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venerdì 24 aprile 2026

L'ORA DI RELIGIONE

 



 Ascoltare

 il cuore 


di tutti. 




Contesi tra la pressione dell’Intelligenza artificiale e la sete di senso e di vita interiore, i ragazzi a scuola cercano maestri autentici. Il confronto tra il cardinale e il ministro al Meeting nazionale degli insegnanti di religione

Il dialogo tra il cardinale Zuppi e il ministro Valditara (in collegamento) durante il Meeting degli insegnanti di religione

di Alessia Guerrieri

 

A loro i ragazzi rivolgono le domande più profonde, alle volte anche spiazzanti. Non di rado la loro lezione tra gli studenti di una classe diventa, appunto, l’ora del dialogo e del confronto su grandi questioni della vita interiore, sul rapporto tra religioni, sulla pace. L’insegnante di religione infatti, ancor più in un momento di grandi cambiamenti per la società, diventa così quel “costruttore di ponti” e “costruttore di senso” – anche sul fronte della spiritualità – per una generazione che ha immensa sete di risposte. Un cuore insomma che parla al cuore, in una sorta di laboratorio quotidiano di cultura e dialogo. Non a caso è proprio questo il titolo scelto per il terzo meeting nazionale degli insegnanti di religione – “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo” – promosso dal Servizio nazionale per l’Insegnamento della religione cattolica della Cei, in corso fino a domani a Roma che si concluderà con l’udienza di papa Leone XIV. Un momento di confronto, ancor più alla luce della Nota pastorale della Cei in materia arrivata a quarant’anni dall’Intesa che dava attuazione all’Accordo di revisione del Concordato in tema di Insegnamento della religione cattolica. Certo, i tempi da allora sono cambiati e con essi anche le sfide che la scuola e gli insegnanti sono chiamati ad affrontare, con percorsi didattici innovativi.

In questo quadro il ruolo degli insegnanti di religione è «fondamentale», perché «siete chiamati a rispondere alle domande più profonde dei nostri ragazzi», a intercettare i loro bisogni, a trovare gli spazi «che li aiutino a rafforzare le relazioni, voi avete un capitale tra le mani». Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, dialogando (anche se a distanza) con il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, ricorda difatti il ruolo dell’insegnante di religione che è quello di «insegnare a capire il senso della vita», disposto a cambiare modalità di ascolto, perché «se noi adulti affiniamo l’udito sapremo ascoltare le domande anche spirituali che arrivano dai nostri ragazzi, che hanno bisogno di veri maestri». L’arcivescovo di Bologna poi aggiunge come sia «troppo poco conosciuto – e invece dovremmo rivendicarlo di più – il grande patrimonio che c’è nell’insegnamento della religione, l’ora del dialogo che serve a tutti», visto che anche le schede sulle altre fedi sono state redatte proprio insieme ai rappresentati delle religioni. Tra le sfide per il futuro il cardinale Zuppi vede l’Intelligenza artificiale, «uno strumento che non va demonizzato, va usato, ma non dobbiamo esserne usati. Per questo dobbiamo aiutare i ragazzi a utilizzare lo strumento, altrimenti è molto pericoloso».

Dal canto suo il ministro Valditara, nel ringraziare gli insegnanti di religione per il delicato compito che svolgono, ha sottolineato come sia complesso «educare all’empatia, che è sì analisi della vita interiore intesa anche come spiritualità, ma è pure saper entrare in rapporto con l’altro per saper gioire e soffrire con gli altri. Questa è la sfida della scuola perché formare la vita interiore serve a far crescere la comunità». La società e i ragazzi – prosegue il ministro – «hanno bisogno della vostra lettura della quotidianità e della profondità di pensiero che viene dalla vostra formazione, e di rispondere al bisogno di spiritualità che i giovani chiedono.

Da qui l’importanza della formazione e di vivere questo mestiere come una “vocazione”. Ancor più perché nei prossimi anni andranno in pensione circa 5mila insegnanti, per sostituire i quali non sono sufficienti i nuovi formati. «Voi – ha ricordato nel suo saluto il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Baturi – avete un forte strumento che è l’educazione, capace di trasformare il mondo. I giovani, che hanno enormi potenzialità, hanno bisogno di adulti che parlino al loro cuore, che non significa offrire nozioni ma insegnare la capacità di dare significato all’esperienza della vita». Oggi perciò c’è la necessità di riconoscere la peculiarità dell’insegnamento della religione cattolica. Tra le sfide che così vede monsignor Claudio Giuliodori, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, c’è innanzitutto quella di «valorizzare il laicato come missione nel mondo, e quale miglior servizio se non l’insegnante di religione? Altra sfida è la formazione, perché si è credibili solo se il messaggio portato è di qualità. Serve inoltre trovare la formula per riallacciare i legami con la comunità ecclesiale, sentendosi ognuno con le proprie competenze parte di un progetto più ampio».

Occorre, aggiunge infine il responsabile del servizio nazionale Cei per l’Irc don Alberto Gastaldi, che l’insegnante sia innanzitutto «testimone di vita, testimone di fede».

www.avvenire.it

martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

Alzogliocchiversoilcielo

lunedì 8 dicembre 2025

FORMARE COSCIENZE DI PACE


 A partire dalla Nota di Zuppi:


Il testo del cardinale Matteo Zuppi sulla Nota della CEI “Educare a una pacedisarmata e disarmante” nasce dentro un tempo di guerre diffuse e di violenza quotidiana. Non è un commento teorico, ma una consegna: il Signore ci dona la sua pace, e nello stesso tempo ce la affida. È un dono da custodire e una responsabilità da assumere.

Seguendo il suo intervento punto per punto, si vede emergere un vero percorso pedagogico: dalla radice evangelica della pace alla lettura severa del presente, fino al compito concreto di trasformare comunità, istituzioni e relazioni in “case di pace”.

1. La pace come dono e compito

Zuppi parte dal Vangelo: la pace non è semplicemente assenza di conflitti, ma il volto stesso di Dio consegnato agli uomini. Gesù chiama «beati gli operatori di pace» perché assomigliano al Padre; la pace, dunque, non è un accessorio spirituale, ma l’identità del cristiano.

Per questo – ricorda – i credenti non possono limitarsi a desiderare la pace: devono coltivare una vera “cultura di pace”. È una cura quotidiana, una preoccupazione costante per tutti, credenti e uomini di buona volontà, perché la pace non riguarda solo i fronti armati ma il modo in cui viviamo, parliamo, lavoriamo, costruiamo rapporti.

2. Le comunità come “case della pace e della non violenza”

Zuppi riprende l’idea – cara al magistero recente – che ogni comunità cristiana dovrebbe diventare una “casa della pace e della non violenza”.

Che cosa significa, in concreto?

• un luogo dove si impara a disinnescare l’ostilità con il dialogo;

• dove la giustizia non è parola astratta ma stile di vita;

• dove il perdono viene custodito come risorsa umana e spirituale, non come debolezza.

La parrocchia, l’associazione, il gruppo di volontariato, la famiglia credente: tutti possono essere piccoli laboratori in cui si sperimenta che un altro modo di stare insieme è possibile. Se le comunità non diventano scuole di pace, il Vangelo resta una predicazione disincarnata.

3. La Nota della CEI: continuità e novità

Per dare forma concreta a questo compito, la Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace – insieme a teologi e teologhe che da anni riflettono su questi temi – ha preparato la nuova Nota pastorale.

Zuppi ricorda che non si parte da zero: già nel 1998 la CEI aveva pubblicato Educare alla pace. Oggi, però, è necessario un passo ulteriore: parlare di una pace “disarmata e disarmante”.

• Disarmata, perché rifiuta la logica delle armi come soluzione ai conflitti.

• Disarmante, perché smonta le giustificazioni culturali, economiche, politiche che rendono la guerra “accettabile” o inevitabile.

La Nota è stata approvata dall’assemblea della CEI ad Assisi: non è quindi solo il pensiero di alcuni esperti, ma una parola assunta collegialmente dai vescovi italiani.

4. Cristo «nostra pace» e la dottrina sociale della Chiesa

Il cuore del documento – e del commento di Zuppi – è la centralità di Cristo. Non esiste un discorso cristiano sulla pace che prescinda dal suo modo di vivere e di morire.

Chiamare Gesù «nostra pace» significa:

• riconoscere che la riconciliazione parte dalla croce, dove l’odio viene vinto non con altra violenza ma con il dono di sé;

• capire che ogni annuncio cristiano deve portare dentro di sé un impegno concreto per la concordia, la giustizia, la vicinanza agli ultimi.

Zuppi mostra come la Nota si collochi nel solco della dottrina sociale della Chiesa: non è solo un testo spirituale, ma un’analisi lucida della realtà, delle sue ferite, delle sue strutture di ingiustizia. La pace, per la tradizione cristiana, è sempre legata alla giustizia; non c’è pace vera dove le disuguaglianze esplodono e i diritti di molti vengono sacrificati per gli interessi di pochi.

5. Le “inutili stragi” del nostro tempo

Da qui il cardinale passa a leggere la situazione attuale. Il mondo è segnato da «inutili stragi» – espressione che evoca le parole già usate contro le carneficine della prima guerra mondiale – e oggi riguarda soprattutto civili e bambini.

 

Zuppi denuncia tre grandi malattie:

1. La logica della deterrenza armata

L’idea che la sicurezza si fondi sull’accumulare armi sempre più sofisticate e distruttive. È una mentalità che sposta risorse enormi verso l’industria bellica e alimenta un clima di paura permanente.

2. La violenza diffusa

Non solo sui fronti di guerra, ma nelle città, nei linguaggi d’odio, nelle relazioni segnate da aggressività, nel bullismo, nella violenza domestica. Quando la violenza diventa “normale”, i giovani ne restano affascinati: non la percepiscono più come scandalo ma come modo di affermarsi.

3. L’economia che si abitua alla guerra

Il mercato degli armamenti influenza la politica, orienta scelte di bilancio, crea interessi che hanno bisogno del conflitto per continuare a prosperare.

Di fronte a tutto questo Zuppi non si rassegna: proprio per questo, dice, è urgente un rinnovato annuncio di pace, e la Nota intende essere un piccolo strumento per suscitare coscienze critiche, comunità vigili, cittadinanza responsabile.

6. La voce comune delle Chiese: la Dichiarazione congiunta

Il testo fa memoria anche di una Dichiarazione congiunta recente del Papa e del Patriarca ecumenico. Insieme chiedono il «dono divino della pace sul nostro mondo» e sottolineano che, in tante regioni, conflitti e violenze continuano a distruggere vite innocenti.

Non si tratta solo di parole: è una chiamata diretta a chi ha responsabilità politiche e civili perché faccia tutto il possibile per fermare le guerre e per avviare percorsi di riconciliazione. Zuppi insiste su questo punto: la pace non è un sentimento privato, ma una responsabilità pubblica.

L’unità delle Chiese – quando si esprime in una voce concorde contro il riarmo e la corsa alle armi nucleari – diventa un segno profetico, una provocazione rivolta ai governi e alle opinioni pubbliche.

7. La Parola di Dio come scuola di riconciliazione

La seconda parte della Nota – e del commento di Zuppi – indica il fondamento biblico e teologico della pace.

Dalla Scrittura e dal Magistero emerge una visione di riconciliazione e convivenza tra i popoli, continuamente minacciata dal peccato non solo come fragilità personale, ma anche come strutture di ingiustizia: economie che escludono, sistemi politici violenti, culture che legittimano l’odio.

Mettersi alla “scuola della pace” significa, allora:

• lasciarsi educare dalla Parola di Dio a gesti concreti di misericordia e perdono;

• imparare a vedere il mondo con lo sguardo delle vittime, non solo con quello dei vincitori;

• riconoscere che la conversione parte dal cuore ma domanda scelte sociali, economiche, politiche coerenti.

8. Diventare “case di pace”: i luoghi concreti

Zuppi individua alcuni ambiti privilegiati in cui questa educazione può prendere corpo:

• La preghiera

Non fuga dal mondo, ma grido ostinato che invoca la pace come dono di Dio e sostiene la speranza quando la storia sembra smentirla.

• La famiglia

Primo laboratorio di relazione, dove si impara ad ascoltare, a chiedere scusa, a gestire i conflitti senza distruggere l’altro. Una famiglia ferita può diventare comunque scuola di pace se sceglie la via del rispetto.

• La scuola

Luogo dove si imparano le parole, e quindi anche il linguaggio della non violenza. L’educazione civica, la memoria storica, l’incontro con culture diverse possono aiutare a spegnere alla radice l’odio e il razzismo.

• La società civile e la politica

Qui, dice Zuppi, la pace deve tradursi in visioni di sviluppo e di solidarietà: politiche che non alimentino la corsa agli armamenti, che contrastino la proliferazione nucleare, che investano in salute, educazione, lavoro dignitoso. Sono “i nomi nuovi” della pace.

Sono grandi cantieri aperti, nei quali occorre formare coscienze illuminate da un ideale alto, capace di resistere al cinismo e alla rassegnazione.

9. Il modello di Francesco d’Assisi

Per sostenere questo cammino, Zuppi affida la Chiesa italiana alla scuola di Francesco d’Assisi. Dopo otto secoli, la sua figura rimane sorprendentemente attuale: un uomo disarmato e disarmante, capace di parlare al sultano nel pieno delle crociate, di abbracciare il lebbroso, di riconciliare nemici.

Il cardinale richiama un passo della Vita Prima di Tommaso da Celano: Francesco, prima di annunciare il Vangelo, augurava sempre la pace dicendo «Il Signore vi dia la pace» e, con quella benedizione, molte persone che rifiutavano sia la pace sia la propria salvezza finivano per abbracciare la pace con tutto il cuore.

È l’immagine di un annuncio che non impone, ma convince; non schiaccia, ma guarisce. Diventare “figli della pace” significa lasciare che questa benedizione attraversi le nostre parole, i nostri gesti, le nostre scelte pubbliche.

10. Formare coscienze, non solo firmare documenti

Alla fine, l’articolo di Zuppi è un invito a non accontentarsi di dichiarazioni solenni. La pace si costruisce:

• formando coscienze capaci di resistere alla logica dell’odio;

• educando i giovani a non lasciarsi sedurre dalla violenza;

• costruendo reti di cooperazione tra comunità cristiane, altre religioni, società civile e istituzioni democratiche;

• scegliendo, anche come cittadini, politiche e stili di vita che non alimentino le “inutili stragi” del nostro tempo.

 

La Nota Educare a una pace disarmata e disarmante diventa così non solo un documento da studiare, ma una mappa di conversione: per le parrocchie, le famiglie, le scuole, le associazioni, i movimenti, i singoli credenti.

Zuppi ci ricorda che la pace non è un’utopia ingenua: è una via umile, fatta di gesti quotidiani che intrecciano pazienza e coraggio, ascolto e azione. Sta a noi decidere se restare spettatori preoccupati o diventare davvero, come lui dice, artigiani di concordia contro tutte le inutili stragi.

 www.avvenire.it 

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venerdì 5 dicembre 2025

I GIOVANI E LA SPERANZA


 Il cardinale Zuppi: 

per i ragazzi serve un’alleanza sociale

 per la speranza

L’intervento del presidente della Conferenza episcopale italiana al convegno di studio ‘Giovani e dipendenze’ promosso, il 3 dicembre a Roma, dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile. Da gennaio un percorso di ascolto unirà per un anno Cei, Caritas, comunità terapeutiche e di accoglienza

 

- Giovanni Zavatta – Città del Vaticano

C’è un problema grave in Italia, forse sottovalutato, che «sembra invisibile», e riguarda i giovani. Prende vari nomi (alcol, cannabis, sigarette elettroniche, psicofarmaci, gioco d’azzardo, smartphone, pornografia) ma in tutti i casi nasconde disagio, solitudine, sofferenza. E «la sofferenza è un grido: dobbiamo ascoltarlo e capire cosa ci chiede». C’era anche il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Maria Zuppi, ieri 3 dicembre al seminario di studio Giovani e dipendenze promosso a Roma dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile. L’occasione per un confronto e una riflessione sulle dipendenze giovanili ma soprattutto per proporre strumenti concreti e costruire alleanze. Non solo parole, quindi, ma fatti che a partire dal gennaio del 2026 si espliciteranno in un percorso di ascolto promosso assieme da Cei, Caritas Italiana, Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche) e Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti), attraverso laboratori territoriali ai quali parteciperanno studenti, famiglie, insegnanti, educatori e referenti diocesani: ascolto dei giovani, raccolta delle buone prassi nei territori, successiva lettura dei dati, restituzione finale nel dicembre del 2026, come hanno spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, ed Elisabetta Piccioni, responsabile comunicazione della Fict.

La diffusione di sostanze illegali

«Dobbiamo lasciarci ferire dalla sofferenza delle persone», ha detto Zuppi: «Non bastano calmanti ai problemi, servono progetti che liberano davvero. La repressione da sola non risolve le dipendenze, ci vuole un’alleanza sociale per la speranza. La complessità non si affronta con semplificazioni o polarizzazioni. Serve conoscenza, coraggio e pazienza. Non possiamo perdere gli “incubatori” di umanità: la loro esperienza e motivazione sono un tesoro», ha aggiunto il presidente della Cei citando lo sport come «grande via di socializzazione». Walter Nanni, sociologo Caritas, ha ricordato dati preoccupanti: tra i ragazzi fra i 15 e i 19 anni l’uso di sostanze legali e illegali è diffuso, soprattutto fra i maschi, mentre molte femmine utilizzano psicofarmaci senza prescrizione. Senza parlare dei giovani che, specialmente nei fine settimana, si stordiscono con superalcolici e droghe pesanti.

Coinvolgere i giovani

«Per ricostruire insieme bisogna avere il coraggio di rimettere in discussione il sistema», ha osservato Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana comunità terapeutiche. Per anni, ha quindi indicato, è stato costruito «un modello fatto di categorie, settori, comparti; un modello frammentato che non parla più ai ragazzi e non parla più tra sé». Ciò che serve oggi, è il coraggio «per rimettere in discussione i presupposti su cui abbiamo costruito i nostri servizi e i nostri percorsi educativi. E farlo non da soli, ma insieme ai giovani, coinvolgendoli davvero nella costruzione dei percorsi, nelle scelte, nelle visioni». Tutto questo significa, ha proseguito Squillaci, fare dei ragazzi non più destinatari passivi, quanto parte integrante del processo, «creando luoghi veri, laboratori, tavoli, spazi di confronto, in cui dirci le cose con sincerità. Perché senza verità non si costruisce nulla. Altrimenti continueremo a immaginare un mondo di cartone, dove persino il Covid non ci ha insegnato il senso del limite e della finitezza. E rischiamo di offrire ai giovani una vita senza fine e quindi senza un fine. Ripartire dalla verità, dalla relazione e dalla co-costruzione è l’unico modo per ricominciare davvero». 

Di fronte ad un fenomeno così complesso e diffuso serve quindi un approccio integrato, mettendo assieme uffici, parrocchie, gruppi e realtà ecclesiali, il che «non è solo una strategia efficace ma un dovere verso i nostri giovani».

Vatican News

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lunedì 24 novembre 2025

ARTIGIANI DI COMUNITA'

 


UNA SFIDA PER LE ASSOCIAZIONI

«Essere artigiani 

di amicizia,

 di fraternità, 

di relazioni autentiche »


«L’amicizia può veramente cambiare il mondo» 

perché «è una strada verso la pace».

Leone XIV

-        -         di MATTEO LIUT

-          Che lo vogliamo o no, siamo tutti intrinsecamente costruttori di comunità, ma non esiste un modo univoco di esserlo, come dimostra un certo stile oppositivo di fare gruppo oggi, che spesso definisce i perimetri dell’appartenenza guardando agli altri quasi come “nemici” da combattere. 

Ecco perché la Chiesa, con questo suo insistere sulla “sinodalità” – inteso come stile che esprime la fraternità mentre si percorre un cammino assieme – nel nostro tempo può avere un ruolo così determinante e profetico in tutti gli ambiti della società. Siamo, infatti, inevitabilmente tutti portatori di comunità e lo siamo dal momento in cui arriviamo ad abitare questo mondo fino a quando chiudiamo gli occhi per sempre: la nostra nascita genera comunità, crea legami, alimenta relazioni, convoca una famiglia; ma anche la nostra morte genera comunità, raduna amicizie e parentele, affida a chi resta una memoria condivisa. E così tutto quello che sta nel mezzo: generiamo comunità andando a scuola o al lavoro, scandendo con riti e celebrazioni i momenti di passaggio della nostra vita, usando gli strumenti della comunicazione digitale. E le scienze ci insegnano che anche la nostra base biologica e anatomica, come quella psichica e affettiva, è un’esperienza comunitaria, ovvero una dinamica collettiva dove ogni elemento funziona perché è in relazione con gli altri.

Siamo destinati alla comunità anche dentro il rapporto più intimo e apparentemente esclusivo tra due persone che si amano: gli innamorati sentono che il loro sentimento chiede loro di essere testimoni di bellezza e di non trattenere per sé ciò che si prova. È innegabile, quindi, che la comunità nell’esistenza umana esiste come qualcosa di connaturale e inevitabile.

Ma questo, appunto, non significa che sappiamo in modo naturale come si costruisce una comunità in grado di essere radice di futuro. Dove imparare a farlo, quindi? E dove imparare a orientare la nostra natura comunitaria verso un progetto più grande, che sappia rispondere alla nostra inesauribile sete di senso, al bisogno primario di essere amati?

Rimanere senza una mano che accompagna in questo cammino genera quello che il Papa ha descritto ieri nel suo discorso davanti ai vescovi italiani, riuniti ad Assisi per la loro 81ª Assemblea generale: «La solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro». Parole cui Leone XIV fa seguire l’invito a dare forma ciò a cui la Chiesa è chiamata «dalla Parola e dallo Spirito»: «Essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche». Espressioni in piena consonanza con quelle pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione all’Assemblea e nella conferenza stampa di chiusura. L’appello a essere costruttori di comunità non ha solo a che fare con la radice storica e teologica dell’agire della Chiesa nel tempo dell’umanità (Dio stesso è comunità, è Padre, Figlio e Spirito Santo e il mandato del Risorto è quello di fare di tutti gli esseri umani un’unica comunità battezzata, cioè, immersa, nella vita di Dio), ma è snodo fondamentale per continuare ad alimentare la vita della stessa della comunità dei credenti. 

Farsi compagni delle donne e degli uomini non per “indottrinarli” ma per camminare con loro nel viaggio di scoperta della radice infinita della loro stessa esistenza è il primo necessario compito ecclesiale. Ecco perché alimentare la sinodalità oggi è così “strategico” e Zuppi ha voluto chiedere risposte chiare, concrete e opportune al Cammino sinodale compiuto in questi anni dalla Chiesa italiana: è in questo stile che sta la profezia delle comunità ecclesiali. Dietro c’è la consapevolezza che contribuire a dare forma a una società più fraterna e solidale, a un’economia di comunione, a una politica della speranza che dà voce agli ultimi, è la condizione fondamentale per aiutare le persone a incontrare Dio. 

Sì, perché l’esperienza comunitaria, dentro la Chiesa, non è fine a se stessa, la compagine ecclesiale non è un partito, non è un club, un gruppo d’interesse, una rete sociale, che si alimenta della propria stessa identità, ma è uno strumento pensato per portare all’incontro con Cristo. 

Una relazione, questa sì, che è intima e personale e che motiva la responsabilità individuale nel mondo: i cristiani vivono in comunità ma non delegano al gruppo, sperimentano la condivisione ma si fanno carico in prima persona degli altri, agiscono insieme ma rispondono di sé stessi.

 La sinodalità, insomma, vissuta alla luce del Vangelo, forma cittadini adulti. E quindi società aperte al futuro.

 

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martedì 23 settembre 2025

EDUCARE, RESISTENZA RIVOLUZIONARIA

 


Educare alla pace

 è un atto 

di resistenza

 rivoluzionaria


 



-         di Lorenzo Rosoli

 Il presidente della Cei ha aperto i lavori del Consiglio episcopale permanente, che si tiene a Gorizia.

Dalla guerra a Gaza al fine vita, passando per la sinodalità, ecco tutti i temi toccati.

L'educazione alla pace come «atto di resistenza rivoluzionaria» in tempi in cui «si teorizza che la guerra sia una compagna naturale della storia dell'uomo».

La pace come «vocazione» dell'Italia e dell'Europa che la Chiesa vuole aiutare a promuovere e realizzare.

L'impegno per una «rinnovata passione per la vita», che va difesa «dal suo inizio alla fine».

La risposta al “bisogno” di «una rinascita della Chiesa come comunità, che generi santità e speranza per il futuro», come emerge dal «desiderio di spiritualità, di interiorità, di comunione e di Chiesa» che le nuove generazioni hanno manifestato al Giubileo dei giovani come in occasione delle recenti canonizzazioni di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis.

Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia che offre al cammino dei prossimi anni la sfida di costruire Chiese «sempre più missionarie e comunionali».

È un invito a «guardare le sfide ecclesiali e sociali del nostro tempo come farebbe Gesù» quello lanciato dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, nell'Introduzione ai lavori della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente, che si è aperta oggi pomeriggio a Gorizia, dove proseguirà fino a mercoledì 24 settembre.

E che, martedì 23, offrirà due momenti particolarmente significativi: nel pomeriggio l'incontro dei vescovi italiani con i confratelli sloveni e croati; a sera la veglia di preghiera per la pace nel mondo che – con la partecipazione di giovani italiani e sloveni – verrà celebrata in piazza Transalpina, ieri luogo simbolo di un mondo lacerato dalle guerre e dalle ideologie, oggi invece luogo simbolo dell'incontro e della fraternità fra i popoli.

Luogo che ci ricorda che «niente del passato va perduto», ma che «nessun confine è invalicabile», come ha ricordato il presidente della Cei spiegando il motivo per cui questo Consiglio permanente viene celebrato a Gorizia – su invito del suo arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, nell'anno in cui Gorizia e Nova Gorica sono, insieme, prima capitale europea transfrontaliera della cultura.

Le prime parole del cardinale Zuppi sono dedicate ad un suo predecessore alla presidenza della Cei, il cardinale Camillo Ruini, perché dopo le notizie sul suo ricovero in ospedale, il porporato si possa al più presto e al meglio ristabilire in salute (sia il cardinale vicario di Roma Baldo Reina sia il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico della Cattolica, hanno confermato dal canto loro il miglioramento delle sue condizioni).

Ecco, quindi, Zuppi ricordare la vocazione di Gorizia come «segno visibile di unità e di dialogo», ha detto citando Giovanni Paolo II.

Ed eccolo allargare subito lo sguardo all'Europa per rievocarne le fatiche e le fragilità ma anche la vocazione, quella di essere «maestra di pace», che chiama a rilanciare il «sogno di Giovanni Paolo II» perché l'Europa «respiri a due polmoni», e ad impegnarsi per «dare anima all'Europa e difenderne i valori fondativi con una nuova Camaldoli».

Lo scenario, ne è consapevole il presidente della Cei, è quello della «paura del futuro».

E di un moltiplicarsi delle guerre che, citando papa Francesco, lasciano il mondo sempre peggiore di come l'hanno trovato.

«La guerra ha già reso peggiore la vita di tanti Paesi e di milioni di persone» ha sottolineato Zuppi.

E «come non pensare a Gaza», ha subito aggiunto, rilanciando le parole e gli appelli di Leone XIV e assicurando che, «come Chiesa italiana, continueremo ad alleviare la crisi umanitaria e la sofferenza inaccettabile e ingiustificabile con ulteriori iniziative di cui daremo notizia prossimamente» (e a braccio ha aggiunto di sperare in un «presidio a Gaza» da realizzare «presto»).

Altra dimostrazione che «la guerra è il fallimento della politica e dell'umanità» è l'Ucraina.

Tornando ad ampliare lo sguardo: «è avvenuto un cambio di paradigma, ormai generalizzato, con la riabilitazione della guerra come strumento politico o di affermazione dei propri interessi».

Mentre la crisi dell'Onu chiama a riprendere e rilanciare le parole con cui Paolo VI cinquant'anni fa – era il 4 ottobre 1965 – riconobbe nell'Organizzazione delle Nazioni Unite «il riflesso del disegno trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra».

Siamo nella «età della forza» e, per dirla con Leone XIV, al tempo della «globalizzazione dell'impotenza» alla quale rispondere con quella «cultura della riconciliazione» e quella pace che «inizia dalla prossimità» che tanti testimoni cristiani hanno saputo vivere e seminare «nella tempesta del male».

La sfida, dunque: educare alla pace – e fare delle parrocchie e delle comunità cristiane case di pace e di non violenza – per non «rimanere intrappolati nella polarizzazione» che disumanizza l'interlocutore e semina odio.

Altro tema cruciale dell'Introduzione del presidente della Cei: «La Chiesa, fedele al Vangelo di Cristo, aiuta una rinnovata passione per la vita, che difende dal suo inizio alla fine, trasmette la gioia di donarla, la bellezza della famiglia, il senso di essere comunità, rappresenta un noi attraente e umano».

Ecco dunque il cardinale Zuppi riaffermare quanto dichiarato in tempi recenti, perché «si giunga, a livello nazionale, a interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l'accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza.

Ribadiamo, peraltro, che la legge sulle cure palliative non ha ancora trovato completa attuazione» e non si è raggiunto l'obiettivo di renderle davvero garantite a tutti.

«Sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso» ha affermato Zuppi.

Ecco, infine, le parole dedicate al Giubileo dei giovani e alle canonizzazioni di Frassati e Acutis a ricordare che «c'è bisogno di una rinascita della Chiesa come comunità, che generi santità e speranza per il futuro; comunità che non siano aziende, ma famiglia di coloro che «ascoltano e mettono in pratica la Parola annunciando la fede nel Cristo risorto e nella vita eterna».

Le comunità cristiane siano «luoghi dove imparare a volersi bene», nella luce di quella Parola che verrà meditata nella veglia di domani – «Cristo è la nostra pace», dalla lettera agli Efesini. Ebbene: «La grazia che chiediamo in questi ultimi mesi del Giubileo” è che “la speranza rifiorisca nella Chiesa».

«Dopo questo Giubileo, con la grazia di questo Anno, siamo chiamati a guardare con uno sguardo missionario il futuro del nostro Paese».

Perciò serve una Chiesa «creatrice di fraternità» e che «genera comunità».

Declinazione ulteriore di questa «amicizia ecclesiale», ha concluso Zuppi, si coglie «negli ultimi passi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia».

Ebbene: se «il Cammino sinodale finirà verosimilmente tra un mese», con la terza Assemblea sinodale del 25 ottobre, «come vescovi ci attende un impegno delicato che va ben oltre, e riguarda i prossimi passi delle nostre Chiese: accogliere, discernere e concretizzare quanto ci verrà consegnato dall'Assemblea sinodale», per fare della sinodalità «uno stile e una serie di scelte operative, coinvolgenti, fraterne e protetiche», per costruire Chiese «sempre più missionarie e comunionali».

Si tratta, dunque, di guardare alla Chiesa e alla società «come farebbe Gesù».

Ecco: «Forse a noi spetta il compito di seminare e ad altri di mietere».

Quello che conta è «essere portatori di speranza come i giovani che sanno costruire il loro futuro, diventare costruttori umili e tenaci di una pace giusta e di tanta fraternità tra le persone».

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sabato 16 agosto 2025

DOV'E' TUO FRATELLO ?



Zuppi: 

dov’è Abele, 

tuo fratello?

I nomi dei bambini uccisi 

dalla guerra 

in Palestina 

Dai fratellini israeliani Bibas agli oltre 12mila bimbi palestinesi uccisi dalla guerra, ci sono volute 424 pagine e diverse ore di lettura per fare memoria delle vittime innocenti.

«Non c’è classifica nel dolore»


- di CHIARA PAZZAGLIA

Kfir Bibas, pochi mesi. Ariel Bibas, 4 anni. Poi Abdullah Mohammed Riyad Abdullah Al-Sayed Kul, pochi mesi. Mohammed Amer Yasser Al-Masri, pochi mesi. E via così, per una lettura lunga 424 pagine. Prima i 16 bambini israeliani morti nel raid del 7 ottobre 2023, poi gli oltre 12.000 palestinesi, tra zero e 12 anni. Il doloroso elenco di quelli che non avevano ancora compiuto l’anno d’età impegna ben 34 pagine. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, tra le rovine della chiesa di Casaglia a Monte Sole, in Comune di Marzabotto, teatro della più sanguinosa strage di civili (tra cui centinaia di bambini) della seconda guerra mondiale, legge nomi ed età delle vittime del conflitto israelo-palestinese insieme alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, cui la Diocesi ha affidato questo luogo che è anche meta giubilare nell’Anno Santo, purtroppo funestato da guerre e violenza. « La sofferenza dei bambini è quella che deve colpire più di tutti» dice Zuppi, che cita Dossetti e Dostoevskij, ricordando che «le lacrime dei bambini sono la cosa più insopportabile e quindi ci rendono insopportabile la violenza». Lo scopo di questa iniziativa è soprattutto quello di scuotere le coscienze affinché si possano «scegliere altre vie», senza «mettere più in pericolo la vita degli innocenti». E, come ricorda Paolo Barabino, superiore della Piccola Famiglia dell’Annunziata, non si tratta solo di una cerimonia di denuncia civile, ma soprattutto di una preghiera, alla vigilia dell’Assunzione di Maria, cui è dedicato quel che resta della chiesa di Casaglia. Lo scopo, dice il monaco, non è solo commemorativo, ma «riportare il grido degli innocenti ha anche il senso di affidarci a loro, credendo che sono vivi in Dio». I bambini, infatti, esulano da ogni possibile polemica e «disarmano le coscienze. 

La nostra presenza di preghiera – prosegue Barabino - è attaccata alla storia. I sentieri dove passiamo, dove preghiamo, sono intrisi di sangue, di grida, di chi scappava, di chi inseguiva. Tutto questo ci fa ancora oggi, così come anche Dossetti desiderava, una presenza orante, ma non per noi stessi, bensì con il senso di una preghiera per il mondo». Come si può cominciare a lavorare adesso per una possibile riconciliazione dei conflitti che stiamo vivendo? «Questo è un problema enorme. Vediamo un odio che cresce e ci chiediamo come far vincere nelle coscienze anche cristiane la parola del Vangelo rispetto al grido della pelle, perché il grido della pelle chiede di vendicare il sangue, l'ingiustizia, l'occupazione. E allora bisogna compenetrare la giustizia e anche la ricerca della fratellanza con l'altro. E questo è difficilissimo: è molto importante certamente la fede, per chi ce l'ha. Qui a Marzabotto e Monte Sole anche chi non ha avuto fede è riuscito a fare un cammino per cessare di odiare, per non volere il male dell'altro. Un cristiano forse riesce più a dire la parola perdono, ma ci sono tante coscienze che sono riuscite a dire “io non odio”. Questo è già uno scalino importantissimo».

E così, il cardinale Zuppi cerca di trasformare il dolore presente in speranza futura. « La preghiera non ci porta fuori dal mondo, ma dentro. La sofferenza diventa intercessione, perché la creazione e le creature chiedono vita, futuro, speranza. Non chiedono guerra, ma pace! Ogni nome di bambini uccisi è una richiesta a Dio, ma anche agli uomini, perché li ascoltiamo, ci lasciamo toccare dall’ingiustizia che ha travolto la loro fragilità. La loro morte, di tutti loro e di ognuno, susciti le lacrime di commozione e le scelte finalmente lungimiranti di pace e non tragicamente opportunistiche. Non c’è classifica nel dolore. Siamo qui per chiedere che nella Terra Santa ogni persona, a cominciare dai più piccoli, non perda la sua vita per colpa di suo fratello».

Il cardinale ha poi invitato a riflettere intorno a due domande. « La prima: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Dio custodisce Abele e difende sempre la fraternità. Noi? E la seconda: “Che hai fatto?”, come hai potuto farlo, ma anche “cosa non hai fatto quando mi hai visto che avevo fame, sete, ero nudo, carcerato, malato?”. “Dove sei tu, dove sta il tuo cuore?». Sullo sfondo, Zuppi pone un terzo interrogativo, «la domanda - dice - che ci deve inquietare: abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?».

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