma lo scopre, perché era già nell’anima). Sono allora le sue persone la prima garanzia che la comunità avrà futuro - qui la loro forza, qui la loro vulnerabilità. Molto di ciò che prima faceva il cuore, ora lo potrà fare tutto il corpo se il carisma diventa radice. Sottoterra, invisibili, le radici sostengono e alimentano tutto l’albero, sentono e, come un cervello diverso, inviano messaggi a tutta la pianta, in dialogo con la terra. Non commettiamo l’errore di pensare che le radici siano il passato, magari immutabili e statiche; nelle piante le radici sono anche il passato, ma soprattutto sono il presente e il futuro. Se un carisma riesce a diventare pianta è resiliente alle crisi, diventa molto difficile farlo morire. Deve però rallentare, sviluppare nuovi sensi, crescere in profondità, conoscere tutto il bosco e imparare nuovi linguaggi per cooperare con alberi diversi.

Le piante hanno sviluppato la loro resilienza per rispondere alle sfide dell’ambiente: una grande vulnerabilità dovuta al loro ancoraggio al suolo le ha costrette a darsi organizzazioni molto diverse da quelle del regno animale, per poter vivere. Quella vulnerabilità che nasceva dal non potersi muovere è diventato il loro vantaggio evolutivo. Quando i fondatori scompaiono, l’ambiente cambia profondamente, e si sperimenta una nuova e diversa vulnerabilità. La saggezza delle piante può suggerirci come trasformare la debolezza in fortezza, e continuare la vita: «È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo» (Salmo 1,3).

 

*l.bruni@lumsa.it – Docente di Etica e cultura d’impresa, LUMSA Roma

www.avvenire.it 




 

giovedì 21 maggio 2020

AIMC. SCUOLA: COME RIPARTIRE A SETTEMBRE?


PROPOSTE 
PER L’AVVIO DELL’A.S.2020/2021

La situazione che stiamo vivendo ci sta insegnando che in situazioni complesse e impreviste le carte vincenti per trovare soluzioni sono la sinergia, la corresponsabilità, la chiarezza delle indicazioni nazionali e la traduzione operativa territoriale delle stesse, la creatività, il coraggio delle scelte.
Se in questi mesi l’attenzione prioritaria è stata giustamente rivolta ai sistemi sanitario ed economico, nei prossimi mesi il Paese dovrà, necessariamente ripartire dall’Istituzione Scuola. Sia per l’importanza strategica in termini di investimento sul futuro, sia in termini di popolazione coinvolta quotidianamente direttamente e indirettamente dall’attività scolastica. Ogni giorno, infatti, fra alunni, famiglie, personale scolastico, refezione, servizi, quasi metà della popolazione italiana gravita intorno alla scuola.
Venendo incontro alla richiesta della Commissione ministeriale di esperti presieduta dal Prof. Patrizio Bianchi le proposte dell’AIMC saranno presentate in modo schematico.

Dimensione Didattica
§ Ciascuna Istituzione scolastica dovrà riprogettare la propria offerta formativa considerando l’eccezionalità dell’esperienza di didattica a distanza dell’intera seconda metà dell’a.s. che si avvia a conclusione. L’autonomia scolastica consentirà di predisporre percorsi didattici di consolidamento e supporto per tutti gli alunni ma soprattutto di quelli più fragili – pensiamo agli alunni con disabilità e gli altri con Bisogni Educativi Speciali o che hanno subito traumi da lutto - che hanno maggiormente risentito della mancanza della scuola in presenza.
§ Particolare attenzione dovrà essere riservata soprattutto nei primi mesi al recupero della socialità in presenza facendo in modo che l’eventuale distanziamento sia solo fisico e non relazionale.
§ Si dovranno curare le soft skills considerando che quello che i nostri alunni hanno vissuto, direttamente o attraverso i media, ha avuto, con diversa gradazione, ripercussioni su tutti e quindi non può essere che il punto di ripartenza. Si dovranno prevedere anche “spazi” e “momenti” di lavoro sulle emozioni e sull’elaborazione di quanto è successo.
§ La sinergia con le famiglie, in parte rafforzatasi con la didattica a distanza, dovrà essere ulteriormente coltivata organizzando momenti di confronto e ulteriore condivisione dei percorsi.
§ Sarà necessaria una adeguata integrazione degli organici anche in un’ottica di
sdoppiamento di classi e organizzazione in gruppi-classe.
§ Gli esami di Stato di fine a.s. 2020/2021 dovranno tener conto dell’eccezionalità degli ultimi
due anni di precorso.
§ La formazione dei docenti sarà ancor di più da implementare quale leva di sviluppo di una rilettura della professionalità alla luce delle esigenze che la pandemia e l’endemia futura hanno con forza evidenziato ed evidenzieranno. In questo le Associazioni professionali, che sono state al fianco dei colleghi in questi mesi, dovrebbero avere un ruolo significativo.

Dimensione sicurezza
§ Sono necessarie linee guida chiare e precise da parte del Ministero della Salute per la sicurezza sanitaria di alunni e lavoratori scolastici. Le indicazioni dovranno tener conto del livello di fattibilità e delle diverse età, gradi di autonomia dei soggetti coinvolti, specificità del contesto scolastico.
§ Si dovrà tener conto nella gestione dei trasporti pubblici della esigenza di rafforzare le linee a servizio dei complessi scolastici. Questo perché la riduzione della capienza dei passeggeri potrebbe causare notevoli difficoltà a carico degli studenti in mobilità cittadina ed extracittadina con il conseguente ricorso al trasporto privato e ulteriore congestionamento del traffico.
§ In ogni Istituzione scolastica, o almeno in reti prossime territoriali di scuole, dovrà essere presente almeno un operatore sanitario.
§ Dovrà essere rafforzato sensibilmente l’organico del personale non docente i cui compiti dovranno essere ridefiniti in sede di contrattazione.
§ Ogni scuola dovrà essere fornita di tutte le dotazioni per la protezione del personale secondo le indicazioni e prescrizioni INAIL considerando la specificità del lavoro scolastico.
§ Per gli alunni e il personale dovranno essere previsti ad intervalli regolari tamponi e altri mezzi di diagnosi precoce e rigidi protocolli di attivazione dell’assistenza sanitaria.

Dimensione logistica
§ Il “distanziamento sociale”, se previsto dalle indicazioni del Ministero della Salute, comporterà la necessità dell’ampliamento di almeno 1/3 degli spazi scolastici. Per ovviare ci sarà la necessità di attivare una “scuola diffusa di comunità” utilizzando tutti gli spazi idonei reperibili in prossimità dei corpi principali scolastici. Una risorsa notevole, in considerazione del fatto che sono già a norma e predisposti a fini educativi, può essere rappresentata dalle scuole del sistema pubblico paritario che, in molti casi, dispongono di spazi adeguati ed in eccedenza. In altri casi, sarà necessario il supporto della protezione civile per predisporre strutture di emergenza temporanee o per l’adeguamento rapido di strutture preesistenti ma indirizzate ad altra destinazione d’uso.
§ Il “distanziamento sociale” rappresenta, soprattutto per la scuola dell’infanzia e per le prime classi della scuola primaria, un “controsenso educativo”. Dovendo però fare i conti con la realtà e le esigenze primarie di tutela della salute, ogni Istituzione scolastica in base alla propria autonomia, potrà prevedere l’organizzazione didattica per piccoli gruppi.
§ La didattica a distanza va considerata una conquista per il nostro sistema scolastico. Va implementata, per esempio con la diffusione della flipped classroom, anche in considerazione di eventuali, non escludibili, nuove fasi di momentaneo lockdown.
§ Solo per la scuola secondaria di secondo grado, ove esigenze logistiche di sicurezza lo imponessero, è prevedibile, nella progettazione autonoma delle scuole, la divisione in gruppi classe con una parte in presenza e una a distanza collegata in aula virtuale a periodi o giorni alterni.

Dimensione della Governance
§ Avendo solo 90 giorni per predisporre l’avvio del prossimo anno scolastico c’è la necessità di una cabina di regia nazionale che dia chiare indicazioni valide su tutto il territorio e di cabine di regia territoriali di cui facciano parte i dirigenti scolastici coinvolti. Solo una progettualità condivisa e la sinergia inter-istituzionale potranno fornire l’adeguata governance dei processi e la rapida predisposizione di soluzioni.
§ I Dirigenti scolastici non possono essere abbandonati a responsabilità di natura eccezionale. È necessaria una adeguata assunzione di responsabilità ai livelli istituzionali superiori o la modifica, temporanea, del sistema di responsabilità dirigenziale. Stessa cosa per il personale docente.
In conclusione, siamo convinti che il prossimo sarà un anno difficile e unico come lo è stato questo fine anno scolastico, ma la Scuola italiana ha dimostrato e dimostrerà ulteriormente, se sarà messa nelle giuste condizioni, di continuare ad essere un punto di forza da cui partire per un Italia sempre migliore al servizio della crescita dei propri cittadini.

Alla Commissione e al suo Presidente va il grazie dell’AIMC per il lavoro, complesso e di grande responsabilità, che svolge e svolgerà.



La Presidenza nazionale AIMC