domenica 15 luglio 2018

STILE DELL'EDUCATORE CRISTIANO

UN MESSAGGIO PER NOI TUTTI

Il messaggio domenicale di Papa Francesco, prendendo spunto dal brano evangelico domenicale, mette in evidenza lo stile e la missione dell'evangelizzatore, ma anche dell'educatore e di ogni cristiano.
Rileggiamo le parole del Papa e riferiamole al nostro impegno educativo e associativo. Sono parole che ci aiutano a ripensare al nostro cammino e al nostro quotidiano impegno, nonché al futuro che stiamo progettando.

" .... Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.
Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.
Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.
Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.
La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. ...."

Leggi: MESSAGGIO



sabato 14 luglio 2018

INVIATI A FARE DEL BENE

“In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì.
 Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”.

Commento di p. Alberto Maggi.
 L'insuccesso nella sinagoga di Nazareth dove Gesù non è stato creduto e ha potuto compiere solo pochi gesti non solo non scoraggia Gesù, ma lo porta ad intensificare la sua attività con modalità differenti. È il capitolo sesto dal versetto 7 al 13, ma c'è un breve versetto che è stato omesso dalla versione liturgica che è importante. Scrive l'evangelista che Gesù percorreva i villaggi insegnando, cosa significa questo? Gesù non mette più piede in una sinagoga. Ormai si è reso conto che i luoghi di culto, i luoghi religiosi sono refrattari all'azione dello Spirito.
               Allora è inutile perdere tempo in quegli ambienti, ma va nei villaggi, cioè nei luoghi dell'emarginazione, nei luoghi della povertà. E questa volta chiamò a sé i Dodici, il dodici rappresenta il numero dei discepoli che in sé raffigura il nuovo Israele e prese a mandarli, dal verbo greco mandare viene la parola apostolo, che non indica un titolo, ma un'attività, è quella di essere inviati, a due a due, non li manda da soli, ma a due, devono essere una comunità che esprime un messaggio, e dava loro potere, cioè autorità, sugli spiriti impuri.
               Lo spirito impuro è già apparso in questo vangelo quando Gesù per la prima volta proprio in una sinagoga ha provato ad annunziare il suo messaggio. Lo Spirito è una forza, quando viene da Dio si chiama Santo, non soltanto per la sua qualità eccelsa, ma per la sua attività di separare le persone dal male; quando viene da realtà contrarie a Dio si chiama impuro.
               Allora Gesù dà loro potere sugli spiriti impuri, questa espressione ha un duplice significato, sia quello ovvio di liberare le persone da questi spiriti, cioè da queste ideologie nazionaliste, religiose, che impediscono di accogliere la buona notizia di Gesù, ma sia di lavorare su se stessi perché per liberare bisogna essere pienamente liberi.
E ordinò, è l'unica volta che Gesù ordina qualcosa ai discepoli, quindi significa che trova resistenza di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone e i sandali, cioè quello che serve per il camminare Gesù chiede i discepoli che lo prendano. Ma poi Gesù dice di non portare né pane né sacca, era la sacca, la bisaccia tipica del mendicante, né denaro nella cintura, cosa significa? Devono essere persone pienamente libere, devono essere dei signori, devono pienamente fidarsi della ricchezza del messaggio che vanno a portare, signori liberi, ma non ricchi.
               Per questo Gesù dice non portare due tuniche, due tuniche era l'abbigliamento dei ricchi. Quello che sei non deve smentire il messaggio che annuncia. Gesù non indica quello che devono dire, ma come devono essere: portatori della buona notizia. E questa libertà deve essere anche interiore. E Gesù continua affermando dovunque entrate in una casa rimanetevi.
               Gli ebrei quando erano in viaggio chiedevano di essere ospitati soltanto a casa di altri ebrei, possibilmente osservanti, per essere sicuri delle regole rituali del puro e dell’impuro. Gesù chiede di essere liberi da tutto questo, di andare nelle case così come sono e li rimanere perché per liberare devono essere pienamente liberi di questi tabù, di queste superstizioni. Finché non sarete partiti da lì.
Ma, avverte Gesù, se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero andatavene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro o meglio contro di loro. Era tipico degli ebrei, quando andavano in terra pagana, rientrare in terra d'Israele di scuotere la polvere dai loro sandali per non portare nulla di impuro nella loro terra.
               Allora cosa sta dicendo Gesù? Sta cambiando l'idea del pagano. Chi è il pagano? Per la religione il pagano è colui che crede in altre divinità, per Gesù il pagano è colui che è incapace di accogliere, è colui che incapace di ospitare. Ebbene, la conclusione, che questi discepoli partiti proclamarono che, s’intende la gente anche se non c'è nel testo, si convertisse, quindi il cambiamento di vita, scacciavano molti demoni, liberavano da tutte queste ideologie che rendevano le persone refrattarie all'accoglienza della buona notizia di Gesù.
               E l'ultimo particolare è importante perché non si curano soltanto della parte spirituale, ma di tutta la persona, l'integrità di tutto l'essere umano. Gesù ha a cuore questo, e ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Questo è il primo ritratto dell'attività dei discepoli. Vedremo poi la prossima volta se Gesù è stato contento o no di questa loro attività.


(tratto da www.ildialogo.org)

venerdì 13 luglio 2018

FILOSOFIA DEL NOVECENTO. CHE COSA RESTA?

   di ROBERTO PRESILLA

Donatella Di Cesare sulla 'Lettura' del 1° luglio apre il supplemento domenicale del 'Corriere della sera' con un’ampia carrellata sulle vicende filosofiche del Novecento. Compito ingrato, che può suscitare più facilmente dissensi che consensi.
Non sorprende quindi che altri filosofi, affrontando lo stesso tema, possano indicare altre priorità o tracciare vie diverse. Sarebbe difficile tuttavia contestare l’importanza di Heidegger o Wittgenstein, anche se sicuramente chi ha una formazione diversa legge in altro modo il senso del lavoro svolto dal Tractatus alle Ricerche. Se il nostro secolo filosofico comincia con la crisi del soggetto, dominatore “da Descartes a Kant”, se i maestri sono Kierkegaard, Marx, Nietzsche, Freud, se Heidegger e Benjamin sono centrali per capire il Novecento, che ne è di Hegel? Il nome che manca, ma a cui si allude, è quello del filosofo a cui molti di questi nomi sono collegati, come ha sottolineato Karl Löwith.
In larga misura la filosofia a cui reagiscono Marx, Kierkegaard e Nietzsche è proprio quella hegeliana: eppure sarebbe difficile pensare che l’autore della Fenomenologia dello spirito – quello a cui si deve l’idea oggi superata che la modernità cominci con Descartes – parli del soggetto in modo ingenuo. Del resto la sua filosofia ha avuto, tramite Kojève, influssi molto ampi anche su Lacan e gli sviluppi della psicoanalisi. A Frege va meglio di Hegel, visto che viene nominato, ma solo come “precursore” di Wittgenstein. La sua “analisi logica” è in realtà la fine dell’analisi logica che ci hanno insegnato a scuola: è una radicale divaricazione tra logica e grammatica, su cui peraltro Wittgenstein insisterà a lungo. Ma ancora più interessante è il suo punto di partenza. Frege non si occupa né di soggetto né di politica: ci chiede “che cosa sono i numeri?”.
È una domanda metafisica, che nasce da una rivoluzione (anch’essa in larga parte cominciata nel XIX secolo) culminata nei grandi risultati logici e matematici del Novecento.

Se guardiamo con un po’ d’attenzione, è difficile identificare il “secolo breve” solo con la tecnica distruttiva della bomba atomica o con il dominio dei media. Entrambe le questioni vanno affiancate ai (o meglio, inquadrate a partire dai) cambiamenti radicali avvenuti in logica e matematica. La rivoluzione digitale da un lato alimenta, dall’altro eccede sia il dominio dei media sia la crisi del soggetto. Porta nuovi modi di mettere ordine (o disordine) nella realtà ed è quindi un forte segnale di discontinuità. Forse più forte di quanto lo siano i “maestri del sospetto”: si potrebbe sostenere, infatti, che la loro critica secolarizzante non sia che il movimento radicale ed estremo della modernità, il suo volto ipermoderno. Di qui si scorgono due zone lasciate in ombra, su cui dirigere un pochino di luce. La prima riguarda quanti hanno provato a prendere sul serio la questione logica e matematica: oltre ai maestri del primo Novecento, si pensi – per capirci – a Putnam, Davidson, Dummett (per non parlare di Quine). 
La loro riflessione conferma i limiti dell’ormai abusato schematismo “continentale vs analitico”. Un’altra zona riguarda quei pensatori (per chi vuole dei nomi: Girard, Taylor…) che hanno provato a leggere la complessità della nostra epoca a partire dall’intreccio tra sacro e secolarizzazione. Già, perché la fede, definita da Di Cesare «salto rocambolesco nel non credibile» senza più appigli (curioso che la definizione richiami un vecchio, vecchissimo adagio), è un’altra grande figura del pensiero novecentesco. Una figura che qualcuno pensa di liquidare come “assurdità per definizione”, ma che invece ci permette di guardare con occhio diverso la stessa vicenda moderna, ossessionata dal mito dell’assoluto. La finitezza che oggi avvertiamo e che Di Cesare giustamente sottolinea è certo un effetto della crisi della modernità. 
Ma non è contrapposizione alla fede, che ne è anzi da sempre meditazione accorta, trasmessa mediante la testimonianza, che vive di razionalità non assoluta, ma relativa al rapporto tra chi parla e chi ascolta. Forse non è un caso che, mentre Foucault si spingeva «nei sobborghi rimossi della follia», un suo amico e contemporaneo, De Certeau, connetteva follia e mistica, svelando un’altra zona d’ombra. De Certeau ha contrapposto l’esperto, integrato al corpo sociale a cui vende un sapere (supposto) in cambio di autorità, al filosofo, che con lo sguardo rivolto all’universale insinua il dubbio nei saperi consolidati, identificando in Wittgenstein il filosofo che più radicalmente ha criticato gli esperti (e anche i filosofi, se scelgono di esser tali). 
A ben guardare, più che a un secolo lunghissimo, la filosofia del Novecento appartiene a un gioco lunghissimo. Che vale ancora la pena di giocare.



giovedì 12 luglio 2018

I TALENTI A SCUOLA

Essere giudicati perché altri hanno fatto meglio

Talenti. Parola desueta e incomprensibile anche in un liceo classico. Messa lì sullo sfondo di un concetto innominabile e innominato: la vocazione. Provo perciò a partire da quello che potrebbero conoscere. "Che cosa vuol dire talent scout?" "Ah, chi va alla ricerca di campioni dello sport o di potenziali promesse del mondo dello spettacolo". Non ho ancora ben capito se Lucia sia istintiva o abbia voglia di mettersi in mostra, ma quasi sempre è la prima a rispondermi.
               "Quindi, per voi, - ribatto - avere un talento significa eccellere, o almeno provarci, in una settore della vita? E chi non ha capacità di eccellere non ha talenti?". Stefano tenta di precisare: "Eh, beh, avere talento per qualcosa vuol dire essere portati, avere delle capacità che tutti non hanno". "Quindi, per voi, il talento è solo di qualcuno?". "Si, di solito si. - quasi in coro".
               "Allora - gli dico - forse bisogna precisare che cosa vuol dire avere un talento. Potremmo provare a prendere il testo del vangelo da cui questa parola è entrata nel nostro linguaggio". E ho letto per loro Mt 25,14-30. Verso la fine della lettura Pierpaolo salta su e dice: "Ma scusi prof. perché chi ne ha ricevuto uno solo viene giudicato male per averlo riportato senza nessun interesse? Il padrone non glielo chiede di guadagnare qualcosa con ciò che distribuisce. Perché allora gli viene imputato come un atto sbagliato?"
               "Ottima domanda Pierpaolo". In effetti non avevo fatto caso nemmeno io a questo dettaglio del testo. Perciò apprezzo sul serio la sua provocazione. Gli rimando: "Qualcuno ha un'idea per rispondere a Pierpaolo?", anche per prendermi il tempo di ragionare sulla sua provocazione. Sempre Lucia: "Beh, gli altri due hanno ognuno guadagnato qualcosa e perciò lui viene giudicato male per questo".
               Ma alla classe questa idea non piace. Enrica lo traduce per tutti: "Ma non è mica giusto essere giudicati solo perché altri hanno fatto meglio di noi". "Sono d'accordo - rispondo - e infatti non credo che questa sia la risposta sensata. Forse il testo stesso, più in basso, ci da una indicazione, quando dice: dalle tue stesse parole ti giudico".
               E Pierpaolo si accende: "Ah, prof. cioè, il terzo servo è stato condannato perché non è stato coerente con sé stesso. Questo mi torna già di più". "Esatto Pierpaolo - rispondo -. Credo che il senso sia questo. Visto che la sua aspettativa era che il padrone gli avrebbe chiesto di più di ciò che aveva avuto in consegna, avrebbe dovuto almeno procurare a lui gli interessi bancari. Ma perché non lo ha fatto, secondo voi?"
               C'è un po' di silenzio e nei volti appare la perplessità o lo stupore, sulla mia domanda. Poi Enrica ci prova: "Io credo per paura, paura di perdere quell'unico talento che aveva". "Ci può stare, ma allora gli altri due hanno agito bene solo perché avevano avuto più talenti in sorte?". "No, non mi piace - ancora Pierpaolo. Non so perché ma non mi sembra giusto".
               "E hai ragione - gli dico -. Infatti credo che la differenza non stia qui, ma nell'immagine che i tre servi hanno del loro padrone. La paura del terzo non è forse tanto, o solo di perdere l'unico talento che ha, ma di non essere all'altezza dell'idea che lui ha del suo padrone. Ho l'impressione che forse voi stessi, spesso vi sentiate un po' così davanti al mondo degli adulti: inadeguati, impauriti, con la voglia di mettervi al riparo, al sicuro, più che di rischiare ed esporvi".
               Enrica allora chiede la parola: "Forse un po' siamo così, è vero, ma se ci pensiamo bene non è che si arriva molto lontano in questo modo, e alla fine, come il terzo servo, si resta senza nulla. Ad esempio credo che i primi due servi avessero una idea molto diversa del loro padrone, probabilmente di una persona che si fida di loro, che non pretende nulla e che sa apprezzare ciò che loro hanno guadagnato anche senza che lui glielo avesse chiesto. Cioè, loro due lo hanno fatto per loro, liberamente, di rischiare, non tanto per il padrone".
               "Ottimo Enrica - le dico - credo tu abbia colto nel segno. Tiro tre conclusioni per voi.
               Primo. Il "talento" era un'unità di misura, non un determinato bene in sé. Tradotto vuol dire: è il nostro metro con cui giudichiamo la realtà e il nostro rapporto con essa che definisce la nostra possibilità, più o meno alta, di realizzare quel che siamo, non tanto quello che abbiamo come capacità effettive. Ecco perché un "talento" si realizza solo se è "speso", cioè rischiato per qualcosa di più grande, perché se facciamo questo significa che noi crediamo nelle nostre possibilità di "incidere" sulla realtà, di lasciare un segno, per quanto piccolo, affinché le cose non siano perfettamente identiche a prima. 
            Secondo. Tenere per sé il proprio talento lo fa morire perché ci condanniamo da soli a pensare di essere incapaci di incidere sulla realtà, mostriamo la paura di un mondo attorno a noi che ci sembra ostile, difficile, esigente.
        Terzo. Allora tutti abbiamo talenti, perche tutti diamo una certa lettura del mondo che ci circonda. La differenza vera è tra chi li spende e chi no".
  
Gilberto Borghi


(articolo tratto da www.vinonuovo.it)

mercoledì 11 luglio 2018

PAPA FRANCESCO: RIDARE ANIMA ALL'EUROPA E RIDESTARNE LA COSCIENZA

“L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è al centro delle sue istituzioni. San Benedetto, prega per noi!; questo il tweet pubblicato, in occasione della ricorrenza di San Benedetto, patrono d'Europa,  dal Santo Padre.
Nel suo discorso ai partecipanti alla conferenza “(Re)thinking Europa” tenuta il 28 ottobre 2017, Papa Francesco ha ricordato la figura di San Benedetto, patrono d’Europa, e i valori che i cristiani sono chiamati a vivere nella comunità europea.
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[Estratti dal discorso]
“San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio.
Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante. Se ne comprende la ragione: le persone hanno volti, ci obbligano ad una responsabilità reale, fattiva, “personale”; le cifre ci occupano con ragionamenti, anche utili ed importanti, ma rimarranno sempre senz’anima. Ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne.
[…] Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine.
[…] Persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano: dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace.
[…] Favorire il dialogo – qualunque dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contrastanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perseguito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini. Trovano così terreno fertile in molti Paesi le formazioni estremiste e populiste che fanno della protesta il cuore del loro messaggio politico, senza tuttavia offrire l’alternativa di un costruttivo progetto politico. Al dialogo si sostituisce, o una contrapposizione sterile, che può anche mettere in pericolo la convivenza civile, o un’egemonia del potere politico che ingabbia e impedisce una vera vita democratica. In un caso si distruggono i ponti e nell’altro si costruiscono muri. E oggi l’Europa conosce ambedue.
I cristiani sono chiamati a favorire il dialogo politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere.
[…] Responsabilità comune dei leader è favorire un’Europa che sia una comunità inclusiva, libera da un fraintendimento di fondo: inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato. Al contrario, si è autenticamente inclusivi allorché si sanno valorizzare le differenze, assumendole come patrimonio comune e arricchente. In questa prospettiva, i migranti sono una risorsa più che un peso. I cristiani sono chiamati a meditare seriamente l’affermazione di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Soprattutto davanti al dramma dei profughi e dei rifugiati, non ci si può dimenticare il fatto di essere di fronte a delle persone, le quali non possono essere scelte o scartate a proprio piacimento, secondo logiche politiche, economiche o perfino religiose.
[… ] Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole, ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura. Da parte loro, gli stessi migranti non devono tralasciare l’onere grave di conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie.
Adoperarsi per una comunità inclusiva significa edificare uno spazio di solidarietà. […] Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire.
La solidarietà, quella parola che tante volte sembra che si voglia cacciare via dal dizionario. La solidarietà, che nella prospettiva cristiana trova la sua ragion d’essere nel precetto dell’amore (cfr Mt 22,37-40), non può che essere la linfa vitale di una comunità viva e matura. Insieme all’altro principio cardine della sussidiarietà, essa riguarda non solo i rapporti fra gli Stati e le Regioni d’Europa. Essere una comunità solidale significa avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali, a partire dagli anziani e dai disoccupati. Ma la solidarietà esige anche che si recuperi la collaborazione e il sostegno reciproco fra le generazioni.
[…] Infine, l’impegno dei cristiani in Europa deve costituire una promessa di pace. Fu questo il pensiero principale che animò i firmatari dei Trattati di Roma. Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, era giunto il tempo di affermare il diritto alla pace.[6] È un diritto. Ancora oggi però vediamo come la pace sia un bene fragile e le logiche particolari e nazionali rischiano di vanificare i sogni coraggiosi dei fondatori dell’Europa.[7]
[…] Essere operatori di pace significa farsi promotori di una cultura della pace. Ciò esige amore alla verità, senza la quale non possono esistere rapporti umani autentici, e ricerca della giustizia, senza la quale la sopraffazione è la norma imperante di qualunque comunità.
La pace esige pure creatività. L’Unione Europea manterrà fede alla suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini.
In questo tempo, essi sono chiamati a ridare anima all’Europa a ridestarne la coscienza, non per occupare degli spazi – questo sarebbe proselitismo -, ma per animare processi[9] che generino nuovi dinamismi nella società. È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad una movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà»,[10] mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.”

martedì 10 luglio 2018

BIOGRAFIA DEL SILENZIO: CAMMINARE VERSO LA TERRA DI NOI PROMESSA

       UN LIBRO PER L'ESTATE
«Nel paese della coscienza ci sono molte dimore. È come un castellocon mura, torrioni e ponti levatoi. È come un'isola, o meglio, come un arcipelago». Così Pablo d'Ors definisce le vaste dimore del silenzio, condensando, in una sola frase, l'eredità di Teresa d'Avila e di Juan de la Cruz. Il silenzio abita il «castillo interior» dell'anima, nella sua hermonsura, bellezza limpia e pura di chiaro cristallo; ma fa vela, non meno, di isola in isola nell'arcipelago della mente e della memoria, tra «las ínsulas extrañas», i rii sonori, il soffio delle arie d'amore e le quiete notti del Cántico espiritual di Juan de la Cruz. 
         Questo solo esempio mostra la straordinaria capacità di "concentrazione" del saggio di Pablo d'Ors, studioso e scrittore, sacerdote che discende da una famiglia di artisti e di interpreti che hanno segnato il Novecento (basti pensare a Eugenio d'Ors); del silenzio infatti non si parla per diffusione, ma per ellissi, sintesi, nodi e trasparenti galassie: «In questo spazio puoi perderti senza angoscia. Fai un passo e ti trovi lontano, mille passi e continui ad essere vicino. Nel giardino dello stupore e della meraviglia», ove si passa – e la fedele e sensibile traduzione di Danilo Manera vi aderisce come figura di eco e di ombra – senza lasciar traccia. Se il Tacet di padre Giovanni Pozzi (ora tradotto in francese con una meditata e intensa introduzione di François Dupuigrenet Desroussilles) segnala il "tempo" del silenzio, la Biografia del silenzio ci introduce nelle vie non segnate, di vento e di sabbia dei deserti, del cammino della vita; è un itinerario nel silenzio, non una captazione di segnali di silenzio; è una "trasfigurazione" di noi quando a riflettere la nostra maschera non siano altre maschere di scena, ma il vuoto che illumina: «Questo fondale misterioso è come uno scenario vuoto.          Proprio perché è vuoto, si riesce a distinguere quel che vi entra. Meditare è rimuovere da quello scenario le marionette illusorie per poter scorgere quel che irrompe sul palcoscenico. E quel vuoto è la nostra identità più radicale, giacché non è altro che pura capacità di recepire e accogliere».                       L'immagine viene da Erasmo, ma è rovesciata: là (Elogio della follia) si attende il regista che ci porti via, qui la scena vuota è risorsa di un cammino senza più inciampi, nemici, sterpi dell'oggi: «Abitiamo in un altro paese, poco frequentato, e attraversiamo campi di battaglia senza venir feriti». Invisibili dunque, così anonimi di non essere più il target di nessuno, in guerra e in pace solo con noi, poiché – chiosa l'autore – «L'acqua sta nella sete». Occorre dunque entrare «nel proprio pozzo», che vuol dire non più arrampicarsi per il compimento (che sarà sempre rinviato o, ottenuto, delusivo), ma discendere «nella radice della disillusione», diroccando noi stessi «quei muri che non dovrebbero trovarsi lì, non dovremmo averli innalzati». 
       Una serena saggezza orientale rallenta il battito dell'uomo occidentale bisognoso di "spiegazioni": il libro non dispiega, ma "ripiega", compone, avvolge, medica, passa una garza lieve sul senso ferito, alita appena: «È come se fossimo nati per stare seduti in silenzio; o come se fossimo nati per accompagnare la nostra respirazione, o per ripetere incessantemente e lentamente una giaculatoria, nella speranza di arrivare un giorno a dissolverci in essa». È la voce sommessa dei Racconti di un pellegrino russo che aleggia impercettibile, in un cammino che visita, di tenda in tenda, i Maestri del silenzio, senza chiamarli, senza apostrofarli, ma passando accanto alle loro orme di deserto, come sulle vie di Charles de Foucauld: «Il silenzio crea una certa assuefazione. Ha una prima fase, primissima, di fascinazione. Ci diciamo: "Che pace! Come si sta bene!" Oppure: "Infine il silenzio!" Ma bastano pochi minuti, o nel migliore dei casi ore, perché questa gradevole sensazione si dissipi e il silenzio mostri la sua faccia più arida: il deserto». 
         La Biografia del silenzio non è infatti un "cammino di consolazione" (come spesso tendono a essere gli elogi del silenzio), e neppure di desolazione, per convincerci ad abbandonare il "noi stessi" che è in noi. È piuttosto un esercizio di raccoglimento, un ritrarci nella parte di noi che più ci riunisca a noi stessi, anche «qualcosa di molto fisico e di molto sobrio», tenacemente fermo come il biblico (e leopardiano) passer solitarius: «vigilavi et factus sum sicut passer solitarius in tecto» (Salmo CI, 8). 
       Ma non si tratta di stoica solitudine, impassibile al mondo; al contrario «quasi tutti i frutti della meditazione si percepiscono fuori della meditazione»: non più perdite, disillusioni, cose opache perché non ben viste, ma lo sguardo che si posa e riposa in ciò che gli appare nella sua perfetta gratuità – che è pure la nostra nell'essere al mondo – mentr'essa già gli viene incontro: «un essere umano – infatti – è tanto più nobile quanto maggiore è la sua capacità di ospitalità e di accoglienza».          Si cammina dunque verso la terra di noi promessa, cercata per tanto tempo, trovata nel solo luogo dal quale non si fa più viaggio: «Essere quel che si è: ecco la principale sfida» e il miglior premio, come scolpiva il Dante del Paradiso, in quell'«etterno piacere, al cui disio / ciascuna cosa qual ell'è diventa» (Paradiso, XX, 77-78). 

Leggi: Carlo Ossola - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Yb1QrE

Pablo d'Ors, Biografia del silenzio, ed. Vita e Pensiero, € 10




domenica 8 luglio 2018

UOMINI E RINOCERONTI




di  Giuseppe Savagnone

Ci sono momenti, nella storia di un popolo, in cui la politica diventa lo specchio di un profondo cambiamento del modo di essere uomini e donne. Non si tratta solo delle scelte elettorali: è tutto un insieme di stati d’animo, di opinioni, di atteggiamenti, che trovano espressione, oltre e più che nel voto, nelle conversazioni al bar, sui social, nei sondaggi di opinione, e in cui emerge un volto che non ci aspettavamo.
È quello che sta accadendo in Italia. Ciò che colpisce non sono tanto le evidenti contraddizioni, le prevaricazioni, le forme di violenza che si sono consumate a livello governativo e che sono state puntualmente denunziate da tutti i più autorevoli osservatori, ma il fatto che proprio attraverso di esse il loro autore, il segretario della Lega Salvini, ha in queste settimane guadagnato la cima della classifica nella graduatoria dei gradimenti da parte degli italiani. “Finalmente! Era l’uomo che ci voleva”, dicono molti. E già i suoi seguaci, in delirio, gli hanno coniato un titolo – “capitano” – con cui lo invocano nei raduni dove egli dialoga con la folla, rinnovando rituali estranei alla tradizione democratica della nostra Repubblica, ma ben noti agli studiosi dei totalitarismi.
Ma forse ancora più inquietanti delle fanatiche adesioni al verbo leghista sono le perplessità di tanti che erano stati fino a ieri lucidamente critici nei suoi confronti, e che, davanti a questo successo travolgente, hanno cominciato a dar credito, con vari “distinguo”, al “cambiamento” proposto dal governo a traino leghista, suscitando grande delusione e amarezza in chi resta suo fiero oppositore. Da qui discussioni accanite, con scambio di parole grosse e perfino rotture di amicizie che duravano da anni.
Per evitare equivoci, vorrei fare qualche osservazione preliminare a quanto dirò dopo. La prima è che essere contrari al “governo del cambiamento” non significa necessariamente – come spesso ci si sente rinfacciare acidamente – essere stati o essere dei sostenitori dei partiti che in passato hanno retto il nostro Paese. Al contrario, la critica che alcuni – tra cui il sottoscritto – rivolgono a questo governo è di essere il cavallo di Troia attraverso cui il “vecchio” che ha occupato la scena nella Seconda Repubblica (penso ovviamente a Berlusconi, ma anche alla stessa Lega), insieme ad altre forze altrettanto compromesse (penso al PD), sta cercando di riciclarsi come “nuovo”, senza neppure darsi tanto da fare per cambiare abito. Le polemiche di Salvini contro la sentenza della Cassazione che conferma la necessità di recuperare i 50 milioni di euro rubati dalla Lega negli anni scorsi ricordano talmente gli attacchi rivolti per vent’anni da Berlusconi contro la magistratura, che perfino il ministro della giustizia, Bonafede, ha timidamente tentato di prenderne le distanze.
La seconda osservazione, connessa alla precedente, è che rifiutare il “cambiamento” proposto da questo governo non comporta affatto essere stati complici della situazione precedente o rimpiangerla. Per quanto mi riguarda, ad esempio, al tempo del governo PD e del ministro Minniti ho denunciato con durezza la politica di falsa accoglienza nei confronti dei migranti (v. i miei post “Accoglienza o emarginazione”, del 16 settembre 2016, su fb e “Le menzogne sui migranti”, del primo febbraio 2018, su questo stesso blog). E anche su tante altre questioni sarà facile trovare su “Tuttavia” le mie prese di posizione contro la politica dei governi di Renzi e Gentiloni. Questo per la chiarezza.
Non è in discussione, dunque, il legittimo intento di cambiare, che ha giustificato la pacifica rivoluzione del 4 marzo. È come questo cambiamento viene inteso e realizzato a essere inaccettabile. In particolare è inquietante – per lui, ma soprattutto per gli italiani – il fatto che, sia durante tutta la campagna elettorale, sia ora che è al governo, Salvini abbia aumentato enormemente il consenso nei suoi confronti battendo quasi esclusivamente sul tasto degli immigrati. Ed esibendo nei loro confronti un atteggiamento che ha attirato evidentemente le simpatie e il consenso della gente.
Ma che tipo di persona è uno che – di fronte alla tragedia di uomini, donne e bambini in fuga da territori dove infuriano guerre e carestie, e disposti perciò a rischiare la vita in un viaggio spaventoso attraverso il deserto, esposti a violenze di ogni genere, pronti infine ad affidarsi a barconi sovraffollati, col pericolo di annegare – ironicamente definisce tutto questo «una crociera»? E che persone sono gli uomini e le donne – magari buoni cattolici, fedelissimi alla messa domenicale – che non se ne indignano e non sospettano che ci sia qualcosa di profondamente diverso da ciò che finora abbiamo definito “umano” (non parliamo di “cristiano”)?
Qui è in gioco non il governo, ma chi stiamo diventando noi stessi. Mi torna in mente la famosa pièce teatrale di Eugène Ionesco intitolata Il rinoceronte (1959). Un giorno, improvvisamente, intorno al protagonista – un modesto impiegato, di nome Berenger – colleghi, conoscenti, si vanno trasformando in rinoceronti. Berenger è sconvolto. Il collega Dudard si sforza di tranquillizzarlo, facendogli notare che in fondo non sta accadendo nulla di drammatico: «Lei è troppo impressionabile. Lei non ha il senso dell’umorismo (…). Bisogna prender le cose più alla leggera, con maggiore distacco». Per lui, non c’è nulla da fare se non aspettare. E quando Berenger parla di qualcosa di male che sta accadendo e che bisogna combattere, insorge: «Il male, il male! Parola vuota. Lo sappiamo noi che cos’è il bene e che cos’è il male?». Il povero impiegatuccio però insiste, attirandosi un’ironica obiezione da parte del collega: «Vedo che lei è molto sicuro di sé. Come stabilire dove finisce la normalità e dove, comincia l’anormalità?».
Certo, ammette Dudard, si tratta di una scelta di vita opinabile, ma da non demonizzare. Del resto, osserva, «è difficile saper le ragioni segrete delle decisioni del prossimo». Si appella addirittura al Vangelo: «Non giudicate se non volete essere giudicati».
Anche Salvini si appella al Vangelo. E molti cattolici irreprensibili oggi sono dalla sua parte. O, almeno si riconoscerebbero nella posizione di Dudard, che trova estreme e ingiuste le accuse di Berenger: «Lei è un intollerante», gli dice. E Berenger: «E lei è troppo tollerante, troppo comprensivo! (…) Lei diventerà presto un simpatizzante dei rinoceronti, glielo dico io». Replica di Dudard: «Guai a colui che vede il vizio dovunque! È tipico degli inquisitori».
Alla fine Dudard diventerà, effettivamente, un rinoceronte. Anche un altro collega, che pure era il più scettico e contestatore dell’ufficio, si trasforma, dopo aver sentenziato «Bisogna seguire il proprio tempo». Ma Berenger ha preso la sua decisione. Le ultime parole della rappresentazione sono una sfida, anche se disperata: «Io non mi arrendo! Non mi arrendo!».
È solo una parabola, la cui portata simbolica va ben al di là del problema dell’adesione alla linea e soprattutto all’atteggiamento della Lega sugli immigrati. Oggi però è su questo che siamo chiamati a scegliere se essere uomini e donne, oppure rinoceronti.

Giuseppe Savagnone
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Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.
Pubblicato in  www.tuttavia.eu