Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della
Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma
di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e
interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336
pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti
gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così
come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle
quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo
anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra
i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel
novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla
figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si
svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al
Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal
titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte».
Il primo
sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio
della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che
ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida
della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero
Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le
parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per
l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi
pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o
sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne
ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore!
Il secondo
sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore.
Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un
servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è
cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta.
Le pagine che
seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta
a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili.
Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare
mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare
dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza
e, invece, è paura.
I discorsi sono
quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi
nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria
generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la
speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la
speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo
la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra
le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di
donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che
impara a pensarsi insieme.
Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non
fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve
fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a
camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle
strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché
«una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia,
dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito,
rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a
togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei
vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è
affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro
Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri,
i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso
restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente
straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza
paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare
morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che
salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia.
A Firenze, ci ha
consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero
una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende,
accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha
affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi
questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è
romanticismo.
È Vangelo. È la
scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che
non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la
verità non ha bisogno di gridare per essere vera.
Per questo i testi
qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che
chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale
reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si
proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro
l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce
scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in
difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle
strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre
2015).
C’è una parola che
attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di
verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende
ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare
la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di
preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per
cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci
restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che
nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la
tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare.
Mi piace pensare
che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la
bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e
diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro
posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la
direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono
accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul
serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più
volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e
sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci!
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