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martedì 23 settembre 2025

EDUCARE, RESISTENZA RIVOLUZIONARIA

 


Educare alla pace

 è un atto 

di resistenza

 rivoluzionaria


 



-         di Lorenzo Rosoli

 Il presidente della Cei ha aperto i lavori del Consiglio episcopale permanente, che si tiene a Gorizia.

Dalla guerra a Gaza al fine vita, passando per la sinodalità, ecco tutti i temi toccati.

L'educazione alla pace come «atto di resistenza rivoluzionaria» in tempi in cui «si teorizza che la guerra sia una compagna naturale della storia dell'uomo».

La pace come «vocazione» dell'Italia e dell'Europa che la Chiesa vuole aiutare a promuovere e realizzare.

L'impegno per una «rinnovata passione per la vita», che va difesa «dal suo inizio alla fine».

La risposta al “bisogno” di «una rinascita della Chiesa come comunità, che generi santità e speranza per il futuro», come emerge dal «desiderio di spiritualità, di interiorità, di comunione e di Chiesa» che le nuove generazioni hanno manifestato al Giubileo dei giovani come in occasione delle recenti canonizzazioni di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis.

Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia che offre al cammino dei prossimi anni la sfida di costruire Chiese «sempre più missionarie e comunionali».

È un invito a «guardare le sfide ecclesiali e sociali del nostro tempo come farebbe Gesù» quello lanciato dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, nell'Introduzione ai lavori della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente, che si è aperta oggi pomeriggio a Gorizia, dove proseguirà fino a mercoledì 24 settembre.

E che, martedì 23, offrirà due momenti particolarmente significativi: nel pomeriggio l'incontro dei vescovi italiani con i confratelli sloveni e croati; a sera la veglia di preghiera per la pace nel mondo che – con la partecipazione di giovani italiani e sloveni – verrà celebrata in piazza Transalpina, ieri luogo simbolo di un mondo lacerato dalle guerre e dalle ideologie, oggi invece luogo simbolo dell'incontro e della fraternità fra i popoli.

Luogo che ci ricorda che «niente del passato va perduto», ma che «nessun confine è invalicabile», come ha ricordato il presidente della Cei spiegando il motivo per cui questo Consiglio permanente viene celebrato a Gorizia – su invito del suo arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, nell'anno in cui Gorizia e Nova Gorica sono, insieme, prima capitale europea transfrontaliera della cultura.

Le prime parole del cardinale Zuppi sono dedicate ad un suo predecessore alla presidenza della Cei, il cardinale Camillo Ruini, perché dopo le notizie sul suo ricovero in ospedale, il porporato si possa al più presto e al meglio ristabilire in salute (sia il cardinale vicario di Roma Baldo Reina sia il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico della Cattolica, hanno confermato dal canto loro il miglioramento delle sue condizioni).

Ecco, quindi, Zuppi ricordare la vocazione di Gorizia come «segno visibile di unità e di dialogo», ha detto citando Giovanni Paolo II.

Ed eccolo allargare subito lo sguardo all'Europa per rievocarne le fatiche e le fragilità ma anche la vocazione, quella di essere «maestra di pace», che chiama a rilanciare il «sogno di Giovanni Paolo II» perché l'Europa «respiri a due polmoni», e ad impegnarsi per «dare anima all'Europa e difenderne i valori fondativi con una nuova Camaldoli».

Lo scenario, ne è consapevole il presidente della Cei, è quello della «paura del futuro».

E di un moltiplicarsi delle guerre che, citando papa Francesco, lasciano il mondo sempre peggiore di come l'hanno trovato.

«La guerra ha già reso peggiore la vita di tanti Paesi e di milioni di persone» ha sottolineato Zuppi.

E «come non pensare a Gaza», ha subito aggiunto, rilanciando le parole e gli appelli di Leone XIV e assicurando che, «come Chiesa italiana, continueremo ad alleviare la crisi umanitaria e la sofferenza inaccettabile e ingiustificabile con ulteriori iniziative di cui daremo notizia prossimamente» (e a braccio ha aggiunto di sperare in un «presidio a Gaza» da realizzare «presto»).

Altra dimostrazione che «la guerra è il fallimento della politica e dell'umanità» è l'Ucraina.

Tornando ad ampliare lo sguardo: «è avvenuto un cambio di paradigma, ormai generalizzato, con la riabilitazione della guerra come strumento politico o di affermazione dei propri interessi».

Mentre la crisi dell'Onu chiama a riprendere e rilanciare le parole con cui Paolo VI cinquant'anni fa – era il 4 ottobre 1965 – riconobbe nell'Organizzazione delle Nazioni Unite «il riflesso del disegno trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra».

Siamo nella «età della forza» e, per dirla con Leone XIV, al tempo della «globalizzazione dell'impotenza» alla quale rispondere con quella «cultura della riconciliazione» e quella pace che «inizia dalla prossimità» che tanti testimoni cristiani hanno saputo vivere e seminare «nella tempesta del male».

La sfida, dunque: educare alla pace – e fare delle parrocchie e delle comunità cristiane case di pace e di non violenza – per non «rimanere intrappolati nella polarizzazione» che disumanizza l'interlocutore e semina odio.

Altro tema cruciale dell'Introduzione del presidente della Cei: «La Chiesa, fedele al Vangelo di Cristo, aiuta una rinnovata passione per la vita, che difende dal suo inizio alla fine, trasmette la gioia di donarla, la bellezza della famiglia, il senso di essere comunità, rappresenta un noi attraente e umano».

Ecco dunque il cardinale Zuppi riaffermare quanto dichiarato in tempi recenti, perché «si giunga, a livello nazionale, a interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l'accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza.

Ribadiamo, peraltro, che la legge sulle cure palliative non ha ancora trovato completa attuazione» e non si è raggiunto l'obiettivo di renderle davvero garantite a tutti.

«Sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso» ha affermato Zuppi.

Ecco, infine, le parole dedicate al Giubileo dei giovani e alle canonizzazioni di Frassati e Acutis a ricordare che «c'è bisogno di una rinascita della Chiesa come comunità, che generi santità e speranza per il futuro; comunità che non siano aziende, ma famiglia di coloro che «ascoltano e mettono in pratica la Parola annunciando la fede nel Cristo risorto e nella vita eterna».

Le comunità cristiane siano «luoghi dove imparare a volersi bene», nella luce di quella Parola che verrà meditata nella veglia di domani – «Cristo è la nostra pace», dalla lettera agli Efesini. Ebbene: «La grazia che chiediamo in questi ultimi mesi del Giubileo” è che “la speranza rifiorisca nella Chiesa».

«Dopo questo Giubileo, con la grazia di questo Anno, siamo chiamati a guardare con uno sguardo missionario il futuro del nostro Paese».

Perciò serve una Chiesa «creatrice di fraternità» e che «genera comunità».

Declinazione ulteriore di questa «amicizia ecclesiale», ha concluso Zuppi, si coglie «negli ultimi passi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia».

Ebbene: se «il Cammino sinodale finirà verosimilmente tra un mese», con la terza Assemblea sinodale del 25 ottobre, «come vescovi ci attende un impegno delicato che va ben oltre, e riguarda i prossimi passi delle nostre Chiese: accogliere, discernere e concretizzare quanto ci verrà consegnato dall'Assemblea sinodale», per fare della sinodalità «uno stile e una serie di scelte operative, coinvolgenti, fraterne e protetiche», per costruire Chiese «sempre più missionarie e comunionali».

Si tratta, dunque, di guardare alla Chiesa e alla società «come farebbe Gesù».

Ecco: «Forse a noi spetta il compito di seminare e ad altri di mietere».

Quello che conta è «essere portatori di speranza come i giovani che sanno costruire il loro futuro, diventare costruttori umili e tenaci di una pace giusta e di tanta fraternità tra le persone».

 www.avvenire.it

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venerdì 6 agosto 2021

CONVIVERE CON LA PAURA


QUATTRO GENERAZIONI

 A CONFRONTO

- -di Luigi Sanlorenzo

- I recenti cento anni sono stati caratterizzati da timori periodici che hanno condizionato la crescita, lo sviluppo e la consistenza della coscienza collettiva e formato il carattere individuale di almeno quattro generazioni. Con cospicue differenze culturali, le paure hanno condizionato sia l’oriente che l’occidente del Pianeta. Dove maggiormente erano protagoniste, le società moderne e via via più complesse hanno sperimentato il sentimento di insicurezza verso il futuro, temendo non solo per la propria vita ma anche e soprattutto per le libertà e le conquiste sociali acquisite nel corso del XIX secolo.

Differentemente, nel mondo orientale, in larga misura influenzato da fedi e filosofie dell’ineluttabilità del destino – si pensi alla ruota del Karma che campeggia nella bandiera indiana,  al lamaismo tibetano e al buddismo – o all’abbandono alla volontà divina che caratterizza in larga misura il mondo islamico ed è sintetizzato nell’espressione “Inshallah” una diversa consapevolezza rispetto al futuro inteso come diretta conseguenza delle azioni umane,  ha in qualche modo ridotto l’ansia e la paura ma, non è poco, anche i sentimenti di scelta e di responsabilità individuale e collettiva. Soltanto da pochi decenni, singole individualità illuminate, spesso perseguitate e in molti casi soppresse con la violenza, hanno lottato contro ogni fatalismo, scuotendo ampi strati di popolazione che ancora oggi sono in cerca di una via per affrontare le tante complessità del mondo contemporaneo, combattute tra il rispetto della “tradizione” e la necessità di superarla, mantenendo integra ma flessibile la propria identità culturale, spesso maturata in secoli molto lontani.

Il lento procedere delle idee nate dalle Rivoluzioni americana e francese e la conseguente formazione dell’idea di responsabilità, quale irrinunciabile portato dell’esistenza umana in relazione alla società e all’ambiente si è dunque dispiegato con consistenti differenze tra i popoli e le nazioni e il fenomeno storico del colonialismo, vecchio e nuovo,  ha ritardato, fino a quanto è stato possibile, i processi di maturazione sociale e politica, il superamento, effettivo e non retorico, del sistema delle caste e delle divisioni razziali. Pochi paesi in via di sviluppo hanno seguito l’esempio del Sud Africa, dove grazie a personalità quali Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu, la pratica dell’Ubuntu – espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo” diventando  una regola pubblica di vita sociale, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro – ha evitato che il ribaltamento delle posizioni di potere tra bianchi e neri si trasformasse in un massacro come quello avvenuto nel 1994 in Ruanda tra le etnie Hutu e Tutsi a cui la comunità internazionale ha assistito passivamente, scrivendo con il sangue di oltre un milione di vittime in circa cento giorni una delle pagine più vergognose della storia dell’Umanità.

Tra le decine di paure “minori” che hanno attraversato i recenti cento anni, quattro possono essere considerate cause ormai accertate dagli storici di eventi di inimmaginabile portata in grado di pregiudicare l’esistenza stessa del genere umano, a motivo del profondo sentimento di insicurezza che quegli eventi hanno generato, irrompendo nel mondo come lupi che aggrediscono un gregge,  disseminandolo non solo di vittime fisiche ma distruggendone la struttura sociale, al punto da lasciare tracce nel DNA dei sopravvissuti e della loro prole.

Volendo adottare un criterio strettamente cronologico il primo evento del XX secolo fu certamente la Rivoluzione d’Ottobre che, per la prima volta nella storia universale, realizzava il socialismo reale, ribaltando non solo una dinastia, quella dei Romanov che, forse ad eccezione di Pietro il Grande,  mai aveva brillato per lungimiranza e capacità di lettura dello spirito del tempo con la conseguente necessità di introdurre nello sterminato paese delle “anime morte” di Gogol, le riforme necessarie per evitare, o comunque contenere in un alveo costituzionale il cambiamento.

Nel più grande paese europeo, della cui grande letteratura ho scritto altrove, furono sradicati insieme il grano e il loglio in una furia rivoluzionaria che terrorizzò l’umanità già alle prese con primo grande conflitto mondiale. Non essendo questa la sede per entrare nel dettaglio dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo , “Ten Days that Shook the World” come recita il titolo  dell’ opera scritta dal giornalista e saggista statunitense John Reed nel 1919, che testimonia in chiave di lungo reportage gli avvenimenti della Rivoluzione d’ottobre, sarà sufficiente ricordare qui quali furono le conseguenze in ogni parte del mondo, alimentando in paesi come la Cina nuove speranze ma scatenando un’indicibile paura in Occidente dove, a partire dagli Stati Uniti di Woodrow Wilson, ogni energia fu impiegata per contrastare il “pericolo bolscevico”.

Complice la situazione disastrosa lasciata in Europa dalla guerra, il profondo disagio sociale investì ogni strato della popolazione europea, scatenando forme di reazione che nel volgere di dieci anni avrebbero visto estendersi i fascismi, sostenuti in larga misura dal terrore che colpì come un vento panico le classi più abbienti e la piccola borghesia. Dall’Italia alla Spagna, dalla Germania ai Paesi Scandinavi il virus dell’autoritarismo e la strategia comunicativa del capro espiatorio furono, veicolati dalla concezione dello “stato etico”. Persino il Regno Unito non fu immune da tale tentazione e non pochi esponenti dell’aristocrazie non nascosero le proprie simpatie, a partire dall’erede al trono Edoardo VIII, figlio di Giorgio V e zio della regina Elisabetta II, che avrebbe abdicato dopo pochi giorni per contrarre matrimonio con l’americana divorziata Wally Simpson. Protagonista locale del tentativo di fascistizzare la più antica democrazia del mondo fu Oswald Mosley che nel 1932 fondò l’Unione britannica dei fascisti, poi disciolta dopo l’inizio della guerra. Solo la grinta del bull dog Winston Churchill impedì che quella macchia indelebile si allargasse in tutto il paese con la complicità interessata degli irredentisti irlandesi.

Le vicende di quel periodo breve ma allarmante della storia britannica fanno da sfondo al film del 1993 per la regia di James Ivory “Quel che resta del giorno” tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro del 1989 con le indimenticabili interpretazioni di Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Cristopher Reeve (Superman) e un giovane Hugh Grant.

Peraltro, è ormai noto a tutti che perfino il democratico Franklin Delano Roosevelt, in un’America che aveva accolto Italo Balbo come un eroe internazionale e che sin quasi alla vigilia di Pearl Harbour, non tenne in alcun conto le prime notizie dello svolgimento dell’Olocausto che giungevano alla comunità ebraica statunitense attraverso i propri parenti europei, testimoni oculari del genocidio più famoso, tra i molti dimenticati, al mondo.

La generazione dei nati nei primi anni del ‘900 visse quei tempi e ne assorbì gli umori pestilenziali ma anche gli anticorpi civili.

La seconda grande paura esplose con il bagliore accecante delle due atomiche sganciate dagli Stati Uniti  nel mese di agosto del 1945 su Hiroshima, il 6, e Nagasaki, il 9, per annichilire l’Impero Giapponese, già membro dell’Asse con Roma e Berlino, che nonostante  le pesanti sconfitte nel Pacifico si preparava ad un infinita lotta di resistenza casa per casa che sarebbe costata un numero di vittime non inferiore a quelle delle due esplosioni nucleari; questa almeno fu la giustificazione del Presidente  Harry Truman,  che tuttavia ancora oggi non convince molti che ritengono fosse anche un avvertimento agli alleati/nemici sovietici. Era iniziata l’Era atomica con il proprio corredo di paure ancestrali, di diffidenze interne ed internazionali, di purghe anticomuniste negli USA che non risparmiarono larga parte degli intellettuali di allora, culminando nella costruzione nel 1961 del Muro di Berlino che avrebbe marchiato per sempre “il secolo breve”, come lo ha definito lo storico britannico Eric Hobsbawm, fino all’inevitabile crollo nel 1989 e le conseguenze che tutti conoscono e che ancora oggi sono rintracciabili nella politica italiana e internazionale.

La generazione di chi scrive – quella dei baby boomers – ha vissuto profondamente quel clima, si formò schierandosi su fronti opposti, spesso ingenuamente cadde anche nell’equivoco di un falso pacifismo, manovrato e finanziato dall’Unione Sovietica per indebolire l’Alleanza Atlantica ed attrarne alcuni paesi membri dove consistente era il peso politico dei partiti comunisti, tra cui l’Italia, nella propria orbita.

Molti scelsero la lotta armata, tingendo del colore del piombo quegli anni.

Non saremo mai abbastanza grati ad Enrico Berlinguer per aver fiutato la trappola, dando vita allo “strappo da Mosca” nonostante la contrarietà di alcuni massimi dirigenti del PCI che avevano assistito in colpevole silenzio alla repressione sovietica in Ungheria nel 1956 ed a Praga nel 1968.

Della terza grande paura ricorderemo l’11 settembre i venti anni. Con l’attentato alle Twin Towers di New York durante il quale perirono 2753 persone di ogni nazionalità, si apriva il nuovo millennio. Quasi un avvertimento che il trono su cui regna la paura non sarebbe rimasto vuoto a lungo, quasi ad avvertire i millennials, detti anche generazioni “Y” e “Z”.

Quel tremendo pomeriggio Paolo Mieli, presente a Palermo per una manifestazione della Provincia Regionale a Villa Giulia promossa dall’allora assessore alla cultura Tommaso Romano, fu il primo a dire “Nulla sarà più come prima”. Non aveva torto, perché la nuova paura si diffuse come un incendio in tutto il mondo e continua sotto traccia, poco al disotto della quarta e più grande che il mondo sta vivendo in relazione alla pandemia e di cui Lo Spessore fu tra i primi a vaticinare la pericolosità quando i media si affannavano a minimizzare.

La paura dunque è questo sentimento travolgente che fa perdere il lume della ragione e rivela in modo spietato i lati migliori e peggiori dell’animo umano. Così l’ha voluta definire Il filosofo Umberto Galimberti, tra i più ascoltati in modo trasversale, che in molte occasioni ha saputo orientare mote coscienze:

“E’ un’emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga. Esiste una differenza sostanziale tra paura e angoscia. La paura, infatti, è un ottimo meccanismo di difesa, perché siamo di fronte a un soggetto determinato. L’angoscia invece subentra quando non si capisce da dove viene il pericolo. Non c’è un soggetto chiaro davanti a noi, ma un nemico che non si vede. I bambini, non a caso, non hanno paura ma provano angosce, La pandemia è la tempesta perfetta. Il coronavirus è la tempesta perfetta. Perché mescola la paura con l’angoscia. Come il terrorismo”

“Proprio l’essere liberi ci rende vulnerabili e indifesi: di fronte alla possibilità come dimensione autentica dell’uomo, è chiaro che ombre spaventose offuscano il lume della ragione, facendoci temere il naufragio dell’esistenza”. Così definisce il vivere Karl Jaspers, e similmente lo avverte Jean Paul Sartre quando ne “La nausea” descrive quel sentimento che ci attanaglia mentre osserviamo il mondo.

Libertà e paura vanno di pari passo, e ci inseguono sempre, perché implicano non soltanto l’eventualità dell’orrore, ma anche – ancor più inquietante – che quell’angoscia venga evocata proprio dalle nostre azioni, consapevolmente o meno. Non è forse Amleto, principe di Danimarca, il simbolo dell’uomo che tituba, che non riesce ad agire, sconvolto ma anche paralizzato davanti agli eventi imponderabili?

Davanti alla vita, dopo la religiosa caduta nel regno della polvere, persa la sicurezza edenica, l’uomo è costretto a brancolare nel buio, e dentro quel buio immaginare dita che si allungano, arti mostruosi, figure indicibili pronte a rubargli l’anima, a offenderlo, a privarlo della possibilità di una redenzione.

Mentre accogliamo queste parole come definitive nell’accettare la paura come compagna di strada dell’Uomo sin dal suo primo costituirsi come soggetto pensante, non posiamo non fare i conti con una nuova angoscia che si insinua a poco a poco nella coscienza collettiva e che accompagnerà a lungo le prossime generazioni, nella difficile transizione tra la visione del mondo come possesso esclusivo ed irresponsabile dell’ambiente e quella di un patrimonio in prestito da tramandare, migliorandolo ove possibile. L’unica consolazione risiede nel fatto che, a differenza degli stati e delle dominazioni, l’ambiente non conosce confini e ogni violazione perpetrata in suo danno si estende a tutti gli angoli del pianeta. Un argomento, su cui si sono espressi pontefici, capi religiosi, intellettuali e leaders degni di questo nome, che per la prima volta potrebbe essere finalmente unificante.

Ma, attenzione, anche su questa nuova e imminente paura ci sarà sempre chi vorrà cavalcarla per piegarla ai propri interessi, incrementare le schiere dei propri seguaci, distorcere la verità e, come al solito, tentare di controllare il mondo, replicando un copione, da molti ignorato,  che viene da lontano. Un avvertimento lanciato con il cuore di nonno alla generazione Alpha, nata dopo il 2010 e che dovrà sostenere il peso maggiore o soccombervi. In entrambi i casi sarà stata nostra responsabilità.

Ed è forse questa l’angoscia più grande.

Lo Spessore

 

 

 

 

sabato 3 luglio 2021

I FANTASMI DEL PASSATO

 

-         di Giuseppe Savagnone

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La rievocazione dei fantasmi del passato

La notizia che alcuni giovani ventenni della Milano bene avevano organizzato un gruppo sovversivo, «Avanguardia Rivoluzionaria», coltivando il progetto di un nuovo ordine mondiale, potrebbe sembrare un residuo anacronistico del passato, degno, al massimo di un sorriso. Ammesso che si possa sorridere di una iniziativa di matrice nazi-fascista, ispirata ai gruppi suprematisti americani, nel cui programma figuravano esplicitamente la discriminazione razziale e l’uso della violenza. Significativa al riguardo la scelta di usare quali nomi di battaglia quello di fanatici terroristi come Anders Breikvik, responsabile dell’eccidio di Utoya, in Norvegia, nel luglio 2011. E, nel loro piccolo, anche i membri di «Avanguardia Rivoluzionaria» stavano progettando un’aggressione a un musulmano nero. Insomma, la rivocazione di fantasmi del passato per fortuna isolata, che sembrerebbe meglio dimenticare.

Un grande vuoto

E invece no. Al di là del carattere velleitario e marginale di questa squallida vicenda, vale la pena di riflettere su ciò che essa lascia intravedere. In primo luogo, un grande vuoto il cui significato non è soprattutto politico, ma esistenziale. Abbiamo costruito una società in cui ai giovani non è rimasto nulla in cui credere. Meno che mai una prospettiva, un sogno per il futuro. Insieme alle ideologie, sono morte anche le idee e le speranze di un mondo diverso.

Che quelli del gruppo «Avanguardia Rivoluzionaria» abbiano centrato la loro fede e la loro speranza su una visione distorta non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello etico, non deve far perdere di vista il contesto in cui la loro scelta è maturata, che è quello di un deserto intellettuale e spirituale, dove non solo i partiti tradizionali, ma anche i movimenti sorti per contestarli – esemplare il caso dei 5stelle – e, più a monte, le istituzioni che in passato avevano avuto un ruolo fondamentale per l’educazione delle nuove generazioni, come la Chiesa, sembrano aver perso la loro credibilità.

A essere ormai anacronistico è il concetto stesso di “fede”. Oggi la maggior parte dei giovani non crede più nella politica, come del resto neppure nella religione. Perlomeno, non al punto da investire in questi ambiti le proprie energie e le proprie speranze. Questo già prima della pandemia, quando tutto l’impegno dei nostri governanti era rivolto al rispetto dei parametri stabiliti dall’Europa per la nostra economia. Il problema del Pil aveva già allora polarizzato su di sé tutta l’attenzione del mondo politico. Già allora non si parlava più di costruire un mondo diverso, migliore. Quelli che hanno per un momento dato l’impressione di volerlo fare – i grillini – hanno subito rivelato la loro inconsistenza a livello culturale e ideale, anche prima di andare al potere. E quando ci sono andati, i fatti hanno confermato le peggiori previsioni.

Ai giovani non è rimasto che sperare in un “posto”. Il Covid, peraltro, ha messo in discussione anche questo. E ora che il Recovery Fund offre una nuova opportunità di ripresa, lo fa pur sempre in termini di Pil, restando rigorosamente all’interno di un quadro dove di valori e di rinnovamento radicale della nostra società nessuno parla.

La perdita di credibilità della Chiesa

Anche la Chiesa sembra sempre più in difficoltà con le nuove generazioni. Le parrocchie continuano a sperimentare la fuga dei più piccoli, dopo la prima comunione, né sembrano in grado di esercitare un’attrazione sugli adolescenti e sui giovani. Anche i gruppi e i movimenti – che, dopo il Concilio, avevano avuto un ruolo fondamentale nel compensare la crisi della pastorale giovanile parrocchiale – sembrano aver perduto una parte del loro smalto e della loro incisività. E nell’immaginario collettivo lo scandalo della pedofilia dei presbiteri continua a pesare come una pregiudiziale difficile da superare.

Come effetto, ma anche e soprattutto come causa di questa caduta di tensione, c’è il dato di un progressivo deterioramento dello slancio missionario delle comunità ecclesiali. Molti presbiteri appaiono oggi stanchi e demotivati. I laici sono ancora marginali e molti di loro sono tentati da un clericalismo che in fondo fa comodo, perché esonera dalle responsabilità. Perfino la figura di papa Francesco, che all’inizio sembrava dove imprimere a tutta la vita ecclesiale un nuovo dinamismo, non è riuscita a riscattare la comunità cristiana nel suo insieme da questo grigiore.

Il tradimento degli adulti

Il risultato è che alla maggior parte dei giovani non arriva alcun messaggio spirituale e intellettuale credibile neppure da parte della Chiesa. Fin da piccolissimi, crescono nella logica del consumismo, dominati dai meccanismi di massa della pubblicità, dal mito dei capi d’abbigliamento firmati e dei cellulari ultima versione, dagli slogan e dalle parole d’ordine delle mode dominanti. Il solo futuro che sembra riguardarli è quello della loro sistemazione professionale e del loro appagamento affettivo, sempre più sganciato, peraltro, dall’idea tradizionale di famiglia fondata su un legame matrimoniale vincolante per il futuro. Il presente – un presente che riguarda l’individuo e il suo “privato allargato” – domina incontrastato.

I genitori si prodigano nell’offrire ai loro figli tutte le condizioni per il benessere materiale, ma non si rendono conto di averli traditi nella misura in cui non riescono più a educarli a cercare un senso per la propria vita. E anche quei pochi che cercano di offrire una logica alternativa, si vedono sommersi e scavalcati dalla piena inesorabile dei messaggi in senso contrario che provengono dai mezzi di comunicazione.

Nel vuoto cresce la violenza

C’è anche una seconda riflessione che viene suggerita dal pur minimo episodio di Milano. In questo vuoto hanno maggiori possibilità di affermazione prospettive violente e reazionarie. La rabbia, il risentimento, sono sempre stati fattori importanti per i movimenti politici di estrema destra e hanno conferito loro una carica in un certo senso “rivoluzionaria”. Si individuano nella democrazia, nei diritti delle minoranze, nella stessa esistenza dei “diversi”, le ragioni del proprio disagio e si vuole reagire rimettendo tutto in discussione.

Non si accetta l’esistente. Ma in realtà quella su cui si punta è una parodia del futuro, perché consiste nel tornare indietro, alla logica della chiusura verso l’altro e della emarginazione dei più deboli.

Offrire ai giovani prospettive di autentica novità

Non basta, però, deprecare, bisogna ritornare a offrire ai giovani prospettive ideali che possano rispondere alla loro originaria e ineliminabile ansia di novità, per impedire che ristagni o che imbocchi direzioni perverse. Di questo, in un momento che viene indicato come una svolta fondamentale per il nostro Paese, nessuno parla.

E invece è fondamentale che lo si faccia. Diceva Peguy che la rivoluzione o sarà morale o non sarà. Possiamo parafrasare questa affermazione dicendo che non ci sarà una vera ripresa dell’Italia se non avrà una valenza etica e spirituale. Se non sarà in grado, perciò, di coinvolgere i giovani non solo nella crescita del Pil, ma di un ordine diverso, più umano, dei rapporti umani e sociali.

Molti obiettano che non è il momento di pensare alle grandi prospettive e che già è difficile gestire le urgenze immediate. Lo si diceva anche prima del Covid e del Recovery Fund. A quanto pare, non è mai il momento delle svolte valoriali, della giustizia, della rifondazione della società… In realtà, proprio in questa ripartenza si tratta di decidere con quali parametri farlo. E, soprattutto, di aprire ai nostri giovani nuovi orizzonti di speranza. Se vogliamo evitare che restino mutilati della dimensione che da sempre è quella più caratteristica delle nuove generazioni, quella del futuro, o che siano indotti a capovolgerla nella rabbiosa rivendicazione del passato.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu