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giovedì 23 luglio 2026

CAMBIARE L'UOMO

 


Cambiare l’uomo,

 perdere

 

la libertà


Fascismo e comunismo, pur diversi, condivisero l’idea utopica di creare un “uomo nuovo”.

 

La storia mostra i rischi di ogni progetto politico che pretende di trasformare la natura umana.


di Pasquale Hamel

 

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione filosofica sul Novecento riguarda ciò che ideologie profondamente diverse, e spesso ferocemente nemiche, hanno condiviso sul piano antropologico: l’idea che la politica possa cambiare la natura dell’uomo.

Affermare questo non significa sostenere che fascismo e comunismo siano equivalenti. Le loro origini, i loro obiettivi e i loro fondamenti teorici sono profondamente differenti. Tuttavia, alcuni dei maggiori filosofi e storici del secolo scorso hanno osservato che entrambi furono animati da una comune ambizione: costruire una società perfetta attraverso la creazione di un “uomo nuovo”.

Questa idea rappresenta una rottura con una tradizione di pensiero che va da Aristotele fino al liberalismo moderno. Per Aristotele, la politica serve a creare le condizioni affinché gli uomini possano vivere bene, non a trasformare la loro essenza. Anche la tradizione cristiana, da Sant’Agostino a Pascal, ha sempre riconosciuto il limite costitutivo della natura umana: l’uomo può migliorare, educarsi, crescere moralmente, ma non può essere rifondato da un potere terreno.

Con la modernità nasce invece un’ambizione diversa. La politica non vuole più soltanto governare la società, ma rigenerarla. È qui che alcuni studiosi individuano l’origine delle grandi utopie politiche.

Lo storico Emilio Gentile ha mostrato come il fascismo fosse molto più di un semplice regime autoritario: era una “religione politica”. Il suo obiettivo non era soltanto conquistare il potere, ma plasmare una nuova umanità attraverso lo Stato, la scuola, la propaganda, l’organizzazione del tempo libero, il culto della disciplina e della nazione. Il mito dell'”uomo nuovo fascista” era parte integrante di questo progetto.

Anche il comunismo rivoluzionario, pur partendo da presupposti completamente diversi, immaginava la nascita di un uomo liberato dall’alienazione, dall’individualismo e dalla proprietà privata. François Furet, nel suo studio sul comunismo del Novecento, osserva che il fascino esercitato da questa ideologia derivava anche dalla promessa di una rigenerazione totale della società. Leszek Kołakowski, dopo essere stato marxista, arrivò a sostenere che il problema nasce quando la politica pretende di sostituirsi all’etica, alla religione e perfino alla coscienza individuale.

Jacob Talmon parlò di “democrazia totalitaria” per descrivere quei sistemi che, convinti di possedere la verità della storia, ritengono legittimo comprimere la libertà presente in nome della felicità futura. Se esiste un modello perfetto di società, chiunque vi si opponga non è più soltanto un avversario politico, ma un ostacolo al progresso.

Eric Voegelin spinse questa riflessione ancora oltre. Secondo lui, le grandi ideologie moderne sono il tentativo di “immanentizzare l’escaton”, cioè di realizzare nella storia quella perfezione che le religioni avevano sempre collocato oltre la storia. Il paradiso viene trasferito sulla terra e la politica assume un compito quasi salvifico. Ma proprio questa pretesa, secondo Voegelin, apre la strada ai totalitarismi: se il fine è la redenzione dell’umanità, ogni mezzo può apparire giustificato.

Karl Popper, ne La società aperta e i suoi nemici, formulò una critica destinata a diventare un classico della filosofia politica. Distinse tra la riforma graduale delle istituzioni e l'”ingegneria utopica”. Quest’ultima nasce dalla convinzione che sia possibile progettare razionalmente una società perfetta. Il problema è che nessuno possiede una conoscenza sufficiente della realtà umana per prevedere tutte le conseguenze delle proprie decisioni. Per questo, osserva Popper, le utopie finiscono spesso per ricorrere alla coercizione: quando la realtà non coincide con il progetto, si cerca di cambiare la realtà con la forza.

Anche Augusto Del Noce vide nel Novecento il tentativo di costruire una civiltà che, recidendo ogni riferimento a una dimensione trascendente, attribuiva alla politica un compito assoluto. Quando lo Stato pretende di definire il bene, il vero e perfino ciò che l’uomo deve essere, il potere non incontra più limiti.

Hannah Arendt, infine, colse un elemento decisivo. Il totalitarismo non mira soltanto all’obbedienza. Mira alla trasformazione dell’individuo. Vuole eliminare la spontaneità, la pluralità e la libertà di giudizio, perché un uomo capace di pensare autonomamente rappresenta sempre un limite al potere assoluto.

La grande lezione del Novecento, allora, non consiste nel diffidare degli ideali. Gli ideali sono indispensabili. Il problema nasce quando un ideale pretende di conoscere definitivamente ciò che l’uomo deve essere e affida alla politica il compito di realizzarlo.

La democrazia liberale parte invece da un presupposto molto più modesto e, forse proprio per questo, più realistico: l’uomo è imperfetto. Lo sono i governanti, lo sono i cittadini, lo sono le istituzioni. Per questo servono limiti al potere, pluralismo, libertà di critica e corpi intermedi. Non perché la democrazia prometta il paradiso, ma perché sa che nessun uomo e nessuna ideologia possono costruirlo.

Forse è questa la differenza più profonda tra le utopie politiche e una società libera: le prime promettono di creare un uomo nuovo; la seconda si accontenta di difendere la dignità e la libertà dell’uomo reale.

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sabato 28 marzo 2026

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in ItaliaNon avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

giovedì 10 luglio 2025

HO VISTO UN RE

 

-SANDOKAN !-

Italia, 1936. 

Emilio è un bambino fantasioso, con la passione per Sandokan. Un giorno crede di vederlo davvero, quando suo padre, podestà fascista, cattura e rinchiude in una voliera nel giardino di casa sua il principe africano Abraham Imirrù. A Emilio non sembra vero: finalmente potrà conoscere da vicino un eroe, ma suo padre, i suoi colleghi e tutto il suo paese non lo guarda allo stesso modo. 

Il razzismo è dilagante, come la violenza su chi è considerato «diverso».

Cos’è più forte della paura? L’immaginazione. I libri. Questi i cardini di Ho visto un re, storia fantastica contro la xenofobia, ispirata da una storia vera, quella di Nino Longobardi, futuro giornalista, ancora bimbo ai tempi della Campagna d’Africa, che si vede arrivare un prigioniero etiope nel suo paese d’origine. Siamo ai tempi del fascismo e della guerra.

Tra adulti che vivono di illusioni e bimbi che fanno di quell’illusione una realtà immaginaria, alternativa, si snoda il racconto del lungometraggio di Giorgia Farina, che «spariglia» le carte, mettendo al centro lo sguardo di un innocente, rendendo straordinario un ordinario percorso di scoperta e di crescita. Quella di Emilio, ragazzino di 10 anni appassionato dei romanzi di Salgari, che quindi nella sua mente vive a metà tra Mompracem e Roccasecca, suo luogo natìo.

Tutto parte proprio da qui, da questa tranquilla cittadina di provincia, dove nel 1936 la vita scorre pigramente tra slogan mussoliniani, bambini divisi tra Balilla e Piccole italiane, donne relegate al ruolo di mogli e madri e podestà pervasi dalla retorica di regime e dall’entusiasmo generale per la conquista dell’Etiopia, in un fervore coloniale senza precedenti.

L’Africa è un luogo mitico e lontano, terra di conquista e mistero.

La vita del piccolo paese laziale è «accesa» dall’arrivo del «confinato» Abraham Imirrù (Gabriel Gougsa), un ras etiope rinchiuso in una voliera nel giardino della villa del padre di Emilio (Marco Fiore), il podestà Marcello (Edoardo Pesce). È lui il motore del racconto insieme allo sguardo innocente del bambino, che non vede un prigioniero, o uno «scimmione puzzolente», bensì il suo eroe, lì, davanti a sé, in carne e ossa: Sandokan.

Tra federali e fascisti ridotti a macchiette umane, propaganda di regime grossolana, rozza, basata sull’assenza di conoscenza dell’altro, del diverso da noi, la chiave di lettura è nello sguardo puro, senza filtri, di Emilio e del suo amore per la letteratura d’avventura. Così la realtà si trasforma: si apre la gabbia materiale e metaforica delle menti, degli spiriti più ottusi, come quello del podestà razzista e chiuso (l’unico personaggio che non si evolverà per tutto il film) o del federale Trocca, ancora più «prigioniero» del pensiero fascista, «villain», reso da un eccellente Gaetano Bruno, e si è capaci di guardare all’altro come a un nostro simile, un essere umano.

Farina, alternando il registro della commedia e del grottesco, utilizzando la fantasia come grimaldello per scardinare la brutalità del reale, non solo propone una critica alla dittatura fascista, ma, in una visione più ampia, indica quanto chi è ai margini della società in realtà abbia un pensiero libero, lucido e «irridente» sul mondo. I temi del colonialismo, dell’odio razziale, dell’identità sono attraversati sempre con levità, grazie all’immensa meraviglia e al potere dell’immaginazione di Emilio. Tra registro fiabesco e realistico, il film inquadra con accuratezza il periodo storico, rimanendo sui tratti del sognante e del naïf. È interessante, anche per una carezza interiore: all’essere umano è dato evolversi, a patto però di mantenere il cuore aperto, e il resto verrà da sé; non saremo più soli su quel vascello che avanza intrepido verso l’avventura più grande, la versione migliore di noi stessi.

 La Civiltà Cattolica




venerdì 25 ottobre 2024

IL BUIO CHE GENERA I MOSTRI


 Il nuovo clima culturale 

e l’avanzata delle destre

 in Europa

 

-        


 -di Giuseppe Savagnone*

 È un dato di fatto – che può rallegrare o rattristare, ma sta sotto gli occhi di tutti – il sempre più evidente riemergere, in Europa e in Italia, di umori, idee, atteggiamenti, che, negli anni Venti e Ttrenta del secolo scorso, erano sfociati, in alcuni paesi, nell’affermazione di partiti di estrema destra e nella loro ascesa al potere.

Anche ora questo clima culturale ha delle evidenti ripercussioni a livello politico. L’esempio più inquietante è la travolgente avanzata, in Germania, di Alternative für Deutschland (AfD), una formazione che ormai è il secondo partito nazionale e che non cerca neppure di nascondere i punti di contatto col nazismo, tanto da essere stata perfino esclusa dal gruppo parlamentare europeo più estremista, quello dei Patrioti di Le Pen e Salvini.

Senza che per questo si sia fermata la sua corsa, come dimostra, il fatto che, nelle elezioni regionali dello scorso settembre, per la prima volta AfD abbia avuto la maggioranza in un Land, la Turingia, e si sia affermata come secondo partito in un altro, la Sassonia.

Ma non è l’unico caso. Ormai l’estrema destra è al governo in ben sette paesi dell’UE – oltre all’Italia, i Paesi Bassi, la Svezia, la Finlandia, la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria – , ha un ruolo decisivo in Francia, dove Ressemblement National, pur non essendo al governo, ha vinto le ultime elezioni politiche –  e anche nelle elezioni europee del 6-9 giugno ha confermato i suoi progressi.

Il risultato immediato è uno spostamento a destra dell’asse politico europeo, evidente già nel mutato atteggiamento verso il fenomeno migratorio da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von del Leyen, confermato dall’andamento del Consiglio europeo del 17 ottobre scorso, dove la scelta del governo italiano di istituire degli “hub” in Albania per lo smistamento dei migranti, in vista del loro rimpatrio, ha suscitato ampio consenso.

Anche le forze politiche moderate devono aprire alle istanze nazionaliste e sovraniste della destra più estrema, nel duplice intento di “normalizzarla”, da un lato, e di sottrarle consensi, intercettando gli umori xenofobi di molti elettori.

Come dicevo all’inizio, questi sviluppi politici sono comunque il riflesso di un ritorno al clima culturale che, proprio cento anni fa, si è tradotto nella nascita di regimi totalitari in alcuni paesi europei.

Non è detto, naturalmente, che ciò accada anche oggi. Raramente la storia si ripete. Ma i fatti dicono che anche questa volta il passaggio dal livello della cultura a quello della politica è inevitabile e, anche se con modalità inedite, diverse da quelle del passato, si sta già verificando.

Ipnotizzata dall’aspetto più vistoso, che è quello politico, la grande maggioranza delle persone tende oggi a chiudere gli occhi su quello culturale che invece sta alla radice. Qui vorrei provare a introdurlo – senza alcuna pretesa di esaustività – in riferimento alla realtà italiana.

Il falso problema del ritorno del fascismo

A dire il vero, non si può dire che, nel nostro paese, siano mancate le grida di allarme. Esse, però, si sono concentrate sul pericolo di un possibile ritorno del fascismo. A lungo la battaglia è stata sulle parole.

Si sono esaminati al microscopio i discorsi dei leader della destra al governo, a cominciare da quelle della premier, per vedere se e quante volte veniva usato il termine “fascismo”. Si sono attese al varco le mancate esplicite condanne del famigerato ventennio nelle manifestazioni ufficiali.

Per scoprire, alla fine, che da un fenomeno storicamente situato nel passato si possono abbastanza facilmente prendere le distanze, senza per questo rinunziare all’ottica di fondo che lo ha ispirato, anche se declinandola in modalità diverse.

Perché è chiaro che, se oggi la “filosofia” del fascismo dovesse risorgere dalle ceneri della sua sconfitta storica, non sarebbe certamente nelle forme che essa ha assunto nella prima metà del Novecento.

E se oggi, in Italia, ci sono dei sintomi allarmanti di un deterioramento della vita democratica e della garanzia dei diritti umani, essi non si manifestano nella ripetizione materiale degli slogan e dei comportamenti che hanno caratterizzato il famigerato ventennio, ma in altri fenomeni, a prima vista assai meno allarmanti, ma che sono in realtà le nuove forme che lo stesso grande buio di allora oggi assume, prima di tutto nelle teste e nei cuori.

Se vogliamo evidenziarle e denunciarle, è perciò necessario chiamarle con dei nuovi nomi, invece di continuare a parlare di fascismo e antifascismo. Proviamo a dirne qualcuno.

 I primi due nomi del buio

 Smemoratezza

Il primo nome da dare a questo clima culturale è “smemoratezza” e riguarda la perdita della memoria. Perché una nuova forma di totalitarismo si imponga non sono necessarie forme vistose di violenza, peraltro impensabili nel nostro solido assetto costituzionale. Basta che la gente dimentichi quello che ha avuto sotto gli occhi qualche anno, se non addirittura qualche mese o qualche giorno prima.

Un piccolo esempio. Al processo Open Arms contro Salvini, l’avvocato Giulia Bongiorno (lei stessa senatrice della Lega) ha costruito tutta la sua arringa per dimostrare, come poi ha sintetizzato ai giornalisti a fine udienza, che «questo è un processo politico sotto un preciso punto di vista: poiché più volte è stato offerto a Open Arms la possibilità di una via di fuga, di fare scendere i migranti, e la ONG si è rifiutata; ci siamo chiesti perché e la risposta ci è stata data da Oscar Camps che, in un video, alla fine ha detto che erano felici, ma non per lo sbarco, ma perché era caduto il ministro Salvini. Quindi per loro era una battaglia contro Salvini».

Insomma, la vera posta in gioco non era la salvezza dei migranti ma la caduta del ministro, che alla fine si è verificata.

Gli italiani hanno ascoltato senza battere ciglio questa ricostruzione, ispirata chiaramente a quella logica del “complottismo” che è diventata ormai un leit motiv della destra.

Ma chi ha presente l’effettivo svolgersi dei fatti, dovrebbe ricordare che il ministro Salvini non affatto «caduto» – tanto meno fatto cadere – per la sua linea sui migranti, che anzi è stata alla base del vertiginoso aumento dei suoi consensi, ma si è improvvisamente dimesso, facendo cadere il primo governo Conte, con l’esplicito di sostituirlo con uno nuovo, da lui guidato, per cui già chiedeva agli italiani «pieni poteri».  

Giulia Bongiorno tutto questo, evidentemente, lo sa benissimo, ma contava sulla smemoratezza degli italiani, e ha avuto ragione, perché ben pochi hanno protestato contro questa palese falsificazione di un passato peraltro recentissimo.

 Indifferenza

Un secondo nome che oggi potrebbe definire l’attuale clima attuale è “indifferenza” – fino al disprezzo – nei confronti di chi è diverso. Sempre nel contesto della polemica sui migranti, il vice premier Salvini ha dichiarato: «I confini sono sacri, non si capisce perché, secondo qualche giudice, possono arrivare in Italia cani e porci».

Il pensiero va alle immagini drammatiche di tanti poveracci, uomini, donne, ma spesso anche bambini – distesi sulle nostre spiagge, senza vita, inclusi in questa sprezzante definizione.

Questa volta qualche reazione indignata c’è stata. Ma la maggioranza degli italiani non si è ribellata. Non lo ha fatto neppure quando, commentando l’uccisione di un ragazzo di 26 anni del Mali che aveva aggredito un poliziotto, il leader della Lega ha detto: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà».

Anche stavolta ci sono state voci di protesta. Ma nessuno degli altri membri del governo ha manifestato disagio e dissenso, né da parte della stampa e del corpo elettorale di destra si sono chieste le dimissioni di una persona che, come vice-premier, rappresenta l’Italia. Anzi, si è avuta la sensazione di un tacito consenso. «Salvini ha detto solo ciò che pensano tutti», ha scritto Vittorio Feltri sul «Giornale».

Eppure, nell’art. 2 della nostra, Costituzione – proprio in reazione ai totalitarismi che, negli anni immediatamente precedenti, avevano schiacciato le persone – sta scritto: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Non si parla di “cittadino”, ma di “uomo”, di qualunque paese, di qualunque cultura, in qualunque situazione giuridica sia. Sono uomini e donne anche gli immigrati. E la morte di ognuno di loro, come quella di ogni italiano, ci diminuisce.

Potere

Un terzo nome da dare alla cultura che si sta facendo strada – sia essa o no collegabile al fascismo (ho già osservato che non è questo il problema) – è  “potere”, inteso come pretesa di disporre senza limiti, in nome del popolo, delle sorti della comunità civile. Anche nella nostra Costituzione si parla di “poteri”, ma l’uso stesso del plurale indica che nessuno di essi è assoluto, perché si limitano a vicenda.

Di questo stentano a rendersi conto sia il nostro governo, sia i suoi sostenitori, invocando a ogni pie’ sospinto l’investitura popolare ottenuta nelle ultime elezioni politiche. Polemizzando con la decisione del Tribunale di Roma sul caso Albania, il ministro della Giustizia Nordio ha dichiarato: «Se la magistratura esonda dai suoi poteri, come in questo caso (…) allora deve intervenire la politica perché la politica esprime la volontà popolare. Noi rispondiamo al popolo: se il popolo non è d’accordo con quello che facciamo andiamo a casa».

In una Repubblica parlamentare e fondata sulla divisione dei poteri, le elezioni non servono a designare il potere assoluto di un capo. Chiunque venga scelto per governare, deve farlo secondo certe regole e in certi limiti.

«Noi rispondiamo al popolo» è da sempre lo slogan di tutte le dittature che, pretendendo di incarnare la “volontà generale” di Rousseau, non ammettono questi limiti.

È dai tempi di Berlusconi che domina, in Italia, una diffusa tendenza della politica a considerare ogni intralcio alla propria azione un sabotaggio ai danni dell’Italia. Ma il governo non è l’Italia. Ed è per il bene comune degli italiani che è stata prevista la possibilità di un intervento, da parte degli altri due organi costituzionali, che ne contrasti le decisioni ed eventualmente le blocchi.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai membri dell’attuale governo, ai giornalisti che scrivono sui quotidiani di destra, agli stessi italiani, che ascoltano senza battere ciglio affermazioni come quelle del ministro Nordio.

È questo sonno delle menti e dei cuori, non la mancata condanna esplicita del fascismo, il nostro problema, oggi. Perché da esso, come una volta ha detto Goya, possono nascere (e forse stanno già nascendo) dei mostri, diversi da quelli del passato, ma non meno spaventosi. È questa minaccia è più pericolosa di qualunque repressione esterna, perché è dentro di noi.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

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martedì 7 febbraio 2023

SCUOLA: LA RIFORMA GENTILE


 - di Giorgio Chiosso

 

Cento anni fa, tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, nelle stanze del Palazzo della Minerva, l’ex convento dei Domenicani, in Roma, oggi sede della Biblioteca del Senato (allora ospitava il ministero della Pubblica Istruzione) un ristretto manipolo di studiosi guidati dal filosofo Giovanni Gentile elaborò quella che è forse la riforma più nota della storia scolastica italiana: la riforma che prese il nome del filosofo che Mussolini aveva voluto al proprio fianco nel suo primo governo.

Gentile e Mussolini fino a quel momento non si erano mai incontrati e la loro collaborazione fu favorita da “ambasciatori” di entrambe le parti, spinti da ragioni diverse pur convergenti nella critica all’Italia giolittiana. Quanti erano vicini a Mussolini sollecitavano il capo del fascismo ad arricchire il suo governo con una personalità di grande autorevolezza nella vita culturale di quegli anni. Giolitti aveva coinvolto Benedetto Croce nell’ultimo suo governo, poteva Mussolini essere da meno?

Coloro che parteggiavano per Gentile e con cui si battevano per rinnovare la scuola erano convinti che finalmente si presentava l’occasione idonea per dare all’Italia una scuola libera da incrostazioni positivistiche e, attraverso la sua rigenerazione, rendere migliore la società italiana, sottrarla alle sirene dell’utilitarismo e del materialismo. Gentile accettò a due condizioni: che cessassero immediatamente le violenze che avevano insanguinato il seguito della marcia su Roma e che gli fosse lasciata mano libera nella riforma scolastica.

Contrariamente ad un’opinione ampiamente ed erroneamente diffusa, la riforma di Gentile (e per la scuola elementare il geniale riordino predisposto da Giuseppe Lombardo Radice) non fu affatto una “riforma fascista” e la sua genesi fu ben anteriore alla creazione dei fasci mussoliniani. Essa va cercata invece nelle discussioni che si susseguirono nel primo quindicennio del Novecento sullo scadimento della scuola (specie quella secondaria) del tempo. Giovani intellettuali di varia ispirazione – liberali, vociani, nazionalisti, cattolici, qualche socialista – affascinati dalla filosofia e dalla personalità del filosofo siciliano furono con lui concordi nel denunciare l’illusione positivista che il “progresso” e il perseguimento dell’utilità economica potessero rappresentare la bussola ideale e morale della società.

Il decadimento di una scuola senza alti ideali era testimoniato, secondo i gentiliani, da fenomeni che avevano tolto alla scuola l’antico prestigio che risaliva al rigore dei collegi gesuitici: l’esasperata ricerca del “pezzo di carta” da raggiungere a ogni costo, anche senza merito, l’esame facile, la mediocre qualità dei docenti spesso improvvisati e il tutto condito dalla preoccupazione delle famiglie di aiutare in ogni modo i figli a salire sull’ascensore sociale. Una scuola, insomma, dominata dall’individualismo e dall’utilitarismo.

I fascisti in genere e soprattutto quelli intransigenti non amarono né Gentile né la sua scuola (lo stesso Mussolini dopo il 1929 ne avrebbe sollecitato il superamento) che giudicavano troppo severa e non coincidente per il suo sostanziale liberalismo con l’impronta autoritaria del regime. Le avrebbero ben presto opposto un modello educativo del tutto diverso, le cui radici affondavano nelle esperienze belliche dell’arditismo e nelle visionarie intuizioni futuriste. Anziché faticare sui libri i giovani sarebbero dovuti crescere mediante l’esercizio fisico, la pratica sportiva e la formazione militare, l’esaltazione della lotta come misura del coraggio: le qualità insomma richieste allo squadrista piuttosto che allo studente.

Come i più recenti studi condotti su questi temi hanno ormai inequivocabilmente dimostrato, il fascismo maturo sentì come “sue” più l’Opera Nazionale Balilla e la Gioventù Italiana del Littorio – nei cui reparti paramilitari i giovani (non tutti, perché più d’uno sgarrava) venivano inquadrati nel loro tempo libero – che la forza disciplinatrice della cultura, e cercò di liberarsi, peraltro senza riuscirci, della scuola gentiliana.

Gentile e i suoi avevano un’idea quasi religiosa della scuola che nulla spartiva con il movimentismo fascista, un’idea severa e rigorosa, al servizio – come si diceva allora – della “Nazione”, e cioè di una idealità che oltrepassava le aspettative dei singoli e s’inverava nello Stato etico: la scuola doveva essere la palestra nella quale i giovani apprendevano non solo il sapere colto (la scuola liceale) e le conoscenze necessarie per un’attività professionale (l’istruzione tecnica), ma anche – e soprattutto – uno stile di vita improntato a valori ben interiorizzati. Questo patrimonio li avrebbe dovuti accompagnare nella vita adulta, dando un senso al loro essere cittadini.

L’educazione nazionale doveva coincidere, attraverso la maturazione della coscienza filosofica, con la formazione morale, il vero centro della riforma.

Gentile era fermamente convinto che soltanto un popolo nutrito di una cultura radicata nella tradizione e non in balia dell’ultima moda – nel senso, dunque, di un sapere non fine a sé stesso ma trasferito e reinventato nella realtà quotidiana – era un popolo destinato a progredire, in grado di affrontare e risolvere i problemi, educato non solo a rivendicare diritti ma anche a onorare i doveri che la convivenza umana comporta. Nel restare aderente alla mentalità del tempo il filosofo siciliano era convinto che il compito della “rinascita nazionale” toccasse al ceto borghese e che proprio l’indebolimento morale della borghesia (che egli in larga misura faceva coincidere con il suo impoverimento culturale e con la ricerca dell’utile immediato) era una delle ragioni della fragilità della nazione.

Molta attenzione il filosofo riservò ai doveri dei docenti (I nuovi doveri si intitolava una rivista realizzata con Lombardo Radice e uscita tra il 1908 e il 1911). Attraverso il suo comportamento l’insegnante doveva essere il modello cui gli allievi avrebbero dovuto conformarsi. La qualità morale e culturale di maestri e professori era perciò la condizione prima perché la scuola conseguisse i suoi obiettivi. Da qui il rigore con cui il ministro predispose i concorsi attraverso cui reclutare i docenti.

Gli studiosi hanno indagato pregi e limiti della riforma, compresa la capacità di resistere ben oltre la fine del regime. La riforma gentiliana fu politicamente conservatrice, ma culturalmente liberale, statalista ma non fascista, severamente selettiva, socialmente classista, pensata principalmente per rigenerare la borghesia del tempo, ma poco o nulla attenta alle aspettative dei ceti popolari, per i quali le uniche possibilità di scolarizzazione erano il quinquennio elementare ampliato, nel migliore dei casi, a corsi di studio pratico senza sbocchi. Sintomatico è il fatto che i corsi che avviavano i giovani direttamente alle professioni fossero affidati alle competenze dei ministeri economici e non a quello dell’istruzione.

Soltanto la scuola di massa, e cioè l’ampia scolarizzazione che dagli anni 60 affollò le aule, riuscì a metterla definitivamente in crisi, per quanto alcuni tasselli dell’impianto gentiliano resistano – incrollabili – ancora oggi come, ad esempio, il mito del liceo classico come la scuola per definizione “dell’eccellenza” e la gerarchia che si perpetua in molti – in ragione di questa presunta eccellenza – nel giudicare il valore formativo e culturale delle altre tipologie scolastiche.

Della riforma Gentile oggi constatiamo ed ammiriamo la perfetta corrispondenza tra lo spirito animatore e la realizzazione pratica, ma non possiamo certamente prenderla come un modello cui ispirarsi. La riforma di cent’anni fa è archiviata negli annali della storia, una grande fotografia per cogliere la temperie di un’epoca, insomma un tema ormai delegato a quanti si cimentano con la ricostruzione dell’Italia del primo Novecento.

 Il Sussidiario

 


venerdì 17 maggio 2019

LA SCUOLA ALLA PROVA DEL NUOVO FASCISMO

A PROPOSITO 
DELL'INSEGNANTE PUNITA

di Giuseppe Savagnone

Merita alcune considerazioni la vicenda dell’insegnante, Rosa Maria Dell’Aria, 63 anni, docente di italiano da 30 anni nell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III, a Palermo, che è stata sospesa per due settimane dall’Ufficio scolastico regionale, con stipendio dimezzato, per non aver vigilato sul lavoro dei suoi studenti 14enni i quali, nella Giornata della memoria dello scorso 17 gennaio, avevano presentato un power point da loro elaborato, in cui si accostava il “Decreto sicurezza” voluto dal ministro degli Interni Salvini alle leggi razziali del 1938.
A denunziare le “colpe” della docente era stato un attivista, collaboratore di siti di estrema destra come “Vox” e “Primato nazionale”, con un tweet indirizzato al ministro (leghista) della Pubblica Istruzione (Miur) Marco Bussetti: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il reich di Hitler, peggio dei nazisti. Succede all’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo, dove una prof per la Giornata della memoria ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?».
Le reazioni
Il giorno dopo la sottosegretaria ai Beni culturali Luisa Borgonzoni (anche lei, guarda caso, leghista) è intervenuta su Facebook: «Se è accaduto realmente» – ha scritto – «andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere».
In effetti l’ispezione dell’Ufficio scolastico regionale è arrivata puntualissima. «Abbiamo ricevuto una segnalazione dal ministero, ma eravamo già al corrente di quanto accaduto» — spiega il provveditore Marco Anello —. «La libertà di espressione non è libertà di offendere e l’accostamento delle leggi razziali al decreto sicurezza è una distorsione della realtà».
Risultato: la grave sanzione disciplinare a carico della professoressa Dell’Aria. Ma forse non è neppure finita lì: ultimamente a scuola è arrivata perfino la Digos che sta verificando l’accaduto parlando con preside e professori.
Storia e presente nell’istruzione
La prima considerazione che sorge spontanea, sulla scorta di queste notizie, riprese dai giornali, è che c’è ancora qualche professore – e forse, per fortuna, non sono così pochi – che ritiene essenziale collegare il passato al presente.
Troppe volte, nelle aule scolastiche, all’enorme mole di studi storici – non solo la “Storia” propriamente detta, ma la “Storia della letteratura italiana”, la “Storia dell’arte”, la “Storia della filosofia”, etc. –, non corrisponde la capacità della scuola di insegnare a leggere questo passato alla luce del presente, pur nel rispetto dei diversi contesti, per cogliere meglio il significato e la direzione delle situazioni odierne.
Accade così che i ragazzi si annoino a imparare una serie di nozioni che sembrano non riguardare la loro vita reale, ed escano alla fine del tutto impreparati ad affrontare i problemi personali e collettivi che li attendono. Significativo il distacco delle nuove generazioni dalla politica e il declino di tutte le forme di partecipazione, compresa quella alle scadenze elettorali, che registrano a un assenteismo sempre più accentuato.
“Vigilare” sulle ricerche personali degli studenti
La professoressa Dell’Aria ha mostrato di essere all’altezza della sua funzione professionale proponendo ai suoi alunni, già durante l’estate, delle letture che stimolavano la loro riflessione e che essi, liberamente, hanno sentito il bisogno di tradurre in una ricerca personale (hanno 14 anni, non sono bambini!) in cui passato e presente, periodo fascista e situazione italiana odierna, venivano messi in relazione.
Sulla validità o meno di questa interpretazione si potrà, naturalmente, discutere, come sempre quando si valutano i fatti storici: ma quello che conta, a scuola, non sono le risposte, bensì le domande, perché non si tratta di indottrinare, ma di aiutare gli studenti a sviluppare il loro senso critico e a esercitarlo, quale che sia l’esito dei loro tentativi.
Non è in gioco, dunque, solo la «libertà di espressione», ma la stessa libertà di pensiero. E non della professoressa, bensì dei suoi ragazzi.
Perché è di questo che –con palese marcia indietro rispetto alle parole del provveditore e, più a monte, del tweet che l’accusava – le viene ufficialmente addebitato: di non avere «vigilato» sul lavoro dei suoi alunni, e di non avere così impedito loro di pensare e di dire quello che pensavano.
Nessun insulto a nessuno: solo un giudizio storico – peraltro non della docente ma degli studenti.
Insegnanti e studenti oggi
Da qui una seconda considerazione riguardante il rapporto che questo provvedimento suppone debba correre tra insegnanti e studenti.
Una visione indegna della scuola e che, peraltro, non ha più alcun collegamento con la realtà dei rapporti tra le generazioni.

Oggi i giovani non accettano più censure e steccati imposti dagli adulti. In nessun ambito. E credere che la scuola faccia eccezione solo perché c’è l’arma del voto e delle sanzioni disciplinari è cecità.
Se anche avesse voluto, la prof. Dell’Aria non avrebbe potuto impedire ai suoi studenti di pensare quello che hanno pensato e detto.
E se ci avesse provato, in nome del principio di autorità, avrebbe solo screditato questa autorità, che per un insegnante dev’essere quella della ragione e non quella della costrizione.

Scuola e politica
Una terza considerazione riguarda il ruolo della politica a scuola. All’inizio di quest’anno scolastico in un tweet Salvini aveva scritto: «Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!».
Il punto è che la politica – forse il nostro ministro degli Interni a scuola non lo ha apppreso – non ha nulla a che fare con la propaganda per un partito o per un altro, perché è l’impegno per il bene comune.
Educare i giovani a questo impegno dovrebbe essere uno degli scopi fondamentali della scuola, su cui dovrebbero convergere le diverse discipline, ognuna col suo contributo specifico.
E dobbiamo dire che le disgrazie della nostra democrazia – dall’astensionismo dilagante al populismo – risalgono proprio all’incapacità della scuola di aprirsi ai problemi della comunità politica e di insegnare ai ragazzi a leggerli e discuterli criticamente, nella varietà delle opinioni.

Ben venga, allora, il tentativo degli alunni della prof. Dell’Aria di “fare politica”, nel modo consono a un’istituzione culturale com’è quella scolastica, cioè con delle argomentazioni (anche se eventualmente discutibili).
Nel merito della questione
Una quarta considerazione riguarda, infine, il merito della questione.
Finora ho cercato di mostrare che la sanzione disciplinare contro la docente del Vittorio Emanuele III è in contrasto con la logica della scuola – anche se il collegamento fatto dai suoi alunni tra le leggi fasciste e il “Decreto sicurezza” fosse infondato.
Voglio dire adesso, prima di concludere questo articolo, che personalmente ritengo questo collegamento assolutamente corretto.
Non certo nel senso che Salvini sia fascista come lo fu Mussolini. È ovvio che nella storia non si riproducono mai le stesse situazioni e anche le tendenze di fondo cambiano volto di epoca in epoca. Però si possono riscontrare delle inquietanti analogie tra quello che fu il fascismo e quello che oggi, in modo diversi, cerca di fare il nostro vicepremier.
E la prova migliore di questo è proprio l’intervento autoritario e repressivo con cui si è voluto non solo punire un docente, ma soprattutto intimidire tutti gli altri, spingendoli a «vigilare» sui loro alunni perché non pensino troppo.
Stile squisitamente fascista. Da ora in poi, prima di permettere ai propri alunni di discutere una questione di attualità, specie se confinante con la politica, molti professori ci penseranno due volte, nel timore che un tweet li accusi di avere insultato chi sta al potere, mettendoli nei guai.
Molti altri, per fortuna, non si piegheranno. È affidata a loro la speranza che la nostra scuola non soccomba al nuovo fascismo incombente.





sabato 20 aprile 2019

POPULISMO ? UNA PAROLA CHE DIVIDE

Il termine nasce a fine Ottocento ma non è legato a un concetto bene definito. 
Federico Finchelstein propone un legame con il fascismo ma non convince.
Lo storico argentino cerca le esperienze comuni tra le esperienze populiste passate e recenti, arrivando a definire il fenomeno «democrazia autoritaria» e «teologia politica» Gli strumenti concettuali appaiono labili e i confini così ampi da divenire evanescenti

di DAMIANO PALANO

«Dove i concetti mancano, ecco che al punto giusto compare una parola », diceva Mefistofele nel Faust.
E qualcosa del genere è accaduto probabilmente per la parola “populismo”: un vocabolo nato sul finire dell’Ottocento negli Stati Uniti, ma a lungo rimasto circoscritto a un ambito piuttosto limitato, prima di conoscere una straordinaria fortuna nell’ultimo quarto di secolo. A dispetto di un utilizzo quantomeno inflazionato, al termine non è però legato un concetto chiaramente definito. E anche per questo il dibattito condotto dagli studiosi su cosa sia davvero il “populismo” – se si tratti cioè di un’ideologia, di una mentalità, di uno stile retorico, di una modalità organizzativa, o altro – è ben lontano dall’aver raggiunto una conclusione. E ovviamente la discussione è diventata ancora più accesa dopo la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, da molti considerato il portabandiera del nuovo “populismo globale”.
Il libro di Federico Finchelstein Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale si inserisce proprio in questo dibattito. In particolare, il lavoro dello storico argentino – da quasi un ventennio trasferitosi negli Stati Uniti – nasce dall’insoddisfazione nei confronti della gran parte della riflessione recente, accusata di due limiti: per un verso dalla convinzione che il populismo sia un fenomeno nuovo, innescato soprattutto dalla vittoria di Trump; per l’altro, dall’assenza di riferimenti ai precedenti storici del populismo, e in particolare al regime di Juan Domingo Perón in Argentina. Al contrario, sostiene Finchelstein, è indispensabile riconoscere gli elementi comuni tra le esperienze populiste del passato e quelle più recenti. E soprattutto è necessario comprendere il fenomeno con la prospettiva di una «storia globale». A dispetto di queste premesse, senz’altro condivisibili, il quadro che lo studioso dipinge finisce però col ricorrere a categorie interpretative piuttosto evanescenti.
La tesi di fondo è che esista una stretta parentela tra fascismo e populismo: quest’ultimo sarebbe in sostanza una «democrazia autoritaria », oltre che un movimento – né di destra né di sinistra – «portatore di una concezione intollerante della democrazia, in cui il dissenso è ammesso ma viene dipinto come privo di qualsiasi legittimazione«. Dopo il 1945, il populismo avrebbe riformulato gli obiettivi del fascismo adattandoli a un contesto democratico, senza però perdere il carattere autoritario. Pur riconoscendo la variabilità delle forme in cui il fenomeno si è presentato, Finchelstein propone un’articolata griglia definitoria, che considera il populismo, fra l’altro, come «una forma estrema di religione politica», «una visione apocalittica della politica», «una teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», «una concezione omogenea del popolo». Ma già da questa definizione emerge il limite di un notevole lassismo concettuale.
Desta senz’altro qualche perplessità il fatto che Finchelstein definisca l’ideologia fascista come «parte di una più vasta reazione intellettuale all’Illuminismo » e come una «reazione alle rivoluzioni progressiste del lungo
XIX secolo». In questo modo si fornisce una visione monolitica del fascismo, trascurandone l’infatuazione per il progresso, le ambizioni di radicale modernizzazione della società, gli elementi di affinità con il socialismo. Qualche ulteriore perplessità è sollevata dalla stessa categoria di «fascismo globale», che riconduce a un’unica matrice ideologica regimi e movimenti in realtà piuttosto eterogenei. Ma problemi ancora più evidenti emergono quando lo storico passa a considerare il populismo. Contestando i tentativi di ridurre i fenomeni a ideal-tipi costruiti astrattamente, Finchelstein ritiene si debba cominciare dalla storia, e cioè dai caratteri delle esperienze populiste, a partire dal primo caso di regime populista, individuato nel peronismo argentino. In altre parole, a suo avviso non si deve tentare di definire teoricamente il concetto di populismo. Si devono invece registrare gli elementi principali dei regimi e dei movimenti populisti emersi nella storia. E proprio dall’osservazione di tali casi risulterebbe una straordinaria affinità – che non è però un’identità – tra populismo e fascismo. Ma, se il peronismo rappresentò davvero una riformulazione di alcune componenti del fascismo, simili legami risultano quantomeno più deboli per molti di quei leader che Finchelstein annovera nella famiglia populista, come – per fare solo alcuni nomi – Carlos Menem, Alberto Fujimori e Silvio Berlusconi. Le difficoltà non sono comunque solo queste. Il populismo viene dipinto infatti in modo impressionistico, al tempo stesso, come un’ideologia, un tipo di regime politico, uno stile, una visione del mondo e molto altro. I confini del populismo diventano così davvero molto evanescenti. Fra l’altro, Finchelstein sembra inconsapevole del fatto che il peronismo venne definito “populismo” solo a posteriori, che quella categoria è il risultato di una rielaborazione compiuta dalle scienze sociali, e che, più in generale, non esistono testi fondativi della visione del mondo populista: e proprio queste circostanze rendono quantomeno problematico definire il populismo come un’ideologia, al pari di quella fascista e socialista. Ma altrettanto critica è la definizione del populismo come “democrazia autoritaria”, soprattutto perché non viene chiarito quali sarebbero gli elementi “empiricamente osservabili” tali da rendere “autoritaria” una democrazia (senza al tempo stesso trasformarla in un regime non competitivo e dunque non democratico). Il rompicapo diventa così davvero insolubile. E la parola “populismo” rischia di diventare una sorta di passepartout che promette di spalancare tutte le porte, ma che non ne apre davvero nessuna.


Federico Finchelstein - Dai fascismi ai populismi - Storia, politica e demagogia nel mondo attuale
Donzelli. Pagine 278. Euro 28 ,00






mercoledì 30 gennaio 2019

LA DEMOCRAZIA E' UN OPTIONAL?


L’irreversibilità delle conquiste democratiche e la tentazione «della servitù volontaria»
La paura che ritornino esperienze passate non fa più molta presa. Ma è possibile rinunciare volontariamente alla libertà in cambio di poche concessioni e garanzie?
I cambiamenti culturali, sociali ed economici degli ultimi decenni, soprattutto in seguito alla crisi economica, hanno fatto sì che il tema della democrazia non venga più avvertito come fondamentale Stanno venendo meno tutti gli anticorpi nei confronti dei nuovi possibili pericoli nel segno di un «dispotismo morbido»
di Paolo Nepi *
Ha senso oggi riaprire in Italia la questione del fascismo? Per alcuni la domanda non ha alcun senso, dal momento che anche le forze politiche che a esso si sono per molto tempo richiamate lo giudicano una vicenda irripetibile. Per altri invece ha un senso, non perché si possano riprodurre nuovamente le forme assunte storicamente dal fascismo di Mussolini, ma perché il fascismo costituirebbe una sorta di paradigma politico universale. Legato quindi non alle forme storiche già note, ma a quelle che, in quanto categoria sovrastorica dello spirito umano, può di nuovo assumere. L a questione intorno al fascismo ha avuto in Italia un andamento altalenante. Nel periodo del primo dopoguerra e della guerra fredda il tema del fascismo si collegava a quello dell’antifascismo. Nelle intenzioni degli antifascisti il fascismo costituiva il termine di confronto, ovviamente in negativo, della democrazia e della Costituzione. Sul tema della democrazia, in riferimento all’antifascismo nel secondo dopoguerra, occorre tuttavia una precisazione: poiché nell’antifascismo si riconoscevano in tanti, compresa la totalità della sinistra italiana, egemonizzata dal più forte Partito Comunista dell’occidente, il tema del confronto fascismo/democrazia non si sviluppò in tutta la sua ampiezza nel nostro Paese. E questo per le note ragioni internazionali, dal momento che si era antifascisti per ragioni allora non componibili, dal momento che alcuni si richiamavano alle democrazie liberali e altri al modello sovietico estraneo a questa tradizione politica. Ma soprattutto perché le riconquistate libertà democratiche sembravano definitive e irreversibili.
Negli anni Novanta il tema si è riproposto con la nascita di Alleanza Nazionale, guidata da un leader come Gianfranco Fini, il quale riesce nell’operazione di collocare il partito nell’area del centrodestra, liberandolo della pesante eredità fascista che aveva il Msi. Si trattò di un’operazione politica in gran parte riuscita, che fece uscire dall’isolamento la destra postfascista, portandola non solo al governo degli enti locali ma perfino di quello nazionale. A poco servì a quel tempo la ripresa, peraltro condita più di retorica che di vera analisi politica, dell’antifascismo e del neofascismo come pericolo per la nostra democrazia. otrebbe dunque sembrare una forzatura riaprire oggi la questione del fascismo. Ma lo è veramente? In una conferenza del 1995, Umberto Eco parlò del «fascismo eterno», detto anche «Ur-Fascismo» (Il fascismo eterno, La nave di Teseo). Secondo Eco il fascismo potrebbe sempre riaffacciarsi «in abiti civili» e «sotto le spoglie più innocenti» a tutte le latitudini. Credo che oggi, in un panorama politico che non pone più il problema che poneva la sinistra del primo dopoguerra, il tema del fascismo vada posto in relazione alla evidente crisi della democrazia e delle sue istituzioni.
Le trasformazioni culturali, sociali ed economiche degli ultimi decenni, soprattutto in seguito alla crisi economica scoppiata in P America nel 2008 e propagatasi negli anni successivi anche in Europa, hanno fatto sì che il tema della democrazia non venga più avvertito come fondamentale. I ceti medi più esposti alla crisi, i giovani disoccupati, i pensionati che faticano ad arrivare alla fine del mese, i professori e gli impiegati demotivati, non vedono più nella democrazia un valore politico primario da difendere. Sono ormai lontani, nel ricordo di molti, i lutti e le distruzioni della Seconda guerra mondiale, e le limitazioni alla libertà che tra le due guerre mondiali hanno imposto regimi illiberali e totalitari. La 'paura' del ripetersi di tali esperienze, forse giustamente, non fa più presa. Ma stanno venendo meno tutti gli anticorpi nei confronti di nuovi possibili pericoli per la democrazia, che nessuno è al momento in grado di prevedere con precisione, ma che in un certo senso aleggiano minacciosamente.
«Lo Stato liberale e secolarizzato vive di presupposti che non può garantire. Questo è il grande rischio che lo Stato ha scelto di correre per amore della libertà». Questo teorema, che risale al filosofo del diritto tedesco Wolfgang Böckenförde, ci mette in guardia dal considerare la democrazia un fatto definitivamente acquisito. Ma non tanto la democrazia come insieme di procedure formali che regolano la vita sociale. Böckenförde intende infatti la democrazia come un costume, ovvero come una consuetudine in cui i cittadini si sentono parte di una 'casa comune' affidata alla responsabilità di ciascuno, con compiti diversi ma ugualmente importanti. Ed è qui che si pone appunto la questione del fascismo, inteso come soluzione d’uscita da una crisi generale. Un’uscita che si ripropone come via breve e semplice, una scorciatoia rispetto alle faticose mediazioni che richiede il processo democratico. questo punto non si tratta di individuare i soggetti politici che possono farsi interpreti di questo passaggio involutivo A della nostra democrazia. E non si tratta neanche di vedere in questo o quel capo politico il nuovo 'duce'. Sono infatti più di venti anni che l’Italia, dopo un breve periodo, ha fatto passare, con un movimento inverso a quello di manzoniana memoria, «dall’altare alla polvere» un numero sterminato di leader, da Berlusconi a Renzi, passando per Prodi, D’Alema, Fini, Monti, Letta e altri. Ed è assai probabile che i leader politici dell’attuale momento facciano prima o poi la stessa fine. I n questo clima, si ripropone la questione del fascismo, in termini assolutamente nuovi. Un fascismo che ci rimanda ad alcune acute analisi psicosociali, come la nozione di «servitù volontaria» (De La Boetie) e di «dispotismo morbido» ( Tocqueville). Venute meno le appartenenze di classe, dove la casta (o meglio le caste) costituiscono esclusivamente la tutela di interessi particolari senza nessun vincolo di appartenenza, ci si affida, dice Toqueville, a «un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?». P iù che un fascismo che toglie le libertà, l’«Ur-fascismo» di cui parla Eco sarebbe dunque un fascismo che invita a rinunciare volontariamente alla libertà, in cambio di alcune concessioni e garanzie, come fa il Grande Inquisitore di Dostoevskij nei confronti di Cristo, reo – a suo giudizio – di aver predicato la libertà a un popolo che chiedeva solo pane e giochi in un clima di totale sicurezza.
* Docente di Filosofia morale, Pontificia Università 'Antonianum' Roma
www.avvenire.it