mercoledì 22 maggio 2019

23 maggio - STRAGE DI CAPACI - FARE MEMORIA PER COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE

La strage di Capaci fu un attentato esplosivo compiuto da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 nei pressi di Capaci (PA), per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell'autostrada A29, alle ore 17:56, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. Oltre al giudice, morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito SchifaniRocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza.

Occorre fare memoria, per risvegliare le coscienze di tutti, per costruire un Paese migliore, ove ogni persona possa maturare pienamente le proprie potenzialità, superando ogni forma di ingiustizia, di violenza, di demagogia, di chiusura.



Papa Francesco: RITROVARE FIDUCIA NELL'EUROPA

L'EUROPA RITROVA SPERANZA QUANDO ......

" ........ Le risposte le ritroviamo proprio nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea e che ho già ricordati: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza - questo è il vostro compito: discernere le strade della speranza - , identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi, ma siano pegno di un cammino lungo e fruttuoso.
L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni. Ritengo che ciò implichi l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono tanto dai singoli, quanto dalla società e dai popoli che compongono l’Unione. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione. Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune. È opportuno tenere presente che l’Europa è una famiglia di popoli [14] e – come in ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti, ma tutti possono crescere nella misura in cui si è uniti. L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati, ponendo l’accento sul fatto che simettevano in comune le risorse e i talenti di ciascuno. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma»[15] e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti»[16]. I Padri fondatori cercavano quell’armonia nella quale il tutto è in ognuna delle parti, e le parti sono – ciascuna con la propria originalità – nel tutto.
L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo e nello stesso tempo implica la capacità che ciascun membro ha di “simpatizzare” con l’altro e con il tutto. Se uno soffre, tutti soffrono (cfr 1 Cor 12,26). Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. La solidarietà non è un buon proposito: è caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”. Occorre ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. Alla politica spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.
 L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale»[17]. C’è interesse nel mondo per il progetto europeo. C’è stato fin dal primo giorno, con la folla assiepata in piazza del Campidoglio e con i messaggi gratulatori che giunsero da altri Stati. Ancor più c’è oggi, a partire da quei Paesi che chiedono di entrare a far parte dell’Unione, come pure da quegli Stati che ricevono gli aiuti che, con viva generosità, sono loro offerti per far fronte alle conseguenze della povertà, delle malattie e delle guerre. L’apertura al mondo implica la capacità di «dialogo come forma di incontro»[18] a tutti i livelli, a cominciare da quello fra gli Stati membri e fra le Istituzioni e i cittadini, fino a quello con i numerosi immigrati che approdano sulle coste dell’Unione. Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. Quale cultura propone l’Europa oggi? La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario, la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. All’apertura verso il senso dell’eterno è corrisposta anche un’apertura positiva, anche se non priva di tensioni e di errori, verso il mondo. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo. Sono questi gli ideali che hanno reso Europa quella “penisola dell’Asia” che dagli Urali giunge all’Atlantico.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace»[19], affermava Paolo VI, poiché non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c’è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
 L’Europa ritrova speranza quando si apre al futuro. Quando si apre ai giovani, offrendo loro prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità...............

sabato 18 maggio 2019

AMATEVI GLI UNI GLI ALTRI

-    Dal Vangelo secondo Giovanni     Gv 13,31-33a.34-35
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


Commento al Vangelo del 19 Maggio 2019 - Paolo Curtaz
Gloriosi e glorificati
Cosa è fondamentale nella mia vita?
Cosa è in testa alla classifica delle cose necessarie, assolute, imperdibili?
Un po’ di salute, certo, quel benessere che mi garantisca una vita dignitosa, degli affetti sinceri che costruiscono e danno forza, sì. Ma oltre queste cose necessarie?
Essere famosi, risponde il mondo. Essere come i calciatori milionari, come gli youtuber che guardano i nostri figli adolescenti, avere molti follower, fare carriera nell’azienda in cui lavoro.
Amare, risponde il Signore.
La cosa che ci è più necessaria nella vita è imparare ad amare, amare ed essere amati.
Glorie
Per cinque volte in una frase Gesù parla di gloria e glorificazione e di come lui, grazie al Padre, sta per essere glorificato.
Gesù parla con convinzione e determinazione della gloria e del fatto che sta per essere glorificato.
Magnifico.
Solo che lo dice durante l’ultima cena, poco prima di essere arrestato. Lo dice nel momento stesso in cui il suo destino è segnato. Lo dice quando Giuda esce per andare a denunciarlo.
Gesù insiste, esagera: ora sono stato glorificato, dice.
Nel momento più doloroso del tradimento, quando una persona che ti ama e che ti ha seguito ti inganna, Gesù afferma che potrà manifestare pienamente la sua gloria.
Ma lo è lo fa?
No, Gesù compie qualcosa di straordinario: guarda al di là del presente, vede il bicchiere mezzo pieno, non si chiude in se stesso, depresso o rabbioso, per il tradimento. Poiché Giuda lo sta tradendo potrà dimostrargli che gli vuole bene sul serio.
Proprio perché sta per essere ucciso, potrà manifestare a tutti gli uomini quanto li ama, quanto ci ama, quanto è serio il suo amore. Nel tradimento di Giuda vediamo la misura dell’amore di Gesù.
Giuda si è perso, certo, vero.
Ma il Signore non è venuto proprio a salvare chi era perduto?
La perdizione non è, appunto, il luogo teologico della salvezza?
Non veniamo salvati proprio perché, prima, ci siamo smarriti?
Con Giuda Gesù potrà dimostrare qual è la misura dell’amore di Dio: l’assenza di misura.
Ogni uomo che prende coscienza di sé si pone la domanda: sono perduto o salvato?
Gesù risponde: sei perduto e sei salvato.
Gli apostoli non capiscono, come non hanno capito il gesto della lavanda dei piedi.
Pietro, poco dopo, dirà che egli è disposto a dare la vita per Gesù.
Pietro, ormai, si prende per Dio, lo vuole salvare.
Gesù gli ricorderà che è lui a dare la vita per i suoi discepoli.
Un gallo urlerà ricordando a Pietro il suo limite. Non per Dio deve morire, ma con lui.
Tutto ciò che può fare il discepolo è imitare il Maestro, non sostituirlo.
Se
Gesù parla della sua gloria, una gloria che consiste nel manifestare quanto ci ama.
E chiede a noi di fare altrettanto.
La gloria è poter dimostrare il proprio amore. Un amore sano, centrato, luminoso, concreto, umile, oblato, fecondo, rispettoso.
E se, invece di passare la vita ad elemosinare un applauso iniziassimo a voler amare?
Amatevi
Tra Giuda e Pietro gli altri evangelisti pongono l’ultima Cena.
Giovanni salta il racconto della cena per sostituirlo con la lavanda: la liturgia è falsa se non diventa servizio al fratello debole. Giovanni osa di più: tra i due tradimenti e le due salvezze (Giuda è salvato dal male, Pietro dal finto bene) inserisce l’unico comandamento dell’amore.
Gesù chiede di amarci (amare me, amare te) dell’amore con cui egli ci ha amato.

Corregge gli altri evangelisti. Il più grande comandamento non è amare Dio e il prossimo.




venerdì 17 maggio 2019

Mattarella: L'EUROPA DEVE RECUPERARE LO SPIRITO DEGLI INIZI

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rilasciato la seguente intervista ai media vaticani. Le domande sono state formulate da Andrea Tornielli, Direttore della Direzione editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e da Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore Romano”.
D)  Colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre di più il senso dell'urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare talvolta sfibrato, i legami spezzati, e anche la solitudine diventa la cifra distintiva delle città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese, e anche una questione che la politica deve affrontare?
R) Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri continenti.
Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione.
Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie – entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive – contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale.
Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società – dalle varie realtà associative ai partiti politici - o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza.
E’ necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale.
A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.
D) Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?
R) Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e - come recita la Costituzione - ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale.
Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana.
Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani.
Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale.
La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.
D) Papa Francesco all'inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?
R) Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi - che parlano di pace e di fratellanza - rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso.
Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani.
La dichiarazione sulla fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose.
Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. E’ stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose - e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità - significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti.
La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.
D)Papa Francesco ha detto: “Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all'Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone”. Quanto è importante ritrovare il senso dell'Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?
R) Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente.
Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari.
Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma.
Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città.
Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “casa comune”.
Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati – e non quindi quelle istituzioni – a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione - anche per il freno posto da parte di alcuni paesi - dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione.
Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale civile, morale.
D) Non trova che l'Italia sia talvolta rappresentata male dai mass-media, qualche volta anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?
R) Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace (il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze). L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo.
Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. E’ un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune.
Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.




LA SCUOLA ALLA PROVA DEL NUOVO FASCISMO

A PROPOSITO 
DELL'INSEGNANTE PUNITA

di Giuseppe Savagnone

Merita alcune considerazioni la vicenda dell’insegnante, Rosa Maria Dell’Aria, 63 anni, docente di italiano da 30 anni nell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III, a Palermo, che è stata sospesa per due settimane dall’Ufficio scolastico regionale, con stipendio dimezzato, per non aver vigilato sul lavoro dei suoi studenti 14enni i quali, nella Giornata della memoria dello scorso 17 gennaio, avevano presentato un power point da loro elaborato, in cui si accostava il “Decreto sicurezza” voluto dal ministro degli Interni Salvini alle leggi razziali del 1938.
A denunziare le “colpe” della docente era stato un attivista, collaboratore di siti di estrema destra come “Vox” e “Primato nazionale”, con un tweet indirizzato al ministro (leghista) della Pubblica Istruzione (Miur) Marco Bussetti: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il reich di Hitler, peggio dei nazisti. Succede all’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo, dove una prof per la Giornata della memoria ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?».
Le reazioni
Il giorno dopo la sottosegretaria ai Beni culturali Luisa Borgonzoni (anche lei, guarda caso, leghista) è intervenuta su Facebook: «Se è accaduto realmente» – ha scritto – «andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere».
In effetti l’ispezione dell’Ufficio scolastico regionale è arrivata puntualissima. «Abbiamo ricevuto una segnalazione dal ministero, ma eravamo già al corrente di quanto accaduto» — spiega il provveditore Marco Anello —. «La libertà di espressione non è libertà di offendere e l’accostamento delle leggi razziali al decreto sicurezza è una distorsione della realtà».
Risultato: la grave sanzione disciplinare a carico della professoressa Dell’Aria. Ma forse non è neppure finita lì: ultimamente a scuola è arrivata perfino la Digos che sta verificando l’accaduto parlando con preside e professori.
Storia e presente nell’istruzione
La prima considerazione che sorge spontanea, sulla scorta di queste notizie, riprese dai giornali, è che c’è ancora qualche professore – e forse, per fortuna, non sono così pochi – che ritiene essenziale collegare il passato al presente.
Troppe volte, nelle aule scolastiche, all’enorme mole di studi storici – non solo la “Storia” propriamente detta, ma la “Storia della letteratura italiana”, la “Storia dell’arte”, la “Storia della filosofia”, etc. –, non corrisponde la capacità della scuola di insegnare a leggere questo passato alla luce del presente, pur nel rispetto dei diversi contesti, per cogliere meglio il significato e la direzione delle situazioni odierne.
Accade così che i ragazzi si annoino a imparare una serie di nozioni che sembrano non riguardare la loro vita reale, ed escano alla fine del tutto impreparati ad affrontare i problemi personali e collettivi che li attendono. Significativo il distacco delle nuove generazioni dalla politica e il declino di tutte le forme di partecipazione, compresa quella alle scadenze elettorali, che registrano a un assenteismo sempre più accentuato.
“Vigilare” sulle ricerche personali degli studenti
La professoressa Dell’Aria ha mostrato di essere all’altezza della sua funzione professionale proponendo ai suoi alunni, già durante l’estate, delle letture che stimolavano la loro riflessione e che essi, liberamente, hanno sentito il bisogno di tradurre in una ricerca personale (hanno 14 anni, non sono bambini!) in cui passato e presente, periodo fascista e situazione italiana odierna, venivano messi in relazione.
Sulla validità o meno di questa interpretazione si potrà, naturalmente, discutere, come sempre quando si valutano i fatti storici: ma quello che conta, a scuola, non sono le risposte, bensì le domande, perché non si tratta di indottrinare, ma di aiutare gli studenti a sviluppare il loro senso critico e a esercitarlo, quale che sia l’esito dei loro tentativi.
Non è in gioco, dunque, solo la «libertà di espressione», ma la stessa libertà di pensiero. E non della professoressa, bensì dei suoi ragazzi.
Perché è di questo che –con palese marcia indietro rispetto alle parole del provveditore e, più a monte, del tweet che l’accusava – le viene ufficialmente addebitato: di non avere «vigilato» sul lavoro dei suoi alunni, e di non avere così impedito loro di pensare e di dire quello che pensavano.
Nessun insulto a nessuno: solo un giudizio storico – peraltro non della docente ma degli studenti.
Insegnanti e studenti oggi
Da qui una seconda considerazione riguardante il rapporto che questo provvedimento suppone debba correre tra insegnanti e studenti.
Una visione indegna della scuola e che, peraltro, non ha più alcun collegamento con la realtà dei rapporti tra le generazioni.

Oggi i giovani non accettano più censure e steccati imposti dagli adulti. In nessun ambito. E credere che la scuola faccia eccezione solo perché c’è l’arma del voto e delle sanzioni disciplinari è cecità.
Se anche avesse voluto, la prof. Dell’Aria non avrebbe potuto impedire ai suoi studenti di pensare quello che hanno pensato e detto.
E se ci avesse provato, in nome del principio di autorità, avrebbe solo screditato questa autorità, che per un insegnante dev’essere quella della ragione e non quella della costrizione.

Scuola e politica
Una terza considerazione riguarda il ruolo della politica a scuola. All’inizio di quest’anno scolastico in un tweet Salvini aveva scritto: «Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!».
Il punto è che la politica – forse il nostro ministro degli Interni a scuola non lo ha apppreso – non ha nulla a che fare con la propaganda per un partito o per un altro, perché è l’impegno per il bene comune.
Educare i giovani a questo impegno dovrebbe essere uno degli scopi fondamentali della scuola, su cui dovrebbero convergere le diverse discipline, ognuna col suo contributo specifico.
E dobbiamo dire che le disgrazie della nostra democrazia – dall’astensionismo dilagante al populismo – risalgono proprio all’incapacità della scuola di aprirsi ai problemi della comunità politica e di insegnare ai ragazzi a leggerli e discuterli criticamente, nella varietà delle opinioni.

Ben venga, allora, il tentativo degli alunni della prof. Dell’Aria di “fare politica”, nel modo consono a un’istituzione culturale com’è quella scolastica, cioè con delle argomentazioni (anche se eventualmente discutibili).
Nel merito della questione
Una quarta considerazione riguarda, infine, il merito della questione.
Finora ho cercato di mostrare che la sanzione disciplinare contro la docente del Vittorio Emanuele III è in contrasto con la logica della scuola – anche se il collegamento fatto dai suoi alunni tra le leggi fasciste e il “Decreto sicurezza” fosse infondato.
Voglio dire adesso, prima di concludere questo articolo, che personalmente ritengo questo collegamento assolutamente corretto.
Non certo nel senso che Salvini sia fascista come lo fu Mussolini. È ovvio che nella storia non si riproducono mai le stesse situazioni e anche le tendenze di fondo cambiano volto di epoca in epoca. Però si possono riscontrare delle inquietanti analogie tra quello che fu il fascismo e quello che oggi, in modo diversi, cerca di fare il nostro vicepremier.
E la prova migliore di questo è proprio l’intervento autoritario e repressivo con cui si è voluto non solo punire un docente, ma soprattutto intimidire tutti gli altri, spingendoli a «vigilare» sui loro alunni perché non pensino troppo.
Stile squisitamente fascista. Da ora in poi, prima di permettere ai propri alunni di discutere una questione di attualità, specie se confinante con la politica, molti professori ci penseranno due volte, nel timore che un tweet li accusi di avere insultato chi sta al potere, mettendoli nei guai.
Molti altri, per fortuna, non si piegheranno. È affidata a loro la speranza che la nostra scuola non soccomba al nuovo fascismo incombente.





giovedì 16 maggio 2019

SCUOLA, COMPETENZE, MERITO ...... TUTTO OK?

Scuola, contro l’ideologia di competenze e merito

Vari libri recenti prendono di mira questi concetti: si devono ridiscutere i paradigmi pedagogici attuali, basati su una visione aziendalistica ed economicista del sapere, riscoprendone le basi etiche e cognitive

di ROBERTO CARNERO

Nel 1979 usciva negli Stati Uniti un saggio del sociologo Neil Postman (1931-2003), destinato a diventare celebre: Teaching as a Conserving Activity. Potremmo tradurre quel titolo con qualcosa come «L’insegnamento come attività di conservazione». Il libro di Postman fu pubblicato due anni dopo anche in Italia, da Armando Editore, con un titolo diverso: Ecologia dei media. La scuola come contropotere (ora in una nuova edizione a cura di Giampiero Gamaleri, Armando, pagine. 126, euro 12). Quell’idea di “conservazione” veniva lì veicolata dal sottotitolo (in cui si parla di “contropo-tere”), mentre il titolo principale ( Ecologia dei media) alludeva a una delle tematiche centrali del volume, vale a dire l’invadenza dei moderni mass media nel mondo occidentale (allora si trattava soprattutto della televisione, essendo ancora di là da venire i cosiddetti new media e gli odierni social). Al punto che fin dal 1971 lo studioso aveva istituito alla New York University (dove insegnava), una cattedra così chiamata, che terrà per tutto il resto della sua vita.
«L’istruzione cerca di conservare la tradizione mentre l’ambiente esterno è innovatore», scriveva Postman. È questo un male? Non necessariamente. Perché “conservare” ciò che è stato tramandato significa anche “resistere” alle attrattive, effimere e superficiali, di quella che sempre Postman chiamava la «società adescante», tutta appiattita sull’hic et nunc di una sorta di eterno presente privo di spessore e di profondità. Da qui l’idea che, resistendo, la scuola possa configurarsi – appunto – come un “contropotere”, recuperando le radici etiche e cognitive su cui basare il futuro dei giovani: aiutandoli così a orientarsi in un mon- do globalizzato e sempre più interconnesso.
Ma oggi in Italia è possibile concepire la scuola in questi termini? La domanda è legittima, e la risposta, purtroppo, sembra virare più verso il negativo che verso il positivo. Questo perché tutte le riforme e riformine più recenti vanno in una direzione che lascia poco spazio alla discussione in merito ai paradigmi pedagogici assunti in questi ultimi anni. Scelte programmatiche e metodologiche fondamentali (che cosa insegnare e come insegnarlo) sono state spesso imposte in maniera autoritaria, attraverso leggi votate frettolosamente (magari ricorrendo alla fiducia per evitare ogni dibattito parlamentare, come è accaduto al Senato con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”) o addirittura con semplici circolari ministeriali che, sotto l’apparenza di fornire indicazione pratiche su specifiche questioni, hanno l’effetto di scalzare e sovvertire modelli didattici consolidati. A vantaggio di un “nuovo che avanza”, senza però la minima disamina critica e, soprattutto, senza alcuna forma di coinvolgimento degli addetti ai lavori, vale a dire gli insegnanti, il cui ruolo viene così svilito al rango di quello di semplici esecutori di decisioni calate dall’alto.
Ciò viene lucidamente raccontato nel saggio dello storico Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagine 152, euro 14), in cui si mostrano le radici di certi concetti sempre più presenti nell’innovazione didattica stabilita per legge: la misurabilità, le competenze, il capitale umano, la meritocrazia. Tutte idee transitate dal mondo dell’economia e dell’azienda a quello dell’educazione e della scuola.
Soffermiamoci, per esempio, sulla “didattica per competenze”, promossa, sempre più, dall’Unione Europea a partire dall’inizio degli anni Novanta, fino alla promulgazione, nel 2006, del Quadro delle “competenze chiave”. Questo e altri documenti sono chiaramente accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Una di queste competenze è definita “imparare a imparare”. Ora, nessuno nega che sia essere buona cosa trasmettere ai giovani l’idea che l’apprendimento è un processo che non si esaurisce con la scuola ma che dovrà continuare lungo tutto l’arco della vita.
Tuttavia si capisce anche che ciò è funzionale a un mercato del lavoro che richiede dosi sempre maggiori di flessibilità: anziché portare nella scuola un dibattito sui modelli economici e produttivi esistenti, magari per criticarli nelle loro storture e per pensare di migliorarli in relazione ai diritti delle persone, si preferisce spingere gli individui ad adattarvisi fin dalla più giovane età, cioè sin dagli anni della scuola. Scrive Boarelli: «Non si tratta di “imparare a imparare” come occasione di sviluppo culturale, senza immediati fini utlitaristici, ma di apprendere una forma specifica di comportamento: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche della “flessibilità” di cui essa ha bisogno ». E aggiunge: «Le competenze giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali».
Tendenze di questo tipo si esprimono in concreto in pratiche come quella dei test Invalsi, che elevano a feticcio il mito della misurabilità dell’apprendimento. Prove che hanno l’effetto di chiudere, uniformare, banalizzare e decontestualizzare la conoscenza. Una conoscenza che, nel momento in cui viene chiesto allo studente di individuare la risposta giusta (preconfezionata) tra quelle già fornite dall’estensore della prova, viene deprivata di ogni dimensione critica, creativa o anche solo collaborativa, con la conseguenza di impedire qualsivoglia sviluppo di un pensiero divergente. «Il “capitale umano”, le “competenze” e la valutazione standardizzata sono parti di uno stesso sistema concettuale che ingloba la vita sociale nella sfera produttiva», conclude Boarelli, e (aggiungiamo noi) la scuola in una visione aziendalistica ed economicistica del sapere e della cultura.

Sono, queste, preoccupazioni condivise anche dagli autori degli scritti raccolti da Piero Bevilacqua nel volume, da lui curato, Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa( Castelvecchi, pagine 192, euro 17,50). In un intervento dedicato alla “scuola delle competenze”, Anna Angelucci denuncia l’impossibilità di impostare un dibattito serio e aperto sui cambiamenti in atto: «Qualunque resistenza, ascrivibile al tentativo di esercitare, sul piano etico, forme di libero arbitrio o, sul piano culturale, spazi di libertà nella concezione della cultura e nella riflessione sul nesso insegnamento/apprendimento o magari, sotto il profilo metodologico, possibili opzioni di falsificabilità di una teoria che ci viene imposta come una teleologia, deve essere, e viene, abortita sul nascere».
Il sospetto è che le riforme della scuola siano – di fatto – pezzi della riforma del mercato del lavoro. E il potere economico è così forte, autoritario e repressivo (non a caso, già nei primi anni Settanta, Pasolini negli Scritti corsari scriveva la parola “Potere” sempre con l’iniziale maiuscola, intendendo quello dell’economia e dell’industria, cioè del neocapitalismo avanzato) da non lasciare alcuno spazio per una contestazione al suo pensiero unico. Chi si oppone ad esso viene tacciato di passatismo, misoneismo, disfattismo. L’insegnante che rifiuta di “aggiornarsi” è la bestia nera di questa retorica del nuovo, che canta le magnifiche sorti e progressive della scuola digitale, della didattica per competenze, dell’alternanza scuola-lavoro (altro fondamentale tassello, quest’ultima, di tale asservimento della scuola all’azienda). Mentre forse, in realtà, sta solo provando a mettere in atto forme di resistenza civile, vedendo ancora nella scuola una possibilità di “contropotere” (rispetto allo strapotere del più bieco neoliberismo).


mercoledì 15 maggio 2019

TERZO SETTORE, UNA RISORSA PER LA DEMOCRAZIA E PER LA COMUNITA'

Presidente Mattarella: "Quanto avete fatto in questi decenni, quanto fa il movimento cooperativo nel nostro Paese sottolinea  ancora una volta il ruolo fondamentale delle formazioni sociali e dei corpi intermedi - che, non a caso, la Costituzione esprime come pilastro portante della vita della Repubblica - e sottolinea il ruolo decisivo del terzo settore".

" ...... Il movimento cooperativo ha costituito, sin dall’inizio, un tessuto di protagonismo e partecipazione. Per questo l’Assemblea costituente - di cui abbiamo poc’anzi rivissuto, con una grande efficacia scenografica, il dibattito sulla cooperazione - ha preso atto e ha fatto proprio il valore della cooperazione con l’Articolo 45 (tale divenne poi nella versione definitiva della Costituzione) che evoca e sviluppa l’articolo 2 della Costituzione. Non è un caso che l’articolo 45 adoperi lo stesso verbo dell’articolo 2: ‘riconoscere’. L’articolo 2 riconosce i diritti delle formazioni sociali, ed evoca esplicitamente il valore della solidarietà, parola chiave del movimento cooperativo. E l’articolo 45, non soltanto riconosce la funzione sociale della cooperazione, ma dà mandato alla Repubblica di sorreggerla, di promuoverla, di svilupparla, cioè di sostenerla.
Questo è avvenuto nel corso del tempo. Vi è stato a lungo, in tante riprese, un forte sostegno delle istituzioni perché nell'Assemblea Costituente ci si è resi conto - e questo si è trasferito nei successivi atteggiamenti - di quanto il protagonismo sociale fosse decisivo per il nostro Paese. Dopo la Costituente, naturalmente, sono intervenuti molti mutamenti, condizioni nuove, e il movimento cooperativo si è mosso cercando di adeguarsi, sempre muovendosi tra le rigide categorie dello statale e del privato, e contrastando l’erronea convinzione che la vita sociale ed economica si possa esaurire nella dicotomia ‘statale e privato’.
In questi mutamenti in cui si è via via dato vita, con moduli diversi e con condizioni differenti, a questo dinamismo sociale, una delle risposte è stata quella dell'Alleanza della cooperazione. I soggetti più importanti della cooperazione hanno deciso di applicare fra di loro il principio collaborativo che sta alla base della cooperazione e hanno espresso, in un manifesto, un progetto di indicazioni importante per il nostro Paese: sul lavoro, sulla legalità, sull’innovazione, sul welfare, sulla sostenibilità ambientale e sociale...... "