lunedì 3 gennaio 2022

L'IMPREVISTO NELLA STORIA E NELL'INSEGNAMENTO DELLA STORIA


Una categoria fondamentale

 per comprendere la vita e la storia

 -         di Daniele Semprini

  1. Che la realtà non sia racchiudibile esaurientemente negli schemi concettuali del pensiero è dimostrato dalla realtà irriducibile dell’imprevisto.

1.1. Che cos’ è l’imprevisto? Come lo possiamo intendere? Che valore rappresenta per noi e che funzione può avere all’interno dell’insegnamento della storia?

L’imprevisto è ciò che accade nella nostra vita personale e comune come qualcosa che non solo non ci aspettiamo, ma che, tante volte, viene a scombussolare i nostri piani, i nostri tentativi di possedere i termini del nostro agire, delle nostre previsioni. Può sbaragliare sicurezze, mettere in crisi percorsi consolidati, aprire orizzonti inimmaginati.

Può essere costituito da fattori apparentemente irrilevanti (come una vite saldata male in un missile che esplode); o casuali, come la nebbia che scende ed impedisce di intraprendere una battaglia sentita come decisiva (quante volte accadde nel passato?) o da microelementi che mandano in tilt nazioni e popoli interi: come l’ultima pandemia.

Anche a livello personale la dinamica non cambia: pensiamo, progettiamo, organizziamo e poi … qualcosa va storto, cioè, in un senso diverso da come avremmo immaginato e voluto. Può succedere anche al positivo; accade qualcosa che ci sorprende: arriva un aumento di stipendio, desiderato, ma insperato.

Generalmente l’imprevisto è inteso come l’eccezione che conferma la regola: la regola sarebbe che la vita sta nelle nostre mani e che, eccezionalmente, ci sfugge e prende pieghe e strade impreviste appunto. Niente di più irreale di tale diffusa convinzione, frutto di un delirio di onnipotenza ormai massificato e banalizzato.

Una cosa, infatti, è che le nostre aspettative piccole e grandi normalmente si realizzino, un’altra è considerarci padroni della realtà, capaci di tenere in pugno gli eventi. Differenza fondamentale e da intendere bene: sto guidando la macchina per tornare a casa dal lavoro e sono tranquillo perché la scena ormai si sta ripetendo da innumerevoli volte. La mia tranquillità è ragionevole? Se è legata alla fiducia nell’esito finale prodotta da ciò che è accaduto finora può esserlo, ma, se dipendesse dalla certezza che nulla di negativo mi può succedere sarei evidentemente uno stolto o un presuntuoso.

1.2. Per entrare su di un terreno un po’ filosofico potremmo ripetere con Kierkegaard e gli esistenzialisti che la categoria fondamentale che descrive la struttura dinamica del reale è quella di possibilità. Tutto e il contrario di tutto può succedere. Il procedere delle cose è rappresentato non da una catena logicamente consequenziale (il famoso ET ET hegeliano), ma dal malandrino AUT AUT. Vorremmo, presumiamo che gli eventi possano scorrere secondo andamenti corrispondenti a ciò che il nostro cervello stabilisce ed ordina, ma le cose stanno diversamente. Quanti pensieri contraddetti dai fatti, quanti progetti, pur bellissimi e coerenti, crollati, quante teorie illustri smentite dagli uomini e dalla natura! La storia può apparire come il cimitero delle nostre illusioni.

 Sul piano storiografico possiamo ricordare il dibattito tra coloro che sostengono una visione della storia legata alla categoria di “struttura”, per cui il corso degli eventi è inesorabilmente determinato dal lento movimento di macrostrutture (economiche, sociali ecc.) e coloro che mettono l’accento sul fatto che l’andamento storico è costituito da eventi, dall’accadere continuo di fatti, spesso rapidi ed anche fortuiti che influiscono sullo scenario complessivo. Nella visione dei primi difficilmente c’è spazio per l’imprevisto, che diventa, invece, elemento famigliare nella concezione degli altri.

Lo spazio di ciò che non riusciamo a far rientrare nei nostri progetti e nelle nostre previsioni si è progressivamente ridotto nel corso dei secoli.

Se ci pensiamo, esattamente a questo livello si colloca il tentativo di noi moderni, tanto più nell’era dell’intelligenza artificiale, di aumentare il grado delle nostre certezze: nella capacità di enumerare e anticipare nei nostri progetti e nei nostri calcoli tutti i possibili imprevisti. La progettazione veramente efficace è quella che non solo organizza il piano, ma riesce ad inglobare in esso tutte le variabili che si possono immaginare. Eppure, anche nell’attuale pandemia da Covid 19, appare evidente che, con tutti gli sforzi mondiali degli scienziati, il virus continua a sfornare varianti… impreviste e che potrebbero mettere in discussione tutti i piani vaccinali.

Non sto facendo il tifo per la capricciosità del reale e non ritengo che il mondo sia caos, né tanto meno che la storia umana sia il regno dell’anarchia. Voglio, invece, fissare l’attenzione su di un fattore che, inadeguatamente considerato, altera tutta la percezione che abbiamo della vita e delle cose.

L’imprevisto fa parte normalmente della dinamica dei fatti e costituisce il tessuto ontologico della realtà. Quel che noi sappiamo, quel che noi progettiamo, quel che noi immaginiamo è tanto e nient’affatto irrilevante, ma ciò che c’è, ciò che accade e può accadere è sempre di più. Riconoscere il carattere “ordinario” dello “straordinario”, tuttavia, non significa abdicare alla responsabilità di noi uomini “fuorusciti dallo stato di minorità”, per dirla alla Kant, ma semplicemente essere realisti, rinunciando a quel delirio di onnipotenza che ci fa gridare allo scandalo se qualcosa non va secondo le nostre previsioni, sempre alla affannosa ricerca di colpevoli d’ogni specie e in ogni caso. Tra fatalismo giustificatorio e megalomania prometeica c’è un abisso.

In ogni caso non c’è nulla di più razionale e sensato che imparare da ciò che succede, anche se quel che succede non corrisponde alle nostre vedute.

A questo proposito è bene sottolineare che il progresso, in ogni campo, si sarebbe arrestato se non ci fossero stati uomini disposti ad imparare dall’accaduto, ad affermare il primato del fatto sul pensiero. Non è difficile capire come in tutta la storia dell’umana cultura ogni scoperta sia stata il risultato di un accadimento che si è imposto su quello che già si riteneva concreto e vero; ma questa “saggezza” vale anche nel campo dell’evoluzione delle diverse civiltà: diversi storici, ad esempio, esaltano come segno di grandezza dei romani la loro capacità di imparare di più dalle loro sconfitte che dalle vittorie. Del resto, lo storico inglese D. Landes lega la decadenza di tre grandi imperi, quello cinese, quello Moghul e quello turco ottomano alla loro presuntuosa chiusura, frutto di un’autosufficienza non disposta a farsi correggere da nulla. Nel campo della filosofia della scienza la teoria “falsificazionista” di K. Popper afferma che una asserzione è scientifica solo nella misura in cui è aperta alla contestazione di nuovi fatti che sopravvengono. E’ evidente che non si scarta una teoria in nome di elucubrazioni o in assenza di fatti rilevanti; ma tale criterio popperiano rappresenta oggidì il cuore del metodo scientifico.

 2. Che cosa ha a che fare il tema dell’imprevisto con l’insegnamento della storia?

2.1. La risposta può essere meglio impostata e compresa all’interno di un problema più ampio e radicalmente decisivo per l’educazione dei giovani. Partiamo da una ipotesi di lettura della situazione in cui versano le nuove generazioni. Qual è il problema dei problemi dei giovani d’oggi? Il rapporto con la realtà. Nel senso che tale rapporto è totalmente alterato fino al punto che, per un ragazzo, normalmente la realtà è ridotta a “ciò che sento, penso, immagino, desidero …”: siamo precipitati in un ultrasoggetivismo di massa!

Il reale, l’oggetto (l’essere!) coincide con il rimasuglio, o con la versione che il soggetto stabilisce. Ora è altrettanto evidente che tale mentalità non è frutto di una rivolta o di una fuga dalla realtà delle masse giovanili, soprattutto perché essa appartiene agli adulti prima che ai ragazzi. Ed è frutto di un lungo percorso della storia occidentale che occorrerebbe ricostruire, ma che, in sintesi, si può riassumere ed individuare nell’assunzione da parte del pensiero di un primato esorbitante nei confronti dell’oggetto, delle cose.

2.2. La modernità, fatta convenzionalmente iniziare col cogito cartesiano, è l’età che vede crescere ed affermarsi la centralità del soggetto nelle vicende storiche. Tale crescita ha portato con sé la risignificazione e la trasformazione di tutte le categorie qualificanti l’essere umano: la ragione, la libertà, l’affettività, la sua dimensione sociale e politica.

Paradossalmente, attraverso fasi che non è il caso qui di svolgere tematicamente, si è passati dalla persuasione di avere in mano tutte le chiavi per possedere razionalmente il reale (fino alla vigilia della Prima guerra mondiale) ad un momento di crisi profonda della ragione (il ‘900 con l’affermarsi della “ragione debole”). Il famoso aforisma di Nietzsche: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” preludeva già ad un orizzonte in cui la mente è destinata a cedere alle possibilità contraddittorie che ogni argomentazione “vera” presenta e a naufragare nell’oceano delle opinioni, sostenute ed imposte magari con ogni tipo di forza, ma sempre più lontane da una ormai irraggiungibile “verità”. Il campo delle vicende umane diventa stabilmente il terreno di un conflitto di interpretazioni, che si può e si deve democraticamente organizzare, ma che resta proibito per   chi cerca con passione la verità, sforzo ormai considerato vano, inutile se non addirittura pericoloso e da combattere. Che poi i poteri forti siano riusciti e riescano ad omologare e a guidare le menti ed i comportamenti di intere società è altrettanto vero; ma ciò non solo non esclude, ma rende ancora più problematico lo stato di “debolezza” di rapporto con la realtà dei giovani.

Non si tratta di ripetere il solito ritornello sul relativismo, né di sognare con nostalgia un’età passata in cui tutto era chiaro, sicuro e solido. Il problema è molto più semplice e drammatico: attraverso una singolare eterogenesi dei fini, quella che era stata salutata come l’età degli uomini maturi, reduci pentiti e rinsaviti dalle tragedie dei totalitarismi e delle guerre, il tempo  delle generazioni che finalmente erano  uscite indenni perfino dalle tenaglie degli schemi delle grandi e tragiche ideologie contrapposte della guerra fredda,  sta vedendo la proliferazione di massa di menti giovani che, come profetizzò H. Arendt “ non sanno più distinguere il vero dal falso, il reale dall’irreale”; il che non è problema da poco , dal momento che l’illustre filosofa attribuiva tali caratteristiche ad un  soggetto umano  pronto e adatto per un regime totalitario !

Al di là di un’ulteriore analisi del fenomeno e dei fattori che lo hanno sviluppato fino alla abnorme situazione attuale, resta il dato di fatto: un giovane, oggi, di solito riduce tendenzialmente la realtà alla sua misura soggettiva, legata allo stato d’animo, alla voglia, alla decisione del momento. Questo almeno come “corredo di mentalità” che si porta addosso, suo malgrado.

2.3) Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa c’entra l’insegnamento della storia col tema dell’imprevisto e quest’ultimo, adeguatamente compreso, può servire ad una inversione di rotta nella formazione giovanile?

La domanda ha una portata enorme e non è facile svolgere tutte le implicazioni che essa può avere sul piano contenutistico e metodologico; qualcosa si può accennare.

Il determinismo causale che impera in certi manuali, di qualunque genere siano ritenute le cause, certamente contribuisce ad inoculare nella mente dei ragazzi la convinzione che la storia, sostanzialmente, sia un processo di cui noi siamo e saremo gli artefici e gli interpreti assoluti. Oltre a non educare al peso che il fattore libertà detiene nelle vicende grandi e piccole, tale determinismo non comprende la dinamica profonda che sottende a tutti gli eventi.

Riprendiamo il concetto di imprevisto considerandone i molteplici significati possibili:

Può essere un “caso” (Francesco Ferdinando d’Asburgo che dopo aver scampato il primo attentato decide di tornare a vedere i feriti, passando solo per caso davanti a Gavrilo Princip)

L’eterogenesi dei fini: un certo progetto sfocia in conseguenze non previste, né auspicate (come in tante rivoluzioni)

L’apparizione di certi personaggi che cambiano il corso prevalente degli eventi (Giovanna d’Arco nella guerra dei Cent’anni)

Questa varietà di aspetti dell’imprevisto, ulteriormente arricchibile, è utile per capire i limiti di un certo razionalismo che fa confusione tra la storia mentre accade (evento storico) e la storia in quanto ricostruzione a posteriori (storiografia) pretendendo che nessi e ragioni della ricostruzione storiografica  abbiano una cogenza necessitante nel momento del loro accadere, togliendo di mezzo il ruolo del caso, dell’imperfezione e  della stessa libertà,  eliminando dalla visione della storia, in sintesi, la categoria della possibilità.

A tal proposito la libertà del soggetto umano è ciò che apre la realtà al possibile, rompendo meccanismi e previsioni, come, in modo emblematico, testimoniano certe figure di santi o di uomini straordinari come Gandhi. Essi agiscono spesso con criteri imprevedibili, che si discostano dalla logica comune, anche se è davvero impressionante l’ostinazione con cui tanti storici si affannano a far rientrare le loro motivazioni e i loro gesti in una strategia più comprensibile. Hanno cambiato la storia, ma spesso a partire da micro-cambiamenti apparentemente insignificanti. Senza scomodare i santi, basterebbe pensare al gesto del ragazzo cinese che si pone davanti alla fila dei carri armati cinesi in piazza Tienanmen o a tutti gli innumerevoli e sconosciuti verdurai che, come nell’apologo di Havel, si rifiutano di continuare ad esporre gli slogan del partito al potere insieme alla frutta e verdura.

Anche la storia delle nazioni è piena di imprevisti: basti pensare al movimento di Solidarnosc, nato in circostanze decisamente sfavorevoli, o alla decisione dei popoli ceco e slovacco di separarsi senza cruenti conflitti grazie anche alla mediazione del Presidente Havel; o, come ha segnalato una lettera anonima dal Myanmar, la protesta fino al martirio dei giovani di quel martoriato paese, giovani che, scrive l’anonimo cronista, apparivano come  una generazione perduta nel nulla consumistico agli occhi degli adulti.

 Se il fattore “libertà” esalta il lato soggettivo della questione, l’imprevisto riguarda la dimensione oggettiva dei processi fattuali. Educare a tale dimensione, aiutando a cogliere le “rotture” che normalmente accadono nello svolgersi dei fenomeni, anche grazie alla libertà, può formare una sensibilità aperta al riconoscimento del primato del fatto sul pensiero, di ciò che accade rispetto a quel che noi abbiamo stabilito che debba accadere. In ultima analisi, al primato dell’oggetto sul soggetto.

In questo potrebbe consistere uno degli aspetti della funzione educativa che l’insegnamento della storia potrebbe avere nei confronti di generazioni ammalate di iper-soggettivismo.

È chiaro che non si vuole deprimere il soggetto, o sottovalutare la capacità ed il compito che la ragione ha di rendere pensabile il reale, misconoscendo in tal modo la portata fondamentale che la centralità del soggetto garantisce per il bene dell’uomo. Il problema è un altro: che cosa ci può liberare dalla gabbia che noi stessi ci siamo costruiti esaltando in modo ipertrofico la nostra presa sulla realtà, fino a ridurla, teoricamente e praticamente, a “materia” informe delle nostre performances? Tale delirio prometeico, che sembra rappresentare una certa mentalità dominante, ha generato, in modo tragicamente paradossale, quella riduzione del reale al sentire pulsionale dell’io che devasta la vita e le relazioni di milioni di giovani. Due lati opposti della stessa medaglia, ma con una radice comune: una volontà di potenza, di dominio incapace di rispettare il mistero totale ed ultimo di tutte le cose. Volontà di potenza che, ripetiamo, si manifesta nel titanismo razionalista e nel suo opposto apparente dell’emozionalismo tipico delle nuove generazioni

Educare alla dimensione del mistero non significa cedere ad un irrazionalismo pseudo religioso, ma alla vera religiosità che consiste nel riconoscimento dell’incommensurabilità del reale, tanto più di quel pezzo di realtà che è l’uomo, alle nostre misure, atto supremo della ragione di fronte alla dignità di ogni individuo, riconoscimento del carattere indistruttibile, non manipolabile del tutto da parte di qualsiasi potere, delle esigenze che ne costituiscono l’assetto naturale ultimo. Esigenze di verità, di giustizia, di libertà, di significato che continuano ad “esplodere” lungo il corso della storia muovendo individui e popoli e che, adeguatamente comprese e presentate, aprono ad una visione plastica della storia, non imbalsamata in determinismi schematici e rappresentano la fonte permanente degli imprevisti più significativi.

L’imprevisto, in sintesi, rappresenta la rivalsa testarda della realtà, la sua irriducibilità agli schemi dentro cui la si vorrebbe inquadrare e pietrificare. Per questo è materia preziosa da trattare con riguardo, accortezza e speranza.

 Un insegnamento della storia che lo tiene in seria considerazione, sia nella formulazione dei contenuti che nei modi di trasmissione di essi, può contribuire ad una visione della realtà che restituisca a quest’ultima la sua “precedenza”, la sua capacità di sorprenderci con la sua ricchezza eccedente le nostre risposte preconfezionate, aiutando i giovani ad uscire fuori da quel narcisismo che li priva della possibilità di godere delle cose nella loro interezza, varietà e profondità.

È auspicabile che tale metodo di costruzione e di insegnamento della storia non si limiti a qualche esempio sporadico ed isolato, ma che si possa sviluppare ed allargare come concezione e prassi ordinaria per coloro che sono chiamati a lavorare nel campo di questa disciplina.

 

 Bibliografia:

S. Kierkegaard, Aut aut, Mondadori, Milano 1956.

F. Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori, Milano 1989, pp. 34-53.

I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino 1956, pp.141-49.

David S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano 2002.

K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 2010.

V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca, Faenza 2013.

IL SUSSIDIARIO

 


LA FILOSOFIA PUO' RENDERE CIECHI ?

 

Recalcati: "A Cacciari e Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi"

Il più noto psicanalista italiano: nella polemica sui vaccini hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. 

 

Intervista di Davide D’Alessandro

 

È il più noto psicoanalista italiano, inutile girarci intorno. Chi lo adora, chi lo detesta. Il successo, diceva qualcuno, bisogna farselo perdonare e Massimo Recalcati non sembra affatto preoccupato del rumore di fondo che accompagna il suo cammino. Continua a studiare, a scrivere, a parlare. Gli ho chiesto, direbbe Lacan, di marcare l’inizio, di marcare quest’anno che si annuncia, come i precedenti, molto complesso. E sono tanti, forse troppi, ad affrontare la complessità con superficialità e insensatezza, a ridurla a mera contrapposizione di dati, mentre si muove altro dentro l’essere umano. Chiedo a lui, che ha percorso gli studi filosofici prima di approdare alla psicoanalisi, a lui che era stato costruito per una carriera filosofica prima di inciampare, prima di essere costretto a guardare dentro la propria sofferenza e a seguire un’altra strada, una lettura del presente e una parola per un futuro consapevole.

 Con quale spirito entri nel 2022? Come immagini sarà?

“Una luce. Siamo stati al buio per troppo tempo. Adesso abbiamo bisogno di luce. Gli esseri umani sono fatti per nascere e non per morire, diceva Hannah Arendt. Noi siamo fatti per la luce e non per il buio. Eppure, sappiamo anche che il buio esiste e può cadere sulle nostre teste in ogni momento. In questi tempi così duri ho citato spesso Franco Basaglia. Diceva che la cura consiste nel riuscire a fare qualcosa del buio. Bene, io penso che noi abbiamo bisogno di vedere la luce nel buio. Mi auguro dunque più luce per l’anno che inizia”.

 La pandemia ha segnato profondamente gli ultimi due anni. Hanno parlato tutti, molto meno chi vede i pazienti quotidianamente. Non pensi che sia mancata la parola della psicoanalisi? Quale può essere la sua parola su questa tragedia epocale?

“Io ho parlato. Non ho disdegnato né di parlare pubblicamente, né di scrivere su quanto ci è accaduto. Non è un compito della psicoanalisi quello di provare a dire qualcosa di ciò che lascia senza parole? D’altronde, non è proprio vero che gli psicoanalisti in generale non abbiano preso la parola. I collegamenti da remoto imposti dalla pandemia ci hanno riunito da Londra a Buenos Aires, da Barcellona a Città del Messico, da Roma ad Atene, per parlare di ciò che stava avvenendo. Due i grandi temi: come rispondere al trauma quando esso è collettivo, quando travolge intere popolazioni? Che contributo ha potuto dare e può dare la psicoanalisi? Come si è poi modificata la nostra pratica? Che cosa cambia nello svolgere una seduta da remoto rispetto all’incontro in presenza? Si tratta solo di un’emergenza o di un’emergenza che ha reso più elastico il nostro setting? Ci sono state anche numerose iniziative cliniche nella città per mettere la psicoanalisi a disposizione di chi ha sofferto di più la pandemia. Penso al personale sanitario all’inizio della pandemia. Ma penso anche ai lutti rimasti sospesi e poi ai sintomi che hanno avuto in questi due anni un’amplificazione evidente: depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni, dipendenze. Per non parlare dei giovani. Insomma, non condivido il quadro che tu rappresenti, anche se esiste nella psicoanalisi una tendenza a isolarsi dal mondo, dalla vita della polis. È del resto una tendenza che ho contrastato sin da giovane”. 

 Attraverso alcuni libri continui il confronto con il testo biblico. Guardi a quelle pagine come rifugio, come speranza o come insegnamento perenne?

“Chi conosce, anche superficialmente, il testo biblico sa che in primo piano non c’è l’esperienza del rifugio, ma quella dell’esodo, del deserto, dell’erranza, della spada che separa. Io non sono un biblista ma un semplice lettore della Bibbia; però, sono anche uno psicoanalista e i grandi temi che attraversano la Bibbia sono gli stessi che attraversano la psicoanalisi: il rapporto tra le generazioni, la fratellanza, l’odio e l’invidia, l’idolatria, il narcisismo, il senso dell’esistenza, la sofferenza, il rapporto tra Legge e desiderio, la vacuità dell’essere, la libertà, la vita e la morte. Dunque, io non pretendo in nessun modo di psicoanalizzare il testo biblico, ma ritrovo in quel testo le radici stesse della psicoanalisi. L’ebreo Freud e il cattolico Lacan, quanto meno nella sua formazione giovanile, sono stati del resto lettori molto appassionati della Bibbia”.

 Sei stato giustamente critico con le posizioni assunte sulla pandemia da alcuni intellettuali. Perché è così difficile comprendere la strada giusta da seguire?

“La filosofia può rendere ciechi. Pensa a come Heidegger ha letto l’avvento terrificante del nazismo. Perché ha potuto commettere un errore simile? Perché la filosofia rischia sempre di cadere nell’ideologia, se per ideologia intendiamo, come ricorda Arendt, far prevalere l’Idea sulla realtà. È quello che è accaduto a Heidegger: l’idea del destino nichilistico dell’Occidente, della storia come oblio dell’essere, ha voluto vedere nel nazismo una possibilità di ritornare a pensare gli dei, la verità come aletheia, la resistenza di fronte al narcisismo umanistico dell’Occidente. Un delirio ideologico. Lo stesso che ha accecato pensatori di grande spessore, come Agamben e Cacciari. Con il riferimento ideologico alla biopolitica, al biopotere, allo stato di eccezione, eccetera, hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. A questo aggiungerei, se mi permetti, una dose non irrilevante di vanità. Chi ha contatto quotidiano con la sofferenza sa che ci sono momenti in cui la parola deve poter subordinarsi alle ragioni della scienza medica. Nessuno, tra coloro che si sono sottoposti a interventi chirurgici importanti, ha mai questionato sulla ratio dell’intervento che ha dovuto subire. Ci siamo affidati al discorso medico come ci affidiamo ai piloti quando saliamo su un aereo. Aggiungerei anche la miseria di un certo giornalismo, soprattutto di destra, che ha cavalcato questa crisi in modo indegno perseguendo un mero obiettivo di visibilità. È lo stesso che abbiamo visto nei talk show, dove la presenza proliferante dei no vax è servita a mantenere l’audience. Che pena!”.

 Come ti sono parse le parole e le azioni della politica?

“Penso che la politica sia stata travolta da quanto accaduto. Non poteva essere altrimenti. I commentatori twitter del nostro tempo hanno dato fiato ancora una volta all’antipolitica, mantenendosi nella posizione innocente dell’anima bella che giudica senza mai interrogare la propria responsabilità. In senso stretto, una svolta importante credo sia stata quella del governo Draghi, non solo dal punto di vista della sua efficacia operativa. Si trattava di restituire dignità alle istituzioni, travolte, prima che dal covid, da anni di qualunquismo antipolitico e di cultura populista. Il grillismo non poteva salvarci da questa crisi che esigeva innanzitutto un recupero del valore delle istituzioni, che esso ha contribuito più di ogni altro movimento a denigrare pesantemente. È stata la cultura che ha preceduto il Covid: da una parte la purezza del popolo, della vita, dall’altra il marcio e la corruzione delle istituzioni. Il populismo ha contrapposto, in modo ideologico, la vita alle istituzioni, come se fossero il bene e il male. La crisi legata alla pandemia ci ha invece insegnato che senza le istituzioni, penso anche all’istituzione della famiglia e a quella ospedaliera, non solo a quelle governative, le nostre vite sarebbero finite malissimo. La politica ha oggi il compito primario di recuperare la dignità delle istituzioni, di mostrare che le istituzioni non sono la faccia sporca della vita, ma il suo fondamento”.

 Non tutti hanno la stessa resilienza al dolore e al trauma. I casi di depressione grave vengono dati in aumento esponenziale. C’è chi si adopera per contenere questo dramma? Credi che si debba fare di più?

“Noi facciamo l’impossibile. ‘Jonas’ ha aperto le sue porte a tutti, abbattendo come fa da anni le tariffe delle sedute e creando anche servizi domiciliari di assistenza psicologica. Notiamo che molti giovani sono in difficoltà. Ma non evochiamo, per carità, la definizione di ‘generazione covid’. Non ci sarà nessuna ‘generazione covid’, almeno che gli adulti non la facciano esistere. I nostri figli hanno vissuto un’esperienza durissima, che ha lasciato ferite. Non c’è dubbio. Ma identificare qualcuno con la sua ferita è fomentare l’alibi torbido della vittima. L’etica della psicoanalisi va in tutt’altra direzione; noi crediamo che il soggetto sia sempre responsabile. Non ovviamente di ciò che gli accade, ma di quello che fa di ciò che gli accade. Sarà importante anche l’azione della scuola: gli insegnanti dovranno accompagnare i nostri figli in questa difficile elaborazione del trauma. A questo serve, in fondo, la cultura, non credi? A rendere formative anche le esperienze che appaiono solo negative. Anzi, proprio quelle esperienze sono, come ogni educatore sa bene, le più formative”.

 Il caro amico Enzo Bianchi, dal suo nuovo eremo, continua ad accogliere tutti e a parlare con parole d’amore. Come hai vissuto la sua triste vicenda?

“Male. Malissimo. È motivo di grande pena per me. È stato il naufragio di una delle esperienze cristiane più interessanti del nostro paese. Un disastro. Credo vi sia stato, come ho anche scritto pubblicamente, un problema di eredità. Il carisma del padre non ha accettato di tramontare; i figli volevano la sua pelle. Difficile poi ritornare a pronunciare parole come dialogo, perdono e riconciliazione”.

 Su cosa stai lavorando e quale sarà il prossimo libro che ci regalerai?

“Due mesi fa è uscito un libro, di cui hai anche scritto e a cui tengo molto. Un libro che interroga un grande tema della riflessione di Lacan, quello relativo all’inesistenza del rapporto sessuale. Esiste il rapporto sessuale? Questa domanda non avrebbe senso se non in un ambiente lacaniano. La tesi che sviluppo è che il cinismo di Lacan coglie una verità della struttura: i Due non potranno mai fare Uno. Ma che questa impossibilità, come del resto anche Lacan accenna, è la radice della possibilità dell’amore. Il desiderio amoroso, infatti, non mira affatto all’unificazione, a rendere possibile il rapporto sessuale, a fare o a essere Uno con l’Altro, ma a riconoscere il segreto inassimilabile dell’Altro. Dunque, è proprio il non rapporto a rendere possibile l’amore come rapporto. Non è forse sempre così? Cosa amiamo se non il segreto irraggiungibile dell’Altro? Anche su questo la Bibbia avrebbe del resto molto da dire. Non a caso gli amanti del Cantico dei Cantici si incontrano all’uscita da un deserto. È ciò che dice anche Lacan: gli amanti sono senza patria, sono due esiliati”.

Nessun autore accetta di svelare il contenuto di ciò che bolle in pentola. Ma qualcosa bolle. Sono certo che presto Recalcati ci servirà la nuova pietanza, dove Bibbia e psicoanalisi, psicoanalisi e Bibbia continueranno a dirci chi siamo, a indicarci le strade possibili da seguire. Il cammino, come la scrittura, continua.

 

Intervista


 

 

domenica 2 gennaio 2022

RIMBOCCARSI LE MANICHE PER COSTRUIRE LA PACE



Il Papa: in un mondo lacerato dalle violenze, rimboccarsi le maniche e costruire la pace

Francesco nel primo Angelus del 2022 per la solennità della Madre di Dio: “Guardando a Maria con in braccio suo Figlio, penso alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati”. L’appello per la Giornata Mondiale della Pace: “Il perdono spegne il fuoco dell’odio. Andiamo a casa pensando: pace, pace, pace!”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Rimboccarsi le maniche per “costruire la pace” e divenire così “artigiani di fraternità” in un mondo “lacerato da guerre e violenze”, in “tempi incerti e difficili a causa della pandemia” e in mezzo a tanti uomini e tante donne “intimoriti dal futuro e appesantiti da situazioni sociali, da problemi personali, dai pericoli che provengono dalla crisi ecologica, da ingiustizie e da squilibri economici planetari”. Nel primo Angelus del 2022, per la Solennità della Madre di Dio, Francesco dalla finestra del Palazzo Apostolico offre un'indicazione chiara per questo nuovo anno appena iniziato.

“Non serve abbattersi e lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche per costruire la pace”

Giovani madri 

Ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro e collegati virtualmente dai cinque continenti, il Vescovo di Roma chiede di fermarsi dalle frenesie del momento, di distaccarsi dalle paure di questo tempo e volgere lo sguardo all’“incanto” del Presepe, per contemplare l’immagine di Maria che tiene in braccio suo Figlio Gesù. 

Guardando a Maria con in braccio il suo Figlio, penso alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati. Sono tanti...

Tenerezza e premura

In particolare, Papa Francesco si sofferma su un gesto semplice ma che racchiude molteplici significati: Maria che adagia Gesù nella mangiatoia. Qui c’è tutta la tenerezza e la premura di una Madre verso Suo Figlio e verso tutti noi figli: “In quell’adagiare possiamo vedere un dono fatto a noi – dice il Pontefice - la Madonna non tiene il Figlio per sé, ma lo presenta a noi; non lo stringe solo tra le sue braccia, ma lo depone per invitarci a guardarlo, accoglierlo e adorarlo. Ecco la maternità di Maria: il Figlio che è nato lo offre a tutti noi Sempre dando il Figlio, indicando il Figlio, mai trattenendo come cosa propria il Figlio, no. E così durante tutta la vita di Gesù”. 

Tutti fratelli e sorelle 

Nel posare Cristo davanti ai nostri occhi, senza dire una parola, ci viene dato “un messaggio stupendo”, e cioè che “Dio è vicino, a portata di mano. Non viene con la potenza di chi vuole essere temuto, ma con la fragilità di chi chiede di essere amato; non ci giudica dall’alto di un trono, ma ci guarda dal basso come fratello, anzi, come figlio”. Gesù “nasce piccolo e bisognoso perché nessuno debba più vergognarsi di sé stesso: proprio quando facciamo esperienza della nostra debolezza e fragilità, possiamo sentire Dio ancora più vicino, perché si è presentato a noi così, debole e fragile”.

È il Dio-bambino che nasce per non escludere nessuno. Per farci diventare tutti fratelli e sorelle

Artigiani di fraternità

Gesù viene messo dalla Madonna a “disposizione di tutti”, rimarca il Papa. E questo - sottolinea - ci ricorda “che il mondo cambia e la vita di tutti migliora solo se ci mettiamo a disposizione degli altri, senza aspettare che siano loro a cominciare a farlo”.

“Se diventiamo artigiani di fraternità, potremo ritessere i fili di un mondo lacerato da guerre e violenze”

La pace, dono e impegno

Francesco affida quindi alla Madre di Dio il nuovo anno appena iniziato: Lei “ci incoraggia con tenerezza”. E "abbiamo bisogno di questo incoraggiamento” in questi tempi di buio in cui, oltre alla difficoltà date dalla pandemia, sembra venire meno il dono più grande: la pace. Proprio la pace, nella Giornata Mondiale ad essa dedicata, “è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso”, dice il Papa nella sua catechesi. “Dono dall’alto” perché "va implorata da Gesù, perché da soli non siamo in grado di custodirla”: "Possiamo costruire veramente la pace solo se l’abbiamo nel cuore, solo se la riceviamo dal Principe della pace". “Impegno nostro”, perché la pace “chiede di fare il primo passo, domanda gesti concreti. Si edifica con l’attenzione agli ultimi, con la promozione della giustizia, con il coraggio del perdono, che spegne il fuoco dell’odio”. Da qui un appello che diventa la direzione da percorrere in questo 2022: “Si guardi sempre – nella Chiesa come nella società – non al male che ci divide, ma al bene che può unirci”.

La Pace, compendio di ogni bene

Dopo la preghiera dell'Angelus, Francesco ha augutato a tutti, all’inizio del nuovo anno, la pace "che è il compendio di ogni bene". Il Papa ha ricordato la nascita della Giornata Mondiale della Pace, iniziata con San Paolo VI nel 1968, e ha richiamato il suo Messaggio di quest’anno per la ricorrenza, interamente incentrato su quelli che sono i pilastri per costruire la pace: dialogo tra le generazioni, educazione, lavoro. "Senza questi tre elementi, mancano le fondamenta", ha detto. 

Ha poi ringraziato per tutte le iniziative promosse in occasione della Giornata Mondiale, "compatibilmente con la situazione della pandemia", specialmente i partecipanti alla Veglia di ieri sera nel Duomo di Savona e quelli della manifestazione “Pace in tutte le terre”, organizzata della Comunità di Sant’Egidio a Roma e in altre parti del mondo: "Sono bravi questi di Sant’Egidio, sono bravi! Grazie della vostra presenza e del vostro impegno!". Da qui un saluto al presidente italiano uscente Sergio Mattarella e a tutti i romani e pellegrini presenti nella piazza. Tra loro quelli provenienti da Comun Nuovo, vicino a Sotto il Monte "patria di San Giovanni XXIII, il Papa dell’Enciclica Pacem in terris, più che mai attuale!". 

"Pace, pace, pace"

"Andiamo a casa pensando: pace, pace, pace! Ci vuole pace", ha concluso infine Papa Francesco, di nuovo richiamando l'attenzione sull'attualità segnata da "guerra", "sfollati", "miserie", come egli stesso ha potuto vedere proprio questa mattina dal programma tv A Sua Immagine. "Questo succede oggi nel mondo. Vogliamo pace!"

Vatican News

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO



 

venerdì 31 dicembre 2021

GLI AUGURI DI DIO

Come Maria, in quest’anno, siamo chiamati a meditare la nostra storia, scovare la presenza di Dio negli eventi che segneranno (nella gioia o nella fatica) il tempo che ci sarà donato. E’ la quotidianità, il luogo in cui possiamo fare esperienza di Dio.

-         di Paolo Di Martino

-          Oggi la chiesa celebra Maria Madre di Dio. Perché proprio questa festa all’inizio dell’anno? Perché dare alla luce un figlio è qualcosa di nuovo, una novità che travolge la vita, che ti fa rinascere.

Tutto nel vangelo è novità. Il nuovo ci spaventa ma solo perché ancora non lo conosciamo.
Il nuovo è così: ci costringe a rimetterci in gioco e la cosa non ci piace tanto!
Il nuovo ci costringe a ridefinire gli equilibri preesistenti e a trovarne degli altri.
Sono questi i sentimenti che ci avvolgono all’inizio di un nuovo anno.
Il primo giorno dell’anno si apre con una grande novità, con una buona notizia.
Quelli che la religione considera i più lontani da Dio, per il vangelo, sono i più vicini a Dio!
Questa è la buona notizia che Luca ci riporta nel brano della visita dei pastori.

Perché i protagonisti di oggi sono i pastori. Solo così si riescono a comprendere le parole che Maria dirà.
Scrive Luca che “andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”.

I Pastori fanno qualcosa che noi forse abbiamo abbandonato da tempo. Si mettono a cercare Gesù! E Lo trovano alla fine di questa ricerca.

Il cristianesimo è una continua ricerca, anzi impone la ricerca come mezzo per “trovare”. Ma trovare cosa? Un Senso alla vita, perché in fondo questo è Gesù, il Senso che stiamo cercando.
Che cosa era stato detto loro? Cos’era questa grande novità? L’angelo gli aveva annunziato una grande gioia: per loro era nato il Messia, per loro.

I pastori, lo sappiamo, non erano i personaggi romantici che oggi riempiono i nostri presepi ma erano considerati disgraziati, lontani da Dio perché vivevano in uno stato continuo di impurità, di furti. Erano selvatici come le bestie che accudivano. Il Messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto eliminare innanzitutto i pastori in quanto peccatori.

Ebbene i pastori vengono avvolti dalla luce del Signore. Loro annunciano questo: per essi è nato un salvatore, colui che li viene a salvare.

C’è qualcosa di nuovo, qualcosa di inaudito in quello che viene detto.

E’ lo scandalo della misericordia che sarà il filo conduttore di tutto il vangelo di Luca.

L’amore, amici, è un regalo dato a tutti non un premio per i buoni.

Nessuno è escluso dall’amore di Dio! Nessuno!

“Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Anche Maria è stupita. E’ sconcertata di fronte a questa novità, ma lei non la rifiuta. Cerca di capire il vero senso: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, letteralmente “esaminando, interpretando, cercando il vero senso”.

Maria intuisce che dietro quell’annuncio dei pastori c’è tutta la novità di quel figlio che ha tra le braccia. Non ha tutto chiaro, ma attende, fa in modo che questa novità si sedimenti nel cuore.
Maria, nel primo giorno dell’anno, ci ricorda che Dio non è “immediato”. Dio è “mediato”. Dio ha bisogno che noi guardiamo dentro le cose per trovarlo, non in superficie.

In questo nuovo anno, amici, recuperiamo una dimensione spirituale che non significa mandare a memoria altre preghiere ma imparare a guardare dentro le cose, attraverso la vita spirituale, il silenzio, l’ascolto, la profondità.

Il Signore non ci vuole bigotti ma capaci di trovarlo dentro ciò che viviamo e come ogni attività che si rispetti, anche la vita spirituale ha bisogno di esercizio e di allenamento.

Oggi è giorno di auguri, ma gli auguri più belli per questo nuovo anno, ovviamente, ce li fa Dio!
“Il Signore parlò a Mosè, ad Aronne, ai suoi figli e disse: Voi benedirete i vostri fratelli”.
All’inizio di quest’anno, per prima cosa dice Dio, beneditevi a vicenda, benedite tutti, che lo meritino o no perché io vi benedico tutti che ve lo meritiate oppure no.

Dio ci raggiunge non proclamando dogmi o impartendo divieti, ma benedicendo e chiede anche a noi di benedire uomini e storie.

L’augurio e il nostro compito per il 2022? Benedire chi ci sta accanto! Nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri amici, le persone che ci sono affidate.

Se non impariamo a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice.

E come si fa a benedire? “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Che bello! Ci sono forse auguri migliori? Che nel nostro volto risplenda il volto sorridente di Dio! Ecco cosa ci auguriamo e cosa dobbiamo augurare a tutti!

Cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo so, ma di una cosa sono certo: Il Signore ci farà grazia, si rivolgerà verso di noi, si chinerà su di noi.

Qualunque cosa accadrà quest’anno, Dio sarà chino su di noi e ci farà grazia.

È un invito a noi, che siamo sempre di corsa, a dedicare del tempo alla nostra interiorità, a fermarci ogni tanto nel nuovo anno per scrutare i passi di Dio.

Forse ci accorgeremo che Dio sorride con noi, piange con noi, fa festa con noi, soffre con noi. Perché Dio non è un qualcosa di aggiunto, è dentro la storia: dentro la tua gioia, dentro la tua stanchezza, dentro la tua repulsione o dentro la tua simpatia, dentro la tua convivenza o dentro la tua connivenza.

Non aspettiamoci che Dio ci risolva i problemi perché la vita e la natura segue una sua logica ma se, lo vorremo, li affronteremo con Lui. Quando non si è soli tutto è possibile. Questo è il vero miracolo, la vera onnipotenza che Dio ci mette a disposizione.

Cari amici, è appena terminato un anno difficile, per tutti segnato dalla sofferenza, dalla solitudine per molti anche dalla morte.

Incontri, scelte, avvenimenti, hanno segnato l’anno che si è appena concluso.
La Parola ci ha accompagnato, guidato, ma forse solo scalfito.

Lo Spirito di Dio ha lavorato in incognito nella nostra vita, donandoci ciò di cui, magari a nostra insaputa, avevamo bisogno.

Come Maria, in quest’anno, siamo chiamati a meditare la nostra storia, scovare la presenza di Dio negli eventi che segneranno (nella gioia o nella fatica) il tempo che ci sarà donato.

E’ la quotidianità, il luogo in cui possiamo fare esperienza di Dio.

La bella notizia di questo capodanno? Possiamo raccogliere tutti i desideri e le paure che ci riempiono il cuore e lasciarli nelle Sue mani. Non c’è posto più sicuro. Garantito.

 Cerco il tuo volto

 


PANDEMIA. NESSUN UOMO E' UN'ISOLA !


 

Una svolta epocale

A Capodanno il Covid compie due anni. La sua presenza fu segnalata in Cina per la prima volta il 31 dicembre 2019 e da allora il virus ha dilagato, con le sue varianti, in tutto il mondo, raggiungendo proprio in questi giorni, in Europa e negli Stati uniti, picchi impressionanti di contagi. 

Non possiamo certo festeggiare questo compleanno. Esso, tuttavia, merita –come dovrebbe essere per tutti i compleanni – che ci fermiamo a riflettere su ciò che il tempo trascorso ha portato di nuovo e di diverso, nonché sulla direzione che si profila per quello futuro. Una riflessione resa più urgente e significativa dal fatto che questa pandemia si è ormai imposta come un evento epocale, capace di coinvolgere l’intera umanità non solo per quanto riguarda la salute fisica, ma anche nei suoi stati d’animo, nei suoi atteggiamenti esistenziali, nei suoi stili di vita.

Come la grande epidemia di peste nera, nel XIV secolo, caratterizzò il passaggio dal medioevo all’età moderna, così anche questa del coronavirus sembra destinata a segnare una svolta di civiltà, di cui ancora non siamo in grado di misurare tutta la portata (come non lo furono sicuramente i nostri antenati medievali), ma che, nel bene e nel male, inciderà profondamente sulla nostra cultura e sul nostro modo di vivere.

Dalla libertà modellata sulla proprietà…

Un esempio eclatante di questa “rivoluzione culturale” è il cambiamento dell’idea di libertà. Nel corso della modernità essa è stata sempre più chiaramente definita sul modello della proprietà privata. Fu in Inghilterra – a partire dal XIV secolo, con un processo sempre più accelerato – , che quest’ultimo concetto, estremamente marginale al tempo del feudalesimo, acquistò importanza.

Prima di allora le terre erano comuni (oper fields) e venivano lavorate dai contadini in una logica cooperativa, ispirata più ai bisogni della popolazione contadina che non a produrre merci per il mercato. Le crescenti esigenze economiche della monarchia – di quella inglese prima, seguita però poi dalle altre dell’Europa occidentale – spinsero i sovrani ad avviare il fenomeno delle recinzioni (enclosures), cioè della vendita a privati di parti di questo territorio demaniale, che veniva di conseguenza recintato e utilizzato in modo esclusivo dal nuovo proprietario.

Da qui una utilizzazione molto più redditizia di queste terre, che ebbe come risvolto doloroso la cacciata di parte della popolazione contadina che prima viveva su di esse e che permise, però, lo sviluppo della nuova economica capitalista.

È significativo che proprio in Inghilterra si sia sviluppata, nel corso del Seicento, quella filosofia liberale che ridefiniva l’idea di libertà. Quest’ultima non veniva più identificata con il “libero arbitrio”, bensì come la possibilità di agire senza impedimenti da parte di altri. In questa visione, destinata ad affermarsi nella cultura occidentale successiva, si è liberi nella misura in cui si può fare o avere quello che si vuole.

Ovviamente una libertà così concepita può essere ammessa solo nella sfera ristretta in cui l’individuo dispone di sé senza invadere l’analoga libertà degli altri. Essa ha dunque dei limiti precisi, espressi nella famosa formula secondo cui «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro». Formula che suppone che vi sia una sfera entro cui si può disporre di sé e della propria vita come si vuole, senza dover accettare interferenze altrui, salvo a doversi fermare al confine in cui comincia la libertà dell’altro.

Come nella proprietà privata.

E non a caso il modello della proprietà veniva adottato in queste filosofie per definire la persona, concepita non più in termini di “essere”, ma di “avere”: si è se stessi in quanto proprietari delle proprie facoltà mentali e fisiche. Una visione che si è ampiamente consolidata nella società contemporanea.

Basta ricordare lo slogan dei cortei femministi in occasione del referendum sull’aborto: «L’utero è mio e ne faccio quello che voglio». Una visione analoga fa da sfondo alla recente proposta popolare di referendum sul suicidio assistito, secondo cui, anche in assenza di insopportabili sofferenze fisiche dovrebbe essere consentito il porre fine alla propria vita senza risponderne a nessuno.

È a questa prospettiva che, già durante il dibattito sul testamento biologico, si ispirava una intelligente esponente della cultura “laica”, Michela Marzano, quando scriveva: «Sono anni che il fronte del “no” invoca il concetto di “sacralità della vita”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri» («La Repubblica», 27 febbraio 2017).

Neppure la scienza. È ancora Michela Marzano che lo scrive, con perfetta coerenza, polemizzando contro il ruolo assegnato ai medici nella legge sul testamento biologico: «Dovevo essere io a decidere. Io paziente, io che soffro e chiedo solo di andarmene via, io che ho diritto di restare fino alla fine soggetto della mia vita. E invece niente. Alla fine, l’ultima parola spetterà ancora ai medici» («La Repubblica» del 20 marzo 2017).

… Alla libertà come responsabilità

Ebbene, il Covid ci sta costringendo a ripensare questa convinzione. Anche se essa è tanto tenacemente radicata da resistere di fronte all’evidenza, come dimostrano le perduranti opposizioni dei novax e no pass ad ogni misura restrittiva della loro “libertà”. Ed effettivamente, nella logica di una libertà intesa come proprietà assoluta del proprio corpo e come scelta insindacabile del soggetto, in una sfera individuale che nessuno ha il diritto di violare, sono perfettamente comprensibili il rifiuto di vaccinarsi e la protesta indignata contro ogni misura direttamente o indirettamente repressiva di questa scelta individuale.

Per una volta, però, la realtà si impone sulle ideologie e ci costringe a superarle. La pandemia ci ha fatto toccare con mano l’infondatezza della visione “insulare” di un individuo che, nella sua sfera personale, può disporre di sé come vuole e che un netto confine divide dalla sfera della libertà altrui. Questa sfera non esiste.

Ognuno, anche quando decide del suo destino, influisce inevitabilmente su quello degli altri. Non è vero che siamo liberi fino al confine che ci separa dall’altro, perché questo confine è un’illusione otica: l’altro è sempre con noi, dentro di noi, per un’appartenenza reciproca che possiamo cercare di misconoscere, ma che non per questo viene cancellata.

Il Covid ce lo ha ricordato: quello che io faccio di me stesso, del mio corpo, non riguarda mai soltanto me, ma tutti gli altri, che soffriranno le conseguenze delle mie scelte (e questo vale anche per l’aborto e per il suicido assistito!). La logica di quello che uno storico ha definito «individualismo possessivo» non è conforme alla realtà. La libertà è sempre anche responsabilità.

E oggi, sotto l’incalzare della pandemia, gli stessi Paesi neocapitalisti, dove questa cultura continua per altri versi a dominare, sono costretti a contraddirsi, adottando misure in cui si prende atto che esiste un bene comune che non è la somma e l’equilibrio degli interessi individuali interpretati dai singoli, ma un bene oggettivo di tutti (anche dei contestatori), a cui tutti devono concorrere e che lo Stato deve garantire.

Perché l’individuo – come soggetto assolutamente autonomo, indipendente dagli altri e legittimato a comportarsi come tale, all’interno della sua sfera privata – non esiste. Noi siano sempre indissolubilmente legati a tutti gli altri uomini e donne della terra. 

Lo ha scritto, tanto tempo fa, un poeta inglese del Seicento, John Donne, in un testo che avrebbe dato il titolo a un famoso romanzo di Hemingway, «Per chi suona la campana»: «Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te».

 ·         Pastorale scolastica Diocesi Palermo

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 Immagine: Il mondo di Orsosgnante